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Oliverio Gentile

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Inserito da Oliverio Gentile il 13 Maggio 2010 - 20:27
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Da milano.corriere.it:

Il progetto nato con gli interventi di intellettuali, artisti ed imprenditori sul «Corriere»

Manifesto per Milano
Il coraggio e l'orgoglio


La città ritrovi nei valori la sua leadership. Cultura del fare, senso civico, solidarietà: così si può ripartire


di Giangiacomo Schiavi, Fulvio Scaparro, Marco Vitale

Quando sullo stato di salute di una città o di qualsiasi organizzazione si moltiplicano scritti, dichiarazioni, memorandum sul da farsi, vuol dire che lo stato di salute di quella città o di quella organizzazione non è buono. È il caso di Milano, che ha ricevuto negli ultimi anni un enorme numero di diagnosi, consigli, suggerimenti di ogni tipo e da ogni dove. Eppure sembra sempre mancare una visione, una strategia, una direzione di marcia. I vertici politici e amministrativi della città stanno abbarbicati all’unica idea di Expo 2015 come dei naufraghi a una ciambella di salvataggio, peraltro un po’ consunta e appesantita.
Ci si lamenta ancora troppo del cattivo funzionamento di Milano, del lungo sonno che ha fatto perdere alla metropoli il ruolo di traino, di guida illuminata del Paese. Ma quando si incontrano manager, imprenditori, uomini d’affari, consiglieri delegati di gruppi multinazionali che vivono a Milano da molti anni, e li si interroga su come vedono la città, viene fuori che la vita a Milano da loro è apprezzata e che nei rispettivi gruppi societari c’è una lunga lista d’attesa di manager che sarebbero lieti di trasferirsi qui. Tra i motivi di tale apprezzamento vengono sottolineate soprattutto la qualità delle nostre Università e dell’organizzazione sanitaria, ma anche la straordinarietà di un’offerta culturale che ci mette all’avanguardia nella musica, nel teatro e nell’arte.
Dunque c’è del buono nella nostra amata Milano, di cui andare orgogliosi. Ma dobbiamo domandarci: questo buono rappresenta un capitale sociale accumulato nei secoli, che stiamo rinnovando, o che semplicemente stiamo consumando?

Da allarme a speranza

La nostra organizzazione sanitaria è buona anche perché abbiamo dietro le spalle almeno cinquecento anni di buona sanità, di grandi medici scienziati ai quali nessuno chiedeva se avessero la tessera del partito o della setta di turno. Oggi, sempre più spesso, mentre si parla di meritocrazia, a un giovane non si chiede che cosa sa fare, ma a quale cordata appartiene. La convenienza sta sempre più prendendo il posto della competenza. E così si pongono le basi per una inevitabile caduta morale, professionale, motivazionale e, inevitabilmente, anche finanziaria della nostra città.
Milano deve riflettere a voce alta sull’invadenza della politica nei suoi circuiti vitali, e deve tornare ad affermare con forza il valore del merito, senza piegarsi ad un conformismo che mina alle radici la sua identità. C’è, nella società milanese, un antico antidoto a questo rischio: è il coraggio di esporsi, di prendere posizioni coraggiose: basta citare Beccaria o Verri o Cattaneo per trovare qualche esempio luminoso che viene dal passato. Altri ce ne sono anche oggi, però restano sommersi, non hanno la forza di imporsi e faticano a trovare autorevoli sponsor nelle istituzioni. Bisogna farli emergere: per non cadere sempre nell’elogio del tempo perduto, Milano deve dare più opportunità ai «nuovi», creare le premesse per una rivoluzione del buon cittadino, seminando qualcosa di diverso dalla caccia al consenso elettorale: deve dare, come fanno tanti volontari per il sociale non profit, esempi imitabili; deve aiutare i giovani a prendere in mano il loro futuro, a diventare protagonisti nella loro città, assumendosene anche le responsabilità. Abbiamo scritto più volte che in questo Paese se non ce la fa Milano, se questa città non diventa l’esempio virtuoso di una rinascita, economica, civica, culturale, c’è poca speranza per tutti. I maggiori mali dell’Italia di oggi sono due: siamo sempre più rassegnati e assistiamo senza reagire al taglio sistematico di tutti i legami veri con l’Europa. Bisogna trasformare quello che appare come un «allarme Milano» in una «speranza Milano»: per noi, per i nostri figli e per l’Italia. In questa città c’è lo spessore intellettuale, culturale, morale, storico, economico per fermare una deriva che preoccupa tutti. Ed una cosa ci sentiamo di affermare: o questa inversione la fa Milano o non la fa nessun altro nel nostro Paese.

