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Sei nella categoria Decentramento e città metropolitana - Torna indietro »
Lunedì, 20 Marzo, 2006 - 14:59

Circoscrizioni e municipalità: tre fasi per la costituzione della città Metropolitana.

Uno dei grandi e visibili cambiamenti che deriveranno dall’auspicata vittoria del centro sinistra al Comune di Milano sarà il rilancio in grande stile del decentramento della città.
La giunta Albertini le ha di fatto azzerate, privandole di poteri, personali e risorse; non ha avuto il coraggio di chiuderle, ma molti si chiedono a cosa servano in questa situazione di irrilevanza: del resto, non è dovuta al caso o alla trascuratezza, ma a una precisa e determinata avversione alla democrazia esplicitata nell’intenzione di trasformare le zone in “sportelli”.
Questa voluta debolezza delle zone significa meno partecipazione dei cittadini e perdita di coesione dei quartieri, di realizzabilità di risposte più dirette e immediate, di poter contare nell’affrontare i problemi locali.
Si riduce così la vita dei quartieri, la loro socialità, che è invece  la forza maggiore di un territorio nel rispondere ai problemi che emergono.
Si tende, al contrario, a considerare il cittadino come un singolo, che da individualmente deve rapportarsi all’Amministrazione sia per quanto riguarda le sue esigenze, sia per i rapporti politici (la forma di partecipazione prevista e preferita è infatti la “lettera al Sindaco”).
Il centro sinistra deve muoversi con forza nella direzione contraria, ridando voce ai cittadini, ricreando le condizioni perché i problemi possano essere affrontati là dove sorgono, ristabilendo luoghi di confronto democratico per l’assunzione delle decisioni, decentrando attività, servizi, uffici.
I consigli di Zona devono ritornare a essere il motore di un’espressione democratica e sociale dei territori e per questo disporre di poteri, mezzi e personale adeguato.
Quando si pensa, come si è rilevato, che le nostre zone sono grandi come le maggiori città della Lombardia, appare evidente l’esigenza di trovare loro una forma di governo adeguata.
Il rilancio dovrà dunque trovare una risposta immediata dopo le elezioni, per pervenire poi progressivamente ad una struttura istituzionale compiuta.
Si possono ipotizzare tre stadi che possono anche corrispondere a tre momenti successivi.
In una prima fase, si ricominciano a dare poteri e mezzi alle zone sulla base dello Statuto tuttora vigente, ma non applicato: ciò consentirebbe di fare immediatamente funzionare le zone con compiti concreti.
E poiché il trasferimento di competenze e di personale non è cosa semplice, questo avvio permetterebbe un percorso non demagogico ma reale di passaggio di poteri veri.
In un secondo momento, si potrebbero realizzare le municipalità, cioè trasformare le zone in una forma di piccoli comuni, ampliando così il loro statuto istituzionale.
E’ ciò che è avvenuto, per esempio a Roma, dove il Presidente di Zona viene eletto dai cittadini e dove un’ampia quota del bilancio comunale  (attorno al 30%) è demandato ai bilanci decentrati.
Il Comune, in altre parole devolve una parte dei suoi poteri ai municipi, che gestiscono un insieme importante di attività e servizi (demografici, scolastici ed educativi, servizi culturali e sportivi, manutenzione urbana, disciplina dell’edilizia privata, funzioni di polizia urbana, sviluppo dell’artigianato e del commercio).
E’ un modello naturalmente che abbiamo in mente nelle linee generali e che richiede una regolamentazione che dovrà essere preparata e discussa con cura, data la sua portata innovativa.
In futuro, si potrà pensare a un’ulteriore decisione, tutta da valutare, connessa con la realizzazione della città metropolitana.
La Città Metropolitana, prevista dalla riforma costituzionale realizzata dal governo di centro sinistra nel 2001 e non ancora attuata, è fra gli obiettivi che l’Unione si pone nel proprio programma comunale.
E’ previsto che questo nuovo ente intermedio superi l’attuale Provincia e acquisisca ulteriori poteri in parte dai comuni e in parte dalla Regione, in modo da potere pienamente esercitare il ruolo di programmazione territoriale, di governo dei problemi del traffico e dell’ambiente. In altre parole, di attendere a quelle decisioni di ambito territoriale più vasto rispetto all’attuale ambito cittadino.
In questa nuova situazione, ci si domanda se non valga la pena di integrare nella Città Metropolitana anche l’attuale Comune, elevando le zone a veri e propri comuni (proprio come Sesto San Giovanni, San Donato, Corsico)?
Una decisione di questa natura costituirebbe un cambiamento profondo che naturalmente richiede un’attenta valutazione. Ma in pratica, la Città Metropolitana significherebbe una Milano che diventa “più grande” (un po’ come l’aggregazione dei Corpi Santi degli anni ‘20 – ’30) e contemporaneamente riconosce un’ autonomia alle municipalità. Più che una rinuncia è un modo corrispondente di pensare in “grande”. Dunque, una struttura, Milano città Metropolitana, per i problemi di vasta area e nove municipalità per i problemi locali, di quartiere.
Queste riflessioni aprono scenari futuri, prospettive di lavoro, indicazioni di percorsi istituzionali e gestionali su cui discutere, elaborare, progettare.
L’importante ora è mettere subito in moto attività di decentramento che costituiscano l’avvio di un percorso che deve progressivamente svilupparsi per raggiungere mete sempre più ambiziose.
Le municipalità non sono per noi solo un po’ di più di democrazia e un po’ di decentramento amministrativo: sono invece una parte sostanziale della nostra città: uno strumento fondamentale perché Milano possa esprimersi, discutere, trovarsi, vivere.
Anche per questo dobbiamo vincere le elezioni: per potere finalmente vedere l’attuarsi della città che vogliamo, la città in cui tutti partecipano e che si interessa di tutti.
Sandro Antoniazzi

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