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Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 18:08

4 novembre:Non glorificare la guerra - ignoranza e falsi idoli

Ecco alcuni articoli che meritano di essere letti, perchè aiutano a riflettere.

Manifesto – 2.11.08

La Russa: il 4 novembre sarà vacanza
ROMA - Se il 2 novembre «ogni famiglia ricorda i propri morti, così la grande famiglia della Difesa ricorda i propri caduti». Questa volta il ministro Ignazio La Russa si riferisce a «quelli di ieri e quelli di oggi, quei militari che in tutte le epoche sono stati chiamati a servire la patria difendendola o operando per essa fino al sacrificio della propria vita», senza scendere in particolari. Il ministro, in competizione con il titolare del Viminale, il leghista Roberto Maroni, sulla sicurezza, aggiunge che «oggi dobbiamo ricordare anche chi, ispirato dalle stesse motivazioni, ha perduto la vita nell'adempimento del proprio dovere in patria, nella lotta alla criminalità e per cause di servizio». Poiché per il 4 novembre, festa delle forze armate, ha deciso di lanciare una campagna in grande stile, con tanto di spot in televisione, al cinema e negli stadi, il ministro della difesa e «reggente» di Alleanza nazionale annuncia poi a Gr parlamento che la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale «sta per ridiventare non solo festa nazionale, perché lo è già, ma giorno di vacanza, esattamente come lo è il 2 Giugno e come lo è il 25 Aprile». Il novantesimo anniversario del 4 novembre prevede, oltre alla cerimonia a Roma, all'Altare della patria, un week end, il prossimo, con esibizioni delle forze armate in tutti i capoluoghi di regione e il concerto di Andrea Bocelli a Roma, a piazza del Popolo. E il ministero della difesa manderà persino militari nelle scuole, non a sostegno della legge Gelmini, ma per spiegare la prima guerra mondiale.
Non si torni a glorificare la guerra - Domenico Gallo
Come tutti sanno il 4 novembre, anniversario della fine della I guerra mondiale, ricorre la festa delle forze armate e dell'unità nazionale. Quest'anno la celebrazione della festa del 4 novembre sta diventando qualcosa di straordinario per l'attivismo del ministro della Difesa, La Russa, che ha organizzato una lunga serie di manifestazioni di vario genere e ha previsto, persino, l'invio nelle scuole di ufficiali della Forze Armate per celebrare la ricorrenza con gli studenti. In linea di principio non c'è niente di strano che un paese celebri una festa delle proprie forze armate per ricordare i caduti di tutte le guerre e non c'è niente di strano che in Italia questa data venga fissata proprio il 4 novembre, anniversario della resa dell'esercito austriaco e quindi della fine della I guerra mondiale. Tuttavia è innegabile che, in Italia, questa festa sconta un peccato originale. Essa è stata istituita, all'indomani della guerra, per celebrare la «vittoria» di Vittorio Veneto, sotto la spinta dell'esigenza di elaborare il lutto, secondo il vecchio schema della retorica patriottica, trasformando la morte in «sacrificio», in offerta generosa della vita per la salute della collettività. Per questo è stato inventato il rito del «milite ignoto», tumulato nel sacello dell'Altare della Patria il 4 novembre 1921. Nella prima metà del secolo scorso le nostre piazze e le nostre chiese, i nostri municipi si sono ammantati di lapidi che «celebravano» il sacrificio dei nostri combattenti, caduti per la Patria. Nello stesso tempo quelle lapidi chiudevano la bocca a ogni dissenso che potesse mettere in discussione i meccanismi della politica e del potere che quelle morti avevano prodotto. Morire per la Patria era un evento sacro e generoso: solo con questa trasfigurazione ideologica della morte si poteva rendere accettabile alla coscienza collettiva il peso insostenibile del dolore che aveva devastato la vita di quasi tutte le famiglie italiane (la grande guerra aveva prodotto circa 750.000 morti, il doppio dei caduti che si sarebbero avuti con la II guerra mondiale). Se nella seconda metà del secolo scorso quelle lapidi non sono state più erette, e il culto della morte non è stato più celebrato, ciò è avvenuto perché la politica (e la Costituzione) lo ha impedito. Proprio questo vuol dire il ripudio della guerra: che la morte è stata tolta dagli utensili della politica, che deve perseguire i propri legittimi obiettivi con mezzi diversi dalla violenza bellica. Sotto l'egida della Costituzione repubblicana, il mutato clima culturale, politico e istituzionale ha trasformato il senso delle celebrazioni del 4 novembre rispetto all'impostazione originaria. Senonché la situazione è cambiata con l'avvento al governo di un ceto dirigente portatore di una cultura politica estranea, se non configgente, con i valori costituzionali. Con un ministro della difesa che, con riferimento all'Afghanistan, ci ha fatto sapere di non nutrire più alcun «pregiudizio» in ordine al ricorso alla guerra come strumento della politica e che ha trasformato le celebrazioni di momenti della resistenza, come l'8 settembre a Roma, in
