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Giovedì, 6 Aprile, 2006 - 09:32

Privatizzazioni comunali pregiudiziali e malfatte. Il bilancio delle operazioni AEM, SEA, Serravalle, Farmacie, Centrale del lat

Il bilancio delle operazioni AEM, SEA, Serravalle, Farmacie, Centrale del latte, Scuole civiche, Milanosport, Milano Ristorazione.

L’asta deserta per la vendita del 33% delle azioni SEA S.p.A. conclude in modo inglorioso la catastrofica serie di insuccessi e di tentativi malfatti che hanno contrassegnato la politica delle privatizzazioni di Albertini e della sua Giunta.
E’ necessaria una premessa.
Come centro sinistra non siamo contrari a priori alle privatizzazioni, purchè ricorrano due condizioni:
  • che siano per un più ampio interesse generale (migliorare la concorrenza, migliorare la qualità dei beni e dei servizi, ridurre i prezzi e le tariffe, e così via);
  • che si preveda una prospettiva di sviluppo aziendale (anche dal punto di vista occupazionale).
La politica del centro destra non solo non ha tenuto conto di questi criteri essenziali che avrebbero potuto costituire un terreno di confronto serio, ma si è invece ispirata a una logica ideologica, secondo cui ogni privatizzazione costituisce un bene in sé, in quanto riduce la presenza del settore pubblico (simbolo di inefficienza, burocrazia, favoritismi, ecc).
La giustificazione è inoltre che vendendo il patrimonio pubblico si possono realizzare le opere necessarie alla città: ma al di là della propaganda, è facile constatare quali grandi opere siano entrate effettivamente in funzione dopo le vendite compiute.
Ma passiamo in rassegna le singole operazioni.
Quella maggiore ha riguardato l’AEM S.p.A., le cui azioni già cedute in precedenza sino a scendere al 51% sono state vendute per un ulteriore 17,6% (di cui l’8,8 come prestito obbligazionario convertibile e l’8,8% a investitori istituzionali).
La vendita è stata fatta mentre l’AEM era impegnata, a fianco della EDF francese, ad acquisire la maggioranza della Edison, la più grande azienda privata del settore.
L’operazione fortunosamente è comunque riuscita e il sindaco  ha brindato al successo, dopo che la sua incauta vendita aveva costituito l’ostacolo più grande.
Non solo. Contemporaneamente l’AEM S.p.A. era impegnata sul fronte svizzero per acquisire un pacchetto consistente di azioni della ATEL, azienda rilevante per la trasmissione di energia elettrica.
In questo caso, l’AEM S.p.A. si trovava nella necessità di capitalizzarsi e l’ingegnosa trovata del Comune è stata di partecipare a un eventuale aumento di capitale cedendo all’AEM il settore acqua, insieme all’intera Metropolita Milanese S.p.A.: così in un sol colpo si sarebbero privatizzate sia l’acqua che la MM S.p.A., tutto questo per aumentare il capitale di un’azienda depauperata poco prima da una vendita di azioni dimostratasi insensata.
Il risultato finale è che l’azienda migliore che avevamo, intorno alla quale si poteva costituire il secondo polo energetico italiano e dare forza al sistema territoriale lombardo e del Nord Italia, si è trovata impoverita e ha dovuto rinunciare a molte prospettive di sviluppo. Dopo e nonostante tutto questo, Albertini aspirava a diventare presidente della Edison.
Veniamo alla SEA S.p.A: la vendita del 33% di azioni viene deliberata dal Consiglio Comunale nel luglio 2001, ma l’11 settembre successivo, con l’attacco terroristico alle torri gemelle di New York determina una transitoria crisi del settore aereo, con il conseguente rinvio della decisione.
E’ allora che scatta una delle tante idee autocratiche del sindaco, secondo cui la decisione relativa alla vendita non doveva spettare al Consiglio Comunale, bensì alla Giunta, in quanto relativa a una quota di minoranza delle azioni.
Si trattava di un’interpretazione inammissibile della legge sugli enti locali, perché al di là della SEA interveniva su un potere fondamentale, relativo alle aziende comunali, togliendolo dal Consiglio per attribuirlo alla Giunta, in pratica al sindaco.
Ne è derivata la solita vertenza legale da cui l’opposizione è uscita totalmente vincente.
Intanto, l’Amministrazione ha perso ben due ani di tempo, il che dimostra che più importante della privatizzazione e dell’incasso è innanzitutto la prevaricazione.
Riportata la discussione in Consiglio Comunale l’opposizione esprime la sua contrarietà per diversi motivi: innanzitutto non si tiene conto delle altre istituzioni (Regione e Province di Milano e Varese), che pure sono parti in causa; inoltre, la soluzione precedente non rivolta ad un unico acquirente era preferibile; infine, non si fa alcun cenno delle prospettive di sviluppo aziendali.
