.: Login

Hai dimenticato la password?

.: Newsletter


.: Chi è online

Ci sono attualmente 0 utenti e 36 ospiti collegati

.: Eventi

« Dicembre 2019
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31          

.: Ultimi 5 commenti


Nessun commento...

.: Il Blog di Alessandro Rizzo
Domenica, 20 Settembre, 2009 - 17:11

chiusura delle scuole civiche serali: la profezia si avvera!

Chiusura dei Corsi del Civico Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato IPIA (paritario serale), di via Rubattino.

Con determina del 3 agosto 2009, tutte le classi, dal primo al quinto anno, dell'IPIA sono state chiuse. Si tratta di una storica istituzione del Comune di Milano in zona 3: la sede originaria è sempre stata in via Deledda (piazzale Loreto), fin dalle sue origini negli anni ’60; il trasferimento in via Rubattino, avvenuto 4 anni fa, doveva essere solo temporaneo, in attesa del completo adeguamento dell’edificio comunale in Via Deledda.
La scuola serale per studenti-lavoratori di via Rubattino rappresenta l’unica realtà in zona che offra l’opportunità di un miglioramento della condizione sociale e lavorativa; spesso è il luogo del reinserimento in un percorso di studi di sicuro sbocco professionale; per altri versi, negli ultimi anni, rappresenta anche un luogo privilegiato di incontro, conoscenza e confronto fra studenti italiani e stranieri, i quali ultimi trovano così il miglior viatico di inserimento nel tessuto culturale e lavorativo cittadino.
L'istituto forma impiantisti elettrici e tecnici elettronici
, e ha sempre un elevato numero di iscritti, da 18 a 25 studenti per classe. Gli studenti-lavoratori iscritti all'IPIA hanno ricevuto a fine agosto una lettera dal Comune con la quale sono stati invitati a iscriversi all'IPSIA Marelli oppure all'ITIS Giorgi.
Ora, il Marelli è un istituto professionale statale che si trova però in via Livigno, zona Nord Ovest - Maciachini, davvero fuori zona per un’utenza che gravita - per la residenza o per il lavoro - sulla zona est di Milano: per molti di loro la sede proposta sarebbe difficilmente raggiungibile considerando l’orario di inizio delle lezioni serali, intorno alle 17.30, quando il traffico è più intenso e per essi ciò significherebbe impossibilità di frequenza.
Il Giorgi, che presenta problematiche logistiche simili (è ubicato in viale Liguria), non è neanche un istituto professionale, è un istituto tecnico e come tale rilascia un diploma alla fine del quinquennio con l’esame di Stato, ha una struttura didattica completamente diversa e per accedervi gli studenti devono superare un esame di idoneità/integrativo al quale nessuno li ha preparati. L'indicazione del Giorgi non tiene peraltro conto del fatto che chi ha scelto il professionale lo ha fatto innanzitutto perché al termine dei primi tre anni si ottiene, con esame interno, un diploma di qualifica di impiantista elettrico/elettronico che permette di svolgere subito un lavoro specializzato nel settore, con mansioni e competenze secondo le norme di legge.

Si fa un gran parlare di “presidio del territorio”. Polizia di Stato, Carabinieri, Polizia Locale possono fare molto ma non certo creare e gestire luoghi di aggregazione, di istruzione e formazione al lavoro. Nelle civiche scuole serali si formano cittadini, e famiglie: grazie agli studi svolti, i diplomati riescono a trovare più facilmente il lavoro corrispondente alla loro preparazione, così integrandosi pienamente nel tessuto sociale.
Il Comune di Milano possiede un patrimonio importante di personale esperto e di competenze, sedi diffuse sul territorio, anche periferico della città, e attrezzature di laboratorio di alto valore formativo: le scuole civiche serali sono in grado di avvicinare la scuola alle esigenze del mercato del lavoro.
Incredibilmente, ora il Comune sta operando per lo smantellamento e/o drastico ridimensionamento di un efficace strumento di presidio del territorio e di crescita non solo professionale ma anche civica dei suoi cittadini! Il Comune risparmierebbe di sicuro con la chiusura della scuola IPIA e di tutti gli altri corsi o classi (licei, istruzione tecnica, idoneità), ma il costo lo pagherà tutta la città in termini di una potenziale popolazione studentesca senza possibilità di istruzione e formazione perchè la gran maggioranza dei frequentanti i civici corsi non potrebbe sostenere i costi proibitivi delle scuole private.

