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.: Il Blog di Sandro Antoniazzi
Giovedì, 1 Giugno, 2006 - 14:45

Una nuova prospettiva per Milano

La vittoria del centrodestra e di Letizia Moratti non deve farci sottacere che il centrosinistra è comunque ulteriormente progredito, almeno in termini percentuali, ciò che costituisce uno stimolo per il lavoro futuro.
L’esame sui limiti e gli errori, che possono aver compromesso il successo di un ottimo candidato come Bruno Ferrante, va certamente fatto, al  contempo approfonditamente e serenamente.
La rappresentanza del centrosinistra in Consiglio Comunale è stata largamente rinnovata e ciò consentirà di affrontare con nuovo vigore i problemi cittadini.
Sono personalmente convinto che solo un salto generale di qualità  dell’insieme della politica possa consentire al centrosinistra di conquistare domani Milano.
Naturalmente questo richiede una trasformazione dei partiti che devono presentarsi con una nuova idealità e immagine se pensano effettivamente di aprire una pagina nuova.
Si tratta di una prospettiva che va perseguita in Consiglio Comunale, ma anche oltre investendo l’insieme della città e dei suoi principali presidi, prospettiva a cui sarò ben lieto, per quanto possibile, di offrire il mio modesto contributo.
In questi anni ho avuto occasione di incontrare e lavorare con molte persone, da cui ho avuto tante espressioni di stima e di amicizia e da cui ho imparato molto non solo nella conoscenza dei problemi, ma anche nella maturazione personale.
Il mio ringraziamento nei loro confronti è profondo e rimane radicato nella mia coscienza.
Fra loro, mi sono particolarmente presenti i militanti di base, che svolgono un lavoro tanto essenziale, quanto umile, nell’intima convinzione di impegnarsi per ciò che è giusto.

Sandro Antoniazzi

Lunedì, 22 Maggio, 2006 - 14:05

Milano è una questione nazionale

Le elezioni comunali di Milano sono ormai prossime ed i due schieramenti si presentano pressoché alla pari al traguardo finale.
In  questo frangente è lecito chiedersi  se esista un qualche fattore straordinario che possa spostare a favore di una parte, naturalmente per chi scrive verso il centrosinistra, l’attuale bilanciamento.
Le dichiarazioni di persone autorevoli che si schierano per il candidato Ferrante sono di estremo interesse, così come lo sono proposte incisive espresse nelle ultime fasi.
E’ diffusa però la convinzione che un intervento veramente decisivo, capace di produrre effetti rilevanti, possa e debba venire dal gruppo dirigente nazionale.
Non si parla qui dei previsti passaggi a Milano  per la conclusione della campagna elettorale e neppure delle invocate promesse di investimenti governativi per la città, ma di un discorso molto più alla radice.
La politica è oggi quasi esclusivamente concentrata nella capitale, ciò che determina, al di là della provenienza politica o territoriale, una tendenza distorsiva rispetto alla realtà del paese.
Se la politica è a Roma è probabile che nessun leader sia disposto a spendersi localmente per battaglie che spesso richiedono tempi lunghi per avere risultati tangibili.
E se nessun leader è disposto a spendersi in Lombardia, Formigoni continuerà a fare il bello ed il cattivo tempo, indisturbato nel suo governo, e soprattutto sottogoverno, autoreferenziale.
Ma Milano e la Lombardia sono o non sono un problema nazionale?
Non varrebbe la pena di finirla con questa impoliticità da strapazzo che ha provocato solo danni, ristrettezze di vedute, incapacità di pensare in grande e ritornare invece ad una politica, non romana, ma nazionale in cui realtà come Milano e la Lombardia abbiano il peso che loro compete?
Ai politici nazionali non si deve chiedere qualche provvedimento per la nostra città, ma una visione della politica che sia tutt’uno col paese reale, ciò che metterebbe immediatamente Milano ed i suoi problemi in un circuito politico effettivo e fruttuoso.
Galli della Loggia ritiene che Milano abbia una visione non politica, ma municipalista, da società civile, abituata a fare da sè, quasi indifferente se non supponente rispetto a Roma  (“possiamo fare anche da soli”).
Se questa idea è condivisibile, si può però ritenere altrettanto vero l’opposto: Milano non ricopre nessuna considerazione nella politica nazionale, perché questa avviene in un empireo troppo distante e separato.
Si possono presentare piani e progetti per Milano, ma ciò che è essenziale preliminarmente è che la politica faccia della realtà economico-sociale, del lavoro, delle trasformazioni e delle innovazioni,
una questione centrale, riportando questa problematica  alla dignità di oggetto fondamentale della politica e non abbandonata al mercato come se questo fosse il toccasana, la panacea universale o un sistema autosufficiente.
Esigenze di infrastrutture e di grandi opere sono naturalmente presenti in una grande metropoli ed i bisogni finanziari relativi sono di tale consistenza, che ogni intervento statale non può che essere ben visto, eppure il problema primo di Milano rimane ciò che l’ha sempre contraddistinto, il lavoro.
Milano ha avuto un ruolo come capitale dell’industria, dell’economia, del lavoro; occorre che la città sappia mantenere questo ruolo, governando le grandi innovazioni in atto e ricreando una prospettiva forte e condivisa di futuro.
Dovrebbe fare anche una cosa in più, d’intesa con la classe dirigente nazionale: rendere evidente la “politicità” strutturale ed essenziale di questo ruolo per il paese.
Sandro Antoniazzi

