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.: Il Blog di Sandro Antoniazzi
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Giovedì, 27 Aprile, 2006 - 11:58

Idee per una politica del lavoro a Milano

Una nuova paura si sta insinuando anche nel nostro paese, nelle pieghe delle regioni più sviluppate e delle fasce sociali tradizionalmente garantite: quella della disoccupazione adulta.
Fino ad anni recenti, il problema atavico della mancanza di lavoro aveva in Italia caratteristiche giovanili, femminili e meridionali, e risentiva di un netto spartiacque tra “garantiti” e “non garantiti”. Il passo più difficile era il primo, e soprattutto l’ingresso nel lavoro regolare e tutelato. Una volta passata quella soglia, una ricaduta nella disoccupazione appariva molto improbabile.
Anche nel caso di crisi aziendali e processi di ristrutturazione, robusti ammortizzatori sociali, come la Cassa integrazione straordinaria prolungata per anni, i prepensionamenti e le norme sul collocamento formavano un’efficace rete di tutela per i soggetti accreditati di un sostanziale “diritto al lavoro”, o quanto meno al reddito: i maschi adulti, perno di un sistema di protezione che affidava poi ad essi il compito di provvedere alle esigenze dei familiari. Mogli e figli, in questa prospettiva erano oggetto di una tutela più ridotta e spesso insufficiente. Su di essi ricadevano i costi e le incertezze del sistema, che si traducevano in disoccupazione, lavoro precario, occupazione sommersa, oltre che in dipendenza dal reddito del capofamiglia.
Nonostante i timori sempre vivi di una disoccupazione intellettuale, il titolo di studio rappresentava poi, specialmente nelle regioni centro-settentrionali, un buon lasciapassare per l’ingresso nel sistema occupazionale. Dopo una fase spesso travagliata di precariato, garantiva stabilità occupazionale e livelli di reddito crescenti.
Chi usciva dalle garanzie dell’occupazione dipendente per mettersi in proprio, secondo un tipico percorso di promozione sociale dal basso molto diffuso nel modello di sviluppo italiano, aveva ragionevoli possibilità di successo. La perdita di garanzie era più che compensata dalla possibilità di realizzare maggiori introiti, da varie forme di protezione pubblica (per es., a vantaggio del piccolo commercio contro la grande distribuzione, della piccola proprietà contadina, ecc.), dalla tolleranza verso l’evasione fiscale.
A partire almeno dagli anni ’90, mentre permangono gli squilibri territoriali, la disoccupazione giovanile tende a diminuire, specialmente nelle regioni settentrionali e questo effetto positivo si estende alla fascia dei giovani adulti, mentre cominciano ad aumentare i disoccupati adulti e i disoccupati in senso stretto, ossia coloro che avevano un posto di lavoro e l’hanno perduto. Un  recente lavoro di Zucchetti (2005) parla in proposito di due modelli diversificati di disoccupazione: quello meridionale, in cui il problema continua a gravare in modo preponderante sulle componenti giovanili e a connotarsi come difficoltà di accesso al primo impiego, e quello settentrionale “dove invece le difficoltà non sono tanto dei giovani a trovare il primo impiego, quanto degli adulti (e presumibilmente anche degli adulti-giovani) che si trovano a fare i conti con la ricerca di un nuovo lavoro, all’interno di mercati locali del lavoro certamente ricchi di opportunità ma insieme più ‘sovraccarichi’ di flessibilità e mobilità occupazionale” (ibid.: 145). In altri termini: il tasso di disoccupazione è diminuito, ma il numero di persone coinvolte in esperienze di precarietà, incertezza occupazionale, perdita del lavoro, necessità di trovarne uno nuovo, è cresciuto, e il senso di insicurezza ed esposizione al rischio della perdita del lavoro si è insinuato all’interno della condizione adulta.
Un aspetto emblematico e inquietante della questione sociale contemporanea riguarda dunque la perdita o della discesa verso la marginalità rispetto al lavoro di una parte crescente della popolazione adulta, anche in un contesto di benessere diffuso come quello milanese e lombardo.
