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.: Il Blog di Antonella Fachin
Venerdì, 2 Ottobre, 2009 - 14:02

“A MILANO COMANDA LA ‘NDRANGHETA”

Il fenomeno è noto, è studiato, è denunciato, è diffuso... solo il nostro Comune "stenta" a riconoscerne la gravità dovuta alla pervasività ormai raggiunta.

Il notiziario ChiamaMilano pubblica oggi questo articolo, nel quale si conclude così:
Una lettura utile poiché squarcia un velo sulla vera emergenza sicurezza che affligge Milano. Utilissima per tutti coloro che si sono opposti alla costituzione di una Commissione comunale sugli interessi mafiosi a Milano, ignorando che gli uomini della ‘ndrangheta –come della mafia e della camorra– mettono tranquillamente in conto di incappare nelle maglie della giustizia e di farsi qualche anno di galera, ma non tollerano che dei loro affari se ne occupi l’opinione pubblica.

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliere di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
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“A MILANO COMANDA LA ‘NDRANGHETA”?
Un libro traccia la mappa della penetrazione della ‘ndrine in Lombadia, ormai quasi più importante della Calabria per quella che è considerata l’associazione criminale più potente e pericolosa

La presenza della ‘ndrangheta a Milano non è una novità. L’insediamento della criminalità organizzata, nella fattispecie quella calabrese, nel capoluogo e nell’hinterland è radicato da decenni.
Negli ultimi vent’anni è divenuta la forza criminale egemone in Lombardia, capace di dettare le regole alle altre associazioni criminali –mafia e camorra comprese– e di penetrare nel tessuto sociale ed economico attraverso una strategia, come la definiscono gli investigatori, di “inabissamento e mimetismo”.
Dopo le indagini dei primi anni ’90 e le confessioni di un boss del calibro di Francesco Morabito, la ‘ndrangheta a Milano e in Lombardia piuttosto che arretrare ha reso la propria presenza più capillare diversificando le attività, mescolando le operazioni criminali classiche del traffico di droga, dell’estorsione e dell’usura agli investimenti in settori imprenditoriali quali l’edilizia, il commercio, la finanza.
È questo il quadro tracciato nel libro inchiesta di Davide Carlucci e Giuseppe Caruso “A Milano comanda la 'Ndrangheta” edito da Ponte alle Grazie e uscito da pochi giorni nelle librerie.
Si tratta di un’utilissima mappa storica e geografica della penetrazione di quella che è considerata la più pericolosa, ricca, compartimentata associazione criminale a Milano e in Lombardia.
Dai profitti stratosferici del traffico di droga al riciclaggio in operazioni finanziarie e immobiliari, spesso condotte con la connivenza di insospettabili; dal controllo del territorio attraverso negozi e pubblici esercizi agli interessi nei grandi cantieri dell’Alta velocità e dell’Expo, Carlucci e Caruso ripercorrono gli intrecci criminali e affaristici che hanno reso la Lombardia, quasi più dell’Aspromonte, della Locride o del Reggino, terra d’elezione per le ‘ndrine.

A Milano comanda la ‘ndrangheta, come suggeriscono i due cronisti?
A scorrere le oltre duecentocinquanta pagine del libro sembrerebbe di sì. E se non comanda indubbiamente, come è stato evidenziato da numerose indagini della magistratura e dai rapporti del Ros dei Carabinieri e del GICO della Guardia di Finanza, essa costituisce una presenza concreta, diffusa, capace di condizionare anche le scelte della politica e di intossicare il tessuto economico.

Eppure si tratta di una presenza scarsamente visibile. Come spiegano bene i due autori gli uomini delle ‘ndrine hanno scelto il basso profilo, l’invisibilità; ricorrendo alla violenza solo come extrema ratio e consentendo anche alle altre associazioni criminali di sedersi al ricco banchetto lombardo, purché riconoscano la sua egemonia.  
Una lettura utile poiché squarcia un velo sulla vera emergenza sicurezza che affligge Milano. Utilissima per tutti coloro che si sono opposti alla costituzione di una Commissione comunale sugli interessi mafiosi a Milano, ignorando che gli uomini della ‘ndrangheta –come della mafia e della camorra– mettono tranquillamente in conto di incappare nelle maglie della giustizia e di farsi qualche anno di galera, ma non tollerano che dei loro affari se ne occupi l’opinione pubblica.
Essi amano l’ombra, non la luce del dibattito pubblico e l’interesse delle comunità, poiché nella comunità si vogliono muovere intrecciando con parti di essa relazioni utili ai propri affari.

Beniamino Piantieri