Giovedì, 27 Aprile, 2006 - 11:58

Idee per una politica del lavoro a Milano

Una nuova paura si sta insinuando anche nel nostro paese, nelle pieghe delle regioni più sviluppate e delle fasce sociali tradizionalmente garantite: quella della disoccupazione adulta.
Fino ad anni recenti, il problema atavico della mancanza di lavoro aveva in Italia caratteristiche giovanili, femminili e meridionali, e risentiva di un netto spartiacque tra “garantiti” e “non garantiti”. Il passo più difficile era il primo, e soprattutto l’ingresso nel lavoro regolare e tutelato. Una volta passata quella soglia, una ricaduta nella disoccupazione appariva molto improbabile.
Anche nel caso di crisi aziendali e processi di ristrutturazione, robusti ammortizzatori sociali, come la Cassa integrazione straordinaria prolungata per anni, i prepensionamenti e le norme sul collocamento formavano un’efficace rete di tutela per i soggetti accreditati di un sostanziale “diritto al lavoro”, o quanto meno al reddito: i maschi adulti, perno di un sistema di protezione che affidava poi ad essi il compito di provvedere alle esigenze dei familiari. Mogli e figli, in questa prospettiva erano oggetto di una tutela più ridotta e spesso insufficiente. Su di essi ricadevano i costi e le incertezze del sistema, che si traducevano in disoccupazione, lavoro precario, occupazione sommersa, oltre che in dipendenza dal reddito del capofamiglia.
Nonostante i timori sempre vivi di una disoccupazione intellettuale, il titolo di studio rappresentava poi, specialmente nelle regioni centro-settentrionali, un buon lasciapassare per l’ingresso nel sistema occupazionale. Dopo una fase spesso travagliata di precariato, garantiva stabilità occupazionale e livelli di reddito crescenti.
Chi usciva dalle garanzie dell’occupazione dipendente per mettersi in proprio, secondo un tipico percorso di promozione sociale dal basso molto diffuso nel modello di sviluppo italiano, aveva ragionevoli possibilità di successo. La perdita di garanzie era più che compensata dalla possibilità di realizzare maggiori introiti, da varie forme di protezione pubblica (per es., a vantaggio del piccolo commercio contro la grande distribuzione, della piccola proprietà contadina, ecc.), dalla tolleranza verso l’evasione fiscale.
A partire almeno dagli anni ’90, mentre permangono gli squilibri territoriali, la disoccupazione giovanile tende a diminuire, specialmente nelle regioni settentrionali e questo effetto positivo si estende alla fascia dei giovani adulti, mentre cominciano ad aumentare i disoccupati adulti e i disoccupati in senso stretto, ossia coloro che avevano un posto di lavoro e l’hanno perduto. Un  recente lavoro di Zucchetti (2005) parla in proposito di due modelli diversificati di disoccupazione: quello meridionale, in cui il problema continua a gravare in modo preponderante sulle componenti giovanili e a connotarsi come difficoltà di accesso al primo impiego, e quello settentrionale “dove invece le difficoltà non sono tanto dei giovani a trovare il primo impiego, quanto degli adulti (e presumibilmente anche degli adulti-giovani) che si trovano a fare i conti con la ricerca di un nuovo lavoro, all’interno di mercati locali del lavoro certamente ricchi di opportunità ma insieme più ‘sovraccarichi’ di flessibilità e mobilità occupazionale” (ibid.: 145). In altri termini: il tasso di disoccupazione è diminuito, ma il numero di persone coinvolte in esperienze di precarietà, incertezza occupazionale, perdita del lavoro, necessità di trovarne uno nuovo, è cresciuto, e il senso di insicurezza ed esposizione al rischio della perdita del lavoro si è insinuato all’interno della condizione adulta.
Un aspetto emblematico e inquietante della questione sociale contemporanea riguarda dunque la perdita o della discesa verso la marginalità rispetto al lavoro di una parte crescente della popolazione adulta, anche in un contesto di benessere diffuso come quello milanese e lombardo.
La disoccupazione di lunga durata rappresenta l’esito estremo di una condizione di vulnerabilità che si è allargata ben oltre il perimetro dei soggetti tradizionalmente deboli sul mercato del lavoro e ha cominciato ad aggredire i bastioni dell’occupazione garantita. Se i numeri degli adulti senza lavoro sono fortunatamente ancora contenuti, è però cresciuta la popolazione che vede erodersi la sicurezza del posto, sperimenta ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali, subisce trasferimenti e ricollocazioni, deve affrontare la sfida della ricerca di un nuovo lavoro. In un mercato occupazionale in realtà molto più mobile di quanto si tende ad affermare, sono diversi milioni ogni anno i soggetti che cambiano lavoro, in parte per scelta più o meno libera, in parte invece perché obbligati dalle circostanze. E anche nel caso della scelta, di cambiare azienda o di mettersi in proprio, non sempre gli esiti sono felici. L’abbandono di un posto nell’aspirazione di migliorare può diventare il primo passo di una carriera discendente.
Se dunque l’esperienza di rimanere senza lavoro per un  periodo prolungato è ancora (fortunatamente) il destino di pochi, la vulnerabilità e l’ansia che ne deriva sono un problema di molti.
Oltre all’estensione quantitativa, importa notare la differenziazione qualitativa della popolazione vulnerabile. Non si tratta soltanto dei tradizionali soggetti deboli (persone con ridotta capacità lavorativa, malati psichici, ex carcerati, soggetti coinvolti in derive emarginanti…), che pure hanno visto aggravarsi la loro condizione, di soggetti con bassi livelli di istruzione, di donne che non riescono a rientrare nel mercato dopo essersi ritirate per un certo periodo a causa dei carichi familiari, bensì anche di lavoratori appartenenti a fasce medie e alte della popolazione lavorativa:  impiegati, lavoratori autonomi, quadri e dirigenti. L’aspetto forse più impressionante della disoccupazione adulta nella Milano di oggi è che essa non riguarda soltanto i più deboli, ma anche soggetti che fino all’evento che li ha  catapultati fuori dal posto di lavoro, erano probabilmente catalogati tra i soggetti forti: maschi, laureati o diplomati, appartenenti alle fasce centrali di età, dipendenti di grandi e medie aziende.