In sostanza, il Comune di Milano sta smantellando il suo patrimonio di cultura e formazione professionale e sempre più reale sta diventando l'ipotesi, direi la profezia (agghiacciante) che Piero Calamandrei fece sulla scuola pubblica.
Calamandrei fu giornalista, giurista, politico e docente universitario durante il fascismo, uno dei pochi a non avere né chiedere mai la tessera del partito.
Nel febbraio del 1950 al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, Calamandrei fece un discorso sulla scuola, parole che sono purtroppo attualissime. Pubblico il suo discorso per chi non l'avesse mai letto e per i ragazzi, le giovani generazioni di Milano e dell'Italia: leggetelo ne vale la pena per aprire gli occhi e il cervello... ne va del vostro futuro!

Non consentiamo all'assessore Moioli di smantellare e impoverire le civiche scuole serali di Milano, da sempre esempio di eccellenza e fiore all'occhiello della nostra città!

Cordiali saluti a tutti/e
Antonella Fachin
Consigliera di Zona 3
CapogruppoUniti con Dario Fo per Milano
---------------------------------------------
“Quando la scuola pubblica è cosa forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia.
Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo. La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: - che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. - che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro.
La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.
Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito.
Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime.
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
- rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
- attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
- dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. »
la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […]. Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […].
E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico. Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private.
Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […]. Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? » un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […].
Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito“. Piero Calamandrei, 1950

Domenica, 20 Settembre, 2009 - 16:15

HUMOR: AFGHANISTAN: Mission impossible

mission2.png
Ciao a tutti flessibili,
questo testo è postumo alla pubblicazione della vignetta. Lo scrivo perché vorrei parlarvi della retorica di questo paese. Ho ricevuto (e naturalmente accettato, perché siamo liberi di pensarla come ci pare) una critica su questa vignetta. Mi è stato detto che è di cattivo gusto perché quei ragazzi son morti. E ci mancherebbe che non lo so! Oltretutto mio cognato andrà a Kabul tra poco tempo. Due considerazioni: non mi pare che la gente si strappi le veste quando muoiono i ragazzi nei cantieri o nelle fabbriche. Eppure di vignette pesanti e amare sulle morti bianche ne ho scritte. Seconda considerazione: trovo molto più di cattivo gusto che il governo (da quello Prodi a all’attuale), non chiariscano le regole d’ingaggio o non decidano di riportare a casa i ragazzi che stanno lì a spaccarsi il culo per una guerra di Bush. - Arnald
Sabato, 19 Settembre, 2009 - 14:50

CRISI: INOPPORTUNE PAROLE DEL PREFETTO LOMBARDI CONTRO PROTESTE

CRISI: PAROLE CONTRO LE PROTESTE DEL PREFETTO LOMBARDI SONO INOPPORTUNE E SBAGLIATE

 
Le parole rivolte oggi dal Prefetto Lombardi ai lavoratori delle aziende in crisi, cioè che “la protesta deve sostare” altrimenti non si tratta, sono inopportune e sbagliate. Così come è inopportuno e sbagliato che il tema delle crisi occupazionali sia stato affrontato dalla riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico di Milano.
Le proteste, anche quelle clamorose e rumorose, non possono essere considerate in nessun caso un problema di ordine pubblico. Tanto meno, sono un ostacolo alla ricerca di soluzioni. Anzi, le proteste di queste settimane e giorni esprimono non solo la determinazione di volersi battere per il proprio posto di lavoro, ma anche la stanchezza per il troppo tempo passato senza che si vedessero trattative o impegni istituzionali seri e convincenti.
Gli operai della Metalli Preziosi di Paderno non sono saliti sul tetto per un capriccio, ma dopo nove mesi di paziente presidio, passati peraltro senza nemmeno gli ammortizzatori sociali. Anche i lavoratori dell’Esab di Mesero erano arrivati sul tetto dopo tanto tempo e considerato che nemmeno quanto concordato ai tavoli di trattativa era stato rispettato. E cosa dire di quei lavoratori in mobilitazione, come quelli dell’ex-Eutelia, in ballo da lunghissimo tempo tra tavoli e promesse, ma senza stipendio da più di tre mesi? Oppure di quelli dei centri di ricerca di Cinisello e Cassina della Nokia Siemens Network, il cui lavoro rischia di saltare perché la multinazionale vuole delocalizzare, in spregio a precisi accordi firmati e al fatto che in Italia nonostante la crisi i telefonini si vendono benissimo?
La lista potrebbe proseguire a lungo, ma in fondo basterebbe richiamare alla memoria la vicenda dell’Innse, che il Prefetto Lombardi conosce benissimo. La sera del 15 settembre in Prefettura è stato firmato il positivo accordo sui macchinari, che finalmente estromette dalla vicenda lo speculatore Genta. E se alla fine si supererà anche lo scoglio dell’accordo con la proprietà del terreno, e dunque il nuovo proprietario Camozzi potrà ricominciare la produzione, il merito sarà esclusivamente della tenacia e della determinazione degli operai.
E allora chiediamo al Prefetto e a tutte le istituzioni di non imboccare la strada della criminalizzazione della protesta, di non vederla come un problema, bensì come uno stimolo e un’opportunità per fare finalmente quello che finora non si è voluto fare.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
Sabato, 19 Settembre, 2009 - 14:41

