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Il Blog di Alessandro Rizzo | www.partecipaMi.it
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Domenica, 21 Febbraio, 2010 - 16:30

YALLA SE MAGNA!!! cena di autofinanziamento della comunità palestinese

La comunità palestinese di Lombardia è lieta di invitarvi a:
YALLA SE MAGNA!!!
Cena a base di piatti palestinesi

 Sabato 27 Febbraio 2010 – Ore 20.00
Ristorante Papavero
Via PALESTrINA 4, Milano
QUOTA: 20 EURO
                          
ATTENZIONE: POSTI  LIMITATISSIMI  85! NECESSARIA  PRENOTAZIONE A: 3281696434 (SAHAR)
Domenica, 21 Febbraio, 2010 - 11:08

L'omofobia colpisce Italia 1

18/02/2010 - Redazione arcigay

 

MENTRE ERO A PRANZO MI STAVANO ANDANDO LE "CHIACCHIERE" DI TRAVERSO QUANDO HO VISTO CHE SI è COMPIUTO L'ENNESIMO ATTO DI OMOFOBIA MEDIATICA.

ALLE ORE 14:00 COME DI CONSUETO VIENE MANDATA IN ONDA UNA PUNTATA DEI GRIFFIN SU ITALIA UNO, ESATTAMENTE LA NUMERO 13 DELLA QUINTA STAGIONE INTITOLATA "BILL TI PRESENTO LOIS". IN QUESTO EPISODIO LOIS, LA MOGLIE DEL PROTAGONISTA FINISCE A LETTO CON BILL CLINTON GENERANDO UNA CRISI CONIUGALE. VERSO LA FINE DELLA PUNTATA QUANDO PETER GRIFFIN DECIDE DI PERDONARE SUA MOGLIE LOIS CHE LO AVEVA TRADITTO CON L EX PRESIDENTE DEGLI USA, SI DIRIGE DA BILL PERCHè CHIARISCANO LA VICENDA E IRRIMEDIABILMENTE ANCHE PETER FINISCE A LETTO CON L EX DELLA CASA BIANCA.

BENE, QUESTO è COME SI CONCLUDEREBBE L EPISODIO SE NON FOSSE STATO CENSURATO, POICHè SU ITALIA UNO è STATA TAGLIATA LA SCENA CHE HO DESCRITTO PRIMA IN CUI PETER E BILL FINISCONO A LETTO. MI HA DAVVERO STUPITO CHE ITALIA UNO MANDASSE IN ONDA I GRIFFIN CHE è NOTORIAMENTE UNA SERIE MOLTO SPINTA, SOSPESA ANCHE NEGLI USA VARIE VOLTE A CAUSA DI CRITICHE FORTI CHE AVEVA RICEVUTO, MA SE è QUESTO IL PREZZO CHE BISOGNA PAGARE E SOPRATTUTTO CHE NOI GAY DOBBIAMO PAGARE BEH ALLORA NON CI STIAMO, VI PREGO FATE QUALCOSA NN LASCIATE CHE QUEST ENNESIMO ATTO VERGOGNOSO DI DISPREZZO NEI NOSTRI CONFRONTI PASSI INOSSERVATO. AGGIORNATEMI VI PREGO SPERO CHE LA COSA VENGA FUORI. MI SEMBRA DI ESSER TORNATO A BROKEBACK MOUNTAIN SU RAI DUE DI QUALKE ANNO FA CON LA SCENA PRINCIPALE TAGLIATA... KE SKIFO!

Lettera firmata

***

Il giorno 16 febbraio 2010 stavo come di consueto godendomi il mio spazio tv gustandomi un pranzo fatto a base di una puntata de I Griffin, l'episodio in questione era 5×13 “Bill, ti Presento Lois” in inglese ”Bill And Peter’s Bogus Journey”.

Sfortunatamente per la rete, io avevo visto l'episodio in versione integrale e in lingua originale. L'episodio parla di una mini-crisi coniugale tra gli sposini causata da un tradimento della moglie Lois con il presidente Clinton. Alla risoluzione dell'accaduto l'unica cosa che rimane da fare a Peter (il marito) è chiarire l'accaduto col presidente, ma ... sorpresa !!! La scena che ritrae i due sdraiati a letto , e preciso, SENZA FARE NIENTE DI OSCENO, in cui Peter fa capire che il presidente l'ha convinto ad andare a letto con lui è VOLGARMENTE TAGLIATA, non solo togliendo qualsiasi significato alla scena, ma dimostrando che il nostro paese è un mondo che predica diritti uguali per tutti, sponsorizza pubblicità progresso come quella dei chirurghi la cui sessualità NON IMPORTA, ma che di fatto trova meno volgare un Beautiful dove madri sposano i figliastri e fratelli e sorelle copulano violando qualsiasi principio di scambio e miglioramento delle informazioni genetiche che far intendere E NON VEDERE che due uomini sono stati a letto assieme.