Fenomeni già comparsi in altri mercati nazionali del lavoro, come la sostituzione dei lavoratori con una cospicua anzianità lavorativa e corrispondenti retribuzioni, con giovani neo-assunti e retribuzioni più modeste, sta prendendo piede anche in Italia. La ricollocazione dei quadri espulsi sta diventando un problema sociale, in un mercato dominato da imprese che tendono verso la semplificazione delle gerarchie e la contrazione delle dimensioni aziendali.
Sale qui alla ribalta un paradosso del nostro mercato del lavoro: lavoratori globalmente ben protetti da una serie di norme e convenzioni, se per qualche evento cadono fuori dalla rete delle garanzie di tutela del posto, non trovano una seconda rete di protezione “esterna”, capace di salvaguardare un sufficiente livello di reddito e di promuoverne il reinserimento. Il prolungamento della vita lavorativa, l’allontanamento dell’età del pensionamento e l’ingresso ritardato nel lavoro regolare hanno incrinato uno dei meccanismi più agevoli, benché costosi, di  soluzione delle difficoltà occupazionali, quello dei pensionamenti anticipati. Tra i casi più difficili di disoccupati adulti, rientrano quelli di persone di età ben superiore ai cinquant’anni, che fino a pochi anni fa sarebbero andate tranquillamente in quiescenza, e ora aspirano a trovare un lavoro qualsiasi, senza avere altre motivazioni che quella di raggiungere l’età pensionabile.
Di fatto, la funzione di compensazione delle incertezze del mercato (e della vita) è stata implicitamente affidata nel nostro paese alla famiglia, nella presunzione di una stabilità e di una capacità redistributiva che mostrano in vario modo segni di logoramento. Questo indebolimento della protezione familiare si rivela in tre situazioni emblematiche:
-         quella delle persone senza famiglia, che hanno magari sempre coabitato con i genitori, hanno condiviso con loro le risorse disponibili,  non hanno formato un proprio nucleo, e ora, di solito a seguito dell’avanzare dell’età e della perdita dei genitori,  si trovano allo scoperto; oppure vengono da storie di immigrazione interna o dall’estero, da nuclei disgregati o da storie di dissapori familiari, ragione per cui non dispongono del sostegno di persone legate a loro da vincoli di consanguineità; oppure ancora, nei casi più frequenti, sono coinvolte in  separazioni e divorzi in età non più giovane e in situazioni già compromesse dalla fragilità economica e lavorativa, che rischiano di gettarli letteralmente per strada;
-         quella delle donne con bambini, prive del sostegno del coniuge, o con compagni a loro volta colpiti dalla precarietà occupazionale, malati  o inabili al lavoro, o con genitori anziani da assistere: tutte situazioni in cui le relazioni familiari, anziché rappresentare un sostegno, finiscono per essere un vincolo per la possibilità di accedere al mercato del lavoro, di lavorare con continuità, di cogliere opportunità più interessanti, ma più esigenti in termini di orari e di disponibilità. Va ricordato in generale che le donne sole con bambini rappresentano un segmento crescente della popolazione in condizione di povertà nei paesi sviluppati;
-         quella delle persone che subiscono a livello psicologico e relazionale i contraccolpi della disoccupazione, per le quali gli equilibri familiari entrano in crisi a seguito della perdita di un’occupazione che strutturava i tempi e definiva i ruoli all’interno della famiglia: sono i casi in cui la famiglia, anziché compensare la perdita di reddito, di autostima e di partecipazione sociale derivante dalla disoccupazione, aiutando le persone a reinserirsi, ne viene travolta.
Abbiamo quindi bisogno di nuove e più incisive politiche di fronteggiamento della disoccupazione delle fasce adulte. Un mercato del lavoro più flessibile e instabile ha bisogno di più impegno istituzionale verso i soggetti che ne sopportano le conseguenze. Le famiglie non possono rappresentare l’unico ancoraggio alla società per le persone che perdono il lavoro: questo affidamento implicito ed esclusivo amplifica le disuguaglianze e sovraccarica le famiglie stesse, andando al di là delle loro risorse e capacità di azione. 
Possiamo suddividere le politiche di sostegno agli adulti in difficoltà occupazionale in quattro capitoli.
Il primo riguarda la prevenzione della caduta nella disoccupazione. Vi rientrano in modo particolare le attività di formazione continua che aggiornano le competenze professionali dei lavoratori e ne contrastano l’obsolescenza. Se ad una certa età le aziende denunciano l’impossibilità di ricollocare alcune fasce di lavoratori (a bassa istruzione, addetti a lavori scarsamente qualificati), è molto probabile che questi lavoratori non abbiano ricevuto nessuna formazione o quasi lungo l’arco della carriera lavorativa: assunti da giovani, come manodopera da adibire a determinati processi produttivi, non sono stati oggetto di nessun investimento formativo serio. Quando non servono più, vengono dichiarati obsoleti.  Occorre in questo senso una formazione che vada anche al di là degli specifici fabbisogni aziendali e persegua l’obiettivo del mantenimento delle persone in una condizione di potenziale riconversione e occupabilità. Questo vale a maggior ragione per le fasce istruite, che devono restare all’altezza delle sfide della società cognitiva. Il Comune di Milano, che ha una tradizione educativa rappresentata dalle Scuole Civiche, anche se lasciata deperire sotto la gestione Albertini, dovrebbe rilanciare il proprio ruolo nel settore, in collaborazione con i più accreditati enti nonprofit,  rafforzandone le valenze di promozione dell’occupabilità dei lavoratori di ogni età e condizione professionale.