Liberi e eguali in dignità e diritti: MANIFESTAZIONE

UGUALI
Manifestazione nazionale 10 ottobre 2009

Liberi e eguali in dignità e diritti
(articolo 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)

Noi promotori della manifestazione del 10 ottobre 2009 vogliamo rispondere alla violenza con il nostro contributo sociale e culturale.

Rivendichiamo uguali diritti e doveri, pari dignità, riconoscimento giuridico di tutti gli amori, di tutte le famiglie.

Invitiamo le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender, ed eterosessuali a far sentire la loro voce impegnandosi a costruire un’Italia differente, che agisca per un cambiamento vero, profondo che riguarda la cultura e la convivenza.

Il 10 Ottobre 2009 saremo a Roma, come movimento lgbt, coscienti di convocare una manifestazione in un clima che in generale è violento, che colpisce noi, migranti, donne e altri soggetti sociali ritenuti deboli.

In questo quadro, rivendichiamo come fondamentale necessità democratica e civile interventi legislativi contro l’omofobia e la transfobia, che estendano la legge Mancino anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Sarà solo un primo passo non certo esaustivo né sufficiente.

La negazione e l’opposizione al riconoscimento di diritti per le persone e le coppie lgbt è già di per sé omofobia e transfobia.

La Costituzione italiana e la Dichiarazione Universale dei diritti umani indicano con chiarezza il principio di uguaglianza che deve impegnare le istituzioni tutte ad agire con interventi informativi e culturali, a partire dalla scuola, dove il fenomeno del bullismo è in preoccupante espansione.

Vogliamo che il 10 ottobre sia una manifestazione in cui ogni persona lesbica, transgender, bisessuale, omosessuale, intersessuale abbia accanto le proprie famiglie, i colleghi di lavoro, i compagni di studio, i vicini di casa, perché crediamo che il dialogo e la condivisione siano gli elementi decisivi per far avanzare i nostri diritti e con essi la società italiana.

Uguali - Comitato Promotore Manifestazione Nazionale Roma 10 ottobre 2009


Chiediamo a chi parteciperà di rispettare le modalità che abbiamo deciso, che prevedono una manifestazione aperta da una enorme bandiera Rainbow, in cui sfileranno associazioni, movimenti, sindacati ciascuno con le proprie bandiere. Invitiamo i partiti a leggere con attenzione la piattaforma rivendicativa collegata a questo documento e ad aderire e partecipare solamente se la condividono in toto.
Chiediamo di rispettare la nostra decisione di escludere striscioni e bandiere dei partiti, nel pieno riconoscimento della nostra autonomia e del senso stesso della manifestazione.