Beh io pretendo delle scuse, perché benché gli enti televisivi usino o meno le loro forbici virtuali per tagliarci via dalla loro vita, noi siamo qui con loro nel mondo reale, esistiamo con loro e soffriamo forse anche più di loro, ma del resto perché dover usare distintivi come noi e loro? Chi è diverso da chi? Cito infine una frase dal film il ladro di orchidee Il cambiamento non è una scelta, succede e ti ritrovi diverso.

Da Gay.TV - Rikuheart

Sabato, 20 Febbraio, 2010 - 20:24

Al di là del muro: Viaggio nei centri per migranti in Italia.

Per opportuna informazione.

Antonella Fachin
Consigliera di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
--------------------------------------------------------

Al di là del muro
Viaggio nei centri per migranti in Italia.
Gennaio 2010
Secondo Rapporto di Medici Senza Frontiere sulle condizioni dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e dei Centri di Accoglienza (CARA e CDA).
Il presente rapporto è frutto di un’indagine svolta da Medici Senza Frontiere-Missione Italia sulle condizioni socio-sanitarie, lo stato delle strutture, le modalità di gestione, gli standard dei servizi erogati e il rispetto dei diritti nei centri di detenzione degli immigrati senza permesso di soggiorno (CIE) e nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e migranti (CARA e CDA).
La decisione di Medici Senza Frontiere di condurre in Italia una seconda indagine sui centri per migranti, trae origine da tre presupposti.
In primo luogo, continuare a seguire “i percorsi” dei suoi pazienti in Italia, in particolare migranti senza permesso di soggiorno e richiedenti asilo, già assistiti sul molo di Lampedusa, nelle campagne del Sud durante le raccolte stagionali e negli ambulatori aperti in tutto il Paese.
Secondo, aprire una breccia di conoscenza in luoghi celati a contatti con l’esterno, gestiti da enti privati senza alcun sistema di controllo centralizzato e sistematico. Terzo, verificare se e quanto sia mutato rispetto alle denunce raccolte nel suo precedente rapporto del 2004: “CPTA: Anatomia di un fallimento”.
Sabato, 20 Febbraio, 2010 - 18:57

Internazionale d’arte LGBT 2010

 19/02/2010 - Redazione arcigay

In occasione del 25° Torino LGBT Film Festival, l’Associazione Koinè in collaborazione con la Fondazione Artèvision ed AV Art Gallerie, il contributo della Regione Piemonte e il patrocinio di Arcigay presenta la 4° edizione dell’Internazionale d’arte LGBT.

Nell’edizione 2009 hanno partecipato artisti qualiMoxy Hart e Martha Cecilia Meza, favorendo il contatto e la contaminazione fra stili e culture differenti; ma anche giovani talenti comeAlessandro Capurso e Walter Rossignolo, permettendo così di raggiungere sempre più il grande pubblico.

L’internazionale d’Arte nasce con l’intento di dar vita a un evento artistico che permetta la scoperta di nuovi punti di vista, promuovendo l’emergere di una coscienza civile e di sensibilizzazione al mondo LGBT quale parte integrante della società contemporanea presente in qualsiasi fascia sociale ed economica.

Si tratta del primo evento tematico dedicato unicamente alle arti visive LGBT.
L’alto valore artistico, le location e il contesto urbano torinese che ne sarà teatro, faranno dell’evento qualcosa di unico nel panorama internazionale.

La tematica dell’Internazionale d’Arte di quest’anno sarà: “Sono come sono”.
Siamo alla ricerca di artisti che vogliano mettersi in discussione, “disfare” il concetto di genere.
Perché i generi sono sempre e solo due?
Perché tutto il resto eccede dalla norma?
Gli uomini non sono tutte singolarità?
Nel momento in cui si è costretti a rappresentarsi attraverso un ruolo di genere si è obbligati a rinunciare a tutto quel che fa di ognuno di noi un’identità; la società si crea delle “aspettative” sul ruolo che tutti si augurano vederci recitare, pena il mancato riconoscimento sociale e in alcuni casi persino giuridico.

Crediamo sia arrivato il momento di andare oltre stereotipi e pregiudizi; lasciamo che l’arte ci racconti l’essenza di coloro che hanno avuto il coraggio “to be themself”.


Tutti gli artisti interessati possono inviare portfolio e curriculum vitae a:
arts.lgbt@associazionekoine.it
specificando nell’oggetto “Internazionale d’arte LGBT_artista”
entro il 28 febbraio 2010

Sabato, 20 Febbraio, 2010 - 18:47

facciamo le cose giuste: COSTRUIAMO CONVIVENZA, SULLA BASE DI DIRITTI E DOVERI UGUALI PER TUTTI