Il secondo capitolo è quello delle cosiddette politiche passive, o meglio di sostegno del reddito dei disoccupati. Un mercato del lavoro più fluido e flessibile, in cui la conservazione di uno stesso posto per tutto l’arco della vita lavorativa risulta meno frequente di un tempo, in cui si moltiplicano gli statuti lavorativi atipici e in cui si affaccia l’eventualità di dover affrontare cambiamenti, riconversioni, periodi di disoccupazione, ha bisogno come necessario bilanciamento di misure che stabilizzino il reddito dei lavoratori sottoposti alle crescenti incertezze del mercato e ai contraccolpi della flessibilità. Senza rinnegare il valore della solidarietà familiare, si avverte l’esigenza di misure che diano maggiore serenità ai lavoratori in mobilità. Di fatto, al dramma della perdita del lavoro o della difficoltà a entrarvi si somma quello della rapida perdita dei mezzi di sussistenza. Aumenta così il carico di preoccupazione e lo stress per le famiglie, apportando tensioni  che possono rivelarsi dirompenti. La spirale della discesa sociale rischia allora di diventare inarrestabile. Il Comune di Milano deve farsi parte diligente del rilancio e dell’estensione di una incisiva politica del Reddito minimo di inserimento, basata sul collegamento tra erogazione di sussidi e seri progetti di attivazione e reinserimento dei destinatari.
Il terzo aspetto riguarda per l’appunto le misure di politica attiva per il reinserimento degli adulti che perdono il lavoro.  Le attuali politiche delle risorse umane tendono a sfavorire i lavoratori esperti, e si stanno consolidando pericolosi stereotipi, come quello dell’inoccupabilità delle persone con più di cinquant’anni. Mancano poi nel nostro paese, in generale, esperienze consolidate di servizi per l’impiego moderni e più in particolare strumenti e iniziative specificamente rivolti alla popolazione adulta. Come abbiamo notato, si tratta di una popolazione molto eterogenea, in cui si ritrovano persone con storie di emarginazione sociale alle spalle, lavoratori manuali poveri di capitale umano e sociale, come pure persone in possesso di consistenti bagagli di competenze professionali. Occorre dunque un ventaglio di iniziative differenziate e calibrate sulle situazioni specifiche.
In parecchi casi, servono interventi articolati, in grado di rispondere alla multiproblematicità della disoccupazione adulta. Serve il coinvolgimento di diversi attori e risorse, da quelli pubblici alle organizzazioni di categoria e ai datori di lavoro, dalla formazione professionale, al counseling, all’edilizia sociale. Servono interventi personalizzati e ritagliati su misura. Serve in molti casi la capacità dei soggetti della solidarietà organizzata di costruire relazioni, di accogliere e rimotivare,  di fornire opportunità di occupazione in contesti intermedi tra mercato e politiche sociali.
Spesso infatti la perdita del lavoro si somma con altri fattori di rischio, dalla depressione alla perdita dell’alloggio, che possono far precipitare i soggetti in una carriera discendente senza ritorno. Ricostruire un sistema di rapporti con il mercato del lavoro, fare opera di mediazione con i possibili datori, fornire accompagnamento e sostegno psicologico, offrire opportunità di aggiornamento e riqualificazione, sono alcuni dei possibili tasselli di un’azione di reinserimento necessariamente complessa.
A volte possono bastare invece piccoli interventi, come la custodia dei figli per le donne che intendono partecipare ad un corso di formazione o rientrare nel sistema occupazionale; così come può essere sufficiente un gesto di fiducia che riapra le porte del mondo del lavoro per avviare il recupero di persone a rischio di caduta nella marginalità.
Da ultimo, va ricordata l’esigenza sociale di reimpiegare in vario modo, non solo e non necessariamente nel lavoro, le energie e le capacità dei soggetti in età matura. Mentre la soglia del passaggio all’età adulta si innalza ormai fin oltre i trent’anni, e all’ingresso nel lavoro stabile l’attesa tende a prolungarsi, all’altro capo della carriera si abbassa l’età del deterioramento (presunto) dell’occupabilità e della spendibilità aziendale delle capacità produttive delle persone. Anche se fosse assicurata la conservazione di un livello di reddito sufficiente, il che in Italia oggi avviene soltanto per alcuni, resterebbe un problema sociale serio, quello di consentire alle persone di continuare ad essere utili, di investire il proprio tempo in maniera significativa, di trasmettere ad altri la loro esperienza. Qualche esperienza di reimpiego nel sociale di competenze manageriali e professionali comincia a sorgere anche nel nostro paese, ma siamo ben lontani da una presa in carico adeguata di questo spreco di risorse.
E’ dunque urgente l’ideazione di un nuovo modello di welfare., che ha come tassello imprescindibile la dimensione municipale. Se il Welfare State basato sulla contribuzione continuativa di soggetti occupati stabilmente e garantiti contro le incertezze del mercato vede erodersi le sue basi strutturali, oggi si manifesta l’esigenza non di meno welfare e meno protezione, ma di un welfare diverso e flessibile, più attento a difendere e a reinserire quanti pagano il prezzo di una competizione accresciuta e di una nuova mercificazione del lavoro delle persone.
La costituzione di un’Agenzia per la promozione del lavoro, a livello municipale, potrebbe rappresentare la manifestazione concreta di una seria volontà politica di impegno istituzionale su questo fronte.

