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.: Il Blog di Alessandro Rizzo
Giovedì, 19 Luglio, 2007 - 13:58

Pensare il vestito in modo ecologico

Forse nessuno ancora ha pensato quale potrebbe essere l'origine di alcune dermatiti e intolleranze a sostanze di vario genere, che si manifestano con fastidiose orticarie, spesso di grave entità. Credo che occorra pensare a un'alternativa culturale dell'abbigliamento, quello non sintetico, quello non trattato con coloranti di varia natura, quello non derivante da coltivazioni intensive di piante di cotone, quelle non derivanti dal trattamento della lana prelevata da pecore che si cibano di erbe geneticamente modificate, come avviene spesso in America Latina. Ma occorrerebbe lanciare una nuova prospettiva nella cultura della moda, nella cultura produttiva dell'abbigliamento, pensando che ci sia un patrimonio ecologico e sostenibile, un mondo competitivo che potrebbe diventare leader sulla scena economica e commerciale. Pensiamo a quello che indossiamo, informiamoci, cerchiamo di scegliere: concepisco che spesso ci siano costi più elevati nel comprare e acquistare un capo ecologicamente compatibile rispetto a un capo trattato con coloranti, a basso prezzo di produzione: ma penso che sia abbatsanza importante avviare nuove pratiche, che partano dal quodiano, dalla nostra vita giornaliera, da quello che noi possiamo scernere.

Un interessante articolo di Carnazzi di Lifegate invita a pensare ecologico nella moda e nella cultura dell'abbigliamento, lanciando un comportamento etico nel rispetto della natura e di noi stessi. Non abbiamo mai immaginato che molti nostri indumenti possano essere intollerabili per il nostro fisico nonchè per l'intero sistema ambientale e naturale, data la modalità di produzione dei medesimi.

Un caro saluto
Alessandro Rizzo

Nudi, nell'intimità 
 
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 Nudi, col cuore che batte avvolti alla persona che si ama. E poi sotto la doccia.
Pensateci bene. Sono gli unici momenti di tutta la vita in cui il nostro corpo non è coperto da un qualche indumento...  
 
 ...Che siano i pochi centimetri quadrati del costume da bagno o i pesanti pastrani in cui ci s’imbacucca goffamente d’inverno. I vestiti sono una “seconda pelle” che copre, protegge dalle intemperie, riscalda. Che sfoggiamo per motivi estetici, culturali, rituali ed edonistici. Un lembo di stoffa ci accompagna ovunque, comunque, e l’industria della moda, economicamente prepotente e appariscente in tutti i paesi ricchi, ne studia tagli, linee, colori e tendenze.

La qualità più nascosta, più segreta, eppure più importante per la nostra pelle, il nostro corpo, no; quella no, la si dimentica sempre, non viene mai presa in considerazione.
La qualità biologica.
Che significa capacità traspirante e assorbente del tessuto, coibenza, morbidezza e piacevolezza al tatto, ma soprattutto assenza di sostanze tossiche rilasciate a contatto con la pelle.
Fibre sintetiche, trattamenti chimici e colorazioni artificiali sono la norma, nell’abbigliamento moderno. Senza contare l’impatto ambientale causato all’origine dalla coltivazione intensiva delle piante richieste dall’industria tessile. In India i pastori si lamentano delle morie di pecore e capre che vanno a brucare nei campi di cotone Ogm. C’è chi dice che è colpa del fatto che sono piante transgeniche, c’è chi dice che è colpa dei pesticidi. Fattostà che sono letali. E che il 50% delle migliaia di tonnellate di pesticidi a livello globale vanno nelle piantagioni di cotone del Sud del mondo, dove regole e controlli sono labili e dove, si sospetta, vengono tollerati trattamenti molto inquinanti, proibiti nei Paesi occidentali.
A questo s’aggiunge in tutta la catena produttiva dei tessuti un campionario di trattamenti da far invidia a un petrolchimico. Secondo un’inchiesta pubblicata su “Aam Terranuova” - settembre 2002: cromo (utilizzato come mordente e colorante), nichel e cobalto (finissaggi e coloranti), formaldeide (finissaggio di stampa colorata), colophone, trietanolammaina (finissaggio), profumi sintetici, composti ammoniacali, composti di mercurio (antimicrobici), bagni di teflon (appretto e antipiega)… E ancora apteni, Apeo, Dtdmac, Dsdmac, Dhtmac, Edta…
Nulla di tutto ciò è scritto sull’etichetta dei vestiti.
In compenso ce lo si trova “impresso” sulla pelle, dato che proprio al prolungato contatto con simili sostanze s’imputa la crescente diffusione delle dermatiti allergiche da contatto. 
 
È da notare che le reazioni paiono provocate soprattutto dai colori aptenici usati per ottenere il “blu scuro”, e molta parte delle persone allergiche sembrano non tollerare proprio i capi tinti di questo colore.
Un’altra via, c’è. Un altro modo di pensare i vestiti. Non è (solo) una moda. È un grande investimento sulla qualità. Biologica.
Come per l’agricoltura biologica qualche anno fa, stanno nascendo realtà produttive e imprenditoriali volte alla ricerca delle soluzioni più naturali, aggregando realtà produttive, agricole e industriali d’avanguardia con la sensibilità per la natura. In tutte la fasi della filiera tessile, coltivazione delle piante, produzione e raccolta delle fibre, filande, produzione d’abbigliamento e imprese di apprettatura, la natura viene rispettata seguendo nuove norme produttive e nuove strade commerciali.
Il cotone è per questo la coltivazione principe, e sempre più ampie regioni nel bacino Mediterraneo sono oggi coltivate a cotone con le pratiche dell’agricoltura biologica. Certificate.
Dopo il raccolto, le fibre vengono filate e tinte esclusivamente con puro indaco e trattate con processi in linea coi dettami del più grande e rigoroso standard internazionale, l’Oeko-Tex 100, che garantisce la totale assenza di rilascio per sfregamento di sostanze tossiche. Perfino il filo per cucire, il cosiddetto cucirino, dev’essere in puro cotone, così come bottoni, cerniere e rivetti sono privi di contaminanti.
Nei capi trattati con queste tinte, il colore non è mai netto, ma questo, specialmente nel caso dei jeans, non è un difetto. Anzi. Con il lavaggio si ottiene un effetto molto apprezzato, da capo vissuto. Vivo.
È la vita, la chiave di tutto, il desiderio di riscoprire l’autentico rispetto della natura anche nel vestirsi, di sapere che anche il gesto dell’indossare un paio di jeans può essere latore di un messaggio culturale, e che sulla pelle portiamo solo la trama di una storia di armonia con l’ecosistema.