La disoccupazione di lunga durata rappresenta l’esito estremo di una condizione di vulnerabilità che si è allargata ben oltre il perimetro dei soggetti tradizionalmente deboli sul mercato del lavoro e ha cominciato ad aggredire i bastioni dell’occupazione garantita. Se i numeri degli adulti senza lavoro sono fortunatamente ancora contenuti, è però cresciuta la popolazione che vede erodersi la sicurezza del posto, sperimenta ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali, subisce trasferimenti e ricollocazioni, deve affrontare la sfida della ricerca di un nuovo lavoro. In un mercato occupazionale in realtà molto più mobile di quanto si tende ad affermare, sono diversi milioni ogni anno i soggetti che cambiano lavoro, in parte per scelta più o meno libera, in parte invece perché obbligati dalle circostanze. E anche nel caso della scelta, di cambiare azienda o di mettersi in proprio, non sempre gli esiti sono felici. L’abbandono di un posto nell’aspirazione di migliorare può diventare il primo passo di una carriera discendente.
Se dunque l’esperienza di rimanere senza lavoro per un  periodo prolungato è ancora (fortunatamente) il destino di pochi, la vulnerabilità e l’ansia che ne deriva sono un problema di molti.
Oltre all’estensione quantitativa, importa notare la differenziazione qualitativa della popolazione vulnerabile. Non si tratta soltanto dei tradizionali soggetti deboli (persone con ridotta capacità lavorativa, malati psichici, ex carcerati, soggetti coinvolti in derive emarginanti…), che pure hanno visto aggravarsi la loro condizione, di soggetti con bassi livelli di istruzione, di donne che non riescono a rientrare nel mercato dopo essersi ritirate per un certo periodo a causa dei carichi familiari, bensì anche di lavoratori appartenenti a fasce medie e alte della popolazione lavorativa:  impiegati, lavoratori autonomi, quadri e dirigenti. L’aspetto forse più impressionante della disoccupazione adulta nella Milano di oggi è che essa non riguarda soltanto i più deboli, ma anche soggetti che fino all’evento che li ha  catapultati fuori dal posto di lavoro, erano probabilmente catalogati tra i soggetti forti: maschi, laureati o diplomati, appartenenti alle fasce centrali di età, dipendenti di grandi e medie aziende.
Fenomeni già comparsi in altri mercati nazionali del lavoro, come la sostituzione dei lavoratori con una cospicua anzianità lavorativa e corrispondenti retribuzioni, con giovani neo-assunti e retribuzioni più modeste, sta prendendo piede anche in Italia. La ricollocazione dei quadri espulsi sta diventando un problema sociale, in un mercato dominato da imprese che tendono verso la semplificazione delle gerarchie e la contrazione delle dimensioni aziendali.
Sale qui alla ribalta un paradosso del nostro mercato del lavoro: lavoratori globalmente ben protetti da una serie di norme e convenzioni, se per qualche evento cadono fuori dalla rete delle garanzie di tutela del posto, non trovano una seconda rete di protezione “esterna”, capace di salvaguardare un sufficiente livello di reddito e di promuoverne il reinserimento. Il prolungamento della vita lavorativa, l’allontanamento dell’età del pensionamento e l’ingresso ritardato nel lavoro regolare hanno incrinato uno dei meccanismi più agevoli, benché costosi, di  soluzione delle difficoltà occupazionali, quello dei pensionamenti anticipati. Tra i casi più difficili di disoccupati adulti, rientrano quelli di persone di età ben superiore ai cinquant’anni, che fino a pochi anni fa sarebbero andate tranquillamente in quiescenza, e ora aspirano a trovare un lavoro qualsiasi, senza avere altre motivazioni che quella di raggiungere l’età pensionabile.