occasioni per l'apologia delle bande repubblichine, è evidente che tutto quest'ardore celebrativo nasconde un'operazione ideologica. Il rischio è quello di tornare alle origini e di trasformare nuovamente il 4 novembre in un momento di celebrazione della morte e di glorificazione della guerra: insomma una festa anti-ripudio della guerra. Il 4 novembre bisogna reagire alla fanfara suonata dal pifferaio La Russa, confrontandosi con la memoria storica e mettendo a nudo la falsità dei miti con i quali si è corrotta in passato e, oggi, si sta tentando di nuovo di corrompere la coscienza collettiva. Bisogna ricordare che quella guerra è uscita fuori da ogni schema razionale e che il progresso scientifico applicato all'arte della guerra ha trasformato il conflitto bellico in sterminio di massa e aperto la strada ai fascismi del XX secolo, a ulteriori barbarie e ad altri olocausti. Non si deve dimenticare, ma bisogna di nuovo fare lezione dalle tragedie del passato per evitare che si ripetano nel nostro futuro. La ricorrenza del 4 novembre deve essere utilizzata non per glorificare la guerra, come si accinge a fare il ministro La Russa, ma per celebrare la fine dell'orrendo massacro che ha insanguinato l'Europa e per riproporre l'impegno a salvare le generazioni future dal flagello della guerra che, nel secolo scorso, come recita il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, per ben due volte, nel corso della stessa generazione ha causato sofferenze indicibili all'umanità.
Liberazione – 2.11.08
L'indifferenza arrogante del generale – Emilio Lussu*
Un brano dal libro/diario più bello e famoso
Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell'abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione, il tenente generale Leone. L'ordine del giorno del comandante di corpo d'armata, ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d'esperimentato ardimento».
Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d'ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Sull'attenti, io gli davo le novità del battaglione. - Stia comodo,- mi disse il generale in tono corretto e autoritario. - Dove ha fatto la guerra, finora? - Sempre con la brigata, sul Carso. - E' stato mai ferito? - No, signor generale. - Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai? - Mai, signor generale. A meno che non si vogliano considerare tali alcune ferite leggere che mi hanno permesso di curarmi al battaglione, senza entrare all'ospedale. - No, no, io parlo di ferite serie, di ferite gravi. - Mai, signor generale. - E' molto strano. Come lei mi spiega codesto fatto? - La regione precisa mi sfugge, signor generale, ma certo che io non sono stato mai ferito gravemente. - Ha preso lei parte a tutti i combattimenti della sua brigata? - A tutti. [...] - Molto strano. Per caso, sarebbe lei un timido? [...] - Credo di no, - risposi. - Lo crede o ne è sicuro? - In guerra, non si è sicuri di niente, - risposi io dolcemente. E soggiunsi, con una bozza di sorriso che voleva essere propiziatorio: - neppure di essere sicuri. Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere.[...] - Ama lei la guerra? - Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v'erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere. - Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia università rappresentavo il gruppo degli interventisti. - Questo, - disse il generale con tono terribilmente calmo, - riguarda il passato. Io le chiedo del presente. - La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se … è difficile … Comunque, io faccio il mio dovere -. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: - tutto il mio dovere. - Io non le ho chiesto, - mi disse il generale, - se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati.
Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra. - Amare la guerra!- esclamai io, un po' scoraggiato. Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l'impressione che gli girassero nell'orbita. - Non può rispondere?- incalzava il generale. - Ebbene, io ritengo …certo… mi pare di poter dire… di dover ritenere… Io cercavo una risposta possibile. - Che cosa ritiene lei, insomma? - Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra. - Si metta sull'attenti! Io ero già sull'attenti. - Ah, lei è per la pace? Ora, nella voce del generale v'erano sorpresa e sdegno. - Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all'alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! E' così, signor tenente? - No, signor generale. -E quale pace desidera mai, lei? - Una pace… E l'ispirazione mi venne in aiuto. - Una pace vittoriosa. Il generale parve rassicurarsi. Mi rivolse ancora qualche domanda di servizio e mi pregò di accompagnarlo in linea. Quando fummo in trincea, nel punto più elevato e più vicino alle linee nemiche, in faccia a Monte Fior, mi chiese: - Quale distanza corre qui, fra le nostre trincee e quelle austriache? - Duecentocinquanta metri circa, - risposi. Il generale guardò a lungo e disse: - Qui, ci sono duecentotrenta metri.- E' probabile. - Non è probabile. E' certo. Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto e vi montò sopra, il binocolo agli occhi. Così dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa. - Signor generale, - dissi io, - gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così. Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binocolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un'indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un'automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da noi, continuava a guardare la feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12° compagnia che era in linea, attratti dall'eccezionale spettacolo, s'erano fermati in crocchio nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati.[...] - Se non hai paura, - disse rivolto al caporale, - fa' quello che ha fatto il tuo generale. - Signor sì, - rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente io presi il caporale per il braccio e l'obbligai a ridiscendere. - Gli austriaci, ora, sono avvertiti, - dissi io, - e non sbaglieranno certo il tiro. Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. [...] Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: - Non è niente, signor tenente. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. - E' un eroe, - commentò il generale. - Un vero eroe.
*da "Un anno sull'altipiano"
La riscossa di Vittorio Veneto? E' una pura invenzione - Lorenzo Del Boca*
Nemmeno la storia della prima guerra mondiale ce l'hanno raccontata giusta. I libri di scuola stentano a mettere in evidenza che l'Italia di quel periodo si barcamenava fra coalizioni avversarie tentando di raccattare qualche utile, con il risultato di apparire un paese di piccoli imbrogli. Alla vigilia della dichiarazione di guerra, per un mese, si trovò alleata contemporaneamente con gli austro-ungarici e con i francesi e gli inglesi che già si massacravano sulle loro frontiere. Il nostro esercito le aveva prese anche da Menelik ed era del tutto evidente che non si trovava nelle condizioni di affrontare una guerra. Vittorio Emanuele III restava un re piccolo-piccolo cui avevano dovuto accorciare la sciabola perché non risultasse più lunga delle sue gambe corte. Chi percorre la selva di memoriali dell'epoca s'imbatte, a ogni passo, nella questione dei cappotti che non c'erano.
