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.: Il Blog di Donatella Elvira Camatta
Sabato, 26 Agosto, 2006 - 09:42

La lezione di Natascha

 

 
Nell'ultimo mese sono assurti alla ribalta molti fatti di cronaca nera di cui sono rimaste vittime donne, ragazze o (in qualche caso) addirittura bambine. Donne, ragazze o bambine massacrate dai loro padri, mariti, fidanzati, fratelli, semplici conoscenti. Perché? Perché non erano buone musulmane, perché volevano vivere all'occidentale (e secondo lo stereotipo di certe mentalità ciò equivale a comportarsi né più né meno come prostitute), perché semplicemente esistevano.
 
Non si trova, infatti, un perché che non sia ascrivibile nella categoria giudiziaria del "futile motivo". Spesso, queste donne erano delle cosiddette "extracomunitarie", e com'era prevedibile s'è levata la salva di cori indignati contro la barbarie islamica, contro l'invasione dei clandestini che vogliono imporci il loro Medioevo, subito cavalcata, davanti alla consueta folla dei Talebani di casa nostra (i ciellini del Meeting di Rimini) dal cav. Silvio Berlusconi, già ribattezzato dal fondatore di Cl "l'uomo della Provvidenza", che ha tuonato per l'Italia "italiana e cattolica". Si sa che l'ecumenismo, per i ciellini, è una vera e propria iattura.
 
Violenza anti-femminile endemica, verrebbe pertanto da dire. Poi però aviene un altro episodio strano e crudele. Dopo otto interminabili anni di prigionia riesce a fuggire, ancora del tutto lucida e consapevole, certa Natascha Kampusch, bianca, austriaca e cattolica, rapita bambina da un altro bianco, austriaco e cattolico, Wolfgang Priklopil, vicino di casa, tranquillo, educato ecc. L'aveva prelevata quando la ragazza aveva appena dieci anni e l'aveva tenuta fino all'altro ieri in un sotterraneo, dove le portava da mangiare, le insegnava a leggere, le diceva di chiamarlo "padrone". "Volevo lei", ha confessato Priklopil il quale, una volta scoperto, ha avuto almeno la saggia idea di gettarsi sotto un treno.
 
In questo caso i soliti cori indignati sono pronti a gridare al maniaco, al pazzo, al pedofilo. In una parola, al "diverso". "Diversi" i musulmani che sgozzano le figlie, o che le costringono ad abortire (ma Chamila, il sagrestano che ha trucidato in chiesa - in chiesa! - la povera Elena Lonati, è cristiano, e "cristiano" è pure il giudice che ha scarcerato dopo un solo giorno lo stupratore di una ragazza chietina), "diverso" Priklopil, che però fino a pochi giorni fa tutti consideravano un vicino, se non modello, almeno tranquillo. Così la nostra coscienza è salva, il nostro oscuro senso di colpa tacitato, i nostri "valori" intatti.
 
In queste ricostruzioni, lo sappiamo benissimo tutti in verità, c'è qualcosa che stride. E quello stridere, ciò che resta della nostra anima, faremmo meglio ad ascoltarlo questa volta. Non che siano inesistenti i problemi d'integrazione di alcune frange di cittadini stranieri e di religione differente, non che non esistano i maniaci e i pedofili: nella civilissima Olanda essi hanno addirittura fondato un partito e pretenderebbero il diritto a esprimere la loro "inclinazione" sessuale! Ma, solo da questi elementi, ci rendiamo conto che i "diversi" sono un po' troppi. Non si tratta di un'esigua minoranza, come vogliamo credere. Possiamo ancora crogiolarci nella nostra illusione omicida (e suicida)?
 
E' proprio la vicenda di Natascha la più illuminante. Essa riesce a evadere da uno che si faceva chiamare "padrone". "Padrone": come gli schiavi neri dovevano chiamare i signori bianchi, come i mariti, fratelli, figli delle ragazze musulmane si comportano come queste ultime.
 
