.: Login

Hai dimenticato la password?

.: Newsletter


.: Chi è online

Ci sono attualmente 0 utenti e 158 ospiti collegati
.: San Lorenzo NEXT-GENERATION
Segnalato da:
Patrizia Milani - Martedì, 24 Novembre, 2009 - 16:12
Di cosa si tratta:

SAN LORENZO NEXT-GENERATION

1989-2009 A VENT’ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

QUANTI MURI RESTANO ANCORA DA ABBATTERE?

 

 

FINISSAGE E PREMIAZIONE28 novembre  ore 18  presentazione  del catalogo e  proclamazione del vincitore del Premio Patrizia Barlettani Next_Generation  a cura di Roberto Milani  ( 30 finalisti su 189 partecipanti)

 

Location:  Galleria San Lorenzo   -   Via Sirtori  31   20129 Milano

Tel.  +39. 0274236426

 

Durata esposizione: dal 17 ottobre  ore  18  al 28 novembre  

Orari: dal lunedì al sabato dalle ore 15 alle ore 19;  mattina su appuntamento

Ingresso: gratuito

Infowww.arte-sanlorenzo.it   milano@arte-sanlorenzo.it       galleria@arte-sanlorenzo.it

Catalogo: Zeta Scorpii  

 

 

 

1989-2009 A VENT’ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

QUANTI MURI RESTANO ANCORA DA ABBATTERE?

 

NEXT_GENERATION - PREMIO PATRIZIA BARLETTANI

 

Per l’apertura della nuova sede milanese della Galleria San Lorenzo (in via Sirtori 31) è stata allestita la mostra collettiva NEXT_GENERATION, costituita dai lavori dei 30 finalisti che hanno superato le selezioni del Premio Patrizia Barlettani, sul tema:

"1989-2009 a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, quanti muri restano ancora da abbattere?"

 

Selezionati su oltre 180 partecipanti, questi giovani artisti, hanno sviluppato, con supporti

e tecniche differenti, i "loro muri", sottolineando e ponendo gli accenti su gli aspetti più disgreganti e/o discriminanti della società contemporanea.

Ne è scaturita una mostra di grandissimo livello, dove il XX anniversario della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) ne è lo spunto.

 

 

La Galleria San Lorenzo, che da anni opera nella continua e costante ricerca e valorizzazione delle giovani forze espressive ha attivato questa iniziativa, che si ripeterà anche negli anni a venire, istituendo un premio intitolato a Patrizia Barlettani, socia fondatrice di CASA D’ARTE SAN LORENZO, scomparsa prematuramente, che con il suo impegno e raffinato talento, negli anni ha sempre sostenuto la ricerca e di conseguenza l’opera, delle nuove forze che operano nel campo delle arti visive.

 

 

 

La Mostra è stata aperta  al pubblico il giorno 17 ottobre alle ore 18'00 e si protrarrà fino al 28 novembre, giorno in cui verrà presentato il catalogo edito per i tipi della Zeta Scorpii e dove verrà decretato il vincitore del Premio Patrizia Barlettani.

 

La giuria chiamata ad esprimere il proprio giudizio è composta da:

- Maurizio Vanni (Direttore del Lu.C.C.A., museologo, critico, storico dell'arte e curatore)

- Paolo Bacchereti (Presidente di Art Club, socio fondatore di Casa d'Arte San Lorenzo)

- Massimo Barlettani (Titolare della B&A Agenzia di Pubblicità, esperto in comunicazione)

- Giorgio Gherarducci (Gialappa's) (Collezionista, Autore)

- Giovanni Frangi (Artista contemporaneo)

 

Anche il pubblico potrà esprimere il proprio giudizio attraverso una scheda personalizzata.

I visitatori potranno votare fino al giorno 27 novembre.

 

Il Premio Patrizia Barlettani consiste in una mostra personale nei locali della Galleria San Lorenzo di Milano nel 2010.

