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Martedì, 3 Marzo, 2009 - 09:51

Un capitolo di storia: Marzo ’44, i giorni della Breda

Un capitolo di storia

Marzo ’44, i giorni della Breda

Mese cruciale per la Resistenza. Dal 1° marzo tutta l’Italia controllata dai tedeschi viene scossa da una grande ondata di scioperi. Prima il triangolo industriale e poi molte altre realtà, nel Veneto, in Emilia e in Toscana. I ricordi di un protagonista di Giovanni Rispoli

“Questo fenomeno, di una vastità senza precedenti, è qualcosa di più di un movimento di classe (…). Ed è qualche cosa di più di un movimento nazionale in quanto esso si intona alla guerra di resistenza che si combatte senza quartiere in ogni paese dove ha messo piede il tedesco (…)”.

È il 6 marzo del 1944, già sera nell’Italia divisa in due dal conflitto. Il colonnello Stevens, da Radio Londra, commenta con parole piane lo straordinario evento che tedeschi e fascisti si trovano in quei giorni a fronteggiare: l’ondata di scioperi, data d’avvio il 1° marzo, che dopo Torino e Milano, passando per le fabbriche del vicentino, spingendosi a Porto Marghera, via Bologna scendendo a Firenze, ha bloccato un po’ dappertutto le regioni industriali del paese.

Beppe Carrà, oggi giovanissimo ottantenne allora diciottenne in fretta diventato uomo, ne fu a Sesto San Giovanni, cuore operaio della Lombardia, uno degli animatori – poi, dopo la guerra, sarebbe stato a lungo sindaco di Sesto e parlamentare del Pci –. Abbiamo voluto raccoglierne la testimonianza convinti che i suoi ricordi, in tempi di memorie troppo spesso recitate al presente, possano aiutarci non solo a illuminare un momento cruciale della nostra storia ma anche a guardare in maniera un po’ più avvertita a quel che oggi ci scorre davanti.

“Sì, lavoravo alla Breda ed ero membro del Comitato segreto di agitazione, l’organismo che aveva il compito di preparare lo sciopero. La fabbrica – ci dice scandendo le parole in questo inizio di racconto – l’avevo conosciuta nel marzo del ’40, a quattordici anni, due mesi prima che l’Italia entrasse in guerra. Entrato come apprendista, con la scuola serale ero diventato poi disegnatore meccanico.

“La mia famiglia veniva da Stradella. Prima di stabilirci a Sesto San Giovanni eravamo stati a Milano. Mio padre faceva il falegname, uno zio aveva messo su una piccola impresa in cui si lavorava il cuoio. Erano antifascisti. Per me fu del tutto naturale, una volta in Breda, stabilire un rapporto con gli operai che non si erano rassegnati alla dittatura. Importante in particolare l’incontro con Eugenio Mascetti, capo tecnico del reparto motori, che aveva fatto il confino, e Paolo Pulici, un operaio specializzato. Mi misero un po’ alla prova, per capire se potevano fidarsi. Verso la fine del ’43 ero già nel Pci.

“La Breda? Beh, per i tedeschi era assai importante. Un’azienda dedicata essenzialmente alla produzione bellica: armi, bombe, aerei e così via. Eravamo più di 18mila divisi in cinque sezioni. Io lavoravo al reparto torrette. Sì, quelle che si vedono nei film di guerra: le cupole girevoli degli aerei da dove sparano i mitraglieri. Come tutte le grandi fabbriche, la nostra era costretta alla disciplina militare. I tedeschi erano presenti direttamente con un loro presidio che aveva due compiti: primo, garantire le regole, ferree, d’occupazione; secondo, il controllo della produzione industriale. A fianco dei tedeschi i fascisti, che si davano da fare, diciamo così, con un ufficio disciplina.

“Mangiavamo malissimo. Ricordo un piatto orrendo fatto di fagioli e fichi secchi e, immancabile, il formaggio Roma, una roba scadente che non si capiva da dove venisse.

“Tu dici che gli storici ricordano sempre e giustamente come il grande sciopero del ’44 non sia nato all’improvviso e che era stato preceduto, nell’autunno-inverno, dalle forme più svariate di protesta. Ti voglio raccontare una cosa, allora. Eravamo a mensa, parlo di un episodio della fine del ’43: erano le 13, l’altoparlante dava come ogni giorno a quell’ora il bollettino di guerra. Non ne potevamo più: della guerra… del formaggio, di tutto il resto, e decidemmo di organizzare una protesta; ma lucidamente, non fu solo un moto di rabbia. Così, al grido di ‘Roma o morte’, lanciammo le nostre scodelle di alluminio contro l’altoparlante. La voce dello speaker prese a gracchiare, il formaggio era servito finalmente a qualcosa.

“Ma torniamo nei reparti. Lavoro duro, il cottimo che ci distruggeva le giornate. Vivevamo una doppia coercizione: quella che veniva dai ritmi imposti dalla direzione aziendale, quella esercitata dai tedeschi. I tempi poi si allungavano enormemente, per molti, a causa della difficoltà dei trasporti. Ci si muoveva in bicicletta, non c’era altro mezzo, lo facevo anch’io ma ero tra i fortunati, abitavo a un paio di chilometri dalla fabbrica. Non casualmente le gomme per le bici furono tra le rivendicazioni dello sciopero.

