.: Discussione: L'enorme fabbricato di Piazzale DATEO: un ghetto?
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Da milano.corriere.it:
Nello stabile del Demanio convivono italiani e un lungo elenco di stranieri «L'Onu di piazzale Dateo», mix sociale mai decollato, tra degrado e proteste I residenti: «Sporcizia ovunque e ascensori spesso fermi, non c'è rispetto e il Comune ci ha dimenticati» MILANO - Il Comune l'ha chiamato «mix sociale», «modello Dateo», «io abito a Dateo». Qualcun altro chiama questo palazzone in stile Liberty di cinque piani e 10 scale, le «nazioni unite». Perché «nell'Onu di piazzale Dateo», convivono italiani e un lungo elenco di immigrati: marocchini, algerini, cinesi, filippini, cingalesi, bulgari, tunisini, romeni, egiziani, indiani. Nomi e cognomi che arrivano da nazioni più o meno lontane, più o meno disagiate. Chiamare casa popolare questo palazzo del Demanio al civico 5, sembra fare un torto alla sua storia. A chi ha edificato molti anni fa la facciata curata e simmetrica, con un grande balcone al centro che sembra nascondere un appartamento reale, e al partigiano Luigi Tacchini, portato via dai nazifasciti il 2 marzo del '44 per ritorsione dopo lo sciopero generale, ucciso a Mauthausen 4 mesi dopo. Una lapide sbiadita lo ricorda e rammenta che in qualche modo questo palazzo ha fatto la storia di Milano. Storia gloriosa. Poi ce n'è un'altra, partita nel 1989 quando le 215 famiglie che ospitava vennero trasferite al Niguarda, al Gallaratese e a Rogoredo perché il palazzo andava ristrutturato per intero. E lì iniziò una vicenda moderna fatta di carte bollate, di tentativi di vendita da parte dell'amministrazione comunale, di abbandono. Il Comune spostò i commercianti nelle baracche di corso Indipendenza, sistemazione provvisoria che durò due decenni. In mezzo anche la costruzione di un parcheggio sotterraneo. Ci volle una tragedia, l'esplosione della palazzina di via Lomellina (settembre 2006, 4 morti) per far ripartire la storia. Trentacinque famiglie furono trasferite in piazzale Dateo in tutta fretta. Palazzo Marino abbandonò l'idea della «cartolarizzazione» e con una delibera di giunta del febbraio 2008 lo stabile tornò nel patrimonio delle case pubbliche con una soluzione sperimentale: un terzo dei 157 appartamenti furono assegnati agli sfrattati, un terzo alle coppie con reddito medio-basso e i rimanenti agli studenti fuori sede. Un mix sociale e razziale mai decollato. Non per colpa degli immigrati. «Ma a causa della sproporzione degli affitti (da 20 euro a quasi 700) che hanno portato a un complessivo decadimento delle parti comuni: poca manutenzione, ascensori spesso bloccati, spazzatura nei sotterranei», denuncia Debora, inquilina del quarto piano. In alcuni appartamenti del quinto piano piove dal tetto, in altri le piastrelle e gli impianti ristrutturati ormai 20 anni fa e mai utilizzati sono già da rifare. Crispino M., 39 anni, tre figli, senza lavoro, è un po' il «sindaco» del cortile. Al piano interrato, dove ci sono posti auto che nessuno paga e che costerebbero 1.200 euro all'anno, ci sono ancora i segni di un incendio scoppiato due mesi fa. E una fila di carrelli della spesa: «Sporcizia ovunque, non c'è rispetto. Il Comune ci ha già dimenticato». Cesare Giuzzi 06 marzo 2011(ultima modifica: 07 marzo 2011) |
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