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Alberto Farina

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Inserito da Alberto Farina il 26 Mar 2008 - 12:46
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Si vede allora che l'atto politico che voi avete portato avanti è contrario alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo (art. 3 comma 1). Consigliere Boari, guardi che l'hanno capito tutti benissimo che il problema è politico e non giuridico. Il fatto è che in Italia troppo spesso la magistratura, penale, civile o amministrativa che sia, è chiamata a intervenire a causa dell'irresponsabilità della politica che agisce in dispregio delle leggi nazionali e delle convenzioni internazionali.

Riguardo alla domande che lei mi pone, essa è figlia della cultura della semplificazione tipica del modo di far politica sua, del suo partito e del suo leader. Proprio ieri mi è capitato di vedere dei manifesti elettorali del cosiddetto PdL recanti lo slogan "Mai più clandestini", facendo intendere che l'eventuale vittoria di questa coalizione elettorale risolverà il problema in questione. Ma la realtà è ben più complessa degli slogan ed esige una risposta articolata, che non è un'elusione del problema, bensì il tentativo di affrontarlo per quello che è effettivamente, cioè una questione dalle molte sfaccettature. E' chiaro poi che non penso di poter esprimere l'opinione del partito di cui faccio parte, ma solo una mia opinione personale.

Innanzitutto parto dal presupposto che ogni clandestino è una persona, portatrice di diritti inalienabili. Sembra una premessa inutile, ma, visti i tempi che corrono, va ricordata, perché talvolta quando si parla di clandestini o di rom (la più parte dei quali cittadini italiani per altro) li si qualifica automaticamente, non di rado con venature razziste e xenofobe, come persone portatrici di uno stigma che li bolla inesorabilemente in modo negativo.

Inoltre bisogna ricordare che la clandestinità non è una categoria metafisica, definita una volta per tutte quasi esistesse un archetipo che ne qualifica i tratti. La clandestinità, infatti, è sancita da norme di legge che a seconda dei criteri in base alle quali esse sono formulate qualificano tali un numero più o meno ampio di persone. L'attuale legge è, proprio a causa dei criteri assai restrittivi, quella che ha provocato la più ampia sanatoria di clandestini mai attuata nel nostro paese, più ampia di tutte quelle avvenute in precedenza. Di conseguenza credo che la legge vada applicata finché essa sarà in vigore, ma ne auspico una correzione secondo le linee che erano state elaborate dal governo Prodi.

Infatti il criterio che fa dipendere l'arrivo e la permanenza di  un extracomunitario al possesso di un contratto di lavoro si è dimostrato del tutto illusorio I dati dimostrano che la quota di forza lavoro immigrata che ha fatto ingresso secondo il meccanismo teoricamente previsto dalla legge (cioè a seguito della chiamata da parte del datore di lavoro, tramite consolato, di un immigrato che risiede nel paese di origine, nel limite delle quote prefissate) ammonta a non più del 19%. Per tutti gli altri - e quindi per l'81% - il rapporto di lavoro è nato seguendo la procedura opposta: si entra in Italia e solo dopo l'ingresso si cerca e si trova lavoro. Un sistema che (se si esclude l'istituto della "sponsorizzazione", che si basava esattamente su questo secondo criterio, ma che ha avuto vita per soli due anni) è vietato dalla legge, ma che - grazie alle sanatorie sino ad ora intervenute - è in realtà diventato il metodo assolutamente "normale" di ingresso in Italia e di accesso al lavoro.

Ora la ragione vuole (la ragione appunto, non la destra o la sinistra, l'accoglienza o il rigore) che di ciò si prenda finalmente atto.
Abbarbicarsi ancora alla bandiera del "si entra solo se si ha un lavoro", è una opzione che non serve né al sistema economico, né ai cittadini. Il principio, come orami da più parti è stato ripetutamente richiesto, va dunque invertito: si entra in Italia per cercare lavoro, offrendo allo Stato la sola garanzia di potersi mantenere per un periodo di tempo ragionevole con propri fondi o mediante la garanzia di un terzo, nonché di potersi pagare le spese di rientro qualora le cose andassero male. Occorre dunque abrogare tutte le norme della Bossi-Fini che, anziché allentare, hanno cercato di irrigidire ulteriormente il legame tra ingresso e lavoro: dunque ampliare la possibilità di restare in Italia in cerca di occupazione (possibilità oggi ridotta ad un periodo di sei mesi, addirittura inferiore alla durata della indennità di disoccupazione); ripristinare l'ingresso per "sponsorizzazione" che era stato positivamente sperimentato con la Turco-Napolitano.  

Stante questa situazione è indipensabile dare nuova centralità alle politiche di integrazione.   Qui occorre radicalmente invertire l'ordine delle priorità.  E una politica di integrazione è fatta di servizi (sostegno scolastico, sistema abitativo ecc.) ma è fatta anche e soprattutto di diritti. Qui le due questioni principali cui mettere mano sono quella del voto amministrativo (che potrebbe costituire un canale rilevantissimo per passare dalla condizione di ospiti più o meno accettati, alla condizione di protagonisti nel percorso di integrazione) e quella della cittadinanza: laddove l'attuale normativa fondata sullo ius sanguinis garantisce la cittadinanza italiana a discendenti di avi italiani che non hanno mai messo piede in Italia e la nega agli immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia; il che costituisce un ulteriore elemento di irrazionalità del sistema.
Bisogna invece facilitare l'accesso alla cittadinanza sulla base del principio dello ius soli o quantomeno prevedere requisiti certi (e non discrezionalmente valutabili, come oggi) affinché dopo un periodo di residenza stabile (oggi fissato in 10 anni, ma sicuramente riducibile) si possa venire definitivamente accolti nella comunità nazionale.

Questo è ciò che penso del problema della clandestinità e della presenza degli extracomunitari nel nostro paese. Ora però vorrei fare io una domanda a lei Consigliere Boari: conferma lei di essere sfavorevole all'articolo 3 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che recita: "In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente"?

Alberto Farina - Consigliere di Zona 3 - Partito Democratico

N. B. per la mia esposizione mi sono in larga parte ispirato ad un articolo di A. Guariso, apparso su Appunti di cultura e di politica, 1/2006
In risposta al messaggio di Gianluca Boari inserito il 24 Mar 2008 - 23:47
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