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.: Discussione: La scuola araba di via Ventura

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Oliverio Gentile

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Inserito da Oliverio Gentile il 10 Nov 2006 - 23:22
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 da www.vivere.milano.it

http://www.vivere.milano.it/blog/articolo.asp?articolo=951

Via Ventura, continuiamo con Sandro Antoniazzi.

Di Cesare Fracca ( 10/11/2006 @ 11:28:29, in Generale, letto 42 volte)

Carissimi amici, in attesa di sentire di persona l'assessore Tiziana Maiolo sul tema della scuola Araba, continuiamo la discussione con un intervento di Sandro Antoniazzi (ex consigliere comunale nella lista dell’Ulivo)

Come sempre attendiamo tutti i vostri commenti.

Un abbraccio



Ho letto con piacere il rapporto di VivereMilano sulla scuola araba ed il dibattito che ne è scaturito. Sono stimolato ad intervenire soprattutto perché mi è sembrato un luogo di confronto scevro da pregiudizi e dunque luogo ideale per un confronto libero (ciò di cui si sente un grande bisogno in ambito politico). Essendo uno dei responsabili dell’ iniziativa vorrei intervenire, soffermandomi sul tema essenziale dell’ integrazione. Per il resto mi limito ad affermare che, ben consapevoli della posto in gioco, abbiamo operato per l’affermazione di un diritto costituzionale, nell’ ambito della norme legislative riguardanti le scuole straniere e nel pieno rispetto di tutti gli adempimenti burocratici previsti. Vi è stato a riguardo un vero e proprio "accanimento terapeutico" o "accanimento burocratico", che meriterebbe un esame a sé stante, in quanto caso da manuale ( ma lasciamolo ad un’altra occasione).


Venendo ai problemi che ci interessano, tento di affrontare alcune questioni più rilevanti. Innanzitutto perché una scuola bilingue? Questa scelta nasce da un’esigenza molto concreta. Gli egiziani hanno famiglie molto numerose e vanno e vengono dall’ Egitto con facilità (come avviene per molte famiglie italiane originarie del Sud). I figli sono qui, oppure sono in Egitto, dalla nonna e dagli zii, alcuni qui ed alcuni là. Molte famiglie si stabilizzano qui, ma i figli studiano sia qui che là e la vita di questi ragazzi è rilevante in entrambi i paesi. Sapere due lingue è una necessità, fa parte della loro vita. Il rapporto degli immigrati col proprio paese d’ origine è molto diverso a seconda delle nazionalità; dipende da tanti fattori e non solo dalla decisione di stabilirsi definitivamente nel nuovo paese. Nel caso degli egiziani abbiamo una situazione di relazioni che si mantengono vive e continue nel tempo tra paese d’origine e paese di insediamento.


Questa esigenza ha portato alla scuola bilingue, un’idea molto avanzata, perché insegnare a dei ragazzi della scuola dell’ obbligo due lingue contemporaneamente è indubbiamente una impresa difficile. Ma riflettiamo un momento: se facessimo una scuola bilingue italo-inglese, non troveremmo adesioni e consenso? Ora l’arabo, come il cinese, sta assumendo il carattere di lingua internazionale alla pari dell’ inglese (e certamente più del francese e del tedesco). E’ dunque bene che Milano si apra a queste nuove prospettive. Sarà una delle poche scuole veramente bilingue, perché altra scuole straniere sono preoccupate di insegnare la propria lingua madre, piuttosto che l’italiano. Questa scuola bilingue è necessaria per un altro semplice motivo e cioè che essa prepara agli esami sia italiani che egiziani, di cui questi ragazzi hanno bisogno per il proseguimento dei loro studi che avvengono in Italia per molti , ma anche in Egitto per altri.