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliera di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
Facebook: Antonella Fachin
----------------------------------------------------

facciamo le cose giuste
MAI PIÙ VIOLENZA!
COSTRUIAMO CONVIVENZA, SULLA BASE DI DIRITTI E DOVERI UGUALI PER TUTTI
La tragica morte di Ahmed Mamoud El Fayed Adou ci addolora infinitamente e ci impone di rivolgere a tutti un appello affinché si ragioni e si reagisca facendo le cose giuste.
Esprimiamo, in primo luogo, la nostra solidarietà ai familiari e agli amici di Ahmed, vittima di una violenza omicida assurda e inaccettabile. Nessuna violenza è accettabile, ancora meno lo è quella che stronca  una giovane vita.
Chi si è macchiato di questo crimine deve essere giustamente punito secondo la legge, che dovrebbe essere uguale per tutti, ma soprattutto deve riflettere sulla gravità irreparabile del suo gesto.
Chi ha reagito a questa orribile morte scatenando ulteriori violenze, pensando di farsi giustizia da sé, deve fermarsi subito e rendersi conto che questa è una strada che porta solo a ulteriori sofferenze, per tutti.
Chi, come i politici che governano questa città e questo paese, stanno già strumentalizzando quanto avvenuto in via Padova per invocare la caccia agli immigrati deve solo vergognarsi e tacere.
Noi proponiamo una riflessione opposta a quella di chi sostiene che “gli immigrati sono troppi” e che ora minacciano di organizzare espulsioni “casa per casa”.
Le responsabilità per la morte di Ahmed e per le violenze che ne sono scaturite sono personali: la responsabilità di ogni gesto appartiene a chi lo compie.
D’altra parte, vi sono responsabilità politiche e morali per la situazione di tensione, di insicurezza, di rabbia e di frustrazione che si è accumulata in questi anni in via Padova: queste responsabilità sono dei governanti locali e nazionali che, pur conoscendo le grandi difficoltà di questo quartiere, non hanno fatto nulla di efficace per proteggere i cittadini, per favorire l’integrazione sociale e promuovere la convivenza civile.
Per questo ci rivolgiamo a tutte le persone di buona volontà che vivono in via Padova. Sappiamo che sono la maggioranza, tra gli arabi e tra i latinoamericani, tra gli immigrati e tra gli italiani.
Dobbiamo cercare di parlare e ragionare insieme. Tutti vorremmo vivere in tranquillità e serenità.
Sappiamo che le promesse dei governanti per garantire maggiore sicurezza erano solo bugie: l’utilizzo dell’esercito non è servito ai cittadini onesti e pacifici, ha soltanto fatto crescere la tensione, la paura, la divisione
Solo il rispetto, la solidarietà e l’aiuto reciproco tra tutti noi, tra tutte le comunità immigrate, tra immigrati e autoctoni, possono garantire più sicurezza a tutti. Solo in questo modo possiamo isolare chi conduce attività criminali, favorendo davvero una migliore qualità della vita nel quartiere e respingendo ogni strumentalizzazione razzista, ogni ulteriore tentativo di dividere ulteriormente e mettere gli uni contro gli altri  gli abitanti del quartiere.
Non è una strada facile, quella della convivenza tra persone di origine, lingua e cultura diverse, ma è l’unica che vale la pena percorrere.
È lo stesso cammino che abbiamo intrapreso cominciando a preparare la giornata del Primo Marzo.
Vorremmo che quella giornata di protesta pacifica e non violenta per l’affermazione di uguali diritti e responsabilità per tutti i cittadini che vivono in Italia, qualunque sia la loro origine, possa contribuire - almeno un po’ -  anche ad affrontare i problemi di convivenza che sono esplosi in maniera così drammatica nel quartiere di Via Padova.
Associazione Todo Cambia; Aria Civile; Convergenza delle Culture - Milano;  Arci Metromondo, Comitato Primo Marzo Milano; Rete Scuole Senza Permesso

Venerdì, 19 Febbraio, 2010 - 19:33

Qualunque cosa succeda di Umberto Ambrosoli

MERCOLEDI' 24 FEBBRAIO 2010

ARCI 50 Via Benaco 1, Milano

ne parliamo con l’autore

Jole Garuti
Saveria Antiochia Omicron

Luigi Lusenti  ARCI50

Venerdì, 19 Febbraio, 2010 - 16:50

"poteri speciali" in vista di Expo 2015: lettera aperta al sindaco

Di seguito il testo della lettera aperta inviata dal consigliere comunale Basilio Rizzo al Sindaco Moratti sulla speciale normativa in via di approvazione al Parlamento sui "poteri speciali" in vista di Expo 2015.

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliera di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
Facebook: Antonella Fachin
-----------------------------------------------------

Al Sindaco di Milano
Dott.ssa Letizia Moratti
Palazzo Marino
Ill.mo Signor Sindaco,
dalla stampa e direttamente dalla nostra ex-collega sen. Marilena Adamo ho appreso che il Parlamento si appresta ad approvare una speciale normativa –forse costruita su misura per altri- secondo la quale (in sostanza assimilando le attività in vista dell’Expo a quelle proprie della Protezione Civile) sono previste deroghe a numerosi adempimenti, controlli, passaggi istituzionali propri delle ordinarie procedure per i lavori pubblici.
Non posso esimermi a priori dal notare che le calamità naturali sono ovviamente imprevedibili nei tempi del loro determinarsi mentre l’Expo ha tempi precisi di programmazione…
In ogni caso per un verso le recenti vicende relative a lavori affidati alla Protezione Civile che al di là delle eventuali deplorevoli responsabilità penali di singoli hanno trovato nelle procedure speciali una sorta di "facilitazione" oggettiva del rischio di distorsione e per l’altro le Sue recenti dichiarazioni in Consiglio (a seguito del caso
Pennisi) in cui ha ribadito il Suo impegno per la trasparenza, il rispetto di procedure ed organi di controllo, mi inducono a chiederLe un atto di coerenza con un impegno totale sul piano della cosiddetta questione morale, che risulti anche fortemente simbolico: dichiari solennemente Sig.ra Sindaco che non intende avvalersi di poteri speciali, che crede nelle istituzioni elettive e in tutti gli organi di controllo e garanzia previsti dal normale ordinamento.
Non ne trarrebbe prestigio solo la Sua persona, ma se ne gioverebbe anche l’immagine della nostra città invertendo una tendenza che l’ha costretta, in questi giorni, a vedere adombrato il suo ruolo di capitale morale d’Italia cui molto tutti insieme teniamo.
Con rispetto e speranza.
Basilio Rizzo
Milano, 19 febbraio 2010