 

I trenta finalisti sono:

Maurizio Carriero

Angelo Crazyone

Fabrizio Bellomo

Barbara Santagostini

Francesco Liggieri

Simone Gilardi

Svitlana Grebenyuk

K/K

Emila Sirakova

 

 

Sara Meliti

Nicolò Paoli

    Filippo Piantanida/Roberto Prosdocimo

Roberto G. Ferrante

Francesca Manetta

Daniela Ardiri

Isabella Genovese

Klodian Deda

Margherita Martinelli

Martine Parisi

Patick Stewardson

Paola Maria Costantini

Francesca Crocetti

Lucia Elefante

Marco Cassani

Alessia Cocca

Alberto De Bettin

Peyre Gabriel

Linda Carrara

Marco Bettagno

Alina Najlis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Next generation 2009

 

 

Durante le selezioni abbiamo chiesto a tutti i candidati di parlare liberamente della propria opera. Abbiamo quindi assistito alle più svariate interpretazioni dei “muri” da abbattere.

Emerge un dato certo, che i muri sono veramente tanti.

 

Muri sociali, ostacoli personali, barriere psicologiche o atteggiamenti discriminanti, difficoltà di dialogo o di comprensione.

Insomma uno spaccato reale e realistico di un segmento della nostra società che dovrebbe guidarci verso il futuro e a cui non diamo, spesso, ascolto.

 

I trenta finalisti sono stati selezionati non solo seguendo i soliti canoni di valutazione, ovvero la qualità dell’opera presentata,

ma prendendo in analisi anche altri aspetti: il concetto ad esempio, o la capacità di presentare e motivare la propria arte, la propria formazione, l’idea ed il motivo che li ha spinti a partecipare al concorso stesso.

Quello che ha coinvolto di più  gli artisti è stato proprio l’opportunità di parlare della propria opera. Essere ascoltati.

Ascoltiamoli allora.

 

Ci sono, in questa mostra, tanti tipi di muro differenti. Si potrebbero definire trenta interpretazioni diverse e personali ma, per semplificarne la lettura, li suddivideremo in alcune categorie.

 

Ci sono ad esempio quelli a sfondo politico, come quello di Patrick Stewardson, che mette in evidenza il muro, quello reale, in cemento armato, che esiste tutt’oggi. Innalzato pochi anni fa, a dividere la striscia di Gaza dai territori occupati. O quello di Angelo CrazyOne, che essendo uno street-artist ed usando abitualmente  il muro come tela, si presenta a questo concorso con un lavoro sviluppato con la tecnica dello stancil, proponendoci un ritratto fedele di Adolf Hitler. A suo dire “l’origine di tutti i muri dell’epoca contemporanea”. O ancora, il muro dell’artista ucraina Svitlana Grebenyuk che con l’opera intitolata “fantasma del comunismo”, scava nella propria memoria di bambina che ha vissuto sulla propria pelle l’essere nata dall’altra parte del muro. Su questo filone c’è anche il muro di Nicolò Paoli che unisce il fatto storico all’ironia graffiante. Con un collages fotografico, rappresenta il muro di Berlino scavalcato da adorabili pecorelle con cappelli nazisti, mentre un uomo sullo sfondo cerca e molto probabilmente trova il suicidio con un tuffo nel vuoto.

Sfiora questo dibattito Francesca Crocetti,

unendo insieme ricordi e vissuto. L’opera che presenta è un lavoro realizzato su tela, dove unisce disegno, pittura e foto. Con questa tecnica replica la stessa immagine su se stessa, capovolgendola, raffigurando un’intera famiglia in divisa “balilla”. Esiste un muro del passato? E se sì, quanto è ancora difficile da abbattere? Forse solo il tempo salderà i debiti con la storia e la fragilità dei giudizi.

 

In mostra c’è anche un muro che rimane ed appartiene alla storia, quella popolare ma che fa pienamente parte della storia, quella vera. Parlo dell’installazione fotografica di Alessia Cocca che racconta di questa porzione del muro di Berlino, dove si dice che alcuni giovani fidanzati, privati del loro futuro, preferivano suicidarsi schiantandosi a tutta velocità con la “mitica” Trabant, piuttosto di vivere il loro amore all’ombra del muro stesso.

 

Ci sono i muri dell’indifferenza, come quello rappresentato da Linda Carrara che ci racconta di due mondi opposti, rappresentati da due personaggi lontani fra loro anche se così vicini dal luogo condiviso. Sempre sullo stesso filone troviamo, con gesto comics, il lavoro del giovanissimo Alberto De Bettin che rappresenta un personaggio inchiodato al proprio muro, che vede i muri degli altri ma non riesce a liberarsi del proprio.

