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Deborah D'Emey

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Inserito da Deborah D'Emey il 2 Lug 2010 - 12:36
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Salve a tutti/e,
vi segnalo una nuova iniziativa che arriva al momento giusto:

Deborah D'Emey



"Di Nuovo", le italiane libere veramente?


Dai diritti delle donne alla responsabilità politica


Passare dalla rivendicazione di diritti per le donne alla prova dell’esercizio della responsabilità politica. E’ l’appello-manifesto post femminista di un gruppo di donne diverse per età, professione e opzione politica che sotto il significativo nome “Di Nuovo” si rivolgono alle mille realtà associative, piccoli gruppi , donne singole “che avvertono come noi l’insostenibilità dello stato di cose presenti e mirano a spezzare i quadri bloccati della democrazia italiana”. L’intento è di creare una rete “elastica ed informale”, una grande associazione che influenzi le scelte politiche, e aprire una riflessione che riguardi i due sessi, uomini e donne, partendo dal disagio e sconcerto per l’acquiescente indifferenza con la quale gran parte del Paese accoglie fatti, rappresentazioni, discorsi fortemente lesivi della dignità delle donne. Tramontata l’idea di una naturale subordinazione, le donne italiane giovani e meno giovani si percepiscono libere e padrone di sé, ma basta scendere nella realtà per scoprire che i diritti raggiunti dalle generazioni passate diventano evanescenti quando si torna a parlare di lavoro, maternità, famiglia,laicità.


“In Italia c’è il tasso di lavoro femminile più basso d’Europa; le donne sono pagate meno degli uomini a parità di mansione e preparazione; la tv pubblica italiana espone i corpi delle donne come in nessun paese in Europa; Le donne non hanno nessun aiuto per scegliere di avere un bambino; nessun governo italiano ha mai fatto una politica per le donne; la libertà che godiamo più delle generazioni precedenti ci ha reso veramente libere?” La sequenza negativa che tocca da vicino la donna libera italiana viene scandita da Cristina Comencini nello spot che promuove “Libere”, atto unico che porta la sua firma, con Lunetta Savino (fresca di Nastro d’Argento a Taormina) “donna matura” e Isabella Ragonese, “donna giovane”, due generazioni di donne a confronto per capire che cosa non ha funzionato e come reagire. "Penso che la grande sfida sia unire queste due voci , trovare momenti di discussione e elaborazione comune.


Il movimento nuovo delle donne deve ripartire da qui, queste due voci ancora non si parlano, ma lo dovranno fare”, spiega Cristina Comencini. Lo spettacolo verrà presentato a Roma venerdì 2 luglio alle 21, 30, all’Accademia nazionale della danza e servirà a far conoscere il documento di “Di Nuovo” e lanciare la campagna di adesioni a livello nazionale.

Per sottoscrivere il documento di “Di Nuovo” (qui sotto in sintesi) bisogna mandare una mail a adesionedinuovo@tiscali.it con il proprio nome e cognome.


La nostra libertà


Abbiamo affermato la nostra libertà. Non è quella però che i media ci restituiscono. Il loro racconto delle donne italiane lede la nostra dignità e ci sottrae la realtà. Non c’è infatti la verità delle nostre vite : non c’è la nostra crescita professionale e civile come non ci sono le difficoltà che via via incontriamo in un Paese che dissemina ostacoli sul nostro cammino.

Anche se noi ci percepiamo, e siamo, più libere di quanto lo furono le nostre madri (e le nostre nonne), non possediamo il controllo né della nostra immagine, né delle condizioni reali nelle quali le nostre vite si svolgono. Nel corso degli anni ’60 e ‘70 abbiamo conquistato diritti che non esercitiamo né individualmente, né collettivamente. Nel campo del lavoro, del welfare, della maternità, del sistema dei media, nelle rappresentanze istituzionali la nostra libertà rischia di continuo di scivolare nella subalternità. Questo perché il potere, sì chiamiamolo con il suo nome, sta sempre e solo nelle mani degli uomini.

Ma come è potuto accadere tutto ciò in un Paese che ha visto il sorgere e l’espandersi di un forte, grande movimento delle donne? Hanno avuto peso l’ondata neo-conservatrice, la misoginia di larga parte delle classi dirigenti e la miopia della Sinistra incapace di cogliere l’opportunità di una nuova alleanza sociale riformatrice attraverso una politica amica delle donne. Ma anche i movimenti femminili hanno qualche responsabilità, determinate dall’individualismo e da un certo atteggiamento anti-istituzionale presente da sempre fra le donne.

Queste difficoltà ci hanno portato dove siamo: alla cooptazione al ribasso da parte degli uomini di poche donne, prive di legami “organici” con la società femminile e quindi di una base autonoma di consenso e di forza politica. Gli stessi organismi e le politiche di pari opportunità si sono rivelati contenitori vuoti, buoni a dare qualche contentino più che a far crescere una classe dirigente femminile.

È andata così svanendo una delle acquisizioni più importanti del patrimonio culturale del femminismo italiano e cioè l’idea dell’uguaglianza e della differenza tra i sessi. Conquistare la parità con gli uomini non significa affatto per le donne diventare come loro, fare le stesse cose. Anzi era stata coltivata la grande ambizione di costruire una società a misura dei due sessi. In nome di una libertà che si illude di poter plasmare e mutare corpi e vita a proprio piacimento si avanza sul terreno della cancellazione delle donne dalla scena politica e culturale.

Contemporaneamente dagli schermi televisivi, dalle copertine dei giornali e delle riviste passano immagini di donne cosiddette vincenti la cui unica o principale prerogativa è quella di avere un corpo appetibile per il desiderio di maschi pronti a comprarselo.


A tutto ciò diciamo BASTA!


Vogliamo esercitare pienamente quei diritti di cittadinanza conquistati duramente da più generazioni di donne e ci prenderemo il potere necessario affinché ciò avvenga. Le nostre ragazze non dovranno più scegliere tra lavoro e maternità, della nostra libertà vogliamo esser noi a decidere. Vogliamo capire per esempio se crediamo che la sfida femminile introduca qualcosa di inedito nella storia della libertà oppure sia la semplice estensione delle concezioni esistenti. Vogliamo capire come far valere su un piano generale l’esperienza che le donne hanno del corpo anche come limite. Una libertà intrisa di questa consapevolezza è ciò di cui avvertiamo la mancanza.

Vogliamo contare negli affetti, nella famiglia, nella società e nella politica, e vogliamo farlo da donne. Vogliamo una classe dirigente femminile che ci rappresenti. E vogliamo sceglierla noi



Fonte: lastampa.it del 29/06/10


In risposta al messaggio di Deborah D'Emey inserito il 28 Apr 2010 - 13:14
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