Venerdì, 19 Febbraio, 2010 - 13:41

Malawi: rilasciare immediatamente una coppia di gay!

Steven Monjeza e Tiwonge Chimbalanga sono stati arrestati il 28 dicembre 2009 dopo che un giornale locale aveva diffuso la notizia della loro partecipazione a una cerimonia tradizionale di fidanzamento a Chirimba, comune di Blantyre.
 
Monjeza e Chimbalanga sono stati accusati di "reato contro natura" e "pratiche indecenti fra uomini" in base a quanto previsto dal codice penale, sezioni153 e 156.
 
I due, rispettivamente 26 e 20 anni, sono stati più volte picchiati dalla polizia e sono attualmente detenuti nel carcere di Chichiri.
 
L'arresto, a causa del reale o presunto orientamento sessuale, viola il diritto alla libertà di coscienza, di espressione e alla riservatezza. Le leggi che criminalizzano l'omosessualità o l'identità di genere violano questi diritti, tutelati dai trattati ratificati dal Malawi, compreso il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli.

 

Amnesty International esprime preoccupazione per i tentativi effettuati dalle autorità di appurare l'avvenuto rapporto sessuale con esplorazioni anali che, se eseguite senza il consenso della persona, violano il divieto assoluto di tortura e trattamenti inumano e degradante o punizione.

Amnesty International considera coloro che sono arrestati o trattenuti a causa del loro reale o presunto orientamento sessuale prigionieri di coscienza, e chiede il loro rilascio immediato e incondizionato.

 

 FIRMA ANCHE TU

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/227

Venerdì, 19 Febbraio, 2010 - 09:19

la Protezione Civile e la politica

La modifica al decreto alla Commissione Ambiente della Camera e l’inchiesta della magistratura seguono il loro corso normativo e giudiziario, ma ancora una volta sono le questioni ambientali a misurare e a definire la qualità della politica e della cultura ad essa sottesa. Sono di pochi giorni fa le immagini nei telegiornale degli Ischitani che facevano muro contro le forse dell’ordine a difesa degli edifici abusivi, edificati spesso in zone a rischio idrogeologico.

Per questo le immagini che dai Nebrodi ci hanno mostrato la montagna, con la sua terra, i suoi ulivi e le sue case muoversi verso valle come una gigantesca colata lavica ci chiedono anche un altro sguardo per una riflessione efficace sulla Protezione civile in Italia e sulla cultura politica nell’amministrazione della cosa pubblica e del territorio cui si riferisce.

Il Servizio nazionale per la Protezione civile nasce con la legge 24 febbraio 1992, n. 225, “al fine di tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi o altri eventi calamitosi”.

La Protezione civile coinvolge l’articolazione dello Stato dal centro alla periferia e la società civile attraverso le organizzazioni di volontariato. Questa struttura permette il coordinamento centrale e, ad un tempo, una grande elasticità e tempestività operativa. La Protezione civile vede il coinvolgimento operativo di circa 800.000 volontari organizzati in quasi 4.000 gruppi, coordinati alle amministrazioni locali e ai corpi dello Stato, dal Corpo Forestale a quello dei Vigili del Fuoco, dalle Forze armate a quelle di polizia, dal Corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico al Corpo forestale, alle società legate alle infrastrutture come Enel e Telecom, così come la Croce Rossa e gli Istituti di Ricerca scientifici. Una elevata concentrazione di professionalità, anche tra i volontari, unita ad una notevole intensità motivazionale legata alla missione e alla natura, anche drammatica, degli interventi. In questi giorni la Protezione civile è stata paragonata ad un esercito, ad una forza di pace, ma se uniamo allo sguardo descrittivo sulla sua struttura le funzioni che nel tempo le sono state affidate essa si presenta in modo plastico come lo Stato stesso. Indubbiamente la consapevolezza che in questi giorni sta prendendo corpo, mista ad indignazione, stupore e sconforto, pone ad una tale struttura questioni di legalità legittimità e di controllo. Non si tratta soltanto di separare l’organizzazione e la gestione dei grandi eventi previsti e annunciati anni prima, siano i mondiali di nuoto a Roma, i raduni religiosi o il prossimo Expo 2015 a Milano, dal servizio nazionale che si occupa delle catastrofi o delle emergenze “imprevedibili”, perché annunciate ma non considerate. Anche qui ci viene chiesto un ulteriore sforzo di riflessione: sommare ed equiparare le catastrofi e le calamità ai grandi eventi e ai grandi raduni, rendere sinonimi l’urgenza e l’emergenza non richiede solo deroghe che costituiscono l’ambiente naturale per distorsioni e degenerazioni illecite. Ciò che impressiona è constatare che, delega dopo delega, un Paese  invece di semplificare una ridondante e anche contraddittoria articolazione di norme e competenze sceglie di prescindere da esse.