 

Troviamo i muri delle differenze sociali, ad esempio quello immortalato da uno scatto rubato col cellulare dall’artista barese Fabrizio Bellomo, che ferma un momento di relax pomeridiano al parco Sempione di Milano dove su due panchine contrapposte ci sono due mondi divisi da un muro fatto d’aria ma non per questo meno insuperabile. A questo tema possiamo annoverare il muro interpretato da Isabella Genovese, con la rappresentazione della sedicesima carta dei tarocchi. In un collages e pastello evoca una torre come elemento impossibile da scalare che simboleggia la barriera per eccellenza.

 

C’è il muro, spesso terrificante, della paura della morte. Lo incontriamo rappresentato nella tela di Marco Bettagno che con toni, solo apparentemente solari, si sofferma su un particolare del busto di un cadavere dopo un’autopsia.

 

Oppure il muro, che come nella favola dei tre porcellini dovrebbe proteggere gli abitanti della casa dalle incursioni del lupo cattivo ma che in realtà lo ospita. Scena che si trasforma da recinto protettivo in cella, in luogo del terrore. Sto parlando dell’opera in gesso tridimensionale della brava Francesca Manetta intitolata “Wolfwall”.

Assimilabile c’è il tema delle barriere familiari, ben rappresentato dall’opera della fotografa K/K. Un autoritratto dove si vede la protagonista al centro della scena con tanto di maschera antigas (asfissiata dall’ambiente domestico), che volta le spalle ai genitori, anch’essi con tanto di maschera, ma in questo caso di carnevale, nascosti dietro le tende di casa, intenti a spiare e giudicare.

 

Uno dei temi ricorrenti, sia durante le selezioni che nelle opere dei finalisti, è quello dell’incomprensione fra i due sessi. Muro, questo, difficile da abbattere ed ancora molto, forse troppo, presente. Un’altra fotografa, Sara Meliti, rappresenta questo muro mettendosi a nudo dentro una vasca, tagliata a metà, divisa da una ipotetica barriera di pellicola trasparente che non permette l’osmosi con la persona che le sta di fronte, presumibilmente di sesso opposto e che supponiamo potrebbe occupale l’altra metà della vasca.

 

La barriera più presente nella denuncia artistica delle opere in mostra, è il disagio provato nelle relazioni con gli altri.

Con questo riferimento troviamo le ricerche introspettive di Alan Fecola e Simone Gilardi. Due lavori molto ben eseguiti con tecniche tradizionali, dove, il colore, scuro, intenso, drammatico, trasferisce all’interlocutore tutti i dubbi e le tensioni che forse hanno origine proprio nella giovane età di questi artisti.

Vicino e sovrapponibile al tema, possiamo ammirare anche l’opera di Maurizio Carriero, generoso talento contemporaneo, che interpreta il suo muro attraverso una composizione geometrica che fa da sfondo al mezzo busto di un adolescente immerso nei propri solitari pensieri.

 

Rimanendo sempre nella sfera dei limiti del sé, incontriamo il lavoro di Daniela Ardiri. Una fotografia stampata su tela, che offre al visitatore una multimmagine che la ritrae nuda, immersa nella propria intimità a combattere con la difficoltà dell’accettarsi.

Una solitudine (e sottolineo una, in quanto ritengo che ne esistano diverse) è rappresentata anche nel lavoro di Marco Cassani, che si immedesima nel protagonista della propria opera. Il protagonista resta distante, estraniato, quasi nelle vesti di spettatore, da quella folla chiassosa e colorata visibile nella parte bassa della composizione. Il tutto condito da una magia “spirituale” quasi pagana.

Il dialogo con il proprio io ed i propri limiti è rappresentato dall’opera di Francesco Liggieri, dove una feroce linea rossa impedisce all’uomo seduto sulla sedia, protagonista al centro della scena, di superare quel confine immaginario.

 

Martine Parise, si propone con un’indagine sulla frenesia del mondo occidentale. Questo più che un muro è una malattia! L’artista, con pennarelli, trasferibili e colore acrilico su linoleum, gioca sviluppando una immaginaria città fatta di linee che si intersecano popolata da singolari individui che proiettano ciascuno più ombre, a manifestare e denunciare quante maschere siamo oramai educati ad indossare. L’unico “salvo” è un cane, l’animale, che oltre a non proiettare nessuna ombra è dipinto di un colore differente, verde, rispetto al rosso-arancio di tutti gli altri attori.

