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.: Discussione: Ticket d'ingresso a Milano, a precise condizioni.

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Marco Gianfala

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Inserito da Marco Gianfala il 30 Dic 2007 - 22:07
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Dal 2 gennaio partirà la sperimentazione di Ecopass, una risposta, seppure parziale, del Comune di Milano ai mali della mobilità.
La mobilità sostenibile viene sempre più invocata come possibile soluzione ai problemi connessi alla mobilità. Ma è lecito chiedersi: sostenibile per chi o per che cosa?
Il termine stesso di Ecopass sembra rimandare ad una misura di protezione ambientale.  In realtà gli obiettivi dell'Ecopass sono di limitare la concentrazione di alcuni inquinanti localizzati, a partire dal PM10 e dannosi alla salute. Quindi si tratta prevalentemente di un Sanipass. Gli aspetti ambientali, intesi come salvaguardia dell'equilibrio degli ecosistemi di riferimento, qui c'entrano molto poco.
L'attuale spettro ambientale che si aggira per il mondo si chiama effetto serra. Pensare che l'Ecopass possa avere a che fare con l'effetto serra pare quindi una forzatura. Le auto esentate dal ticket d'ingresso, elettriche, metano, benzina recenti, ibride e dotate di filtro antiparticolato FAP riducono in minima parte le emissioni di anidride carbonica.
La sostenibilità non riguarda però solo l'ambiente e la salute umana. Se anche tutte le auto in circolazione a Milano andassero ad energia solare, quindi senza produzione di sostanze inquinanti e gas ad effetto serra, almeno sul piano dell'utilizzo, ci troveremmo comunque in una situazione di
sostanziale paralisi del traffico. Il che vuol dire, in ogni caso, una mobilità non sostenibile sul piano dei tempi, della perdita di produttività e della qualità della vita.
Il problema della mobilità sostenibile andrebbe quindi risolto anche con un deciso incremento dei sistemi di trasporto collettivo, pubblico e privato, incluso il car pooling. Ma, com'è ovvio, in ambito urbano una risposta efficace può venire soprattutto da uno sviluppo esponenziale della ciclomobilità, che ha un impatto, su molti aspetti inerenti la sostenibilità, pari a zero.
E' noto che la ciclomobilità a Milano è sempre stata ampiamente sottovalutata. Tolti i ciclisti per necessità, per far decollare l'uso della bicicletta occorrerebbero investimenti e misure organizzative molto consistenti. Il che non vuol dire solo ampliamento dei percorsi ciclabili. Andare in bicicletta implica una modifica degli stili di vita, un aumento significativo dei rischi di incidentalità, spesso letale e l'esposizione ad una serie di disagi per cui è facile chiedersi se ne vale la pena.
In altri termini, per fare un deciso salto di qualità nell'uso intensivo della bicicletta, occorrerebbero piste ciclabili, misure di sicurezza, servizi di bike sharing, punti di ristoro e assistenza tecnica, modalità di interscambio con il trasporto pubblico, rastrelliere diffuse e possibilmente sorvegliate, sostegno ad iniziative promozionali. Ma soprattutto occorre che ai ciclisti sia riconosciuto un grande merito in termini di responsabilità sociale. Il ciclista deve sentirsi un privilegiato, non un marziano che si autolimita per concedere più spazio ad automobili che fanno scempio dell'ambiente.
E qui devono entrare in gioco anche valutazioni di tipo etico, ovvero la predisposizione di strumenti culturali attraverso una riflessione circa i fondamenti del vivere collettivo.
L'Ecopass si fonda sul principio che chi inquina paga. Ovvio che, alla radice, discrimina tra chi può permettersi di spendere anche un migliaio di euro all'anno in ticket e chi, viceversa, non può. Discrimina tra chi può acquistarsi un'auto in linea con le nuove direttive europee, magari del peso di due o tre tonnellate e chi fa fatica a mantenersi una Panda. Discrimina tra residenti e non residenti. Crea una parziale sovrapposizione-contrapposizione con le disposizioni regionali che puntano tendenzialmente sui divieti e il sostegno pubblico all'innovazione tecnologica.
Un'altra strategia potrebbe consistere nell'ottimizzazione delle risorse e conseguente abbattimento degli sprechi. Convincere i cittadini a modificare i propri stili di vita non sarà impresa facile. E’ apprezzabile l’invito del nostro Sindaco alla diffusione in tutta la città del senso di un impegno comune. Ma in mancanza di modelli di riferimento globali, di un senso di comunità forte e coerente,  sarà impresa impossibile.
L’educazione ambientale potrà anche informare ma difficilmente sarà in grado di incidere sui valori e le motivazioni individuali.  Alla radice esiste la necessità di contemperare un sistema ambientale condiviso da tutti e le diverse forme di discriminazione sociale. Difficile far passare l'idea che qualcuno ha più diritto di altri nell'utilizzo dell'aria, dell'acqua e del suolo e in ciò la questione ambientale sembra preconizzare l'evolversi di elementi di democrazia sostanziale. L'alternativa è un accaparramento selvaggio di risorse, con il prevalere di comportamenti opportunistici, che è esattamente quello che sta accadendo. Le istituzioni pubbliche territoriali, ai più diversi livelli, hanno una responsabilità ineludibile nel cercare di far prevalere una visione etica e di pubblico interesse. Sarebbe interessante capire se sono nelle condizioni di poterlo fare.