“Il clima, fuori, era cupo. All’ombra dei tedeschi, a Milano imperversavano gli uomini della Muti, per lo più criminali liberati dalle galere e arruolati nell’esercito di Salò. I bombardamenti erano pesanti, distrussero anche la quinta sezione della Breda, da dove uscivano gli aerei da caccia. Comprare qualcosa da mettere in tavola era un’impresa: si viveva di borsa nera, bisognava andare a rifornirsi nell’Oltrepò pavese, in Brianza. E i pochi soldi che si guadagnava erano sempre più pochi. Come non bastasse c’era l’assillo dei controlli. Con le prepotenze che dovevi sopportare. ‘Eccolo, viene dalla Breda, un altro sovversivo’. E ti mollavano una pedata. Poi dovevano lasciarti andare via: avevi il lasciapassare tedesco. Ma, insomma, il clima era questo: soffocante. E l’insofferenza era cresciuta enormemente. Bisognava solo organizzarla.

“La preparazione fu lunga. Con le rivendicazioni materiali, salario e razioni alimentari, c’era quella politica: via i nazifascisti, vogliamo la pace. Facemmo circolare per settimane, in fabbrica, i bollettini del Comitato d’agitazione, eravamo attenti alle regole cospirative ma poi c’erano i rapporti personali: si parlava, no? La coscienza operaia, in quei mesi, era cresciuta, si capiva che c’era ormai la volontà di farla finita con la guerra: non si trattava di una coscienza militante, intendiamoci, ma eravamo ben oltre i sentimenti che avevano animato gli scioperi dell’anno prima, del marzo ’43, quelli che avevano preceduto la caduta del fascismo.
“Così arrivammo al momento fatidico. Nei giorni precedenti le riunioni si erano infittite. La sera prima ci incontrammo ancora per definire tutti i particolari. E la mattina del 1° marzo, tra le 8 e le 10, la fabbrica si fermò.

“Se l’aspettavano? Certo che se l’aspettavano. Ma non pensavano che lo sciopero potesse avere quell’ampiezza. La direzione fece sapere che il lavoro andava immediatamente ripreso. Ma fu tutto inutile. Così, il giorno seguente, come accadde in molte altre aziende, venne decisa la serrata. I militi della Tagliamento occuparono poco dopo la fabbrica e il 3 presero in ostaggio i turnisti, che noi facevamo andare al lavoro. Provammo a entrare, ma ci bloccarono mentre sui muri era apparsa la scritta: ‘Operai, cosa volete, piombo?’.

“Altro che socializzazione, già. Poco prima, in febbraio, c’era stata questa trovata dei repubblichini. Ma non ci aveva creduto nessuno. E lo sciopero approfondì ulteriormente il fossato tra gli operai e il fascismo.

“Come si chiuse? Beh, ovviamente non poteva continuare all’infinito. Verso il 6-7 cominciammo ad avvertire qualche sintomo di sfilacciamento. La situazione si era fatta difficile. Erano iniziati gli arresti, alla fine sarebbero stati deportati centoventicinque lavoratori: praticamente tutti, centoventitrè, a Mauthausen. Fra l’altro si era diffusa un’aspettativa: l’arrivo dei partigiani; non solo i Gap, le formazioni che operavano in città, ma i partigiani di montagna. E questo, se in un primo momento ci aveva aiutato, era diventato poi controproducente. I partigiani non arrivavano, non potevano arrivare, serpeggiava una certa disillusione. Così l’8 marzo si decise di ritornare in fabbrica. Sotto il profilo pratico lo sciopero non diede nulla, è vero. Ma dal punto di vista politico ebbe un’importanza enorme. L’eco fu davvero grande, ne parlò tutta l’Europa. E ci aiutò in seguito a rafforzare la lotta partigiana.

“Cosa mi accadde? Poco dopo dovetti scappare. Si presentò in Breda una squadra della polizia di sicurezza tedesca. Ero stato già avvertito dai portinai. Scavalcai, entrai nella Pirelli, che era lì a un passo, i compagni mi tennero nascosto un giorno e una notte, presi poi la strada dell’Oltrepò dove andai a combattere nelle formazioni garibaldine. Ma nel febbraio del ’45 ritornai in fabbrica. Il comando militare partigiano di Sesto era caduto quasi tutto nelle mani dei nazifascisti: un colpo pesantissimo. La mia presenza era giudicata necessaria, mi chiesero di rientrare. Arrivai alla Breda con documenti falsi e andai dall’ingegner Bozzini, il capo del personale, che ovviamente mi conosceva, con la pistola in pugno. Bozzini non mi denunciò, questo gli avrebbe evitato in seguito l’epurazione. Non toccai più un solo strumento di lavoro: fino al 25 aprile, tutti i giorni, mi dedicai soltanto al mio impegno politico-militare. Gli altri operai, straordinaria complicità, facevano finta di nulla”.