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Oliverio Gentile

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Inserito da Oliverio Gentile il 14 Maggio 2010 - 16:10
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Da milano.corriere.it:

Alberto Meomartini, carlo Sangalli, Anna Soru, Giulio Ballio, Gianna Martinengo

«Un campus per studenti o una strada da adottare, l’importante è partire»

La città si interroga sulla proposta lanciata dal Corriere, il «Il Manifesto per Milano»

MILANO - Ultima chiamata per Milano. Che la città sia in cerca di uno spirito nuovo—di un genius loci finora nascosto in grado di ispirarne il rilancio—è nei fatti da tempo. Da anni le diagnosi dei sociologi si somigliano: «Il capoluogo lombardo è un arcipelago di isole che non comunicano tra loro». In questo contesto il Manifesto per Milano lanciato ieri sulle pagine del Corriere da Giangiacomo Schiavi, Fulvio Scaparro e Marco Vitale è arrivato come una sferzata all’orgoglio della città. Non solo analisi, ma idee, sollecitazioni, proposte. A cui Milano ha già cominciato a rispondere. Un punto è chiaro a tutti: dall’impasse non si esce da soli. Se nel secolo breve era stata la borghesia industriale a trascinare la città verso il futuro, cambiandole i connotati con le sue fabbriche e i nuovi quartieri, oggi tutte le anime di Milano devono avere l’umiltà e la consapevolezza necessarie a capire che nulla può chi resta isolato.

«La straordinaria visione sociale della borghesia industriale fin dagli inizi del ’900 è un fatto. Oggi questa stessa visione è richiesta a tutti», analizza per primo Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda. «Fare rete è indispensabile ma non basta—continua Meomartini —. La variabile tempo non è indifferente: per il rilancio della città bisogna agire subito, nella consapevolezza che i problemi degli altri in questa fase sono anche i nostri». Sì, ma a chi tocca il primo passo? Mettere da parte gli interessi di categoria per guardare a obiettivi di lungo periodo per la città intera non è facile per nessuno... «L’unica via d’uscita è che ciascuno faccia il proprio, senza aspettare che siano gli altri a muoversi—risponde Meomartini —. Noi siamo pronti. A partire dagli ambiti in cui possiamo intervenire più direttamente. Penso alla promozione del merito e alla valorizzazione dei giovani».

Il Manifesto per Milano è anche un richiamo al senso di responsabilità delle piccole imprese dei servizi. Un mondo che ha un ruolo cruciale nel tessuto sociale e produttivo del territorio. «Siamo pronti a metterci a disposizione sui progetti individuati dal Manifesto, a cominciare da quello sulla qualità della vita—apre una linea di credito il presidente dell’Unione del Commercio di Milano, Carlo Sangalli —. Le iniziative possono essere diverse, piccole e grandi. Dall'adottare una strada fino alla riqualificazione delle periferie. Purché ci si impegni a fare un bilancio periodico dei passi in avanti». Riguardo agli esiti degli sforzi di rilancio, Sangalli è ottimista: «Sono certo che il mondo imprenditoriale e quello delle associazioni di categoria sia disposto a fare la sua parte mettendosi in gioco. Ogni tanto la nostra città ha uno scatto di orgoglio e ritrova le idee e le energie per reinventare progetti e futuro. E così riscopre la sua anima».

Ma c’è anche una Milano piena di risorse che stenta a venire allo scoperto. Come evidenzia il Manifesto, «c’è un deposito di sommerso culturale che deve emergere». Di questo serbatoio fanno parte migliaia di partite Iva che combattono ogni giorno la guerra con la crisi dai loro uffici ricavati in salotto. «Il Manifesto per Milano è tutto condivisibile, se c’è una volontà di girare pagina passiamo subito ai fatti», taglia corto Anna Soru, presidente di Acta, associazione dei lavoratori autonomi della conoscenza, formatori, traduttori, ricercatori per fare qualche esempio. Idee? «Milano è la città del terziario, dovrebbe mettere a disposizione spazi per i professionisti. Penso a incubatori delle pro- fessioni che ci aiutino a far circolare di più le idee tra noi e a diventare un punto di riferimento visibile per la città ». Il problema degli spazi è sollevato da più fronti. La ripartenza di Milano non sembra essere una questione di idee (che ci sono) ma talvolta di contesti adeguati a farle circolare. «Nel Manifesto si parla molto di noi giovani—constata Dino Motti, laureando in Medicina, 27 anni, rappresentante uscente degli studenti presso il consiglio nazionale studenti universitari —. La verità è che per chi studia in città non esistono quartieri universitari veri e propri. Campus all’americana dove la circolazione delle idee sia quotidiana, in mensa come in aula. E lo stesso vale per le scuole superiori, costrette in edifici fatiscenti. Mancano i laboratori, le palestre». E finita l’università? «La maggioranza naviga a vista, con contratti di sei mesi in sei mesi».

Ha a cuore il futuro degli studenti il rettore del Politecnico, Giulio Ballio. «Prendiamo il punto del Manifesto in cui si parla di accoglienza — riflette Ballio —. A Milano abbiamo circa diecimila studenti stranieri che si laureano con un permesso per studio e appena discussa la tesi sono costretti a tornare a casa anche se qui avrebbero un’azienda pronta ad assumerli. Così il territorio perde risorse. Da tre anni ci stiamo spendendo per la soluzione di questo problema. Se l’attenzione posta dal manifesto riuscisse a sbloccare la situazione sarebbe già un piccolo grande successo per la città». Il rettore del Politecnico è convinto che Milano possa ritrovare slancio solo guardando in faccia la realtà: «Brutto a dirsi, ma la paura del tracollo del sistema forse è l’ultima risorsa per tirarci fuori dal guano».

Certo non hanno paura di accettare la sfida le donne di Milano. «Sottoscrivo il decalogo contenuto nel manifesto fino all’ultima riga. E aggiungo che per il rilancio della città servono Competenze, Etica e Meritocrazia. Se solo si volessero davvero premiare i contributi che vanno in questa direzione, le donne sarebbero le prime a rimboccarsi le maniche», sfida Gianna Martinengo, coordinatrice dei comitati imprenditoria femminile della Lombardia. Che aggiunge: «Forse se oggi manca la fiducia è perché serpeggia il fondato timore che proprio Merito, Competenze ed Etica non siano ricompensati a sufficienza ». Al tema dell’etica si lega anche Gianni Bottalico, presidente dell’Acli di Milano e Monza. «Tutti devono sentirsi impegnati a ricostruire una comunità. Un punto di riferimento devono essere i temi del lavoro e dell’inclusione. Il Manifesto può essere un punto di partenza per un lavoro concreto, che serva di stimolo alla politica anche in vista delle comunali dell’anno prossimo. Ora al Corriere chiediamo di farsi agorà. Per dare spazio al confronto».

Rita Querzé
14 maggio 2010

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In risposta al messaggio di Oliverio Gentile inserito il 13 Maggio 2010 - 20:27
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