.: Login

Hai dimenticato la password?

.: Newsletter


.: Chi è online

Ci sono attualmente 0 utenti e 56 ospiti collegati

.: Eventi

« Agosto 2019
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  

.: Ultimi 5 commenti

.: Il Blog di Antonella Fachin
Martedì, 6 Ottobre, 2009 - 21:21

Da femminismo a veline "rivoltato il significato delle parole"

Dal femminismo alle veline «Così abbiamo rivoltato il significato delle parole»

di Marisa Ombra da unita.it
Ragioni anagrafiche mi portano a guardare al fenomeno delle veline partendo da molto lontano, niente meno che dalla guerra e dalla Resistenza. D’altra parte quello è l’inizio, ed è da quell’inizio che occorre partire per misurare la portata di ciò che sta accadendo di questi tempi. In quegli anni infatti comincia – o meglio riprende, dopo il fascismo – la lunga marcia delle donne per ottenere la cittadinanza in questo Paese (a questo riguardo consiglierei la lettura del bel libro di Bianca Guidetti Serra «Bianca la rossa»). Sarebbero occorsi decenni. Avremmo ottenuto diritti ed eguaglianza, libertà e posto nel mondo. Non avremmo aspettato che le leggi cadessero dall’alto, avremmo costruito la cittadinanza conquistando postazioni in ogni piega della società, assumendoci responsabilità e diventando parte essenziale del tessuto che fa funzionare la cosa pubblica. Un Paese arcaico e un po’ bigotto sarebbe diventato, per nostro principale merito, aperto e civile. Per chi è nata politicamente in quei lontani anni ed è stata parte di questo faticoso ma felice cammino, l’oggi si presenta di una tristezza infinita. Grande anche la delusione per quello che già viene descritto come «il silenzio delle donne». Di questo vorrei parlare.

Credo che tutte siamo rimaste attonite davanti all’operazione culturale che si è svolta sotto i nostri occhi: una operazione che, se non ha cancellato, ha sicuramente stravolto buona parte dell’impianto teorico che ha accompagnato il movimento politico delle donne. Le parole chiave sono state rivoltate. Scoperta del corpo, liberazione sessuale, affermazione di sé, autonomia, identità, desiderio, eguaglianza, differenza, eccetera, hanno preso significati opposti. L’affermazione orgogliosa «il corpo è mio e lo gestisco io» per esempio. Intendeva dire la vergogna e chiudere con l’antica figura della donna oggetto, riposo del guerriero, «regalo fatto da Dio agli uomini ». Era sembrata una svolta irreversibile, l’affermazione di un nuovo senso comune. Nonsipuòdire che le donne non si siano impossessate del proprio corpo. Per farne cosa? Donne immagine e prostitute di lusso hanno fatto di sé una nuova moderna (?) figura del mercato, che procede attraverso l’oculato bilanciamento dei costi e dei profitti, il dosaggio fra servilismo e pretesa di compensi dissociati da ogni personale competenza. Il corpo è diventato impresa da mettere a frutto. Direi che il ritorno indietro è ancora più mortificante del già vissuto. Perché in questa contrattazione uno dei due contraenti ha il potere (anche quando è piccolo potere), l’altra mette sulla bilancia una proprietà massimamente effimera. È questo che volevamo? Com’è potuto accadere? La tendenza non sarebbe inquietante se l’ambizione di avere visibilità e successo attraversoun perverso mercanteggiamento, non fosse diventata l’orizzonte di buona parte di una generazione, il senso stesso della vita, dell’essere donna («mi sento velina dentro» risponde una ragazza all’intervistatrice). E se le ragazze in corsa non fossero spesso accompagnate dalle madri: madri giovani, che hanno visto passare sotto i loro occhi, forse addirittura attraversato, il femminismo. 