Padroni di un corpo, di un'esistenza. Si è sentito padrone del corpo dell'amica il ragazzo algerino che l'ha violentata, ma se ne è sentito padrone anche il giudice che l'ha assolto. Si sono sentiti padroni i giudici italiani che scagionano l'ennesimo stupratore perché la ragazza portava i jeans, si sono sentiti tali gli stessi giudici della Cassazione che hanno concesso la condizionale al patrigno pedofilo di una ragazzina, con la motivazione che quest'ultima, essendo stata avviata alla prostituzione e quindi "non vergine" al momento della violenza, aveva senza dubbio subìto un trauma minore. Il mito della verginità come massimo onore della donna è un'invenzione tipicamente maschile, l'ossessione di poter disporre della sua sessualità, di dettarle legge.
 
Si sono sentiti padroni di corpi i dirigenti Rai e le loro comparse che si offrono come sensali di... incontri fra starlet in cerca di gloria e potenti mandarini della comunicazione di quarant'anni più anziani. Si sentono padroni i pubblicitari che ogni giorno, dal momento che il femminismo "non va più di moda", sono tornati al mestiere preferito e comodo: esporre una certa quantità di carne femminile anche per reclamizzare un apriscatole. Si sentono padroni i proprietari di tv (soprattutto coloro che invocano l'"Italia cattolica e italiana") quando ammanniscono trasmissioni in cui le "femmine" vengono degradate a puro oggetto decorativo. Sono padroni certi alti prelati che, ringalluzziti dall'esito "positivo" del referendum sulla fecondazione assistita, colgono ora l'occasione per sferrare un attacco decisivo al movimento di liberazione femminile, l'unico in grado di insidiare il loro potere imperiale, casto e misogino.
 
Sono padroni i padroni della politica, che da anni sbarrano la strada alle donne in Parlamento, che solo nel 1996, nell'occidentale e civile Italia, hanno deciso (bontà loro) che la violenza sessuale è un reato contro la persona e non contro la morale e il buoncostume, com'era stato fino allora. Siamo padroni (e vittime) tutti noi, infine, che accettiamo questo stato di cose come normale e che anzi, non appena qualcuna parla di diritti delle donne viene irrisa, compatita, considerata una virago oppure una povera frustrata (per non dir peggio) che non ha trovato un cane che la volesse. Del nubilato di Rosy Bindi parlano tutti, con accenti che definire maligni è un complimento, del celibato (e dell'aspetto fisico) di Formigoni, nessuno.
 
Natascha che è sfuggita al suo "padrone" è sfuggita a tutto questo: a un sistema, e non a un semplice mostro, che ha le sue fondamenta nello sfruttamento e nell'umiliazione delle donne, della loro sensibilità e della loro intelligenza. A un sistema che, declinandosi come "neutro", si fonda in realtà su una visione esclusiva (ed escludente) soltanto maschile, dove per affermare che le donne sono esseri umani completi si deve giungere a tragedie come quelle sopra accennate.
 
Si spera che questa fuga di Natascha, certo reale, ma anche altamente simbolica, rappresenti il passo decisivo verso una liberazione delle catene, materiali e morali, in cui a tutt'oggi le donne versano. E non si spaventino se le sbeffeggeranno ancora, se le diranno che sono insoddisfatte, brutte, incarognite, lesbiche (non dimentichiamo l'eccelso Saia di An, che ha rivolto tale titolo - per lui offensivo - alla già nominata Bindi, con l'intento di umiliarla) e quant'altro. Quando il potere reagisce con violenza, significa che si sente aggredito. Del resto, al dolore le donne sono state abituate proprio dai loro "padroni": ma non è che a loro piaccia, come tanta letteratura diffusa dai "padroni" ama decantare. E proprio per questo fuggono. Natascha ha voluto "una stanza tutta per sé", non la gabbia preparata per lei dal suo "padrone", e dichiarando di volersi sposare in futuro ha dimostrato che quell'intelligenza e sensibilità che per millenni il potere padronale e maschile le aveva negato in quanto donna, è rimasta intatta, pura, vergine. E questa è l'unica verginità onorevole per ogni Natascha sulla Terra, e questa la più bella lezione per tutti quanti si considerino "padroni".
 
Daniela Tuscano