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.: Discussione: Garantisci Sicurezza con la Solidarietà

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Paolo Romeo

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Inserito da Paolo Romeo il 11 Maggio 2006 - 18:41
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Sono dell'idea che nei rapporti sociali vi sia uno stretto rapporto fra solidarietà e legalità. L'una senza l'altra prima o poi si dissolvono.

Rispettare la legalità significa rispettare le regole e significa, soprattutto, che non vige la legge del più forte ma la legge condivisa. Troppi, troppo spesso, lo dimenticano.

Giustificare il piccolo sopruso significa essere predisposti a giustificare il grande sopruso. Questo lo vediamo in ogni ambito, al lavoro come in strada, in famiglia come nella società. Ogni giorno siamo testimoni di tanti "piccoli" soprusi, quando guidiamo nel traffico, quando vediamo picchiare inutilmente (ma esiste poi una circostanza in cui sia utile?) un bambino , quando siamo in coda e qualcuno fa il furbetto passando davanti a chi era in coda, ecc... ecc... .

Abituarsi a questi piccoli soprusi abitua anche a far venire meno quel senso di rispetto per i diritti altrui che sta alla base della consapevolezza dei nostri doveri, quelli morali compresi. Ed è proprio questo il meccanismo che comincia a far venire meno il dovere, ed anche il piacere, di essere solidali. Va detto che il sistema sociale, che incentiva molto la competizione fra individui e che quindi porta a vedere negli altri non dei simili ma dei concorrenti, non aiuta granché a stabilire relazioni positive con gli altri. Ma ciò non bastasse, questo sistema modifica anche la percezione delle relazioni fra individui che, spesso e volentieri, pare basata sul fastidio invece che sul contatto.

Trovo perciò molto giusto e molto azzeccato il nesso legalità-solidarietà.

Quando ad esempio si sente dire che una Corte "giustifica" o perlomeno non condanna pienamente una violenza sessuale, adducendo quale ragione il fatto che la ragazza portava pantaloni molto attillati e che potevano essere tolti solo col suo consenso, mi viene immediatamente da pensare che in tale circostanza si stia giustificando un atto illegale oltre tutto dimenticando che i soggetti, la cui volontà ed intimità viene violentata, hanno bisogno anzitutto di ritrovare attorno a sè calore umano.

Ma, senza andare troppo oltre nei casi specifici, vale la pena di riflettere sulla spersonalizzazione delle città che se da un lato consente di sentirsi più liberi nel perseguire il proprio modo di essere e di agire dall'altro ha creato l'humus adatto ad isolare gli uni dagli altri. Se ci sono anziani che vengono trovati morti dopo giorni, nella propria casa, ci sono anche anziani che subiscono ogni giorno le angherie di personaggi piuttosto turpi e vili che li truffano o li rapinano, confidando proprio sul loro isolamento.

Così come quando approfittando del buio della sera vi sono giovani appartati (in auto o nei parchi) che vengono aggrediti, rapinati e che in qualche caso subiscono anche violenze, ciò è dovuto non solo al clima di illegalità ed impunità in cui vivono i cosiddetti "micro"criminali ma anche alla mancanza di un clima sociale più adatto a scoraggiare le azioni di individui che, per agire, hanno bisogno che ognuno si faccia i fatti suoi.

Infine, l'altro classico esempio, è il bullismo cui sono soggetti giovani e giovanissimi nelle scuole. E' un altro esempio di tolleranza dell'illegalità dovuta non solo al comportamento dei "micro"criminali ma anche, spesso, della tolleranza e della connienvenza che costoro trovano in famiglia, una versione piuttosto torbida e vergognosa del tipico mammismo (che coinvolge mamme e papà) che pone il figlio al di sopra di tutto, anche dei figli degli altri.

Ecco, a mio avviso è partendo da considerazioni come queste (e spero da molte altre ancora) che potremmo sbrogliare la matassa delle patologie della convivenza in città cercando di darci un modello diverso.

Paolo


 http://www.retecivica.milano.it/home/paolo.romeo/
In risposta al messaggio di Oliverio Gentile inserito il 11 Maggio 2006 - 11:24
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