Sandro Antoniazzi

Giovedì, 6 Aprile, 2006 - 09:32

Privatizzazioni comunali pregiudiziali e malfatte. Il bilancio delle operazioni AEM, SEA, Serravalle, Farmacie, Centrale del lat

Il bilancio delle operazioni AEM, SEA, Serravalle, Farmacie, Centrale del latte, Scuole civiche, Milanosport, Milano Ristorazione.

L’asta deserta per la vendita del 33% delle azioni SEA S.p.A. conclude in modo inglorioso la catastrofica serie di insuccessi e di tentativi malfatti che hanno contrassegnato la politica delle privatizzazioni di Albertini e della sua Giunta.
E’ necessaria una premessa.
Come centro sinistra non siamo contrari a priori alle privatizzazioni, purchè ricorrano due condizioni:
  • che siano per un più ampio interesse generale (migliorare la concorrenza, migliorare la qualità dei beni e dei servizi, ridurre i prezzi e le tariffe, e così via);
  • che si preveda una prospettiva di sviluppo aziendale (anche dal punto di vista occupazionale).
La politica del centro destra non solo non ha tenuto conto di questi criteri essenziali che avrebbero potuto costituire un terreno di confronto serio, ma si è invece ispirata a una logica ideologica, secondo cui ogni privatizzazione costituisce un bene in sé, in quanto riduce la presenza del settore pubblico (simbolo di inefficienza, burocrazia, favoritismi, ecc).
La giustificazione è inoltre che vendendo il patrimonio pubblico si possono realizzare le opere necessarie alla città: ma al di là della propaganda, è facile constatare quali grandi opere siano entrate effettivamente in funzione dopo le vendite compiute.
Ma passiamo in rassegna le singole operazioni.
Quella maggiore ha riguardato l’AEM S.p.A., le cui azioni già cedute in precedenza sino a scendere al 51% sono state vendute per un ulteriore 17,6% (di cui l’8,8 come prestito obbligazionario convertibile e l’8,8% a investitori istituzionali).
La vendita è stata fatta mentre l’AEM era impegnata, a fianco della EDF francese, ad acquisire la maggioranza della Edison, la più grande azienda privata del settore.
L’operazione fortunosamente è comunque riuscita e il sindaco  ha brindato al successo, dopo che la sua incauta vendita aveva costituito l’ostacolo più grande.
Non solo. Contemporaneamente l’AEM S.p.A. era impegnata sul fronte svizzero per acquisire un pacchetto consistente di azioni della ATEL, azienda rilevante per la trasmissione di energia elettrica.
In questo caso, l’AEM S.p.A. si trovava nella necessità di capitalizzarsi e l’ingegnosa trovata del Comune è stata di partecipare a un eventuale aumento di capitale cedendo all’AEM il settore acqua, insieme all’intera Metropolita Milanese S.p.A.: così in un sol colpo si sarebbero privatizzate sia l’acqua che la MM S.p.A., tutto questo per aumentare il capitale di un’azienda depauperata poco prima da una vendita di azioni dimostratasi insensata.
Il risultato finale è che l’azienda migliore che avevamo, intorno alla quale si poteva costituire il secondo polo energetico italiano e dare forza al sistema territoriale lombardo e del Nord Italia, si è trovata impoverita e ha dovuto rinunciare a molte prospettive di sviluppo. Dopo e nonostante tutto questo, Albertini aspirava a diventare presidente della Edison.
Veniamo alla SEA S.p.A: la vendita del 33% di azioni viene deliberata dal Consiglio Comunale nel luglio 2001, ma l’11 settembre successivo, con l’attacco terroristico alle torri gemelle di New York determina una transitoria crisi del settore aereo, con il conseguente rinvio della decisione.
E’ allora che scatta una delle tante idee autocratiche del sindaco, secondo cui la decisione relativa alla vendita non doveva spettare al Consiglio Comunale, bensì alla Giunta, in quanto relativa a una quota di minoranza delle azioni.
Si trattava di un’interpretazione inammissibile della legge sugli enti locali, perché al di là della SEA interveniva su un potere fondamentale, relativo alle aziende comunali, togliendolo dal Consiglio per attribuirlo alla Giunta, in pratica al sindaco.
Ne è derivata la solita vertenza legale da cui l’opposizione è uscita totalmente vincente.
Intanto, l’Amministrazione ha perso ben due ani di tempo, il che dimostra che più importante della privatizzazione e dell’incasso è innanzitutto la prevaricazione.
Riportata la discussione in Consiglio Comunale l’opposizione esprime la sua contrarietà per diversi motivi: innanzitutto non si tiene conto delle altre istituzioni (Regione e Province di Milano e Varese), che pure sono parti in causa; inoltre, la soluzione precedente non rivolta ad un unico acquirente era preferibile; infine, non si fa alcun cenno delle prospettive di sviluppo aziendali.
A gara aperta, di fronte alle difficoltà incontrate la Giunta cambia i termini dell’offerta, obbligando la società SEA a distribuire un superdividendo di 200,00 milioni di €. Questo pasticcio, più che la vertenza legale, portano alla mancata presentazione di offerte da potenziali acquirenti.
In conclusione, non si è venduto nulla, e l’unico vero risultato è una SEA dissanguata e messa in difficoltà da decisioni maldestre, tappabuchi e di ripicca di una Giunta allo sbando.
Altra confusione, chiamiamola così, sulla Serravalle.
Albertini litiga con la Colli, che si mette d’accordo con l’azionista privato, Gavio.
Quando la Provincia cambia maggioranza, viene firmato un accordo per portare la società in Borsa e per fissare un diritto di prelazione al fine di conservare la maggioranza pubblica.
Il Presidente della Provincia Penati riesce però ad acquistare dallo stesso Gavio le azioni sufficienti per arrivare al 51% delle azioni. Albertini, invece di comportarsi da responsabile di un’istituzione, reagisce come si trattasse di uno sgarbo personale con denunce di ogni genere. Ritiene la quota comunale svalutata, ma non è troppo vero se anche al Comune di Milano Gavio offre di acquistare ad un prezzo conveniente.
Adesso Albertini, dopo tutte le imprecazioni passate, vorrebbe approfittarne, ma è troppo tardi: se ne parlerà alla prossima legislatura e secondo noi in una visione di collaborazione con la Provincia, non di continuo contrasto con tra enti pubblici, per un’azienda strategica per la viabilità.
Ci sono anche delle privatizzazioni minori nelle dimensioni, ma non meno significative.
Un’operazione giuridicamente disastrosa per il pressappochismo con cui è stata condotta, il sindaco è sempre malconsigliato da avvocati e professionisti compiacenti) è la vendita dell’Azienda Farmacie Comunali.
Contro di essa hanno ricorso i farmacisti milanesi vincendo varie cause, ma soprattutto ottenendo una sentenza favorevole della Corte Costituzionale. Le farmacie comunali non potevano essere vendute alla società tedesca Gehe, che commercia farmaci all’ingrosso, attività incompatibile con la distribuzione nelle farmacie, in base a una direttiva europea.
Il Comune ha fatto ricorso in sede europea, ma sostanzialmente per prendere tempo e rimandare la patata bollente al futuro sindaco.
La candidata Moratti, incontrando i farmacisti ha affermato che rivedrà tutto: ma non si tratta di una promessa, ma di un obbligo, cara signora, per il caos combinato dal suo collega di centro destra (che sosteneva di contrastare il monopolio dei farmacisti: lei signora, invece, lo vuole favorire? Diteci per favore qual è la vera posizione del centro destra).
La privatizzazione più tranquilla sembra essere stata la vendita della Centrale del Latte alla Granarolo, con una coda non di poco conto: ora che la Granarolo deve lasciare libera l’area e vuole trasferire la produzione lontano da Milano, che fine faranno i circa duecento lavoratori della Centrale? Ma anche questo ad Albertini non interessa.
Vi sono poi le quasi - privatizzazioni e le esternalizzazioni, ciò che richiederebbe un più analitico lavoro di approfondimento.
Si tratta comunque di iniziative fatte all’insegna di promesse e di prospettive enunciate e non mantenute, spesso velleitarie in partenza: si pensi alla Fondazione delle Scuole Civiche, in cui si ipotizzava un ingresso di privati apportatori di risorse mai verificatosi, oppure la Milano Sport S.p.A., cui sono state affidate le strutture sportive del Comune spesso degradate, con la missione di avere il bilancio in pareggio entro il 2007, mediante il libero aumento delle tariffe (che avrebbe significato la fine dell’attività sportiva di base). O ancora la Mlano Ristorazione S.p.A., per la quale si è calcolato che siano aumentati i costi dei pasti distribuiti.
La rapida disamina delle varie privatizzazioni non necessita di ulteriori considerazioni, perché si giudicano da sé. Sono state una caparbia, testarda politica impostata in modo sbagliato, unilaterale, che non ha tenuto conto delle critiche e delle osservazioni che potevano correggerla e migliorarla. Si è diminuito il patrimonio del Comune che i predecessori avevano accumulato, nello stesso modo con cui i figli dissipatori disperdono il capitale dei genitori.
Le aziende del Comune sono oggi molto più deboli, il sistema economico milanese non è certo migliorato, considerando che le aziende pubbliche hanno spesso in passato agito da propulsori e possono esserlo tuttora.
Inoltre il Comune ha litigato con tutti gli altri enti pubblici, in primis la Regione e la Provincia, isolandosi  e rinunciando alle sinergie sempre utili quando non indispensabili (si pensi all’acqua, e alla illogica separazione in due bacini idrici). E’ mancata in altre parole la visione metropolitana entro cui le aziende e i servizi pubblici andrebbero ripensati e ricollocati, prima di ogni decisione relativa agli assetti azionari.
 Sandro Antoniazzi

Lunedì, 20 Marzo, 2006 - 14:59

Circoscrizioni e municipalità: tre fasi per la costituzione della città Metropolitana.