Portavoce Fabianna Tozzi Daneri
portavoce.uguali@gmail.com

Adesioni e informazioni
http://uguali.wordpress.com
uguali@gmail.com

Sabato, 19 Settembre, 2009 - 08:27

Centro anziani L'Astronave in balia delle bande giovanili

Grave la situazione che si è venuta a creare negli ultimi mesi al centro anziani L’Astronave e a Comunità Nuova in piazza all’Italiana alla Barona.
Bande di ragazzi la fanno da padroni, scorazzano con i motorini, compiono atti di vandalismo, rompono vetri, ma quello che è più grave dileggiano e hanno preso di mira i frequentatori del centro anziani L’Astronave anche con gavettoni e lancio di sassi.
La denuncia parte dalla presidente del centro Lucia Falghera e dai responsabili di Comunità Nuova. Ai vandalismi si accompagnano i furti: pochi giorni fa hanno rotto un vetro di una finestra e si sono impadroniti di 2 computer.
Alcuni di loro entrano nella struttura del centro anziani chiedendo alcoolici – che non sono venduti – e minacciando il barista. Il luogo di ritrovo di questi individui, che si fanno forti delle debolezze altrui, è la terrazza del centro. L’hanno letteralmente devastata con scritte, rotture varie ed è luogo di ritrovo di tossici e sbandati. La terrazza dovrebbe servire alle feste da ballo all’aperto.
E pensare che la struttura è limitrofa al presidio della Polizia Municipale.
Da più parti si invoca una soluzione che metta fine a questa situazione di illegalità. Sono gli stessi giovani che poi stazionano fino a notte fonda nel quartiere S. Ambrogio 1°. Numerose le denuncie alle FF.OO., ma finora senza esito. E la zona rimane in balia queste bande.
Il Consiglio di Zona 6 è stato investito della questione con una lettera inviata al presidente della commissione Servizi Sociali, Paolo Uniti
Angelo Valdameri, consigliere di zona 6 Lista Fo
In all/to l’articolo del 18.9 di Cronaca Qui a firma Marianna Vazzana

Mercoledì, 16 Settembre, 2009 - 19:06

HUMOR: la crisi e l'odore dei soldi

Mercoledì, 16 Settembre, 2009 - 19:05

HUMOR: IL FLOP DI BERLUSCONI

Mer 16 Set 2009
reti_unificate.png
Mercoledì, 16 Settembre, 2009 - 14:26

SIAMO TUTTI FARABUTTI: inviate foto a Repubblica

L'iniziativa di Repubblica.it in collaborazione con il Festival del giornalismo di Perugia
Il 19 settembre la manifestazione in piazza del Popolo a Roma

"Siamo tutti farabutti"
Inviateci le vostre foto

"Siamo tutti farabutti perché vogliamo una stampa (e una tv) libera!!!!". Dieci domande, più una undicesima a sorpresa. E tutti con Repubblica sotto il braccio. Gli organizzatori del Festival del giornalismo di Perugia porteranno sabato alle ore 16 in piazza del Popolo a Roma uno striscione con le dieci domande del nostro giornale.

Una presa di posizione importante da "dentro" la categoria: il Festival di Perugia ospita ogni anno le migliori firme del mondo, è molto presente sui social network e sperimenta ogni giorno i nuovi linguaggi della comunicazione.

E noi invitiamo i lettori a inviare una loro foto con la scritta "Siamo tutti farabutti" oppure uno scatto mentre mostrano una copia di Repubblica. Le foto devono essere spedite a questo
indirizzo e-mail accedendo al link 
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-28/festival-giornalismo/festival-giornalismo.html

in formato jpg: risoluzione 800 x 600 pixel. Vanno indicati anche nome, cognome e città. Le immagini verranno pubblicate sul nostro sito.

Per mandare adesioni e commenti potete anche utilizzare la pagina Facebook del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia.

(16 settembre 2009)

Mercoledì, 16 Settembre, 2009 - 12:17

MANIFESTARE PER LA LIBERTA' DI INFORMAZIONE: 19 SETTEMBRE 2009

 Con piacere riporto questo messaggio con indicazioni di contatto ...

 

MILANO FUORI DAI GIOCHI? manifestazione del 19.9.09

 

http://manifestazionemilano.blogspot.com/

 