La politica pubblica abdica così al suo ruolo ed al suo compito di governo dei processi e si affida in outsourcing ad un Servizio nazionale connaturato alle calamità e alle emergenze, che una buona pianificazione e gestione di infrastrutture e territorio dovrebbe evitare, scongiurare e ridurre.

 Proprio la buona azione della Protezione Civile e dei suoi tecnici ha evidenziato questa alterazione. Il dissesto idrogeologico nel messinese dopo l'alluvione del 2007 è oggetto di una inchiesta della Procura. I tecnici della Protezione Civile nella loro relazione del 2008 ai pubblici ministeri rilevarono che: "La causa scatenante le forti alluvioni è stata certamente l'elevata intensità di eventi meteorici, ma non può non essere presa in considerazione la leggerezza di alcune scelte territoriali, che si sono rilevate determinanti negli effetti provocati dal dissesto idrogeologico. Scelte che hanno fatto sì che il degrado dei corsi idrici del messinese diventasse un fenomeno ormai generalizzato e diffuso capace di provocare un vero e proprio disastro". Sono state riscontrate responsabilità? Di più: Calogero Ferlisi, comandante del nucleo per la tutela del territorio dei vigli urbani di Messina lungo tre anni  ha denunciato 1200 edifici abusivi, 200  dei quali erano nel borgo della catastrofe alluvionale dello scorso 2009 a Giampilieri.  Di fronte ad un’emergenza descritta e agli eventi catastrofici previsti come si è mossa articolazione istituzionale che da’ corpo e definisce la politica pubblica nel territorio, Sindaci, Presidenti di Provincia, Prefetti, Governatore? Non pervenuto. La giunta regionale siciliana, a seguito del dissesto idrogeologico catastrofico che interessa il comune di San Fratello, ha dichiarato lo stato di calamità  per gran parte del territorio della provincia di Messina e parte della provincia di Palermo. La giunta ha inoltre deliberato la richiesta dello stato di emergenza al Consiglio dei ministri.

Certamente ora interverrà in aiuto degli sfollati la Protezione Civile, lo farà con la consueta abnegazione e i suoi operatori devono essere confortati dalla stima di sempre. Troppo semplice, e un po’ razzista, ridurre questo succedersi di fatti e di mancanze ad una vicenda Pirandelliana da circoscrivere e da commentare davanti al televisore, ogni italiano non deve andare molto indietro nella memoria della sua regione per trovare esempi simili, purtroppo.

Non a caso  Bertolaso chiese a Berlusconi 25 miliardi di euro per mettere in sicurezza tutte
le zone a rischio idrogeologico presenti sul territorio nazionale. L’ignavia di chi ha competenze e funzioni per la pianificazione e la gestione del territorio può indignare, ciò che deve preoccupare è la mancanza di una cultura politica capace di vedere il proprio territorio, la propria regione, il proprio Paese, come un ecosistema complesso del quale sentire la responsabilità. Per questo la semplificazione normativa, pur necessaria, non può significare l’assenza di regole e procedure che vedano, ad esempio, la valutazione di impatto ambientale come elemento interno alla progettazione di un intervento e non come sua successiva mitigazione. Agire nel rispetto del principio di precauzione non significa immobilismo ma tener conto di tutte le indicazioni presenti. I sistemi informativi territoriali e la partecipazione informata nell’era digitale sono utili proprio per “fare bene” nel rispetto dell’interesse generale e della sostenibilità ambientale. Non sempre il “fare presto e comunque” è altrettanto efficace.

Giovedì, 18 Febbraio, 2010 - 17:28

Due interviste a Paolo Patanè Due interviste al neo presidente ARCIGAY, Paolo Patanè

 18/02/2010 - Redazione arcigay

Intervista di Mario Cirrito - Da Queerblog.it

Arcigay, da oggi, apre una nuova pagina della sua storia, concluso il Congresso Nazionale di Perugia. Paolo Patanè traghetterà l’associazione fino al prossimo congresso insieme al nuovo segretario e alle nuove dirigenze che rappresenteranno Arcigay nel territorio. Probabilmente, a molti che non conoscono l’impegno militante, o chiosano su Arcigay per pura spura personale, Arcigay rappresenta il potere litigioso, la rappresentazione del nulla. Con i suoi peccati e le sue reali battaglie, l’organizzazione nata da una costola di Arci, è, nonostante tutti i limiti, una realtà che incide sul tessuto sociale e sulle battaglie passate e future.Senza di essa, senza i militanti di area Arcigay e delle altre associazioni, oggi potremmo biasimare meno il lavoro altrui, impegnati come saremmo, a scansare i tanti pericoli e le tante acrimonie che la realtà ci butterebbe addosso. Se le organizzazioni LGBT saranno forti col nostro appoggio, le vittorie saranno sicure. Altrimenti il lamento diventa un esercizio inutile e anche fastidioso.