Uno dei grandi e visibili cambiamenti che deriveranno dall’auspicata vittoria del centro sinistra al Comune di Milano sarà il rilancio in grande stile del decentramento della città.
La giunta Albertini le ha di fatto azzerate, privandole di poteri, personali e risorse; non ha avuto il coraggio di chiuderle, ma molti si chiedono a cosa servano in questa situazione di irrilevanza: del resto, non è dovuta al caso o alla trascuratezza, ma a una precisa e determinata avversione alla democrazia esplicitata nell’intenzione di trasformare le zone in “sportelli”.
Questa voluta debolezza delle zone significa meno partecipazione dei cittadini e perdita di coesione dei quartieri, di realizzabilità di risposte più dirette e immediate, di poter contare nell’affrontare i problemi locali.
Si riduce così la vita dei quartieri, la loro socialità, che è invece  la forza maggiore di un territorio nel rispondere ai problemi che emergono.
Si tende, al contrario, a considerare il cittadino come un singolo, che da individualmente deve rapportarsi all’Amministrazione sia per quanto riguarda le sue esigenze, sia per i rapporti politici (la forma di partecipazione prevista e preferita è infatti la “lettera al Sindaco”).
Il centro sinistra deve muoversi con forza nella direzione contraria, ridando voce ai cittadini, ricreando le condizioni perché i problemi possano essere affrontati là dove sorgono, ristabilendo luoghi di confronto democratico per l’assunzione delle decisioni, decentrando attività, servizi, uffici.
I consigli di Zona devono ritornare a essere il motore di un’espressione democratica e sociale dei territori e per questo disporre di poteri, mezzi e personale adeguato.
Quando si pensa, come si è rilevato, che le nostre zone sono grandi come le maggiori città della Lombardia, appare evidente l’esigenza di trovare loro una forma di governo adeguata.
Il rilancio dovrà dunque trovare una risposta immediata dopo le elezioni, per pervenire poi progressivamente ad una struttura istituzionale compiuta.
Si possono ipotizzare tre stadi che possono anche corrispondere a tre momenti successivi.
In una prima fase, si ricominciano a dare poteri e mezzi alle zone sulla base dello Statuto tuttora vigente, ma non applicato: ciò consentirebbe di fare immediatamente funzionare le zone con compiti concreti.
E poiché il trasferimento di competenze e di personale non è cosa semplice, questo avvio permetterebbe un percorso non demagogico ma reale di passaggio di poteri veri.
In un secondo momento, si potrebbero realizzare le municipalità, cioè trasformare le zone in una forma di piccoli comuni, ampliando così il loro statuto istituzionale.
E’ ciò che è avvenuto, per esempio a Roma, dove il Presidente di Zona viene eletto dai cittadini e dove un’ampia quota del bilancio comunale  (attorno al 30%) è demandato ai bilanci decentrati.
Il Comune, in altre parole devolve una parte dei suoi poteri ai municipi, che gestiscono un insieme importante di attività e servizi (demografici, scolastici ed educativi, servizi culturali e sportivi, manutenzione urbana, disciplina dell’edilizia privata, funzioni di polizia urbana, sviluppo dell’artigianato e del commercio).
E’ un modello naturalmente che abbiamo in mente nelle linee generali e che richiede una regolamentazione che dovrà essere preparata e discussa con cura, data la sua portata innovativa.
In futuro, si potrà pensare a un’ulteriore decisione, tutta da valutare, connessa con la realizzazione della città metropolitana.
La Città Metropolitana, prevista dalla riforma costituzionale realizzata dal governo di centro sinistra nel 2001 e non ancora attuata, è fra gli obiettivi che l’Unione si pone nel proprio programma comunale.
E’ previsto che questo nuovo ente intermedio superi l’attuale Provincia e acquisisca ulteriori poteri in parte dai comuni e in parte dalla Regione, in modo da potere pienamente esercitare il ruolo di programmazione territoriale, di governo dei problemi del traffico e dell’ambiente. In altre parole, di attendere a quelle decisioni di ambito territoriale più vasto rispetto all’attuale ambito cittadino.
In questa nuova situazione, ci si domanda se non valga la pena di integrare nella Città Metropolitana anche l’attuale Comune, elevando le zone a veri e propri comuni (proprio come Sesto San Giovanni, San Donato, Corsico)?
Una decisione di questa natura costituirebbe un cambiamento profondo che naturalmente richiede un’attenta valutazione. Ma in pratica, la Città Metropolitana significherebbe una Milano che diventa “più grande” (un po’ come l’aggregazione dei Corpi Santi degli anni ‘20 – ’30) e contemporaneamente riconosce un’ autonomia alle municipalità. Più che una rinuncia è un modo corrispondente di pensare in “grande”. Dunque, una struttura, Milano città Metropolitana, per i problemi di vasta area e nove municipalità per i problemi locali, di quartiere.
Queste riflessioni aprono scenari futuri, prospettive di lavoro, indicazioni di percorsi istituzionali e gestionali su cui discutere, elaborare, progettare.
L’importante ora è mettere subito in moto attività di decentramento che costituiscano l’avvio di un percorso che deve progressivamente svilupparsi per raggiungere mete sempre più ambiziose.
Le municipalità non sono per noi solo un po’ di più di democrazia e un po’ di decentramento amministrativo: sono invece una parte sostanziale della nostra città: uno strumento fondamentale perché Milano possa esprimersi, discutere, trovarsi, vivere.
Anche per questo dobbiamo vincere le elezioni: per potere finalmente vedere l’attuarsi della città che vogliamo, la città in cui tutti partecipano e che si interessa di tutti.
Sandro Antoniazzi

