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.: Il Blog di Donatella Elvira Camatta
Giovedì, 13 Luglio, 2006 - 18:30

Ritratto di una capitale assediata

 

BAGHDAD — La ragazzina fragile con la folta massa di capelli neri e le braccia minute giace quasi immobile, tremando leggermente e respirando piano dietro la tenda nel Pronto soccorso. Il sangue macchia il suo pigiama arancione e il telo di plastica blu sotto di lei; una flebo nutre il suo corpo ferito.

Non ha più di 10 anni, è stata vittima di una granata di mortaio che ha colpito il quartiere di Dura, a Baghdad, una vittima di una guerra in cui pallottole e bombe e razzi arrivano dal nulla e dappertutto, e in cui ricostruire chi ha sparato a chi è inutile.

Visitare il complesso dell'ospedale Yarmuk nel centro di Baghdad da molto tempo fa parte della routine nel coprire gli eventi violenti in Iraq. Ma domenica, dopo che sono scoppiati combattimenti fra gang rivali sunnite e sciite nel quartiere di Jihad, non c'erano testimoni feriti da intervistare, né particolari da raccogliere sui combattimenti.

Invece, l'ospedale era un ritratto tetro, insanguinato e disorientante di una città assediata: uomini morti, sistematicamente colpiti alla testa, giacevano nei congelatori; bambini muti, feriti, provenienti da tutta la città portavano nella carne metallo bruciato; parenti straziati dal dolore urlavano al cielo in cerca di risposte.

A metà pomeriggio, tutte le dozzine di vittime della violenza di Jihad erano già chiuse nella camera mortuaria refrigerata, o si aggrappavano alla vita in un altro ospedale meglio attrezzato per trattare ferite da arma da fuoco sparate alla testa a bruciapelo.

Oppure giacevano ancora morti nelle strade del quartiere di Jihad e del vicino Furat, nella zona ovest di Baghdad, isolati dalle forze Usa e da quelle irachene.

Qui non c'erano indizi su chi avesse iniziato la sparatoria, quale gruppo di uomini armati fosse venuto da quale quartiere, quali armi fossero state utilizzate, che numero di soldati e poliziotti fosse arrivato o quanto rapidamente gli elicotteri Usa avessero iniziato a volteggiare al di sopra dei violenti scontri confessionali a Jihad.

C'era solo una sfilata spaventata, insanguinata di vittime di altri attentati, sparatorie, e razzi, e i loro cari, molti svegli solo a metà, terrorizzati, che urlavano in agonia o si lamentavano in silenzio.

Un ragazzo di circa 12 anni, con una enorme fasciatura avvolta attorno alla parte centrale dell'addome, si trascinava in un corridoio assieme a sua madre. Era stato ferito da una bomba in un campo, uno degli innumerevoli residui militari sparsi in tutto il paese.

Un altro paziente con una fasciatura attorno all'addome, Abdul Rahman, 17 anni, era stato ferito da colpi di arma da fuoco nel quartiere di Dura. Era in attesa in una lunga coda per la benzina, avanzando poco a poco con l'auto di famiglia in una fila che si allungava per chilometri.

"Da quando ero giovane ho vissuto in mezzo alla guerra, e questo me l'aspettavo da molto tempo", dice Alanali Jenabi, una dottoressa del Pronto soccorso di 25 anni che risponde alle domande dei pazienti e riempie i moduli, con i guanti da chirurgo ancora insanguinati. "Ma non mi aspettavo numeri come questi, e negli ultimi due giorni tutti i miei pazienti erano bambini".

Altri nel Pronto soccorso e nei reparti sono stati feriti durante scontri ad Amariya o a Dura, ad A'adhamiya o a Karkh, e in altre parti della città.

Madri, padri, e zie, preoccupati e in lutto, con le mani che coprono la bocca, gli occhi pieni di lacrime, entrano in fretta nei reparti e vagano senza una direzione precisa.