Paolo, gli auguri miei personali e quelli di Queerblog, per questa tuo nuovo, importante, incarico. Da oggi, quale dovrà essere il primo impegno di Arcigay? 
Grazie a te e a Queerblog per gli auguri che servono sempre. Il primo impegno sicuramente è un impegno morale verso questa associazione che ha vissuto un congresso molto complesso, ed è inutile nasconderselo. E che adesso ha bisogno di capire che la fase del confronto tra due mozioni diverse è un fatto inedito per la nostra storia. Questo ha creato un grande disorientamento in una associazione impreparata a questo tipo di confronti congressuali. Il primo impegno è dimostrare a noi stessi che confrontarsi tra due mozioni non significa spaccare l’associazione. Significa sottoporla ad un processo a un processo di crescita democratica. Dopodiché, chi amministra l’associazione di dialogo deve farlo per tutta l’associazione, non per una parte.

Un impegno e un intento importante visto come, a volte, questo Congresso non è riuscito a trovare convergenze comuni. Ma poi?
Quello detto prima è il primo impegno, importante. Sul piano politico, ovviamente, i nodi sono tantissimi; ci sono delle urgenze: attendiamo questa sentenza della Corte Costituzionale del 23 marzo (sulle istanze presentate da alcune coppie di fatto ndr.) e rispetto a questo bisogna immediatamente trovare un tavolo di incontro con le altre associazioni; immaginare delle iniziative e preparare anche la reazione del movimento a quella che sarà la sentenza della Corte. Qualunque essa sia; molto serenamente, consapevoli del fatto che, quando anche sarebbe negativa, non sarà la pietra tombale di nulla.

Con il gruppo della mozione minoritaria riuscirete a ricomporre un dialogo che serve a voi, a loro, a coloro che si sono allontanati come militanza dai movimenti e dalle battaglie per i diritti civili?
Con la cosiddetta “mozione minoritaria”, certamente, il dialogo è imprescindibile. Lo dicevo prima: noi dobbiamo ricostruire l’immagine di questa associazione come una entità unica in cui c’è una diversità di posizioni. Avere posizioni diverse non significa necessariamente che l’associazione sia necessariamente spaccata. Si deve superare quest’idea. È evidente che c’è un percorso da fare di dialogo, sicuramente interno, ma anche esterno. Questi conflitti sono stati, purtroppo, conflitti che hanno attraversato la dirigenza dell’associazione. Adesso noi dobbiamo, in qualche modo, rasserenare tutti, ricoinvolgere le socie e i soci e trasmettere l’idea che in Arcigay si sta per una grande passione.

Con le altre forme di associazionismo, con le altre sigle LGBT, riuscirete a trovare punti di incontro per scopi e battaglie comuni?
Questo come ben sai, visto che hai seguito in tutte le sue forme questo congresso, è uno dei nostri scopi principali. Per due buone ragioni, perché, noi abbiamo avuto occasione di dirlo in diverse occasioni, il fatto di non essere soli, di non essere la sola associazione l’interno del movimento è assolutamente un vantaggio non un problema. Io credo che Arcigay debba relazionarsi con le altre associazioni partendo da un principio: non dobbiamo fare tutti la stessa cosa; quello che conta è il comune obiettivo; poi ognuno ha la sua storia, i suoi percorsi, i suoi approcci, i suoi metodi, ed è persino una fortuna che sia così! Che tutti facciano la stessa cosa non è opportuno e non è utile, non è vantaggioso. È molto più interessante che i vada verso un’unica finalità, con modalità differenti.

Manderete avanti il progetto di confederazione?
Sicuramente sì. Sono anche dell’idea che lo si debba allargare e che il movimento debba cominciare a condividere dei temi specifici su cui imparare a coordinarsi, perché è questo che facilita la determinazione di un metodo, di una condivisione, di un criterio e che permette poi, concretamente, di proporsi come entità più unitaria possibile. Professare però l’unità in maniera astratta senza cimentarsi con delle situazioni e circostanze concrete, significa fare un discorso che rimane fine a se stesso. Incontrarsi un po’ più spesso, non basta una sola volta all’anno, perché quello produce poi una pletora di discorsi improduttivi. Bisogna cominciare a individuare dei gruppi di lavoro comuni. Vedremo quale sarà la disponibilità degli altri. Arcigay si vuole proporre come promotrice di questa unità.