Venerdì, 17 Marzo, 2006 - 16:53

La politica della casa

La politica della casa costituisce una delle più grandi carenze della Giunta di centro destra che sta concludendo il suo mandato.
Dal 1997, primo anno di governo di Albertini, ad oggi il Comune ha realizzato annualmente una media scarsa di 100 alloggi di edilizia popolare.
Non pensiamo che si debba tornare agli anni  '60, quando si costruivano interi quartieri ed una media di 5.000/6.000 alloggi all’anno.
Ma certamente la domanda di case popolari è oggi imponente, calcolata in città attorno alle 40.000 unità e la risposta del Comune si presenta pertanto del tutto inadeguata ed inconsistente.
Ne sono una riprova i primi discorsi della candidata sindaco del centro destra, Letizia Moratti, la quale sostiene esplicitamente l’inadeguatezza della politica precedente. (Questi discorsi sono sorprendenti. Letizia Moratti è di  Milano? Non fa parte da anni del Governo di destra? Si fa riprendere dalla TV in periferia, mostrandosi sorpresa dei problemi esistenti. Viene da chiedersi: dove vive?).
L’assoluto disinteresse, meglio l’esplicita volontà di non fare una politica della casa popolare è dimostrata dalle scelte di fondo della Giunta Albertini in questi anni.
Innanzitutto si è data la libertà di costruire su tutte le migliori aree edificabili – le aree dimesse (O.M., Lambrate/Innocenti, Sieroterapico, Quarto Oggiaro, Montedison/Rogoredo,…) – alla iniziativa privata senza cogliere l’occasione di affiancarvi un consistente programma pubblico.
Albertini si vanta che non esistono più in città aree dimesse; in realtà non si tratta di un merito, ma di un demerito: si è persa una grande occasione per rispondere alla domanda di case popolari.
In secondo luogo il disinteresse è dimostrato dall’insistenza sulla politica di vendita delle case del Demanio. Si vendono alloggi disponibili del Demanio (il caso più clamoroso è costituito dai 151 alloggi  di piazzale Dateo), che potrebbero rispondere immediatamente ai bisogni, con un duplice obiettivo: quello di allontanare i ceti popolari dal centro  e quello di fare cassa.
Si sostiene che col ricavato si potranno in futuro acquisire un maggior numero di alloggi, ma si tratta di tempi lunghi e le conclusioni sono del tutto incerte.
Infine, il Comune ha introitato in questi anni ingenti somme provenienti dall’ alienazione delle sua partecipazioni azionarie: possibile che nulla sia stato dedicato alla costruzione di nuove case a canone economico?
Negli scorsi mesi, quasi a legislatura conclusa, la Giunta si è accorta (anche spinta dai molti interventi dell’opposizione, particolarmente da un Consiglio Straordinario del 2003) che il problema costituiva una pesante critica pendente sul suo capo e si è decisa a muoversi.
Ne è scaturita una delibera che viene presentata come il programma dei 20.000 alloggi popolari con cui, secondo le dichiarazioni di qualche Assessore, si dovrebbe rispondere in modo definitivo al problema.
Tentiamo di separare l'ampia dose di propaganda, dalla sostanza della proposta.
Innanzitutto le costruzioni avverranno su aree standard (cioè le aree che i costruttori privati sono obbligati a concedere al Comune per il verde e per i servizi pubblici, in cambio dell’autorizzazione a costruire).  E’ stata necessaria un’apposita legge dell’Assessore Regionale Borghini per poter destinare queste aree anche per “interventi di edilizia residenziale pubblica, compresa l’edilizia convenzionata”.
Il processo è discutibile e contiene molti elementi contradditori ( le aree migliori sono andate ai privati e per le case popolari si usano solo aree di risulta; se si usano aree a standard perlomeno si dovrebbe procedere ad una compensazione individuando altre aree a standard, ciò che non è avvenuto; alcune di queste aree costituivano una possibilità di un polmone verde invece del tutto costruito).
Ma il problema di fondo è che dei famosi 20.000 alloggi solo una piccola parte saranno edificati dal Comune in edilizia residenziale pubblica, precisamente 1.201, perchè gli altri dovrebbero essere costruiti da imprese private, da cooperative ed enti non profit, su aree messe a disposizione dal Comune stesso.
Nel programma sono stati inseriti anche cinque interventi di edilizia universitaria, naturalmente in attesa di finanziamenti specifici, al momento inesistenti.
E’ facile prevedere che ci vorranno molti anni per realizzare il programma ed è molto improbabile che tutto vada in porto (anche perché molte localizzazioni sono discutibili e contrastate).
Il fatto di essere aree standard, e quindi proprie, consente al Comune di concederle ai privati in diritto di superficie per 90 anni, ad un costo molto contenuto. Questa offerta di aree a basso costo dovrebbe rendere appetibile ai privati  l’impresa di costruire sulle aree comunali individuate, una cinquantina circa, case ERP a canone moderato e convenzionato (più precisamente il 60% a canone moderato con possibilità di riscatto, un 10% a canone sociale, il restante a canone moderato o speciale).
Al momento sono stati avviati i programmi per le 8 aree per le quali il Comune avendo ottenuto parziali finanziamenti della Regione  prevede di realizzare direttamente interventi di edilizia residenziale pubblica.
Per quanto riguarda gli altri interventi che dovranno essere realizzati da privati , tra poco saranno presentati in Consiglio Comunale, per una decisione, i criteri generali per i bandi che saranno realizzati per ogni singola area.
Non è possibile fare ipotesi sui tempi degli interventi.
La legislatura sta per scadere ed anche per questo sarebbe  più corretto e più opportuno lasciare alla futura nuova Giunta ogni decisione  a riguardo; in ogni caso si tratterà di singoli bandi  per i quali è previsto l’adozione di Piani Integrati di Intervento (P.I.I.) che devono passare dal Consiglio per l’approvazione.
L’opposizione ritiene che questa nuova fase di discussione in Consiglio costituisca un’occasione per  ridiscutere alcune localizzazioni poco idonee e per confrontarsi con la popolazione sul merito degli interventi.
Naturalmente al di là delle vicende di questo programma e delle sue contraddizioni che ho richiamato, la politica della casa richiede un impegno di ben maggiore dimensione, sia per quanto riguarda le aree da mettere a disposizione, sia in quanto a risorse da investire (tra l’altro aprendo una seria collaborazione con i Comuni limitrofi, con la Provincia e la Regione, che l’idiosincrasia del Sindaco Albertini sinora ha sempre impedito).
Ma vorrei su questo lasciare la parola al programma  dell’Unione per le elezioni comunali, solo affermando che la questione della casa ne dovrà costituire una delle priorità qualificanti (sia per le nuove costruzioni, sia per i necessari interventi di risanamento e di miglioria da apportare nei quartieri popolari).

Sandro Antoniazzi
Martedì, 14 Marzo, 2006 - 13:02

Immigrazione: cosa fare a Milano?