Mancavano i fucili; mancavano gli automezzi; mancavano i rifornimenti alimentari e non c'erano medicine. Ma, soprattutto, mancavano le idee. Di presunzione, gli ufficiali degli alti comandi ne disponevano in abbondanza e se fossero stati in grado di ottenere risultati proporzionali all'arroganza che esibivano avrebbero conquistato il pianeta. In realtà, riuscirono soltanto a trasformare le prime linee in un lager dove gli uomini ai loro ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche. I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire. Al fronte ci mandarono vagonate di operai e contadini che non erano guerrieri e che la guerra non volevano. Per qualche settimana di addestramento, si trovarono con un bastone in mano. Poi gli misero in spalla un fucile vero che non avevano mai usato e li allinearono in faccia al nemico. Nemmeno i gironi infernali potevano essere più spaventosamente crudeli. Le prime linee erano delle catacombe a cielo aperto che si rincorrevano per centinaia di chilometri. In quelle tane, sparpagliate in un territorio sterminato, i soldati vissero quattro anni come gli uomini delle caverne. Tutti dentro, uno addosso all'altro - come nelle Malebolgie della Divina Commedia - diventando fisicamente insopportabili gli uni agli altri. Ammassati, in quei cunicoli artificiali, dove mangiavano e andavano al gabinetto, resistevano alla puzza che prendeva il cervello e si lasciavano vincere dalla nostalgia, tentavano di dormire quando era necessario risposare e si sforzavano di stare svegli quando montavano di guardia. C'era la guerra lì davanti ma occorreva combattere anche la fame e la sete, la pioggia e la melma, i topi e gli scarafaggi, le cimici e la dissenteria, la febbre e la cancrena che afferrava i piedi e saliva fino alle ginocchia. Il terrore, alla vigilia degli assalti, prendeva la gola. Tuttavia, la battaglia più faticosa si rivelò quella contro gli alti ufficiali che, più salivano di grado, più si comportavano come se avessero a che fare con dei servi della gleba. Per gli alti comandi tormentare quegli uomini in uniforme, con imposizioni vanamente disumane e colpevolmente inutili, sembrava diventato un dovere cui dedicare impegno ed energia.
Verrebbe da sostenere che il conflitto vero e proprio - contro gli austro-ungarici - sarebbe stato una passeggiata, se non ci fossero stati i generali italiani. I guai maggiori di chi combatteva per l'Italia vennero dagli stessi italiani. I comandanti si armarono di ordini assurdi. Pretesero di mandare le truppe all'assalto anche quando ogni logica l'avrebbe sconsigliato. Insistettero nello sfidare le leggi della fisica per fortificare posizioni insostenibili. Per ottenere un'obbedienza supina, fucilarono quelli che apparvero più riottosi o anche solo meno pronti a sacrificarsi. Instaurarono un regime di oppressione che sarebbe risultato odioso per una qualunque dittatura. E provocarono la morte di un numero imprecisato di loro uomini, piazzando le mitragliatrici dei carabinieri dietro le file destinate all'assalto, con la disposizione di aprire il fuoco alla schiena dei soldati, se avessero appena ritardato a lanciarsi fuori dalle trincee. Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati, seduti sulle stufe arroventate dal fuoco per paura di prendersi un raffreddore, spedirono davanti al plotone di esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato. La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente il generalissimo Luigi Cadorna (comandante in capo all'inizio del conflitto) e di impiccare Pietro Badoglio: unica opportunità che l'Italia poteva giocarsi per evitare l'otto settembre 1943. La sconfitta di Caporetto fu un disastro che grida vendetta. Poteva essere evitato e si realizzò solo per il concorso determinante della dabbenaggine dei generali dello Stato Maggiore. Ignoranti con i gradi sulla giubba sacrificarono decine di migliaia di uomini e poi li marchiarono con l'accusa di essere stati dei vigliacchi. In questa occasione, come sempre nella storia tricolore, le polemiche si sprecarono ma restarono rigorosamente sigillate nei palazzi del potere. E alla fine - questa volta ma come sempre - non si riuscì a individuare un colpevole o qualcuno più responsabile degli altri. Anzi, si trovò il modo di premiare l'errore e di ricompensare lo sbaglio. Tornarono tutti a casa con le spalle incurvate dal peso delle medaglie. Invece di licenziarli e chiedere loro il risarcimento per i disastri commessi, preferirono promuoverli, aumentare loro lo stipendio e accettare che continuassero a far danni, in nome dei traguardi raggiunti. Anche la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esiste soltanto sulla carta perché, in quella settimana del 1918, non ci fu nessun assalto e nessuno sfondamento. Gli italiani avanzarono perché gli austriaci si stavano ritirando: e gli austriaci si ritiravano perché era diventato inutile continuare una guerra che era irrimediabilmente perduta. Non a caso il comandante in capo di allora, Armando Diaz - informato di una travolgente avanzata italiana che, evidentemente, non aveva ordinato né che era a conoscenza si stesse sviluppando - tuffò la testa nella cartina geografica, alla ricerca del teatro della sua rivincita. E poiché faticava a individuare il luogo della battaglia, chiese soccorso agli uomini dello Stato Maggiore che gli stavano intorno: «Ma Vittorio Veneto ‘ndo cazzo stà…?»