A gara aperta, di fronte alle difficoltà incontrate la Giunta cambia i termini dell’offerta, obbligando la società SEA a distribuire un superdividendo di 200,00 milioni di €. Questo pasticcio, più che la vertenza legale, portano alla mancata presentazione di offerte da potenziali acquirenti.
In conclusione, non si è venduto nulla, e l’unico vero risultato è una SEA dissanguata e messa in difficoltà da decisioni maldestre, tappabuchi e di ripicca di una Giunta allo sbando.
Altra confusione, chiamiamola così, sulla Serravalle.
Albertini litiga con la Colli, che si mette d’accordo con l’azionista privato, Gavio.
Quando la Provincia cambia maggioranza, viene firmato un accordo per portare la società in Borsa e per fissare un diritto di prelazione al fine di conservare la maggioranza pubblica.
Il Presidente della Provincia Penati riesce però ad acquistare dallo stesso Gavio le azioni sufficienti per arrivare al 51% delle azioni. Albertini, invece di comportarsi da responsabile di un’istituzione, reagisce come si trattasse di uno sgarbo personale con denunce di ogni genere. Ritiene la quota comunale svalutata, ma non è troppo vero se anche al Comune di Milano Gavio offre di acquistare ad un prezzo conveniente.
Adesso Albertini, dopo tutte le imprecazioni passate, vorrebbe approfittarne, ma è troppo tardi: se ne parlerà alla prossima legislatura e secondo noi in una visione di collaborazione con la Provincia, non di continuo contrasto con tra enti pubblici, per un’azienda strategica per la viabilità.
Ci sono anche delle privatizzazioni minori nelle dimensioni, ma non meno significative.
Un’operazione giuridicamente disastrosa per il pressappochismo con cui è stata condotta, il sindaco è sempre malconsigliato da avvocati e professionisti compiacenti) è la vendita dell’Azienda Farmacie Comunali.
Contro di essa hanno ricorso i farmacisti milanesi vincendo varie cause, ma soprattutto ottenendo una sentenza favorevole della Corte Costituzionale. Le farmacie comunali non potevano essere vendute alla società tedesca Gehe, che commercia farmaci all’ingrosso, attività incompatibile con la distribuzione nelle farmacie, in base a una direttiva europea.
Il Comune ha fatto ricorso in sede europea, ma sostanzialmente per prendere tempo e rimandare la patata bollente al futuro sindaco.
La candidata Moratti, incontrando i farmacisti ha affermato che rivedrà tutto: ma non si tratta di una promessa, ma di un obbligo, cara signora, per il caos combinato dal suo collega di centro destra (che sosteneva di contrastare il monopolio dei farmacisti: lei signora, invece, lo vuole favorire? Diteci per favore qual è la vera posizione del centro destra).
La privatizzazione più tranquilla sembra essere stata la vendita della Centrale del Latte alla Granarolo, con una coda non di poco conto: ora che la Granarolo deve lasciare libera l’area e vuole trasferire la produzione lontano da Milano, che fine faranno i circa duecento lavoratori della Centrale? Ma anche questo ad Albertini non interessa.
Vi sono poi le quasi - privatizzazioni e le esternalizzazioni, ciò che richiederebbe un più analitico lavoro di approfondimento.
Si tratta comunque di iniziative fatte all’insegna di promesse e di prospettive enunciate e non mantenute, spesso velleitarie in partenza: si pensi alla Fondazione delle Scuole Civiche, in cui si ipotizzava un ingresso di privati apportatori di risorse mai verificatosi, oppure la Milano Sport S.p.A., cui sono state affidate le strutture sportive del Comune spesso degradate, con la missione di avere il bilancio in pareggio entro il 2007, mediante il libero aumento delle tariffe (che avrebbe significato la fine dell’attività sportiva di base). O ancora la Mlano Ristorazione S.p.A., per la quale si è calcolato che siano aumentati i costi dei pasti distribuiti.
La rapida disamina delle varie privatizzazioni non necessita di ulteriori considerazioni, perché si giudicano da sé. Sono state una caparbia, testarda politica impostata in modo sbagliato, unilaterale, che non ha tenuto conto delle critiche e delle osservazioni che potevano correggerla e migliorarla. Si è diminuito il patrimonio del Comune che i predecessori avevano accumulato, nello stesso modo con cui i figli dissipatori disperdono il capitale dei genitori.
Le aziende del Comune sono oggi molto più deboli, il sistema economico milanese non è certo migliorato, considerando che le aziende pubbliche hanno spesso in passato agito da propulsori e possono esserlo tuttora.
Inoltre il Comune ha litigato con tutti gli altri enti pubblici, in primis la Regione e la Provincia, isolandosi  e rinunciando alle sinergie sempre utili quando non indispensabili (si pensi all’acqua, e alla illogica separazione in due bacini idrici). E’ mancata in altre parole la visione metropolitana entro cui le aziende e i servizi pubblici andrebbero ripensati e ricollocati, prima di ogni decisione relativa agli assetti azionari.
 Sandro Antoniazzi