 

Nel lavoro, raffinato ed intelligente, di Emila Sirakova, artista bulgara diplomata a Brera incontriamo due aspetti. Due facce della stessa medaglia: il riscatto femminile (vissuto in età adolescenziale aldilà del muro e sentito attraverso le esperienze della figura materna) e ancora una volta l’impossibilità di dialogo fra i sessi. Una donna, nuda, che nell’atto di scalare un muro fatto di mattoni vuoti, quasi alveoli, acquisisce sempre più sicurezza e libertà, autonomia ed indipendenza.

 

In Barbara Santagostini, troviamo l’imbarazzo della comunità. Nell’immagine fotografica, una sottile, quasi trasparente tenda di pizzo, di merletto,  non permette un dialogo completo tra le parti. E’ questo il disagio, l’imbarazzo, le difficoltà che può ancora vivere oggi una donna, in un luogo aperto e cosmopolita come la città di Milano.

 

 

Il muro da superare o da abbattere per Margherita Martinelli è quello delle apparenze. L’artista, in questa tela, urla il suo “No, non ci stò!” denunciando il suo sentirsi etichettata o peggio additata, solo per l’abito indossato o le scarpe calzate.

Vuole la libertà. La sua libertà, e allora nella parte destra dell’opera, apre le gabbie, qui rappresentate attraverso un’immagine convenzionale.

Non lontano dallo stesso concetto, il limite delle apparenze. Un’ immagine che inganna la fotografia di Roberto Ferrante. Sembra una maschera, quasi terrificante, che emerge dal fondo scuro. Incute timore, ma la realtà e tutt’altro. Quel che all’apparenza sembra uno spettro, non è altro che un groviglio di panni in attesa di trovare posto all’interno del cestello della lavatrice.

 

Nel video “12 respiri”, la giovane video-artista Paola Maria Costantini, lancia un messaggio positivo, di speranza. Nella vita a volte basta poco tempo perché quelle che fino a pochi istanti prima potevano sembrare barriere insormontabili, vengano spazzate via da un soffio, un alito di vento.

 

Un muro, di strati sovrapposti di stoffe bianche, di differente fattura, che formano una sorta di ferita e culminano, al centro, con un piccolissimo specchio: è la barriera creata da Lucia Elefante. Rappresenta tutte le barriere che un individuo deve abbattere e superare nel corso di una vita per ritrovare se stesso.

 

Il muro tecnologico è invece rappresentato dal francese Peyre Gabriel. In “enteryourpassword”, opera-web-site, creata appositamente per la mostra, l’artista esprime un concetto semplice ognuno deve abbattere le proprie piccole barriere.

In fatti l’unico modo di procedere e di vedere le immagini appositamente create ed inserite nel sito ( immagini che l’artista sta continuando ad inserire rendendo l’opera “infinita”) è quello di inserire una parola chiave, una qualsiasi, purchè sia inserita.

 

 

 

 

 

L’argentina Alina Najlis risolve il suo lavoro da un punto di vista compositivo. Crea, con un collages di immagini, un muro immaginario, dove si alternano vedute di case a cataste di rottami e grovigli di tetti. Il tutto è armonico. Ma è, di fatto, un muro!

 

Il giovane albanese Klodian Deda, accende i riflettori su di un altro muro, difficile da abbattere, l’omosessualità. Propone un’opera concettuale, un’installazione, dove l’oggetto diventa opera e l’arte è il pensiero. Vediamo una cassaforte, dove all’interno non trovano posto denaro, preziosi o gioielli ma intimi segreti e sogni spezzati. Fotografie, cd, lettere, oggetti che ci raccontano di un amore, quello fra due uomini che non potrà mai essere vissuto in libertà. Il motivo è che uno dei due amanti è padre, marito e per non perdere l’affetto della famiglia e la dignità di padre, decide di chiudere e custodire in cassaforte la sua felicità.

 

…1989-2009 a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, quanti muri restano ancora da abbattere…

Dove:
Milano, Via Sirtori 31
Quando:
Da Sabato 28 Novembre - 18:00 a Sabato 28 Novembre - 21:00
Chi organizza:
Roberto Milani