.: Discussione: E' tempo di Ramadam ma manca la Moschea: il Comune cosa propone?
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Da milano.corriere.it:
L'indagine - Il fondamentalismo non fa paura. Avanza l'ipotesi del referendum Sondaggio per la moschea Imprenditori, vince il «no» Favorevole solo il 30 per cento. «Niente fondi pubblici» MILANO - Una grande moschea tutta nuova a Milano? A tre imprenditori milanesi su dieci andrebbe anche bene, mentre a storcere il naso o peggio sarebbero almeno in cinque. Ma non per questioni di sicurezza, come paventa il vicesindaco Riccardo De Corato: del terrorismo islamico, a quelli della Milano che produce, gli importa zero o quasi. Più che altro, semplicemente, è un fatto di rottura di scatole e danèe: l'unica cosa che veramente non vogliono è che a pagarla, la moschea, siano le casse pubbliche. E l'unica difficoltà che veramente vedono è quella di trovare un quartiere che la moschea, alla fine, sia disposto a prendersela. Non è ancora il referendum invocato ieri da De Corato, d'accordo, ma se un sondaggio può mai cadere a fagiolo questo sembra fatto apposta: lo aveva promosso la Camera di Commercio due mesi fa tra 500 imprenditori e lavoratori di Milano. C'erano anche due domande, per l'appunto, sulla questione della moschea tornata ora d'attualità dopo che il cardinale Dionigi Tettamanzi ne ha riproposto l'urgenza per l'ennesima volta in tre anni. Più che le percentuali dei favorevoli e contrari in senso stretto sono interessanti i motivi. E se è scontato che le ragioni dei primi siano sostanzialmente le stesse invocate dal cardinale («integrazione, apertura, dialogo»), merita di essere sottolineata invece la motivazione che per i contrari sta al primo posto: «Perché i soldi pubblici - così il 12 per cento - si possono spendere meglio». Minori le percentuali di chi pensa che la presenza di una moschea «non aiuterebbe l'integrazione» (8 per cento) o «creerebbe problemi» in quanto sarebbe «difficile trovare una zona per costruirla» (6 per cento). Il vicesindaco, da parte sue, ieri aveva insistito su una motivazione ancora più specifica: «La questione non è urbanistica e neanche di libertà religiosa. Riguarda la sicurezza», ha detto. Ha richiamato il pericolo del terrorismo e il «fondamentalismo della Jihad», prima di concludere: «Se vogliamo essere garantisti, lasciamo la parola ai milanesi perché si esprimano con un referendum». Senonché anche tra gli imprenditori più contrari alla ipotesi-moschea, come si è detto, il pericolo terrorismo incide solo per l'1,7 per cento. Del resto anche dentro la giunta comunale l'idea del referendum non è condivisa proprio da tutti, anzi: «La politica - dice l'assessore Giampaolo Landi di Chiavenna - deve assumersi la responsabilità di decidere, su temi come questi non ci si può lavare le mani». «Sconcertante pensare a un referendum sulla libertà religiosa», dice Michele Farina dall'estrema sinistra. Ma l'idea alla Lega e non solo piace eccome, dal vicepresidente della Regione, Andrea Gibelli, fino al ministro Andrea Ronchi. Romano La Russa, assessore regionale nonché fratello del ministro Ignazio, approfitta dell'occasione per allargare il discorso rispondendo all'altro ministro Roberto Maroni: «Sono d'accordo con lui quando dice di non essere un costruttore di moschee, ma vorrei non fosse neppure un agente immobiliare che ora assegna case ai rom». Il riferimento è ai 25 alloggi Aler da destinare alle famiglie rom che lasceranno il campo di via Triboniano. Intanto si attende la fine del Ramadan, che quest'anno coinciderà con l'inizio del 5771esimo anno ebraico. La festa per la rottura del digiuno martedì sera al Teatro Ciak. Paolo Foschini 07 settembre 2010 |
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