Sono la portavoce di un gruppo che si è creato spontaneamente, in rete, in questi dieci giorni. Abbiamo letto della manifestestazione di Roma e non potendo noi andare, per motivi economici e/o di tempo, abbiamo deciso di incontrarci a Milano, considerando che da Roma si parlava della possibilità di manifestare in piu’ piazze sparse d' Italia.
Più piazze d’Italia però davano un messaggio più dispersivo e meno incisivo, così abbiamo proposto Milano, nello specifico piazza del Duomo, perché è la piazza che rappresenta la città e puo’ ospitare tante persone.
Cosi in tutti questi giorni oltre a divulgare l’incontro tra noi, abbiamo chiesto l’appoggio di partiti e organi competenti, quali anche associazioni importanti. Sebbene tutti inizialmente sembravano felici, entusiasti dell’idea e tutti vogliosi di rendersi utili , ad oggi nessuno si è ufficialmente impegnato con noi, anzi alcuni di essi hanno fatto marcia in dietro in modo evidente ed imbarazzante.
La motivazione non mi è chiara, la posso intuire forse….togliere visibilità ed importanza a Roma?
Abbiamo spiegato più volte che la nostra intenzione non era quella di sminuire la capitale, ma era solo garantire la possibilità e il diritto di far manifestare anche i milanesi nella loro città; inoltre ci piaceva l’idea di creare un filo diretto tra Roma e Milano.
I presidi di Pavia e Como sono stati autorizzati subito, credo senza grossi problemi, il merito di tanta solerzia presumo sia dovuto al fatto che sono rappresentati, guidati, sostenuti, da un partito presente e coraggioso, quale il PD della rispettiva città.
Noi a tutt’oggi rimaniamo da soli, gruppo autogestito, ma confidiamo nella generosità di qualcuno dall’alto.
C’è poi un altro punto che è importante sapere e cioè il seguente:
per manifestare in piazza (con gazebi, tavoli, bandiere, striscioni e tutto cio’ che crea intralcio ai passanti) ci vuole il permesso del comune della città in cui avviene il presidio: ma la lungaggine burocratica ci fa già essere fuori tempo consentito per poterlo fare!
Oltre a questo, sempre che si voglia usare gazebi e altro, bisogna comunicare all’ufficio della questura il presidio , prendendosi la responsabilità di tutti quelli che parteciperanno.
Ma se la manifestazione avviene in modo pacifico, silenzioso, ordinato e che risulti un incontro di più persone, allora si puo’ fare!
DOVE VOGLIO ARRIVARE?

Le possibilità, a tutt’oggi, sono le seguenti:

1) arrendersi , rassegnarsi che Milano non puo’ manifestare e appoggiarci ad altri presidii più lontani.

2) confidare che uno o più partiti ci sostengano, e se voi conoscete qualcuno ben venga…

3) manifestare lo stesso in modo civile, ordinato, senza assolutamente nulla che sia di intralcio (leggere sopra) e che non rechi danno ad alcuno, pena denuncia o sanzione.

E per questo ho pensato che possiamo indossare tutti quanti una maglietta bianca (è economica!) dove sopra con il pennarello ci scriviamo LIBERTA’ DI INFORMAZIONE chiaro e in maiuscolo, e ci presentiamo in piazza del Duomo e sostiamo o camminiamo, ma tutto rigorosamente ordinato e assolutamente pacifico!
In questo modo il messaggio è chiaro, la maglietta simboleggia la nostra voce che non possiamo usare, e nessuno ci puo’ dire nulla, perché non facciamo niente di male.

Come scegliete di muovervi?

Ritengo che Milano (oltre alla capitale) possa rappresentare una buona parte dell’Italia , ma per ora viene messa a tacere…SEMBRA!



Per chi è interessato, consiglio di tenere d’occhio in questi giorni questi link per INFO:
http://manifestazionemilano.blogspot.com/
http://www.new.facebook.com/group.php?gid=156127273134
http://www.facebook.com/event.php?eid=143017567592&ref=mf

VOLETE UNIRVI A MILANO X MANIFESTARE?
http://www.facebook.com/profile.php?id=100000085933790&ref=name#/group.php?gid=129972283228&ref=mf

Mercoledì, 16 Settembre, 2009 - 11:43

Non è un paese per gay

15/09/2009 - Riccardo Bocca - Tommaso Cerno

www.arcigay.it

Dai cuochi agli avvocati, dagli operai agli ingegneri, si moltiplicano i casi di omosessuali discriminati sul lavoro. Un mondo di uomini e donne obbligato a nascondere i propri orientamenti sessuali o ritrovarsi nel mirino. Abbiamo raccolto le loro storie.

Fino a ieri Giovanni, 32 anni, faceva il cameriere in una sala Bingo romana. Al titolare non aveva detto di essere gay, ma non l'aveva neppure nascosto: «Semplicemente sono stato me stesso», spiega. Tanto è bastato a inquadrarlo nel mirino della discriminazione. «Quando il padrone ha capito che ero omosessuale ha iniziato a tormentarmi. Faceva battutine, mi trattava improvvisamente male. Mi ha anche accusato di avere rubato un barattolo di Nutella e un pacchetto di biscotti». Stupidaggini per umiliarlo, per metterlo in difficoltà. «Ma peggio è andata quando mi sono ribellato: "Come ti permetti di aprire bocca, brutto finocchio di merda!", mi ha risposto. Dopodiché, affrontandomi nelle cucine, mi ha minacciato: "Prova a parlare con qualcuno di questa storia, e ti faccio fare una brutta fine!"». Il tutto mentre la moglie, scuotendo la testa, commentava: «Ce ringraziassero, 'sti froci, che je diamo lavoro in mezzo alla crisi...».