Di fatto, la funzione di compensazione delle incertezze del mercato (e della vita) è stata implicitamente affidata nel nostro paese alla famiglia, nella presunzione di una stabilità e di una capacità redistributiva che mostrano in vario modo segni di logoramento. Questo indebolimento della protezione familiare si rivela in tre situazioni emblematiche:
-         quella delle persone senza famiglia, che hanno magari sempre coabitato con i genitori, hanno condiviso con loro le risorse disponibili,  non hanno formato un proprio nucleo, e ora, di solito a seguito dell’avanzare dell’età e della perdita dei genitori,  si trovano allo scoperto; oppure vengono da storie di immigrazione interna o dall’estero, da nuclei disgregati o da storie di dissapori familiari, ragione per cui non dispongono del sostegno di persone legate a loro da vincoli di consanguineità; oppure ancora, nei casi più frequenti, sono coinvolte in  separazioni e divorzi in età non più giovane e in situazioni già compromesse dalla fragilità economica e lavorativa, che rischiano di gettarli letteralmente per strada;
-         quella delle donne con bambini, prive del sostegno del coniuge, o con compagni a loro volta colpiti dalla precarietà occupazionale, malati  o inabili al lavoro, o con genitori anziani da assistere: tutte situazioni in cui le relazioni familiari, anziché rappresentare un sostegno, finiscono per essere un vincolo per la possibilità di accedere al mercato del lavoro, di lavorare con continuità, di cogliere opportunità più interessanti, ma più esigenti in termini di orari e di disponibilità. Va ricordato in generale che le donne sole con bambini rappresentano un segmento crescente della popolazione in condizione di povertà nei paesi sviluppati;
-         quella delle persone che subiscono a livello psicologico e relazionale i contraccolpi della disoccupazione, per le quali gli equilibri familiari entrano in crisi a seguito della perdita di un’occupazione che strutturava i tempi e definiva i ruoli all’interno della famiglia: sono i casi in cui la famiglia, anziché compensare la perdita di reddito, di autostima e di partecipazione sociale derivante dalla disoccupazione, aiutando le persone a reinserirsi, ne viene travolta.
Abbiamo quindi bisogno di nuove e più incisive politiche di fronteggiamento della disoccupazione delle fasce adulte. Un mercato del lavoro più flessibile e instabile ha bisogno di più impegno istituzionale verso i soggetti che ne sopportano le conseguenze. Le famiglie non possono rappresentare l’unico ancoraggio alla società per le persone che perdono il lavoro: questo affidamento implicito ed esclusivo amplifica le disuguaglianze e sovraccarica le famiglie stesse, andando al di là delle loro risorse e capacità di azione. 
Possiamo suddividere le politiche di sostegno agli adulti in difficoltà occupazionale in quattro capitoli.
Il primo riguarda la prevenzione della caduta nella disoccupazione. Vi rientrano in modo particolare le attività di formazione continua che aggiornano le competenze professionali dei lavoratori e ne contrastano l’obsolescenza. Se ad una certa età le aziende denunciano l’impossibilità di ricollocare alcune fasce di lavoratori (a bassa istruzione, addetti a lavori scarsamente qualificati), è molto probabile che questi lavoratori non abbiano ricevuto nessuna formazione o quasi lungo l’arco della carriera lavorativa: assunti da giovani, come manodopera da adibire a determinati processi produttivi, non sono stati oggetto di nessun investimento formativo serio. Quando non servono più, vengono dichiarati obsoleti.  Occorre in questo senso una formazione che vada anche al di là degli specifici fabbisogni aziendali e persegua l’obiettivo del mantenimento delle persone in una condizione di potenziale riconversione e occupabilità. Questo vale a maggior ragione per le fasce istruite, che devono restare all’altezza delle sfide della società cognitiva. Il Comune di Milano, che ha una tradizione educativa rappresentata dalle Scuole Civiche, anche se lasciata deperire sotto la gestione Albertini, dovrebbe rilanciare il proprio ruolo nel settore, in collaborazione con i più accreditati enti nonprofit,  rafforzandone le valenze di promozione dell’occupabilità dei lavoratori di ogni età e condizione professionale.
Il secondo capitolo è quello delle cosiddette politiche passive, o meglio di sostegno del reddito dei disoccupati. Un mercato del lavoro più fluido e flessibile, in cui la conservazione di uno stesso posto per tutto l’arco della vita lavorativa risulta meno frequente di un tempo, in cui si moltiplicano gli statuti lavorativi atipici e in cui si affaccia l’eventualità di dover affrontare cambiamenti, riconversioni, periodi di disoccupazione, ha bisogno come necessario bilanciamento di misure che stabilizzino il reddito dei lavoratori sottoposti alle crescenti incertezze del mercato e ai contraccolpi della flessibilità. Senza rinnegare il valore della solidarietà familiare, si avverte l’esigenza di misure che diano maggiore serenità ai lavoratori in mobilità. Di fatto, al dramma della perdita del lavoro o della difficoltà a entrarvi si somma quello della rapida perdita dei mezzi di sussistenza. Aumenta così il carico di preoccupazione e lo stress per le famiglie, apportando tensioni  che possono rivelarsi dirompenti. La spirale della discesa sociale rischia allora di diventare inarrestabile. Il Comune di Milano deve farsi parte diligente del rilancio e dell’estensione di una incisiva politica del Reddito minimo di inserimento, basata sul collegamento tra erogazione di sussidi e seri progetti di attivazione e reinserimento dei destinatari.
