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Oliverio Gentile

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Inserito da Oliverio Gentile il 14 Ott 2009 - 16:06
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Da milano.corriere.it:

i tre Si sono conosciuti in un palazzo di via Civitali, il «covo» era in via Gulli

Quella «cellula» nata in un cortile

Israfel, Kol e Game pregavano nella moschea di viale Jenner. L’ipotesi che puntassero ad altre caserme

MILANO — Una «cellula» terroristica da corti­le. Là, in giardino, si incontravano Mohamed e Mahmoud. L’elettricista libico e l’idraulico egizia­no. Il vecchio e il giovane del gruppo. Due storie parallele, di famiglie ai margini, che trovano una casa diroccata dove andare a vivere, nella perife­ria più anonima e caotica delle case popolari mi­lanesi. Mohamed Game ha 34 anni, 4 figli e abita in trenta metri quadri. I due letti a castello dei bambini sono in una stanza stretta come una cel­la. Appartamento occupato nel maggio 2003. Mahmoud Kol, 52 anni: anche lui quattro figli, anche lui occupante abusivo, con mesi e mesi d’affitto non pagato. La loro amicizia è nata sotto la facciata rosa sbiadito di due palazzine gemelle che cadono a pezzi. S’incontravano e parlottava­no. I deliri islamisti li sfogavano però in un’altra casa, distante meno di due chilometri, un altro «buco» al terzo piano di un palazzo-alveare. Oc­cupato solo da stranieri.

Senza regole e senza con­tratti. Senza finestre e senza riscaldamento. Qui sono arrivati gli investigatori della Digos e del Ros seguendo il terzo complice, il libico Israfel. Il «covo» è in via Gulli, il cortile popolare in via Civitali, e la caserma «Santa Barbara» proprio nel mezzo: tutto racchiuso nel raggio di un paio di chilometri, vicino allo stadio di San Siro. Una distanza che l'idraulico Mahmoud, l’altra matti­na, avrebbe percorso con la sua macchina per ac­compagnare l’elettricista Mohamed a farsi salta­re in aria. Indagare sull’attentato di lunedì mattina vuol dire scandagliare le dinamiche psicologiche di questi tre uomini. Con una certezza: l’elettricista libico, che si ritrova con una mano mozzata e gli occhi distrutti dall’esplosione, era l’anello debo­le. Reduce da un tracollo economico. Ridotto in miseria. Inseguito e minacciato dagli operai non pagati. Diabetico e operato al cuore all’inizio del­l’anno.

Chi ha scavato nel terreno del suo morale a terra? L’amico Israfel è un religioso, ma con la passio­ne degli abiti ben curati e dei capelli impomatati di brillantina. Aspirazioni da furbetto: lunedì s’è mescolato ai cronisti, di fronte a casa del kamika­ze, e ha provato a scaricare addosso a lui tutta la responsabilità dell’attentato: «Per i tanti guai che aveva — ha raccontato — era uno che poteva am­mazzarsi anche per conto suo». Il più anziano del gruppo, l’idraulico, sembra invece avere una per­sonalità più dura. Di fronte agli investigatori par­la poco. Esibisce uno scuro callo della preghiera sulla fronte. La moschea l’ha sempre frequentata e durante l’ultimo Ramadan (per la prima volta nella sua vita) anche l’elettricista bombarolo ha rispettato i precetti dell’islam. E forse proprio in quel cortile, non più di un anno fa, qualcuno ha parlato di jihad a quel ragazzo.

La presenza assi­dua al centro islamico di viale Jenner, nei mesi scorsi, sarebbe solo il risultato di quella nuova amicizia, stretta tra i giardini delle case popolari. Terroristi mimetizzati da artigiani. Nella canti­na di Kol sono stati trovati fili, interruttori, pezzi di tubo. Arnesi per due mestieri: quello nei can­tieri e quello per l’attentato. La professione è una buona copertura. I palazzoni sporchi e degradi di Milano Ovest il terreno in cui muoversi passan­do inosservati. A dare spessore a questa cellula di periferia, più di ogni altra cosa è il covo: «Una casa nella disponibilità di Kol», dicono gli inqui­renti. Due stanze chiuse a chiave in una piccola casbah, palazzo di proprietà di un avvocato mila­nese che da anni non viene ristrutturato. E dove la polizia si presenta di continuo per spaccio, ris­se, occupazioni. La «cellula» l’aveva scelto come luogo per le riunioni «operative». «Si vedeva qualcuno entrare e uscire, ma molto di rado», rac­conta qualche vicino.

Là dentro gli investigatori hanno trovato mate­riale «molto interessante». Primo: la certezza che i tre avevano fatto degli esperimenti prima di confezionare l’ordigno per la caserma. Tentativi di amalgama della miscela esplosiva e di inne­sco, probabilmente. Più i segnali che gli obiettivi (soprattutto altre caserme militari) fossero di più. Obiettivi per nuove bombe, o ipotesi di attac­co vagliate negli ultimi mesi e poi scartate. Nel covo di via Gulli è stato trovato anche molto ferti­lizzante, circa 40 chili dello stesso nitrato di am­monio usato per l’ordigno. Potenzialmente, il ma­teriale per altre sette-otto bombe. Ma su questo punto c’è uno dei tanti misteri di questa storia. Per spiegarlo, bisogna risalire a una settimana fa. Mohamed Game si presenta al Consorzio agri­colo di Corbetta, piccolo centro dell’hinterland di Milano. Game viene accompagnato da un uo­mo in macchina. «Cerchiamo del nitrato di am­monio — chiedono — concentrazione del 34 per cento». Quella varietà di concime non c’è, il con­sorzio non lo vende più, perché la legge ne impo­ne la conservazione come se si trattasse di bom­bole di gas.

Game e il suo complice vorrebbero la miscela più esplosiva. Non si sa chi gli abbia indi­cato quel rivenditore fuori mano, conosciuto so­lo dagli addetti ai lavori. Comunque, devono ac­contentarsi di una concentrazione al 26 per cen­to. Con poco meno di 50 euro (e ripresi dalle tele­camere dell’azienda), portano via tre sacchi, per un totale di 120 chili di nitrato. Gli inquirenti, lu­nedì notte, ne hanno trovato solo un terzo. Che fine hanno fatto gli altri due sacchi? Sono ancora nascosti o si trovano nelle mani di altri? Domande a cui gli investigatori sperano di ri­spondere attraverso l’analisi dei telefoni, dei computer, delle mail. Per capire quali fossero i contatti della «cellula del cortile» di via Civitali. Dove i bambini dell’idraulico Mahmoud, ieri, non si sono fatti vedere. E dove la moglie del­­l’elettricista Mohamed ha avuto solo la forza di sussurrare: «Non credevo che mio marito potes­se arrivare a questo».

Gianni Santucci
14 ottobre 2009

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In risposta al messaggio di Oliverio Gentile inserito il 13 Ott 2009 - 11:37
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