Li chiamano i sommersi. Gli sconosciuti. Gli invisibili. In gergo omo, "i velati". L'incalcolabile esercito di gay, lesbiche e transessuali che tutti i giorni subiscono sul posto di lavoro un'intolleranza tanto gretta quanto diffusa. Niente a che vedere con l'attenzione nazionale che, nei giorni scorsi, ha circondato le due bombe carta scagliate contro un locale di via San Giovanni in Laterano, ritrovo gay capitolino a ridosso del Colosseo. Per l'occasione, la politica ha parlato con sincronismo bipartisan di «emergenza civile» (Pierluigi Bersani, Pd) e «intollerabile escalation intimidatoria » (Margherita Boniver, Pdl).

In coro, dalla bandiera antiomofoba Vladimir Luxuria al sindaco Gianni Alemanno, è stato condannato l'ennesimo atto di violenza contro la comunità omosessuale. E mentre nel Paese imperversava l'affair Boffo-il Giornale, fra accuse di molestie e tensioni tra governo e Vaticano, televisioni e giornali hanno rievocato l'incubo di Dino, accoltellato a fine agosto da Alessandro Sardelli (detto Svastichella) mentre baciava un ragazzo al Gay Village dell'Eur.
Tutti hanno sottolineato la gravità dell'incendio provocato, negli stessi giorni, alla discoteca Qube, sede delle serate gay di Muccassassina.

E sono tornati alla mente altri recenti esempi di aggressione omofoba: dalle botte inflitte a una coppia gay riminese (cantante e giornalista, rispettivamente cinque e tre giorni di prognosi), ai pugni del branco contro due turisti omosex a Napoli.

«La politica si muove esclusivamente quando si arriva all'estremo, alla violenza spettacolare», ammette la deputata Paola Concia (Pd), punto di riferimento dell'universo lesbico: «Nel frattempo la maggioranza degli omosessuali vive nel disagio, patisce quotidianamente ingiustizie e nessuno la ascolta. Risultato: in pochi anni si è passati dalla ventilata realizzazione dei Pacs al più oscuro Medioevo». La riprova è tutta in un dato: in Italia non esiste alcuna indagine sulle discriminazioni di gay, lesbiche e transessuali. Nessuna istituzione se ne occupa.
E nessun partito la reclama.

«Da qui parte il clima di impunità con cui i datori di lavoro trattano i dipendenti omosessuali», dice Luca Trentini, responsabile Diritti umani dell'Arcigay. Ogni anno compila un dettagliato "Report dei principali atti di violenza omofoba" nel nostro Paese. E la sintesi è sconsolante: «In questa metà di 2009, ci sono stati otto omicidi, 52 aggressioni, sette estorsioni a sfondo sessuale; per non parlare degli infiniti casi di bullismo e vandalismo contro sedi e locali gay». Uno scenario propedeutico a quello che, giorno dopo giorno, avviene silenziosamente nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole: sia tra gli alunni che tra gli insegnanti. Ovunque insomma, sport compreso. Senza distinzioni sociali e geografiche.

«Da gennaio a giugno, abbiamo ricevuto una media di 2 mila telefonate al mese, ed è in progressivo aumento il numero di chi richiede consulenza legale per questioni professionali», dice Fabrizio Marrazzo, responsabile dell'Arcigay romana e promotore della Gay help line 800 713 713. «In particolare, il 50 per cento patisce episodi di mobbing o è discriminato, un altro 26 segnala abusi mentre il 20 per cento ritiene che siano stati violati i propri diritti civili».

Certo, va precisato, c'è discriminazione e discriminazione. Non sempre il mondo omosessuale viene calpestato a sberle e parolacce: c'è anche una strada più strisciante, ma non per questo meno offensiva. Caso esemplare quello di Stefano, 36 anni, avvocato rampante in uno studio internazionale. A lui nessuno ha riservato violenze fisiche, ma un palese disprezzo. «Dovevo partecipare a un incontro con il rappresentante di uno Stato straniero», dice, «senonché all'ultimo momento mi è stata fatta una raccomandazione: "Ti prego, tieni le mani in tasca perché questi sono islamici, e se gesticoli come fai di solito... insomma, hai capito... potremmo perdere il cliente" ». A quel punto, per scrupolo, Stefano ha scelto di superare la provocazione e partecipare comunque al meeting.

