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.: Discussione: Com'era bella la mia Milano. Posso sperare che ritorni così?

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Oliverio Gentile

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Inserito da Oliverio Gentile il 23 Mar 2006 - 09:20
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Quando negli anni 60 sono arrivata a Milano, la città era nota come la «capitale morale» d'Italia, pullulava di centri culturali e di voglia di confrontarsi e discutere. Si discuteva al Circolo Turati, al De Amicis, nei bar di Brera, alla Casa della Cultura, oltre che nei ristoranti degli intellettuali, artisti o scrittori che fossero. Capitale «morale» significava quindi capitale «culturale». Io ci respiravo l'eco del mondo illuminista, dei Verri e dei Beccaria. Ma era anche la città del «fare», con l'orgoglio del «fare bene», del guadagnare onestamente, del rispettare i diritti dei lavoratori. Era la città delle case di ringhiera, dove la parola «socializzare» non significava «inventarsi delle attività perché i bambini si conoscano e stiano fra loro», come si fa nelle scuole elementari di oggi, bensì condividere il problema di uno e socializzarlo per risolverlo insieme. La mentalità di questi ultimi anni invece, anche per il tipo di politica praticata almeno nell'ultimo decennio, è tutt'al più caritatevole e basata sull'individualismo. Ognuno se ne sta rinchiuso nel suo appartamento-scatola e diffida degli altri. È proprio morta per sempre una Milano così o c'è speranza?

Iole Garuti

Gentile signora, non appartengo alla categoria dei laudatori del tempo perduto (se oggi molte cose ci sembrano peggiorate altre sono certamente migliorate), ma trovare l'ottimismo in questi tempi è diventato come un esercizio yoga: bisogna concentrarsi molto per riuscirci. Lei ce l'ha, e si sente dietro il velo della nostalgia, come tanti di noi che vorrebbero una Milano capace di far esplodere le sue straordinarie potenzialità, le sue energie, la sua voglia di fare bene, ma alla fine si sentono rallentati, scoraggiati, a disagio in questa grigia mediocrità. Oggi tutti sono lasciati al proprio destino e lo sforzo che pochi fanno per ricucire un tessuto sociale troppo sfrangiato non basta a creare un moto d'aggregazione ideale: quando ci si trova con qualcuno si prova a sognare un po', ma il giorno dopo manca sempre il giro di manovella per partire. L'onda, inutile negarlo, è questa: non è uno tsunami, ma un lento e costante beccheggio che impedisce alla città di prendere il largo. È come se ci fosse paura ad osare, a rompere il muro delle consuetudini crostificate. Si invoca spesso la borghesia, per la rinascita di Milano. Ma la borghesia non c'è o è irriconoscibile rispetto a quella degli anni Sessanta che dettava l'agenda della politica, combatteva la sciatteria, aveva orgoglio di appartenenza, amava i suoi simboli e adottava chiunque avesse talenti e voglia di mettersi in gioco. Questa Milano un po' patria, un po' vetrina, un po' capitale, con un cuore anche quando diceva «Ohei, terun», questa Milano dei teatri, della cultura, dei circoli, non è scomparsa, lotta tra mille difficoltà in una città dormiente, adagiata nel ritiro del weekend. La ritrovo ogni giorno nelle lettere al Corriere, è una Milano che ha ancora una grande passione civile, che si indigna, si arrabbia, si offre come può. Ma non ha tempo, è assillata e compressa, teme sempre di affogare. Va aiutata a segnalarsi, a mettersi in relazione, ma è ostacolata da chi è abbarbicato sulle posizioni di rendita. Non basta darsi da fare se non c'è qualcuno che ascolta. Questo compito, un compito nuovo, moderno e anche entusiasmante, tocca al Comune. Non al Comune- azienda, ma al Comune-guida. È una speranza, l'ultima forse, per recuperare un po' di quella dimensione civica che lei rimpiange. L'altra è quella di farsi guidare dall'entusiasmo dei bambini. Milano non è una città facile, per loro. I candidati sindaco ne parlano troppo poco. Ma se Milano sarà più attenta a loro, ne guadagneremo tutti.

di Giangiacomo Schiavi