I punti fondanti
Questa città, diventata così succube di Roma che ha visto i suoi uomini politici sempre più risucchiati e integrati nella macchina del potere romano, che ha assistito impotente allo svuotamento di Malpensa e al quasi commissariamento dell’Expo 2015, che si sta sfinendo in un interminabile dibattito sul piano di governo del territorio, questa città, dicevamo, che ha ancora nelle sue viscere l’energia, l’intelletto e la conoscenza per fermare uno scivolamento verso il basso, può rilanciare il merito, l’efficienza, lo spirito solidale e farli diventare punti di forza per il rilancio. Non con l’antipolitica, ma con la buona politica. Non si tratta di essere di destra o di sinistra: il tavolo per ridare a Milano un ruolo di guida nel Paese è aperto a tutti. E perché ciò avvenga è necessario acquisire e concordare su cinque punti fondamentali e fondanti:

— Riacquistare profonda consapevolezza che, se si lascia prevalere il principio di affiliazione sul principio di professionalità, Milano tradisce la sua vocazione più profonda; si allontana dal modello che deriva dalla sua storia e si avvia a modelli di stampo mafioso.

—Acquisire coscienza che se ciò si verifica è inevitabile per la città e per la maggioranza dei cittadini un processo di impoverimento che, nel tempo, consumerà sia il capitale economico che il capitale sociale accumulato. Perché come ci ha insegnato un grandissimo figlio di Milano, Carlo Cattaneo: «Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze».

— Rendersi conto che la politica di taglio sistematico dei legami con l’Europa e lo sforzo di sprofondarci in una dimensione culturale provinciale, è strumentale alla vittoria del principio di affiliazione ed è in conflitto totale non solo con la cultura ma con gli interessi di Milano e dei milanesi.

— Capire che la crisi innescherà un ciclo di ricambio generazionale profondo, aprendo in parte anche nuove opportunità di lavoro. Milano dovrà creare filiere di valore dentro la crisi, per trattenere chi porta talento, creatività e professionalità.

—Convincersi che per fermare la deriva è necessario che tutti si impegnino. Dobbiamo tutti dirci, con il fondatore della Milano moderna, il nostro vescovo e sindaco Ambrogio: «Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili.
Vivete bene e muterete i tempi». Se siamo d’accordo su questi principi fondanti, che potremmo chiamare la base del nostro patto costituzionale cittadino, del nostro voler stare insieme, tutto il resto consegue. Allora, anche passando in rassegna, i più importanti contributi pubblicati sul Corriere, a partire dal forte appello del Cardinale Tettamanzi (20 maggio 2009), individuiamo dieci punti che nel loro insieme possiamo chiamare: Manifesto per Milano. Punti, sui quali chiamare all’azione i cittadini che vogliono impegnarsi contro la deriva e contro la rassegnazione. Questi punti non esauriscono tutti i temi emersi nel ricco dibattito sulla città, lanciato dal Corriere nel corso dell’anno. Ma sintetizzano efficacemente, il desiderio trasversale e dominante che la città esprime di liberarsi dalla Signoria e dal peso del potere del denaro, e insieme dalla rassegnazione, per ricostruire una città libera, aperta, creativa, non triste e grigia, ma coraggiosa e anche un po’ scanzonata, come Milano è sempre stata.