Ma non è finita. Mesi dopo, quando ha deciso di cambiare lavoro, ha saputo del dialogo tra il numero uno dello studio e un dirigente con cui aveva ottimi rapporti: «Hai visto cosa combina il tuo pupillo?», ha detto sarcastico il titolare: «Ti molla senza dirti niente... Non so chi di voi due l'abbia più preso nel culo!». Oggi Stefano ha un solo rimorso: non avere trovato il coraggio di denunciare l'accaduto. «Mi sono detto: la migliore risposta a quella gente, è il mio successo professionale ». Ma il dubbio resta: eccesso di egoismo e veniale tradimento della causa gay, o lecita autotutela del ruolo sociale?

«Un fatto è certo: le cose vanno ancora peggio, molto peggio, quando a subire la discriminazione omosessuale non è un professionista di grido, ma un lavoratore comune», dice l'avvocato Antonio Rotelli, presidente della rete Lenford, impegnata a tutto campo nella difesa gay. Il vincolo del precariato, insomma, «è il presupposto ideale per alimentare ricatti e panico da disoccupazione. Per non parlare dell'ambigua situazione legislativa». Attualmente, non esiste in Italia una normativa specifica contro le violenze sugli omosessuali.

La legge Mancino (1993) ha introdotto la procedura d'ufficio e le aggravanti della pena per reati razziali, etnici e religiosi, ma non considera l'orientamento sessuale. «In pratica », fa notare Rotelli, «un gay deve per forza sporgere denuncia, e quindi rischiare esponendosi pubblicamente».

Non meglio, poi, va sull'altro fronte: quello del mobbing e delle discriminazioni
. L'Unione europea ha imposto al governo Berlusconi di adeguare la normativa, secondo la quale tocca al datore di lavoro discolparsi dall'accusa di comportamento scorretto. Ma la risposta, anche in questo caso, è stata elusiva: ancora oggi vengono richiesti a chi denuncia indizi «gravi, precisi e concordanti», senza introdurre una totale inversione dell'onere della prova (come chiesto dalla direttiva Ue). Per giunta, la raccolta delle prove passa spesso dalla testimonianza dei colleghi, gli stessi che hanno discriminato o che sono ricattabili.

«Dopodiché», dice Alberto Baliello, responsabile legale dell'Arcigay, «spetta al giudice ritenere sufficienti gli indizi, e non al datore di lavoro dimostrarsi innocente». Logico che, in questo contesto scivoloso, a prevalere siano le ingiustizie e i pregiudizi.

Ne sa qualcosa la ragazza che, coperta da anonimato, ha raccontato sul sito di Gay.tv la sua esperienza da collaboratrice in un villaggio turistico pugliese: «Non ho mai detto di essere gay», scrive, «perché non credo sia il caso di urlare qualcosa che si ritiene naturale. Ma sono stata ripresa e allontanata proprio per le voci che giravano sui miei gusti sessuali. Il tutto, dovuto al fatto di non essere stata con i ragazzi che lavoravano lì, e di avere confidato l'emozione provata in passato per alcune ragazze ». Il che è folle, ripetono le associazioni omosessuali, e anche grottesco nell'Italia del 2009. «Ma non deve stupire», dice Cristina Gramolini, vicepresidente di Arcilesbica: «Un tempo noi omosessuali eravamo considerati ridicoli, macchiette da sbertucciare.

Poi è cresciuta la consapevolezza, abbiamo iniziato a essere visti come pericolosi ed è scattata la reazione». «In particolare», spiega il leader storico del movimento gay italiano, Franco Grillini, «il clima è cambiato nel 2000, dopo il successo del World Pride di Roma. Da quel momento, da quella dimostrazione di forza, l'omofobia è diventata terreno di scontro politico, oltre che di tensione religiosa e sociale. E le conseguenze si vedono». A pagare il clima pesante, negli anni a seguire, sono stati i soggetti più fragili. Come la transessuale Marina, da un decennio operaia in un'azienda di componenti elettronici. «Causa crisi, la fabbrica ha avviato un piano di ristrutturazione modificando i turni di lavoro, e togliendo a Marina la possibilità di lavorare la notte per guadagnare di più», dice Salvatore Marra, ufficio Nuovi diritti Lazio della Cgil. Una decisione con doppia beffa: da una parte il minore guadagno per la transessuale, dall'altra la furibonda reazione dei colleghi di reparto: «L'hai voluto tu! Hai incastrato per il turno serale le madri di famiglia!», le hanno urlato: «Il perché lo sappiamo: preferisci lavorare di giorno per andare a
battere la notte... ».