*presidente dell'Ordine dei giornalisti
Ignoranza e falsi idoli sono consolidate armi di distrazione di massa
Francesco Gesualdi
Se il problema di La Russa fosse l'ignoranza, basterebbe mandargli una copia della lettera che il mio Priore e maestro, don Lorenzo Milani, scrisse ai cappellani militari nel lontano 1965, dalla piccola scuola di Barbiana.
Apprenderebbe, documenti alla mano, che la guerra del ‘15-18 fu un'aggressione all'Austria, una guerra che si poteva evitare:"Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti."
Una guerra di cui vergognarsi, da mantenere nei libri di storia solo per ricordare ai giovani fino a che punto può arrivare il disprezzo di classe: a morire negli assalti alla baionetta non erano gli ufficiali, figli della borghesia, ma i contadini, i montanari, gli analfabeti. Il guaio è che a La Russa non interessa né la storia, né la verità. L'unica cosa che gli interessa è il potere violento, la violenza, la forza, la repressione, come elemento che caratterizza il fascismo e che lo contraddistingue dalle altre forme di potere. Perchè i fascisti propendano per la violenza rimane un mistero, la materia è più da psicologici e psicanalisti, che da ricercatori politici. Ma così è, e se vogliamo capire perchè La Russa vuole tornare a commemorare il 4 novembre nelle scuole d'Italia è da qui che dobbiamo partire. Una richiesta che non va letta come fatto isolato, ma associata a molti altri provvedimenti di questo governo. Un filo rosso, anzi nero, collega la proposta di La Russa al decreto Gelmini e addirittura alle attività che Silvio Berlusconi porta avanti da una vita. Il filo nero si chiama demolizione della democrazia, un progetto che avanza su tre fronti: mantenimento della gente nell'ignoranza, controllo dell'informazione, distrazione e sostituzione del senso di classe. Da oltre trent'anni Berlusconi si dedica al secondo fronte, aveva capito che chi controlla l'informazione controlla non solo le menti, ma la stessa realtà: non è successo ciò che è avvenuto, è successo ciò che la televisione racconta. Così la televisione crea fatti, li distorce, li interpreta, di conseguenza produce opinione, confeziona giudizi, incanala i sentimenti, orienta le scelte, fabbrica eroi e nemici. Tutti sanno che Berlusconi ha vinto grazie alle sue televisioni ed è grave che nei periodi in cui il centrosinistra era al governo non abbia mai introdotto una riforma sul controllo televisivo, non abbia rivisto la legge elettorale, non abbia varato una legge sul conflitto d'interessi. Ed è stata punita. Il pensiero unico ha tanta più possibilità di attecchire quanto più la gente è senza strumenti culturali: nell'ignoranza la complessità spaventa, si rinuncia a capire, si ripiega verso l'informazione sbrigativa, ci si butta nelle braccia di chi ci dà spiegazioni semplici fino ad incoronarlo re. Il progetto autoritario perseguito da Berlusconi ha bisogno di ignoranza, un obiettivo che si ottiene impoverendo la scuola. A questo serve il decreto Gelmini, a declassare così tanto la scuola pubblica da farla diventare parcheggio dei poveri mentre i ricchi fuggono verso le scuole private. Il solito apartheid, che