Da una signora che probabilmente non ha attraversato il femminismo, è venuta una parola che aveva contato molto per le donne di un’epoca segnata dalla soggezione e dall’esclusione: dignità. Avendo nella mente e nel cuore quella parola, una generazione è arrivata a raddrizzare la schiena ed hacominciato a risalire verso la libertà. Ciò che oggi comunica smarrimento e sensazione di impotenza è la perdita di questo sentimento. Perché l’uso programmato del corpo implica una tensione di tutto l’essere, cervello compreso; occupa l’anima. Si realizza così un paradosso: l’autonomia, la capacità di decidere del proprio destino, viene cercata attraverso l’asservimento volontario e la perdita della dignità. Molte di noi, credo, in questi mesi si sono fatte domande e hanno provato vergogna. Sono convinta che quel che manca è la presa di parola collettiva, se non altro per non far mancare una rappresentazione diversa di ciò che una donna vuole e può fare.

06 ottobre 2009

Altri due articoli che meritano di essere letti.

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliere di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
------------------------------------------

«Il letto di Putin esiste, l'intelligenza è saper dire no»

di Enrica Asquertutti 
Cara Patrizia, cara Noemi e cari tutti, ragazzi e ragazze di oggi, non sono la nonna, sono una di voi. Ho 29 anni, per cui non sta per partire la solita paternale, o maternale. Sono giorni difficili questi, le domande sono tante, troppe, e ho deciso di parlarne tra di noi. Come giovani donne, siamo invocate da tutte le parti, ragazze, escort, veline con l’accento sudista, velate con la pelle color miele amaro. Io, se permettete, nel mucchio ci metto anche i nostri colleghi coetanei, ventenni e trentenni, oltre che, naturalmente, i nonni, i papi, protagonisti immeritevoli della scena mediatica odierna. Dedico le mie giornate allo studio, alla scrittura, nella moderna Milano, dove sono arrivata venendo anche io dal Sud, da quella Sardegna che tutti conosciamo per essere la patria di molte bellissime veline. Non ho ancora un lavoro e spero di trovarlo un giorno, magari proprio all’università, a cui dedico tutte le mie energie migliori. La famiglia mi mantiene, con un compagno e una casa per noi due. Sono una stra-privilegiata, perché ancora sto qui, a 29 anni, a coltivare il sogno della mia vita. Anche io vorrei fare qualcosa di veramente importante. Anche io subisco talvolta il fascino del pensarmi su un palco a dire e fare mostra di me. Perché non lo posso ammettere? Perché non lo devo ammettere? Mostrarsi è parte della mia cultura. Quando non lo fai, non esisti. Ogni giorno perciò la lotta è duplice: contro la timidezza, quel pudore naturale e semplice che sta lì a preservarti e che oggi è un disvalore, e contro quello che una collega intelligente chiama “il nemico interno”: la voglia di apparire, la spinta a prostituirsi nel corpo o nella testa, davanti ai potenti, ai professori e alle professoresse (non dimentichiamocele), ai datori di lavoro, la cedevolezza di rinunciare alla propria libertà per sfangarla ancora una volta e finalmente arrivare alle stelle, arrivare al posto di lavoro brillante, qualunque esso sia. Un’amica un giorno mi ha detto di voler fare qualcosa di importante nella vita e, con questo, stava pensando ad entrare nello “staff” di un grande albergo di lusso, di quelli che in Sardegna non mancano appunto. Mentre parlava mi chiedevo se stesse capendo effettivamente che cosa stava desiderando. Non voglio appartenere a quella “élite di merda” dei radical chic di Brunetta. Sono nata nel 1980, non hoguardato Drive in. Ho visto abbastanza per parlare di quello che ci sta succedendo e per parlare senza protervia di una vita e di una cultura alternativa, che dobbiamo e possiamo costruire. Per farlo ho capito che c’è una ricetta semplice e pesantissima: si chiama “fatica dignitosa”. Io sono figlia della cultura di oggi e vi dico che per difendere la propria dignità e libertà in questo mondo dobbiamo imparare, dobbiamo faticare, dobbiamo ammazzarci di lavoro, su noi stesse e con gli altri. Non c’è pillola, né massaggio, non c’è parola magica e non c’è letto di Putin. Anzi, pardon, il letto di Putin appunto c’è, esiste, e la nostra intelligenza si costruisce con la fatica di dire «no, grazie».