I diversi sistemi di mobilità producono circa il 30 percento dei gas ad effetto serra, il resto riguarda sostanzialmente la produzione energetica, industriale e agricola e i sistemi di climatizzazione. Il passaggio da un'economia dello spreco ad un'economia sostenibile richiederà grossi investimenti economici ma anche adeguate forme di sostegno da parte dell'opinione pubblica.
Il concetto di sostenibilità si fonda sul concetto di limite, ragione per cui, a prescindere dalle innovazioni tecnologiche e dall'utilizzo di forme energetiche innovative, solare, eolico, geotermico, nucleare sicuro, idrogeno e altro che verrà, non si potrà considerare la produzione illimitata ed esasperata di beni di consumo come l'unica forma di soddisfazione dei bisogni umani e della tenuta sociale ed economica.

Oggi l'impronta ecologica, misura grossolana per parametrare l'impatto dell'uomo sull'ambiente, ci dice che i sei miliardi di persone attuali consumano risorse quanto parecchie decine di miliardi di persone allo stato primitivo. Quando arriveranno ai nostri livelli di consumo i cinesi, gli indiani e il resto del terzo e quarto mondo il concetto di limite non sarà più procrastinabile, ammesso che i danni ambientali siano ancora reversibili. Spiegare perché il nostro benessere si fondi sulle miserie altrui non è facile. Come non è facile riuscire a saldare i bisogni delle attuali generazioni con quella delle generazioni future.
Non si può però negare la presenza, in molti di noi, di una naturale coscienza etica o, come altri preferiscono, di una responsabilità sociale di lungo termine. Quella stessa che ogni giorno ci induce a sostenere la raccolta differenziata, ad evitare lo spreco di acqua, a non inquinare inutilmente, ad utilizzare la bicicletta come alternativa agli spostamenti, a non sprecare le risorse pubbliche o comuni, a scegliere prodotti più ecologici anche se più costosi. Chi tende a promuovere un ambientalismo di convenienza economica fatto di ticket, aumenti tariffari, progresso tecnologico fa un'operazione utile, ma se non è accompagnata da una crescita culturale e una maggiore responsabilità sociale non ci porterà da nessuna parte.

Come Laszlo ci insegna: pensare globalmente, agire localmente. Con questo spirito la nostra associazione intende promuovere iniziative volte al miglioramento della qualità della vita a partire da situazioni locali.  La sfida della sostenibilità non potrà prescindere da un legame indissolubile tra il proprio spazio di vita, i propri bisogni, i propri affetti, convincimenti e ideali  e la proiezione su scala globale.
Marco Gianfala - Vivibicocca - associazione culturale e di promozione sociale - www.vivibicocca.it

In risposta al messaggio di Eugenio Galli inserito il 11 Dic 2007 - 17:05
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