Lavorare per la comunità
Bisogna reagire alla diffusa convinzione che non vale la pena di darsi da fare per cambiare, perché le cose, in una grande realtà urbana, non possono andare diversamente. Il punto di vista diverso consiste nella capacità di agire al di là dell’oggi e dei nostri interessi personali, immaginando e lavorando per il benessere della comunità nella quale vivranno i nostri figli e nipoti ma anche nuovi cittadini senza il presunto pedigree di milanesi doc. Ognuno deve mettersi in gioco, portando un mattone da mettere al posto giusto nel modo giusto, senza scaricare sempre tutto su chi amministra. Parliamo meno di crisi e più di ricostruzione. Proviamo a ricomporre attorno a qualche idea forte le tante anime disperse della città, le cento isole che producono cultura, ricchezza, talenti, solidarietà. Cominciamo a dire, con un motto kennediano: cosa posso fare io per Milano? E diamo anche qualche segnale di svolta. Cominciando dai più piccoli, dai futuri cittadini. Può sembrare un paradosso nella città della finanza, del terziario, della moda e del design; Milano è caratterizzata come la città del lavoro, e questo è un bene, ma i bambini sono il futuro e noi partiamo da questa constatazione: se le condizioni di vita in città sono buone per i piccoli sono buone per tutti i cittadini a prescindere dall’età. Il denaro speso per migliorare la qualità di vita di bambini e ragazzi (e quindi delle loro famiglie) è un investimento sicuro per l’intera collettività. La questione infanzia va messa dunque con urgenza al centro dell’attenzione dell’amministrazione comunale, perché riguarda l’aria, il traffico, il verde, la scuola, l’educazione, l’assistenza, lo sport, il tempo libero. Occorre un patto tra tutte le forze politiche in competizione affinché inseriscano nei loro programmi almeno un punto in comune: Milano si impegna a dare piena attuazione, in tempi brevi e sulla base di un’agenda chiara e verificabile, alla Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia.
Si crei un assessorato per l’Infanzia e l’adolescenza che dia garanzie di competenza e di autonomia rispetto alle parti politiche, un assessore che sia anche un garante, un coordinatore o comunque lo si voglia chiamare, che abbia l’autorità morale per potere richiamare l’attenzione delle autorità e degli altri assessorati su quegli aspetti della condizione infantile che richiedono immediati e urgenti interventi e verificare che quegli interventi siano andati a buon fine.

Verso l’Expo
Il buon funzionamento della città e il miglioramento della sua vivibilità rappresentano precondizioni necessarie a un vero rilancio, anche in vista di quell’Expo di cui si fatica a capire la reale portata. Noi vogliamo dare spazio alla speranza che l’Expo diventi una grande occasione per la città, diventi un progetto in grado di far emergere il meglio di Milano e del Paese.
Ma ci dobbiamo interrogare sul presente, sulle tante emergenze irrisolte, sui ritardi accumulati nei cantieri dei parcheggi, dei Navigli, di Brera, del verde urbano, della lotta all’inquinamento. Bisogna mettere alcune zone di periferia nelle condizioni di vivere meglio: ci sono luoghi da salvare che meritano più attenzione e ascolto. Per questo è urgente creare subito un tavolo permanente sulla qualità della vita in città, un osservatorio neutrale in grado di fornire indicazioni utili, a chi governa e ai cittadini. Servirà a segnalare situazioni di allarme o di speranza per Milano: bisogna dare conto dei problemi nei singoli quartieri, ma anche mettere in evidenza le zone di luce che ci sono. La critica non deve essere vista come un ostacolo alla politica del fare. Deve trovare ascolto per cercare insieme una soluzioni ai problemi. Bisogna far crescere lo spirito civico che è nel Dna dei milanesi. Bisogna far tornare l’amore per la città a chi ci vive. È importante tornare a sentire, a Milano, un clima di fiducia.
Consideriamo questo Manifesto, aperto agli stimoli e ai suggerimenti di ogni cittadino da ogni quartiere, una base di partenza per unire (e non dividere) la città su alcuni obiettivi di fondo. Pensiamo possa anche essere di stimolo e di aiuto a chi governa, in un momento di crisi difficile per tutti. Non è un’invasione di campo: crediamo che una sommatoria di microinterventi sia il primo passo per avviare un percorso virtuoso in grado di cambiare il passo alla città. E chiediamo ai cittadini di segnalare le prime urgenze al forum «Milano per voi» aperto su Corriere.it: non solo il cahier des doléances,ma soprattutto cose che si possono fare, presto e bene.
I punti elencati non sono astratti e generici. Non sono neanche appelli o raccomandazioni. Sono piuttosto un insieme di impegni che, uniti ai cinque punti fondanti, rappresentano la bussola per prendere posizione e agire sui tanti temi concreti con i quali ci confrontiamo ogni giorno. Sono una chiamata all’impegno che viene dalle voci più consapevoli della città. Una chiamata rivolta a tutti, giovani e anziani. Da più parti si dice che i giovani oggi a Milano sono distratti, lontani. Non hanno a cuore la loro città. Bisogna coinvolgerli. Nelle tante associazioni che fortificano Milano si sente ripetere che se viene a mancare l’impegno degli anziani, c’è il vuoto. Gli anziani sono una grande e preziosa risorsa. Noi però abbiamo bisogno anche dei giovani. Senza il loro aiuto non ce la faremo a fermare la deriva. E se non ce la faremo, c’è il rischio della resa, alla quale vogliamo contrapporre una nuova resistenza e una nuova speranza ripetendo le parole che il cardinale Carlo Maria Martini pronunciò in Duomo nel marzo 2002: «Cari ragazzi, amate la città e il nostro Paese, e apritevi alla dimensione mondo. Sappiate prendere a onore la dimensione civile della vita ».

gschiavi@corriere.it

13 maggio 2010


il DECALOGO

Notizie correlate:

Vai allo speciale «Un manifesto per Milano»

Un «manifesto» per la cultura. Tutti gli interventi al dibattito



Da milano.corriere.it:

penati: è un atto d'amore per la città

Celentano: «Io sindaco: perché no?»