Il terzo aspetto riguarda per l’appunto le misure di politica attiva per il reinserimento degli adulti che perdono il lavoro.  Le attuali politiche delle risorse umane tendono a sfavorire i lavoratori esperti, e si stanno consolidando pericolosi stereotipi, come quello dell’inoccupabilità delle persone con più di cinquant’anni. Mancano poi nel nostro paese, in generale, esperienze consolidate di servizi per l’impiego moderni e più in particolare strumenti e iniziative specificamente rivolti alla popolazione adulta. Come abbiamo notato, si tratta di una popolazione molto eterogenea, in cui si ritrovano persone con storie di emarginazione sociale alle spalle, lavoratori manuali poveri di capitale umano e sociale, come pure persone in possesso di consistenti bagagli di competenze professionali. Occorre dunque un ventaglio di iniziative differenziate e calibrate sulle situazioni specifiche.
In parecchi casi, servono interventi articolati, in grado di rispondere alla multiproblematicità della disoccupazione adulta. Serve il coinvolgimento di diversi attori e risorse, da quelli pubblici alle organizzazioni di categoria e ai datori di lavoro, dalla formazione professionale, al counseling, all’edilizia sociale. Servono interventi personalizzati e ritagliati su misura. Serve in molti casi la capacità dei soggetti della solidarietà organizzata di costruire relazioni, di accogliere e rimotivare,  di fornire opportunità di occupazione in contesti intermedi tra mercato e politiche sociali.
Spesso infatti la perdita del lavoro si somma con altri fattori di rischio, dalla depressione alla perdita dell’alloggio, che possono far precipitare i soggetti in una carriera discendente senza ritorno. Ricostruire un sistema di rapporti con il mercato del lavoro, fare opera di mediazione con i possibili datori, fornire accompagnamento e sostegno psicologico, offrire opportunità di aggiornamento e riqualificazione, sono alcuni dei possibili tasselli di un’azione di reinserimento necessariamente complessa.
A volte possono bastare invece piccoli interventi, come la custodia dei figli per le donne che intendono partecipare ad un corso di formazione o rientrare nel sistema occupazionale; così come può essere sufficiente un gesto di fiducia che riapra le porte del mondo del lavoro per avviare il recupero di persone a rischio di caduta nella marginalità.
Da ultimo, va ricordata l’esigenza sociale di reimpiegare in vario modo, non solo e non necessariamente nel lavoro, le energie e le capacità dei soggetti in età matura. Mentre la soglia del passaggio all’età adulta si innalza ormai fin oltre i trent’anni, e all’ingresso nel lavoro stabile l’attesa tende a prolungarsi, all’altro capo della carriera si abbassa l’età del deterioramento (presunto) dell’occupabilità e della spendibilità aziendale delle capacità produttive delle persone. Anche se fosse assicurata la conservazione di un livello di reddito sufficiente, il che in Italia oggi avviene soltanto per alcuni, resterebbe un problema sociale serio, quello di consentire alle persone di continuare ad essere utili, di investire il proprio tempo in maniera significativa, di trasmettere ad altri la loro esperienza. Qualche esperienza di reimpiego nel sociale di competenze manageriali e professionali comincia a sorgere anche nel nostro paese, ma siamo ben lontani da una presa in carico adeguata di questo spreco di risorse.
E’ dunque urgente l’ideazione di un nuovo modello di welfare., che ha come tassello imprescindibile la dimensione municipale. Se il Welfare State basato sulla contribuzione continuativa di soggetti occupati stabilmente e garantiti contro le incertezze del mercato vede erodersi le sue basi strutturali, oggi si manifesta l’esigenza non di meno welfare e meno protezione, ma di un welfare diverso e flessibile, più attento a difendere e a reinserire quanti pagano il prezzo di una competizione accresciuta e di una nuova mercificazione del lavoro delle persone.
La costituzione di un’Agenzia per la promozione del lavoro, a livello municipale, potrebbe rappresentare la manifestazione concreta di una seria volontà politica di impegno istituzionale su questo fronte.

Sandro Antoniazzi

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