Enrica Asquer, 29 anni, storica, ha scritto "La rivoluzione candida". Si occupa di storia sociale, delle donne e delle identità di genere e fa parte della Società italiana delle storiche. Nata a Cagliari, laureata a Firenze con Paul Ginsborg.

06 ottobre 2009
------------------------

Il premier è nudo, sono solo le suddite a legittimarlo

di Francesca Rigottitutti gli articoli dell'autore
Sarò breve e partirò dal comportamento con le donne del presidente del consiglio italiano. Ritenendo evidentemente di essere – come da sue plurime esternazioni – una persona di talento dotata di capacità superiori, una specie di genio insomma, Silvio Berlusconi presume che a lui, come appunto ai geni, tutto sia permesso. Non soltanto, ma che tutto ciò che fa debba suscitare consenso e ammirazione, non importa se si tratti di governare a colpi di decreti-legge, di calpestare le decisioni uscite dai referendum (l'aborto, il nucleare), di insultare e querelare la stampa critica o di esternare nei confronti delle donne ciò che egli sembra considerare complimenti galanti e che altro non sono invece che espressioni di disprezzo e superiorità nonché implicite manifestazioni di incapacità di confrontarsi con esse alla pari.

Sulla base dunque di tale presunta superiorità che gli permette di star sopra la morale se non al semplice buon gusto, il presidente del consiglio italiano ama da una parte dar di sé l'immagine di un adorabile Don Giovanni, e quindi via coi lazzi sulle donne poco procaci, i complimenti per quelle giovani e formose, la richiesta del numero di telefono a terremotate e giornaliste straniere etc., senza, si badi bene, e qui la colpa è nostra, che le suddette reagiscano con irritazione o magari con un ceffone, tanto più che le manovre non provengono da un bel giovanotto ma da un anziano truccato e tinto al pari del colonnello Gheddafi. Quindi: se ci prova, rispondere con un gelido: «Ma lei come si permette?». Dall'altra parte però egli si premura di dar di sé l'immagine di un uomo adulato sì dalle donne ma anche circondato da nemici (i famosi «comunisti»).

Ma torniamo ai comportamenti verso le donne, che dalle donne stesse, di buono o di cattivo grado, vengono accettati e permessi. E questo non va bene, e questo è silenzio complice che rende possibile il perpetuarsi di tali comportamenti. A chi giovano, viene comunque da chiedersi, queste forme di presunta galanteria? Evidentemente a raccogliere consensi da chi ritiene che a un personaggio con funzioni e responsabilità politiche di altissimo livello sia lecito, anzi giovi, presentarsi come uno cui piacciono le donne, che ama essere contornato da ragazze giovani e bellocce al punto di promuoverne alcune al rango di «ministre» (mai termine fu più appropriato, se minister, da minus, è il funzionario di ordine minore di fronte a quello di ordine superiore, il magister). Il presidente del consiglio italiano segue, con le donne, modelli comportamentali anni '50, tipo la «Settimana Enigmistica» o i film interpretati da Maurizio Arena con contorno di battute salaci, occhiate languide e sguardi rapaci, per coprire la sua incapacità di trattare con le donne in base al loro ruolo e non dell'involucro corporeo del gentil sesso (ma dove le vanno a prendere certe espressioni?).

E questo non nel privato di qualche sua villa, dove immagino che i pizzicotti sul sedere del personale femminile si sprechino tra le risatine dei presenti, ma nel pubblico di assemblee, convegni, incontri di rappresentanza dove, se finora sembra che tutte e tutti – da Merkel a Obama a Zapatero - chiudano gli occhi, a parte qualche sparuta moralista come me, forse, prima o poi, chi sa, un innocente, di fronte a tante patetiche esibizioni, avrà il coraggio di esclamare che «il re, o meglio il presidente, è nudo».

29 settembre 2009

Commento di Antonella Fachin inserito Mar, 06/10/2009 21:34