In una stanza, Abdul-Hussein Jassem, 49 anni, vittima di una autobomba guidata da un attentatore suicida contro una moschea sciita la notte precedente, si contorce dal dolore con ferite al torace cilindrico, appena cosciente, mentre i suoi due fratelli camminano rabbiosamente per la stanza.

"Non c'è esercito iracheno", dice Ahmed Jassem, il fratello più anziano. "Non c'è polizia. Non c'è nulla che impedisca ai terroristi di uccidere direttamente i fedeli".

"Se vai sul tetto di casa tua, vieni colpito dalle pallottole", dice Abdul-Wahed Jassem, l'altro fratello, con una barba folta e folti capelli bianchi sulla testa - gli occhi che bruciano di collera. "Se esci dalla porta ci sono colpi di mortaio. Se vai al mercato ci sono autobombe. Se vai per le strade vieni assassinato. Cosa abbiamo fatto per meritare questo? Perché sta succedendo a noi?"

In un cortile, alcuni parenti estraggono da un fuoristrada il corpo pallido, esanime di un uomo sulla trentina, un'altra vittima delle sparatorie di Jihad, dicono funzionari dell'ospedale. Un parente urla "Dio è grande, Dio è grande!" mentre il corpo viene portato nel reparto di medicina legale dell'ospedale.

Il direttore della sicurezza è più o meno l'unica voce di certezza nell'ospedale.

Elenca il bilancio raccapricciante della giornata: otto corpi dal quartiere di Furat, sette da quello di Dura, 21 da quello di Jihad, tutti con ferite da pallottole e segni di tortura.

"Sono stati uccisi oggi", dice il direttore della sicurezza, un uomo tarchiato con una camicia rossa e una pistola nella fondina contro le costole. "Lo sappiamo perché il sangue è ancora caldo. Lo sappiamo dal corpo".

Parla a condizione che il suo nome non venga pubblicato per timore di venire ucciso a sua volta.

Squilla il telefono. Stanno arrivando altri quindici corpi dai combattimenti nel quartiere di Jihad. Il direttore della sicurezza convoca il capo della camera mortuaria, un uomo alto, corrucciato, con sopracciglia spesse e una fronte prominente, che gli dice che le tre celle frigorifere sono piene.

Fuori dalle enormi celle frigorifere, la puzza della carne in decomposizione opprime i visitatori, dando loro il voltastomaco.

All'interno giacciono corpi bianchi come il gesso, alcuni impilati in ordine sulle rastrelliere, altri collocati casualmente su barelle metalliche, le teste insanguinate da ferite da pallottole, la pelle che viene via con segni di torture, i polsi e le caviglie arrossati da legacci successivamente rimossi.

"E' una guerra confessionale e adesso è dichiarata", dice il direttore della sicurezza. "Vediamo cinque sunniti uccisi, cinque sciiti uccisi. Due cristiani uccisi, due sabei [o mandei – minoranza religiosa che segue una religione gnostica molto antica NdT] uccisi. Sta succedendo. Il governo non sta facendo niente. Il piano per la sicurezza non sta funzionando".

Un soldato concitato si avvicina a un gruppo di giornalisti e chiede di vedere i loro tesserini di identificazione. I giornalisti presentano le loro credenziali, assicurandogli che si limiteranno a chiacchierare con i pazienti ed eviteranno di fare fotografie o di causare qualsiasi problema.

"Non c'è alcun problema che potreste causare", dice il soldato, scuotendo la testa costernato mentre si calma e si presenta come Akram Karim Hassan. "Nelle strade avvengono uccisioni di massa. Che cosa potreste farci di più?"

Una guardia del corpo dice ai giornalisti che è ora di lasciare l'ospedale da un ingresso di servizio e di tornare al loro ufficio. Si sta facendo tardi, dice, e all'ospedale Yarmuk ci sono rimasti già troppo.

 

 

(Traduzione di Ornella Sangiovanni)