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Fabio Cremascoli

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Inserito da Fabio Cremascoli il 28 Lug 2010 - 11:17
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Abitare altrove? Abitare in altro modo?

di Patrizia Mazzola (MDF Milano)

Qualche domenica fa, nel mio condominio l’acqua si è ridotta al classico filo di seta che usciva dai rubinetti: assetati e a lungo andare anche un po’ puzzolenti, abbiamo cercato una soluzione, contattando nell’emergenza anche Amiacque;  il lunedì pomeriggio in compagnia di un agguerrito idraulico ci siamo messi alla ricerca dell’ostruzione nella tubatura; prima di ogni cosa dovevamo individuare tutte le saracinesche che interrompevano il flusso dell’acqua, ma scoperto che una di queste si trovava proprio nel box dei vicini assenti per le vacanze, ci siamo attaccati al telefono per rintracciarli.Così costoro hanno candidamente confessato di aver chiuso “il rubinetto” nel loro box, tanto secondo loro si trattava di un “rubinetto tutto personale”.
Prima di essere fulminati via telefono, si sono precipitati a casa per restituirci il bene primario.
Per me, che ho raccolto le firme per il referendum contro la privatizzazione della gestione dell’acqua, è stata la conferma che se non smettiamo di considerare come privato tutto quello che si trova a tiro del nostro naso finiremo per azzannarci senza motivo.
I miei vicini di casa non potrebbero mai vivere in un ecovillaggio, dove si mette in comune la proprietà delle case e parte del reddito di ciascuna famiglia per permettere alla comunità di vivere con un basso impatto ambientale: sarebbe bastato che chiedessero a me, che sopra quel rubinetto ho la casa, per scoprire di avere in comune l’acqua.
Forse alla verde età di settant’anni ne sarebbero rimasti sconvolti…

Eppure, a parte le esperienze di ecovillaggi che in Italia hanno coinvolto persone davvero speciali, con la voglia di recuperare borghi disabitati e trovare modi più umani di abitare sulla nostra Terra, esistono esperienze che ci fanno capire come anche le città possano trasformarsi in favore dell’essere umano: sono le esperienze di cohousing, che danno già dei risultati nel nord Europa, ma ora anche a Milano.

Come possono incontrarsi persone con interessi così vicini? Bisogna sperare di essere fortunati e trovarsi i migliori vicini di casa possibili? Se dovessimo attendere la concatenazione di tutti questi felici eventi non esisterebbe lo URBAN VILLAGE BOVISA a Milano.

È a partire dalla costruzione o dalla ristrutturazione dell’immobile che i futuri condomini vengono aiutati a costruire il gruppo, imparano a scegliere attraverso forme inclusive di presa di decisione: creano insieme il tessuto sociale di un “villaggio” e non potrebbe andare diversamente; molte parti dell’immobile sono in comune, come per esempio l’impianto di riscaldamento, che frequentemente è un impianto geotermico, cioè impiega le pompe di calore; alcuni servizi per essere davvero efficaci ed eliminare gli sprechi devono essere condivisi, per esempio la lavanderia, in cui macchine più capienti possono soddisfare le necessità di più famiglie, con un notevole risparmio di acqua ed elettricità; possono essere previsti dei nidi condominiali, delle sale in cui gestire letture, musica, arti… e sul tetto delle parti comuni dei bei pannelli solari o fotovoltaici, per risparmiare ulteriormente. Chi vuole abitare così deve farsi carico di una progettazione partecipata perchè ognuno e tutti siano consapevoli di ciò che hanno scelto.

Fondamentalmente non ci sono principi ideologici, religiosi o sociali alla base del formarsi di comunità di coresidenza, così come non ci sono vincoli all’uscita da essa, ma soprattutto non ci sono gerarchie, si definiscono ruoli e responsabilità perchè i servizi sono gestiti direttamente dai condomini, ma le decisioni sono prese sulla base del consenso.

Ciò non significa che non esiste la vita privata: le abitazioni mantengono la loro individualità e i loro abitanti  vivono in base ai propri tempi.
Forse può essere un modo per sentirsi anche meno soli, confortati dal fatto che qualcuno si chiederà che fine abbiamo fatto se non ci vede per qualche giorno, oppure i bambini potranno giocare tra loro e con gli adulti che scelgono di usare il loro tempo per  loro e non necessariamente debbono essere genitori o nonni.
Da quello che ho raccontato all’inizio è evidente che non abito in cohousing, quindi dipingo con gli occhi dell’immaginazione ciò che mi piacerebbe vivere realmente e che da piccola ho assaporato: sono cresciuta in un cortile di una città della provincia di Milano; i pomeriggi erano dedicati al gioco nel cortile e le mamme badavano a noi dandoci un’occhiata dalla finestra, ma non badavano solo ai propri figli, curavano le sbucciature di tutti quelli che in quel momento erano lì, davano la merenda un po’ a tutti e portavano la spesa a chi era malato o molto anziano. Non era un paradiso, ma c’erano le persone.

Forse il cohousing è l’espressione altamente tecnologica del desiderio di avere intorno le persone.

In risposta al messaggio di Fabio Cremascoli inserito il 13 Maggio 2010 - 16:02
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