Mario Capanna lancia, tra il serio e il faceto, la candidatura del «Molleggiato»


MILANO - «Per appassionare la gente a un progetto si potrebbe buttare giù Milano, almeno quella brutta»: è il primo punto del programma dell'«aspirante sindaco» di Milano Adriano Celentano. La candidatura del Molleggiato a primo cittadino della sua città è stata lanciata, tra il serio e il faceto, da Mario Capanna, durante la presentazione al Centro Congressi della Provincia del suo ultimo libro «Per ragionare. Sessanta domande sul nostro futuro e alcune proposte» (Garzanti)» (guarda il video). L'ex ragazzo della via Gluck, a sorpresa, non si è tirato del tutto indietro: «È un po' presto per dirlo, è un po' difficile da realizzare, per tanti motivi, ma come si fa a dirlo? Se viene fuori una cosa importante - ha spiegato dopo una delle sue consuete pause - potrei essere responsabilizzato, potrei dire "non voglio fare il sindaco, perché so come va a finire", ma subentrerebbe la coscienza per una voce elevata e a questo punto mi dovrei piegare a questa richiesta e sarebbe molto divertente».

I GRATTACIELI - Osservando la sua città, Celentano ha notato che «manca la musica delle persone e questo ci impedisce di riunirci insieme in un progetto». Il guaio di Milano è che «non ha un volto». Ecco quindi il problema e la cura insieme: «Certo, non si può radere al suolo la città ma la gente - ha scherzato Celentano - si divertirebbe a distruggerla». Magari anche con uno strumento democratico come «un referendum per buttare giù i nuovi grattacieli», che di per sé magari non sono nemmeno un problema, ma non riescono a disegnare un nuovo volto della città, come «il nuovo Pirellone, che non è brutto, ma lo è piazzato lì, vicino alle case». Ecco perché, secondo Celentano, «dobbiamo essere tutti uniti nel distruggere e rifare la città».

CAPANNA: «IO VICESINDACO» - Ragionando quasi da politico, Celentano ha poi individuato «lo scatto forte che dovrà fare un partito che forse ancora non c'è», ossia, «rifare le cose da capo, come una lettera che arrivato in fondo rileggi per farla scorrere bene». Da Milano all'Italia, al mondo: «Dobbiamo riscrivere la lettera della storia perchè il mondo è una lettera e - ha sottolineato tra gli applausi - ci sono segni che ci mettono paura come il vulcano che offusca il cielo, il petrolio che rovina il mare e allora - si è domandato - come si va avanti così?». Si potrebbe iniziare dalla propria casa, che per Celentano è la città dove si vive: «Ci vuole uno scatto forte - ha ribadito - tipo rifare le città a uso dell'uomo e non viceversa, come accade in questa». Nel caso poi Celentano decidesse davvero di candidarsi, avrebbe una squadra quasi pronta, a partire dal vicesindaco, ruolo per cui si è prenotato Mario Capanna: «Tanto tu non potresti essere peggio della Moratti e io - ha concluso l'ex leader del sessantotto - non potrei fare peggio di quell'ex fascista di De Corato».

PENATI: AMA LA CITTA' - Filippo Penati, ex presidente della provincia di Milano e sfidante di Formigoni alle regionali lombarde, ha avuto parole di apprezzamento: «La disponibilità di Celentano a candidarsi a sindaco di Milano è un atto d'amore per la città, e tutti sappiamo quanto Milano in questi anni sia stata abbandonata dalla Moratti e abbia bisogno di cure amorevoli». (fonte: Ansa)

13 maggio 2010



partecipa alla discussione "A proposito del Manifesto per Milano: coraggio, orgoglio...e pregiudizio?" avvita da Fiorella De Cindio con questo post !
In risposta al messaggio di Oliverio Gentile inserito il 6 Lug 2009 - 11:00
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