Si può studiare una struttura dove le varie realtà dell’associazione portino avanti linguaggi e rivendicazioni comuni; che sia coesa nel momento in cui si va a dialogare con i legislatori? 
Io penso proprio di sì. Guarda, noi siamo insufficienti, singolarmente, al di là delle dimensioni dell’articolazione territoriale che Arcigay può avere; su certi temi, se non si trova una strategia coordinata, che sia sull’omofobia, che sia su tutta la piattaforma rivendicativa che attiene il matrimonio civile, la diversificazione degli istituti famigliari, sull’omogenitorialità; che sia anche sulla questione dell’imminente sentenza della Corte Costituzionale. Insomma, se non si trovano dei tavoli coordinati, noi continueremo ad andare avanti con una serie di buone o discrete iniziative scollegate, che ciascuno assume legittimamente, ma che alla fine non sono utili. La società, i nostri interlocutori politici, non ha la percezione dio una strategia coordinata.

In questo senso, quale strategia si potrà mettere in campo per dialogare con quella politica, di destra e di sinistra, che potrebbe dovrebbe darci risultati concreti in termini legislativi? 
È inutile prendersi in giro. Questa è una fase difficile; c’è un male della politica italiana nel quale anche noi siamo scivolati: quello della trappola delle fasi elettorali. Il sistema dei partiti si rivolge ai cittadini normalmente quando, nelle fasi elettorali, ha bisogno di ricevere un voto. Quella è la fase meno indicata per dialogare con la politica. Con la politica si dialoga a 360 gradi in tutti gli altri momenti. L’azione politica non può essere fatta solo nelle fasi elettorali, sarebbe veramente troppo poco. Cominciamo a preoccuparci di costruire la nostra agenda politica, non andiamo a pensare all’agenda politica dei partiti. Sicuramente capiremo che l’agenda politica di una associazione comporta l’individuazione di azioni che sono diverse da quelle che possono portare avanti i partiti. I partiti è logico che medino; una associazione sui diritti, non può mediare, perché i diritti devono essere presentati con una patente di insindacabilità, di non negoziabilità. Cominciamo a crearci una nostra identità politica come associazione, a consolidarla. Questo determina la nostra agenda politica.

Ci vuole, mi sembra di capire, un nuovo incontro con la politica e con la società.
Perfetto. Arcigay ha bisogno di mostrarsi un po’ più palpabile nella società. Non lo si è solo con le manifestazioni; si diventa papabili quando la società ti vede e con delle campagne che ti riportino a comunicare con la società civile che, per esempio, riaffermino la nostra identità di famiglie. Ti vede quando tu cominci a creare dei luoghi che con la loro stessa esistenza, segnalano l’insufficienza della politica: centri antiviolenza, comunità, cooperative sociali. I luoghi fisici sono luoghi che testimoniano la presenza di una associazione nella società; la capacità di quella associazione di offrire dei servizi e l’insufficienza dello Stato rispetto a certi temi. È una base forte su cui dialogare. Poi, essere contro la dipendenza dai partiti non significa non avere relazioni con i partiti. I Partiti sono degli interlocutori come tutti ma noi non dobbiamo inseguirli, ci vengano a cercare loro. Dopodiché, non si media per carriere personali, non si media per soluzioni e interessi privati. L’Associazione lavora solo ed esclusivamente per i diritti delle persone LGBT, che siano di Arcigay o no.

Ci vuole, anche in questo, un rafforzamento dell’associazione nel territorio?
Certo. Necessitiamo di un rafforzamento e di una articolazione territoriale, che pure si è raddoppiata negli ultimi cinque anni. Però necessitiamo di riempire di senso politico e strategico questa articolazione territoriale. Noi, poi, abbiamo una articolazione di circoli affiliati, importante, che sono delle tribune eccezionali, sicuramente da rivalutare, perché in quei luoghi si intercetta una parte della popolazione LGBT vastissima che non è interessata ai temi politici. Dobbiamo invertire questo trend! La nostra presenza deve risolvere i problemi, affrontare quelli che esistono, dia accoglienza e assistenza; sia una dimostrazione concreta della capacità sociale di questa nostra organizzazione: di dare delle risposte, di farsi carico di temi che però, attenzione, l’associazione non può porsi come solutrice totale, ma che segnalino l’insufficienza, la disattenzione, l’indifferenza delle istituzioni rispetto a certe cose. Penso all’assistenza alle persone sieropositive, un problema che ha una
centralità assoluta.

Ai ragazzi che scappano o vengono buttati fuori di casa a causa della loro omosessualità; al bullismo dentro e fuori la scuola…
Questi sono temi che dobbiamo approfondire con tutti. C’è anche il problema delle transessuali con cui dobbiamo discutere e affrontare i loro problemi. A come fare in questo momento in cui nel paese c’è un’ondata di transfobia agghiacciante, terribile.

Tanti impegni, insomma, dentro e fuori Arcigay.
Questa associazione ha fatto i venticinque anni come associazione nazionale, anche questo è un aspetto su cui riflettere. Noi, effettivamente paghiamo, in modo reale, l’assenza di una comunità che c’è ma non si è consolidata. Abbiamo bisogno di fare un investimento su questo, e anche culturale. Una comunità si consolida quando si percepisce; che ha un passato. Troppa parte del mondo LGBT non ha la più pallida idea del suo passato; forse anche noi siamo stati carenti in questo. Trent’anni fa, due ragazzi, in Sicilia morirono, assassinati o suicidi, non si è mai saputo (il caso Giarre ndr.). Da questa violenza subìta è nato praticamente tutto. Allora, la rivoluzionarietà, non solo del rapporto omosessuale, della relazione affettiva omosessuale. Questa è una cosa su cui dobbiamo tornare a lavorare per restituire a questa comunità degli eroi in cui riconoscersi. Una comunità si costruisce anche così.