L’immigrazione è un problema mondiale, destinato a durare e dal carattere irreversibile.
L’economia mondiale è stata rivoluzionata dalla globalizzazone, in pratica è come se fosse successo un terremoto che ha coinvolto il mondo intero e per questo mettendo in moto un importante processo di migrazioni, da cui nessuna regione è esclusa.
Come per la globalizzazione, così per l’immigrazione (che è solo una delle facce della stessa medaglia) è un esercizio privo di senso dichiararsi contrari, perché si tratta di una realtà ormai presente, in continua espansione, che dobbiamo affrontare e con cui fare i conti.
Indubbiamente, i nodi più gravi della questione vanno affrontati a livello nazionale.
Qui l’inutile minacciosità della legge Bossi – Fini non ha frenato niente (come prometteva di fare), con l’unico risultato di fare aumentare nel contempo il numero di clandestini e di opprimere di lavoro burocratico gli organici delle questure.
L’idea di concedere il permesso di entrata a chi ha già disponibile un lavoro è un’ipotesi teorica, che nella pratica si è dimostrata impraticabile: occorre piuttosto allargare la possibilità di soggiorno necessario a cercare lavoro, fissando un termine a questa ricerca.
Già oggi la maggioranza dei clandestini non provengono dagli sbarchi a Lampedusa, in Puglia o da scavalcamenti delle frontiere, bensì da persone che arrivano in Italia con un titolo regolare (ad esempio per studio o per turismo) e poi rimangono e si cercano un’occupazione (il 70%).
D’altra parte, se per 170.000 posti regolari per immigrati programmati per l’anno corrente sono andati a ruba circa 2 milioni di moduli di richiesta, ciò significa che le domande di lavoro degli immigrati non proverranno da del tutto ipotetici lavoratori che se ne stanno al loro paese, ma dalla centinaia di migliaia di clandestini che vivono qui.
Anche riportare l’obbligo del rinnovo del permesso di soggiorno a scadenza biennale, com’era prima della legge Bossi, è una misura ragionevole, che consente di diminuire il numero degli illegali dovuto a difficoltà pratiche e a dimezzare il lavoro d’ufficio delle questure.
Così oggi, se il lavoratore cambia lavoro, è obbligato a ripresentare la documentazione per dimostrare che dispone di un alloggio adeguato.
La vita dell’immigrato è una continua presentazione di documenti. Si fa appena in tempo ad ottenere un permesso, che è già ora di rinnovarlo. Non si può andare in ferie, perché si rischia di perdere il diritto al permesso, si perdono intere giornate di lavoro solo per le pratiche burocratiche. Ci troviamo cioè di fronte a una vera e sistematica pratica vessatoria, tanto inutile, quanto umiliante.
Tra l’altro, un atteggiamento diverso in fatto di ingressi e regolarizzazioni svuoterebbe in amplissima misura i CPT, rendendoli situazioni eccezionali e limitate a casi di particolare gravità.
Anche sul versante della cittadinanza e dell’integrazione civile la Bossi – Fini ha compiuto altri passi indietro rispetto alla legge precedente, già di per sé timorosa.
E’ ormai matura l’esigenza di approvare una legge nazionale che preveda il voto alle amministrative agli immigrati (ad esempio per coloro che sono stabilmente in Italia da 5 anni); è inutile in proposito mascherarsi dietro l’alibi di una legge costituzionale, quando si pensi che con una normale legge  a maggioranza il governo ha cambiato l’intero sistema elettorale nazionale.
Non meno importante è mettere mano alle norme relative alla cittadinanza: ad esempio che i figli di stranieri nati in Italia non abbiano diritto alla cittadinanza sino ai 18 anni rischia di formare ragazzi che non hanno né identità italiana e neppure del Paese di origine, Paese che non hanno forse mai visto.
Vi sono proposte per riconoscere loro la cittadinanza dopo 6 anni, al momento dell’ingresso scolastico. Analogamente occorre favorire la carta di soggiorno dopo 5 anni e rendere meno difficoltoso l’ottenimento della cittadinanza.
Veniamo così al problema Milano, dove si concentra – come a Roma e in genere nelle metropoli – un alto numero di immigrati (ufficialmente 143.125 alla fine del 2004, ma questo dato comprende anche americani, inglesi, tedeschi, ecc.).
A livello locale naturalmente il problema maggiore è quello dell’integrazione, della convivenza, di realizzare un intervento che consenta la coesione sociale della città; occorre evitare che si creino ghetti, bisogna impedire il diffondersi di pregiudizi; serve che tradizioni ed usi differenti trovino modo di adattarsi alla nostra realtà.
Il Comune può fare moltissimo, più che per le competenze dirette, per una più generale funzione di responsabilità del bene comune e della convivenza cittadina.
In questa prospettiva, con l’insieme dei suoi servizi, delle sue aziende, delle sue attività il Comune potrebbe avviare interventi sociali, lavorativi, abitativi, culturali di grande importanza.
Innanzitutto finchè le leggi nazionali non sono in grado di risolvere i problemi il Comune dovrebbe mettere a disposizione i propri uffici e il proprio personale per istruire le pratiche relative ai permessi da consegnare alla questura.
Sul problema del lavoro, il Comune potrebbe impegnarsi assieme ad altre istituzioni pubbliche per contrastare il lavoro nero (ad esempio negli appalti), favorire la regolarizzazione del lavoro domestico, assumere immigrati nelle proprie strutture, avviando percorsi specifici di valorizzazione professionale.
Sul piano scolastico, si deve investire ampiamente in corsi di sostegno per apprendere la lingua italiana, in corsi che garantiscano anche spazio alla cultura e alla lingua d’origine, in attività di istruzione professionale, e così via.
Il Comune potrebbe inoltre impegnarsi per il riconoscimento dei titoli di studio dei paesi di origine, che è spesso un handicap per molti immigrati.
Per altri problemi, come quello prioritario della casa, non si tratta di assumere iniziative particolari (e tanto meno di favore): bensì di rispondere a un problema che interessa anche tanti cittadini italiani e all’interno della risposta generale tenere conto anche degli immigrati.
Sempre più importante infine diventa il problema dei giovani, la seconda generazione, molti dei quali, come succede a tanti ragazzi italiani, fanno fatica a proseguire gli studi dopo l’obbligo e non trovano facilmente lavoro.
Senza prefigurare ciò che è successo in Francia, a questa situazione va prestata la massima attenzione, progettando nuovi tipi di intervento.
Il Comune, infine, potrebbe fare una cosa in più a carattere innovativo: dare vita ad una Agenzia per la promozione dei diritti di cittadinanza e per la lotta contro le discriminazioni, dal valore altamente simbolico, per difendere chi spesso si trova in una situazione di debolezza e garantire il rispetto e la dignità.
Per concludere, la cose da fare sono certamente molte, ma innanzitutto si tratta di cambiare lo spirito con cui affrontare i problemi di queste persone, che vengono da altri paesi.
Occorre passare da un atteggiamento di sopportazione e più spesso di aperta inimiciaiza (come spesso ha espresso questa Giunta, anche strumentalmente), ad un atteggiamento di apertura, di disponibilità al dialogo, di volontà di incontro.
In altre parole, bisogna che Milano dimostri di volere essere non una piccola cittadella chiusa, ma una grande città europea e mondiale, che fa dell’incontro fra culture una ricchezza per la sua vita civile e per il suo futuro.
Sandro Antoniazzi
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