Ci si domanda: perché non la scuola pubblica? Le due scelte non sono in alternativa nel senso che una è quella giusta e quell’ altra pertanto è sbagliata. L’ integrazione, salvo che qualcuno abbia finalmente trovato la soluzione di un problema che arrovella tutti, non può essere unica. In Francia vanno tutti alla scuola pubblica, ma come sappiamo non mancano i problemi. Anche noi siamo sostenitori della scuola pubblica e pensiamo che mettere insieme ragazzi italiani e ragazzi immigrati sia una cosa positiva. Ma quando siamo di fronte a delle classi con il 30 o il 40% di ragazzi immigrati ci sono le condizioni per un reale insegnamento? Non si rischia di far uscire dei ragazzi dalla scuola dell’ obbligo, soprattutto immigrati, che non sono in grado di proseguire nelle superiori? Non sta avvenendo in diverse classi milanesi ciò che già succede in molte realtà inglesi e americane, dove le scuole pubbliche sono per i poveri e per gli immigrati , mentre gli autoctoni vanno alle scuole private o nei quartieri migliori? E perché non pensare che una scuola bilingue possa sperimentare anch’ essa, con pari dignità, percorsi di integrazione in quanto introduce alla realtà italiana, senza negare l’ identità originaria? Forse è bene mantenere vive tutte due le esperienze, lasciando che man mano sia il ragazzo stesso a fare le sue scelte, a fare sintesi, ad orientarsi nel mondo multiculturale odierno. Non c’ è a nostro avviso un solo modo di integrarsi. Questa scuola vuol essere a riguardo un vero e proprio laboratorio per affrontare i problemi relativi e sarà dotata di un Comitato Scientifico competente (guidato dalla prof.sa Mantovani) per studiare i problemi che si pongono. Pensiamo di fare di questa scuola una scuola di qualità, che possa fornire anche utili contributi ai problemi di integrazione dei ragazzi nella scuola pubblica. Sia chiaro che è tutt’ altro che un’esperienza di separatezza. La comunità egiziana è quella meglio inserita nella comunità milanese. Ben 2.300 egiziani hanno a Milano la cittadinanza italiana, distanziando di gran lunga qualunque altra nazionalità. Dunque è una comunità matura che è in grado di fare le proprie scelte più confacenti alla propria presenza. (Mi sia consentito un inciso. Non c’ è un po’ di paternalismo in questa insistenza che gli immigrati vadano alle scuole pubbliche? Perché non sostenere la stessa cosa per gli italiani, gli inglesi, gli americani? Mi sembra un po’ ridicolo che dobbiamo decidere per loro e se la legge consente varie alternative, mi sembra giusto che siano loro a decidere).


Chiaramente non è una scuola islamica. Mi permetto di richiamare il problema e di insistere perché continuo a trovare amici, per non parlare dei giornalisti, che mi telefonano per chiedermi della scuola "islamica". Scuola islamica significa una scuola ad impronta religiosa: non è così, in quanto le ore di religione sono due nelle elementari ed una nelle medie, come previsto dall’ ordinamento scolastico italiano; non s’ insegna il Corano ( come continua a scrivere il Corriere, nonostante i nostri ripetuti interventi) ma si usano i testi dello stato egiziano per i musulmani e per i copti; pensiamo di realizzare un programma di "cultura religiosa", cioè di informare anche sulla cultura religiosa italiana; non c’è nessun imam nella scuola ed anche l’ insegnamento della religione avviene sotto la responsabilità della scuola, la cui direttrice è una donna, italiana e laica. Non è un covo di fondamentalisti; naturalmente ci sono sensibilità diverse, persone più religiose ed altre meno, donne con il velo e donne senza. Riteniamo che sia l’ indirizzo laico ed integrato della scuola che consentirà man mano di fare un percorso comune, motivato e sostenuto, di superamento di abitudini tradizionali e di avvicinamento ai nostri costumi.


E’ un’ esperienza, un esperimento, che vorremmo condurre nel migliore dei modi, alla luce del sole, con una verifica costante. Purtroppo in questo periodo siamo stati sommersi dalle pratiche cartacee. Ma vorremmo man mano far conoscere la nostra esperienza, produrre relazioni, confrontarci con tutti coloro che sono interessati. La scuola sarà anche un’ occasione per svolgere attività culturali e seminariali, confronti con insegnanti che hanno alunni arabi, analisi ed approfondimenti dei problemi interdisciplinari, dell’ insegnamento della religione, delle tradizioni arabe ed italiane, della presenza araba in Europa. Sarebbe particolarmente importante, senza pregiudizi e senza polemiche, realizzare un confronto con le scuole pubbliche dove maggiormente insiste la presenza di immigrati e di immigrati arabi.


Ci piacerebbe anche con VivereMilano fra qualche tempo, a metà anno o a fine anno, ritornare sull’argomento per discutere non solo ipotesi ed opinioni, ma per valutare dei risultati e vedere insieme come proseguire (magari con una relazione di verifica della stessa VivereMilano).


La scuola di via Ventura è un’ esperienza aperta, tutta da costruire, un ‘esperienza tra le altre che ci guardiamo bene da portare a modello, ma che può portare il suo contributo ad una migliore convivenza civile, ciò che non può nascere dal caso o dalla fortuna, ma dalla volontà cosciente di elaborare e praticare insieme le migliori soluzioni possibili.


Sandro Antoniazzi Novembre 2006

In risposta al messaggio di Oliverio Gentile inserito il 6 Nov 2006 - 14:59
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