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Intervista di Laura Adduci - Da Gayin.tv

L'Arcigay ha un nuovo presidente: è Paolo Patanè. L’elezione è avvenuta al termine del XIII congresso nazionale che si è tenuto a Perugia nei giorni scorsi. Il congresso ha nominato anche i nuovi organi dirigenti. Patanè ha sostituito Aurelio Mancuso come presidente nazionale, mentre il bresciano Luca Trentini prende il posto di Riccardo Gottardi come segretario nazionale. Il congresso ha inoltre eletto il nuovo consiglio nazionale, composto da 73 persone, esponenti di tutti i 46 comitati territoriali e ha riconfermato l'udinese Alberto Baliello come presidente del Collegio Garanti. Il neo presidente dell’Arcigay, Paolo Patanè, si è dimostrato molto disponibile a rispondere alle nostre domande.

È stato eletto in qualità di nuovo presidente dell'Arcigay, quali sono i suoi propositi?
La prima urgenza è interna, ovvero ricomporre immediatamente un clima di serenità in Arcigay dopo una fase dialettica dai toni inusuali. Dopo il Congresso è urgente restituire la parola al Consiglio e cominciare a lavorare. L'agenda è fittissima: dal Pride di Napoli alla condivisione con Certi Diritti , Lenford e le altre associazioni di una strategia in attesa della sentenza della Corte Costituzionale del 23 marzo. Poi c'è la questione del censimento ISTAT che apre orizzonti di iniziativa politica nuovi e su cui anche Gay.it ha lanciato un appello che ha avuto riscontri importanti. Parlo di scadenze ravvicinate su cui il Congresso ha dato mandato ad agire sin da subito con l'approvazione di specifici Ordine del giorno. Poi evidentemente vi sono tutti gli altri obiettivi definiti dal Congresso e che richiedono l'insediamento del Consiglio e della Segreteria nazionale per tradursi in iniziative concrete.

Tra gli obiettivi, anche quello di sollecitare l'introduzione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, attraverso quali iniziative intendete farlo?
Intanto è bene sottolineare che il Congresso ha confermato che il matrimonio civile e la diversificazione degli istituti familiari sono obiettivi irrinuNciabili. Io credo che si debba rilanciare l'idea che siamo famiglie,e puntare a riportare questo dato nel dibattito che attraversa la società civile. Come farlo? Campagne mirate e condivise ad esempio,e comunque capaci di riconquistare simpatia e consenso tra la gente. Poi la strategia giudiziaria va approfondita,continuando a proporla, e facendone forse il binario privilegiato in una fase dagli sbocchi parlamentari chiusi. Attendiamo la sentenza del 23 marzo con la certezza che qualunque cosa affermi,anche in negativo,non sarà la parola definitiva sull’argomento.

Secondo lei, l'UE può favorire ed accelerare il processo di crescita culturale, politica e sociale nel nostro Paese?
In generale l'internazionalizzazione delle nostre battaglie è uno degli obiettivi nuovi che Arcigay si è data ,e riceverà una delega specifica all'interno della prossima Segreteria nazionale: dunque ci crediamo. E crediamo soprattutto in una strategia diversificata che coinvolga certo l'UE e le sue Istituzioni, ma anche i mass media europei, le associazioni, i movimenti. L'Italia è inserita in un contesto di civiltà giuridica, sociale e politica di cui non può sempre fare finta di non accorgersi. Stiamo studiando gli spazi che si aprono attraverso l'introduzione del Trattato di Lisbona nel nostro Ordinamento.

In questo ambito quanto pesano le dichiarazioni da parte dei rappresentanti della Chiesa? Il ritardo dell'Italia rispetto agli altri Paesi Europei è, secondo lei, da attribuire ad una cultura cattolica bigotta?
Sicuramente, anche se va spiegato. Io sono restio a ricondurre la questione all'interno di una contrapposizione tra credenti e non credenti che rischia di coinvolgere impropriamente persone  e situazioni. In realtà l'arretramento complessivo del dibattito culturale e l'uso pubblico della religione a supporto di politiche identitarie è studiato a tavolino e risponde a logiche di mero potere. Intendo dire che è solo un pretesto che poco ha a che vedere con questioni strettamente culturali o spirituali: è uno strumento di conservazione di un sistema. La paura dell'altro è parte di questo stesso sistema, evidentemente, e fonda e sostanzia politiche securitarie che ritengo molto pericolose. È chiaro in tutto questo che la gerarchia vaticana ha fatto, fa e farà scelte orientate alla conservazione del suo potere inasprendo l'uso pubblico della religione per influenzare la politica, la società civile e la cultura. È uno dei grandi problemi di questo Paese,esattamente come lo è il ruolo politico della chiesa ortodossa nella Russia post sovietica.

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