ai figli dei ricchi riserva tempo pieno, classi poco numerose e insegnanti multipli fin dalla materna; ai figli dei poveri orario ridotto, aule sovraffollate, insegnanti insufficienti che al colmo della disperazione rinunciano al ruolo educativo e si trasformano in sorveglianti che annotano sul registro i buoni e cattivi. Ma anche i poveri ignoranti, quando pagano di persona, possono avere un moto di ribellione e possono farsi pericolosi, per questo servono i depistatori, gli addetti alla distrazione di massa che si possono suddividere in due categorie: i fabbricanti di streghe e i fabbricanti di feticci. Ai giorni nostri, il capostipite del primo genere è la Lega Nord che getta la responsabilità di tutti i malanni d'Italia sugli immigrati, la vecchia tattica di incanalare la rabbia verso i più deboli, additandoli come brutti, sporchi, delinquenti e accattoni, mentre i veri ladri se la spassano con la complicità della classe politica: imprenditori, banchieri, assicuratori, palazzinari, mafiosi, che si arricchiscono all'inverosimile grazie alla precarietà del lavoro, alle truffe alle spalle dei risparmiatori, all'evasione fiscale, alla speculazione finanziaria, alla corruzione di stato. Del resto l'operazione non è difficile, fa leva su due paure ataviche. La prima verso la povertà, la miseria: ne abbiamo così tanta paura che cerchiamo di esorcizzarla escludendo ed odiando chi la impersonifica. La seconda verso lo straniero, la cultura fascista ci ha abituati a concepirlo come il nemico e non c'è da stupirsene: non c'è capro espiatorio più comodo di un popolo lontano che la propaganda può dipingere al pari di un diavolo. Così arriviamo all'altra grande operazione di distrazione di massa, la costruzione di idoli, feticci, che hanno lo scopo di camuffare la realtà, distogliere l'attenzione dalle ingiustizie che viviamo. Ed ecco la messa in campo del concetto di patria, il tentativo maldestro di nascondere le divisioni di classe sotto una malcelata unità territoriale minacciata dall'inimicizia dello straniero. Con la sua mossa sulla prima guerra mondiale, La Russa punta a rinfocolare feticci fascisti caduti in disuso. Forse avrebbe preferito farlo evocando una vittoria più moderna, ma la guerra in Afghanistan si prospetta ancora lunga e dagli esiti incerti. In mancanza di meglio va bene anche un'anticaglia di un secolo fa, quantunque debba vedersela con la Lega Nord, suo alleato, che sui confini di patria ha altre idee.
Per parte mi rifaccio ad un altro passaggio della lettera scritta da don Lorenzo Milani ai cappellani militari: "Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

HO UN EPISODIO DA RACCONTARE A PROPOSITO DELLA VIGLIACCA IGNORANZA DEI NAZIONALISTI ITALICI:

NEL 1914 MIO NONNO QUINDICENNE STAVA PASSEGGIANDO PER PORTA VENEZIA A MILANO, IL SUO QUARTIERE, QUANDO GLI PIOVVE IN TESTA UNA SEDIA E UN ALBUM DI FRANCOBOLLI. GLI OGGETTI PROVENIVANO DA UNA FINESTRA DI UN UFFICIO COMMERCIALE AUSTROUNGARICO CHE NAZIONALISTI INTERVENTISTI ITALIANI STAVANO METTENDO A SOQQUADRO.

OGGI LA SEDIA E' ANCORA A CASA MIA, L'ALBUM E' IN UNA LIBRERIA.

Commento di Utente non registrato inserito Mar, 04/11/2008 12:32