«Involuzione dei diritti civili», la definisce Sergio Rovasio, segretario dell'associazione radicale Certi diritti. Un incrocio di «ostruzionismo ideologico» e «machismo storico ». Quello sperimentato, in continuazione e sulla propria pelle, da migliaia di omosessuali italiani.

Come Fabio, 20 anni, primo al corso dell'Accademia militare, espulso per avere inserito il suo profilo su un sito gay. Come Antonello, 45 anni, catanese, spostato dalla cassa di un supermercato «per non imbarazzare i clienti». O come Giacomo, 26 anni, infermiere del Nordest, messo in croce dai colleghi per uno scherzoso balletto finito su YouTube.

«Casi frequenti, che in questo immobilismo doloso lo diventeranno ancora di più», dice Sergio Lo Giudice, presidente della Commissione per i diritti degli omosessuali al ministero delle Pari opportunità ». Il riferimento, in particolare, è ai 300 mila euro stanziati dal governo Prodi per la prima indagine Istat sulle discriminazioni gay, bloccati dal ministro Mara Carfagna.

«Svanita anche questa possibilità di chiarezza, rimane impossibile fotografare quanto vasta sia la piaga dell'intolleranza omofoba», dice Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil in Lazio: «Così si aprono le porte al più pericoloso dei fenomeni: l'autoesclusione dal lavoro, a tutti i livelli sociali».

«Un errore, indubbiamente, ma anche una scelta obbligata», racconta Mauro, 53 anni, meccanico in un'officina abruzzese. Per 25 anni, spiega, è stato felicemente sposato. Poi la moglie è morta ed è emersa la sua omosessualità. «Per un po' non l'ho confidata a nessuno, quasi non lo dicevo a me stesso. Finché mi sono sfogato con un collega, amico da una vita, e ho subito la sua pazzesca aggressione. Prima mi ha dato del pervertito, dello schifoso, di quello che era sotto shock per la scomparsa della moglie. Poi mi ha spinto in un angolo e, puntandomi un cacciavite, ha urlato: "Ti scanno! Ti ammazzo!"». Il titolare, informato dei fatti, ha cercato di minimizzare. E fino a questo momento, malgrado un esposto presentato ai carabinieri, niente si è mosso: a parte Mauro, trasferito in un'altra filiale dell'officina.

«Un episodio coerente con gli ultimi dati Eurispes», dicono le associazioni gay: «Appena il 52,5 per cento degli italiani considera l'omosessualità uguale all'amore etero, mentre il 33,3 per cento dichiara di tollerarla solo se non ostentata e un italiano su dieci (9,3 per cento) la definisce immorale». Un quadro che trova conferma già sui banchi di scuola, dove la discriminazione colpisce tanto i docenti quanto gli alunni.

Clamorosa, anche se passata sotto silenzio in Veneto, è la recente disavventura di un insegnante gay in una scuola media inferiore, liquidato dal preside con le seguenti parole: «Io non ho problemi, ma in questa città e in questo istituto non c'è spazio per quelli come lei... La devo trasferire, me lo chiedono i genitori degli studenti». Ancora più pesante, è la tragedia a Benevento di V., 17 anni, scoperta nei bagni della scuola mentre baciava una compagna, segnalata come lesbica ai genitori, picchiata a sangue dal padre e dallo zio, e costretta a trasferirsi in un'altra regione.

«La parola chiave, come sempre, è pregiudizio », dice Fabrizio Marrazzo dell'Arcigay: «Ancora di più, quando l'omosessualità entra in un ambiente maschilista come lo sport agonistico». Da anni, Marrazzo raccoglie testimonianze riguardo a «calciatori, allenatori, massaggiatori e arbitri gay, dalla massima serie alle categorie dilettantistiche »: tutti costretti a vivere in clandestinità i propri amori. «Chi sgarra deve pagare la legge dello spogliatoio», testimonia un atleta professionista dietro promessa di anonimato. «Non solo insulti e minacce. Nel mio caso, anche vestiti sparsi a terra e imbrattati di urina». Con una squallida scritta sull'armadietto: «Qui donnine non ne vogliamo ».

...
85 86 87 88 89 90 91 92 93
...
RSS feed