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.: Il Blog di Antonella Fachin
Venerdì, 5 Marzo, 2010 - 10:50

Come si batte la destra? Mediando per tenere unita la sinistra

da Liberazione del 2 marzo 2010 qualche spunto di riflessione.


Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
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José (Pepe) Mujica: «Come si batte la destra? Mediando per tenere unita la sinistra»

Intervista al neoletto presidente dell'Uruguay

«Cercare mediazioni anche quando sembrano impossibili. Cercare e cercare, fino a trovarle. Costruire alleanze e lavorare duro per mantenerle in piedi. La sinistra tende a dividersi e quando si divide perde. E’ infantile dividersi, è infantile atomizzarsi per poi essere sconfitti. I politici di sinistra seri non rompono fronti comuni, li costruiscono. Per vincere si fa così. Per governare si fa lo stesso».
La lezione è di José (Pepe) Mujica, ex capo guerrigliero dei Tupamaros, una icona per chi sognava la rivoluzione in America latina negli anni Sessanta. Mujica ha iniziato ieri il suo mandato di presidenza alla guida dell’Uruguay. Prima della cerimonia di investitura ha ricevuto alcuni giornalisti stranieri.
Presentato dagli avversari come troppo radicale, troppo di sinistra, con un passato politico troppo pesante per governare il Paese, Mujica ha battuto il candidato delle destre senza fatica al ballottaggio.
Ha 74 anni. Non parla difficile, gli piace la parte del vecchio rude e saggio. Si definisce «un contadino nell’anima». Ha il suo maggior bacino elettorale tra gli under 30. Ha rifiutato di trasferirsi nella residenza presidenziale, «non sono mica matto» ha spiegato. Continua a vivere a casa sua nella campagna di Montevideo. Coltiva rose. Sta con la stessa donna da cinquant’anni, Lucia Topolansky, ex guerrigliera, presidente del Senato.
Quando gli si domanda se non fu un po’ fesso credere che la tattica guevarista dei fuochi rivoluzionari fosse una buona idea per portare la rivoluzione nel placido Uruguay, minuscolo Paese agricolo lungo il Rio de la Plata, risponde: «Ci sbagliammo, ma non sull’obiettivo. Sono rimasto delle stessa idea, la tattica è cambiata ma il fine è lo stesso: costruire un mondo meno ingiusto». Per averci provato durante la dittatura uruguayana (1973 1985) passò gli ultimi due anni della sua lunga prigionia in un pozzo.
L’ex guerrigliero è un maestro nell’arte della mediazione. Se il centrosinistra uruguayano non è esploso in uno dei suoi innumerevoli conflitti intestini ed è uscito con un gradimento altissimo dal suo primo mandato al governo del Paese, è fondamentalmente merito del vecchio Mujica. E’ stato lui, l’anima più radicale del Frente, a trovare il punto d’equilibrio tra laici e cattolici, tra liberisti e statalisti, tra fondamentalisti ed eterodossi. Gli abbiamo chiesto come ha fatto.
Presidente, come riesce a tenere unito il centrosinistra senza perdere per strada pezzi di alleanza e senza modificare la radicalità della sua personale posizione politica?
E’ una via crucis. Mantenere il fronte compatto è una conquista, richiede molto lavoro, molta intelligenza. Ma la nostra gente ci vuole uniti, se ci dividiamo non ci appoggia perché non vuole perdere. L’alleanza del centrosinistra non è proprietà di un dirigente che si crede il regista del film. L’alleanza è una richiesta della base, è tenuta insieme dal basso con un sistema semplice: chi rompe il fronte perde, la gente lo punisce, smette di votarlo.
In Uruguay esiste una cultura della negoziazione politica. Non a caso esistono due partiti con 180 anni di vita. La necessità di costruire fronti è per noi un dato chiaro. La sinistra ce la fa solo se prima vince la sua tendenza ad affermare identità al costo di dividersi e sparire. Chiaro no? Bisogna comportarsi con maturità. Non pretendere accordi globali. Bisogna rinunciare a perseguire obiettivi finali totali del tipo o tutto o niente. Trattare, trattare, trattare. Tendere ponti sempre, mai chiudere porte. Aprirle.
E’ questo il suo segreto?
Uno, l’altro è non cadere nella malattia del potere. Se la sinistra si ammala della vanità del potere muore.
Si è complimentato con gli uruguayani per aver votato Mujica alla presidenza…
Votando me hanno sconfitto la forza dello stereotipo. Mi complimentavo per questo. Io rappresento gli anni Sessanta, sono il guerrigliero che voleva la rivoluzione. Quell’utopia è anacronistica. Il nostro errore, l’errore di chi perseguiva il sogno della rivoluzione, fu credere di avere diritto di distruggere per creare qualcosa di nuovo che non sapevamo nemmeno chiaramente cosa fosse. La vita mi ha insegnato che dentro la democrazia liberale si può costruire molto. Che più liberale è e più ci si può costruire dentro un mondo migliore. La nostalgia per un antico sogno passato non serve. Qui siamo tutti per tradizione cultori del tango, la nostalgia sappiamo bene cosa è. Ma la nostalgia va bene per l’arte, la storia si costruisce guardando al futuro. Avanti, non indietro.
Occhio, continuo ad essere socialista. Credo che io non arriverò a vederlo, ma il socialismo si farà. Ma non si farà come pensava, sbagliando, la mia generazione negli anni Sessanta. Prima bisogna creare una società con benessere diffuso, una società molto colta. Senza fare prima questo, senza riuscirci, pensare al socialismo è da irresponsabili.
Ha avvisato che il suo sarà un governo di austerità, cosa vuol dire?
A spendere i soldi pubblici non ci vuole molto. Sono capaci tutti. Questo governo dovrà creare ricchezza, non spendere quella che c’è. I ministri sono già avvertiti. Abbiamo bisogno di parsimonia e intelligenza. La felicità costa poco, ma non si compra. L’austerità è un modo di preservare la libertà individuale, è una lotta per mantenere la libertà. La vera ricchezza è il tempo. Impegnarlo tutto, spenderlo in cambio di beni non mi sembra un buon affare. Ognuno vive come vuole, ho amici in tutte le classi sociali e quando vado a casa di persone ricche non giudico e non mi intrometto. Ma penso che la vera ricchezza sia poter spendere più tempo possibile nel fare ciò che dà piacere. Non credo di essere un esempio per nessuno, ma nei momenti migliori della mia vita avevo condizioni materiali molto modeste.
Qual è il primo obiettivo del suo governo?
Dimezzare gli indici di povertà in quattro anni. Siamo un Paese di tre milioni di persone, non è impossibile riuscirci. E migliorare l’istruzione. Non si costruisce niente di buono senza cultura.
Le piace il modo in cui il Brasile sta esercitando il ruolo di potenza continentale?
Ammiro la prodezza mostrata da Lula alla guida del Brasile. Ha saputo governare un Paese che è quasi un continente, senza poter contare su una maggioranza parlamentare ha ottenuto risultati straordinari in politica interna. Basta questo a spiegare che si sta parlando di un politico di qualità superiore. E’ ovvio che un Paese come il Brasile abbia vocazione di guida continentale. Ma per guidare, per essere leader, bisogna essere generosi. Per aspirare ad esercitare leadership bisogna prima saper dare. Non so se mi spiego: chi vuole comandare paga la cena.