Mercoledì, 5 Aprile, 2006 - 17:36

Ma dove siete?

Ciao amici cittadini,
come avete sicuramente avuto modo di vedere ho inserito la mia fotografia.... devo dire che mi fa sembrare più grande di quella che sono...in realtà ho solo 26 anni!!
Ma quello che mi sorprende un pò è il fatto che non ho sentito nessuno di voi!
(solo l'amico Mariano, che saluto)
Ma dove siete? Possibile che non avete nulla da segnalarmi e non avete voglia di collaborare con me?
Vi ripeto che io invece intendo collaborare con ognuno di voi, quest'avventura sarà vissuta insieme e vi raccomando di contattarmi per qualsiasi cosa abbiate bisogno!!
Vi aspetto!
Baci Cristina

Martedì, 21 Marzo, 2006 - 15:00

950 Firme ! Ormai è fatta !

Carissimi amici,

con una rapidità che ci riempie di entusiasmo la raccolta delle firme ha raggiunto quota 950 in meno di un mese !!!

Questo vuol dire che è fatta !

Tra massimo due settimane depositeremo le 1200 firme ( 1000 di legge e le 200 di sicurezza) necessarie per diventare ufficialmente CANDIDATI ALLE ELEZIONI COMUNALI DI MILANO 2006.

Un traguardo di per sé straordinario considerando la natura puramente volontaria dell'organizzazione e la totale mancanza di fondi e di partiti politici alle spalle.

ABBIAMO FATTO TUTTO DA SOLI !!!

Siamo grandissimi.

Questo traguardo però non è che l’inizio della nuova grande sfida : il confronto con gli altri candidati.

Il primo avverrà questa Domenica 26 marzo, sulla tematica dei bambini (qui maggiori informazioni).

Vi aspettiamo numerosi e ancora una volta vi mando un forte abbraccio.

 
Cesare Fracca

candidato sindaco per VIVEREMILANO

Lunedì, 20 Marzo, 2006 - 14:59

Circoscrizioni e municipalità: tre fasi per la costituzione della città Metropolitana.

Uno dei grandi e visibili cambiamenti che deriveranno dall’auspicata vittoria del centro sinistra al Comune di Milano sarà il rilancio in grande stile del decentramento della città.
La giunta Albertini le ha di fatto azzerate, privandole di poteri, personali e risorse; non ha avuto il coraggio di chiuderle, ma molti si chiedono a cosa servano in questa situazione di irrilevanza: del resto, non è dovuta al caso o alla trascuratezza, ma a una precisa e determinata avversione alla democrazia esplicitata nell’intenzione di trasformare le zone in “sportelli”.
Questa voluta debolezza delle zone significa meno partecipazione dei cittadini e perdita di coesione dei quartieri, di realizzabilità di risposte più dirette e immediate, di poter contare nell’affrontare i problemi locali.
Si riduce così la vita dei quartieri, la loro socialità, che è invece  la forza maggiore di un territorio nel rispondere ai problemi che emergono.
Si tende, al contrario, a considerare il cittadino come un singolo, che da individualmente deve rapportarsi all’Amministrazione sia per quanto riguarda le sue esigenze, sia per i rapporti politici (la forma di partecipazione prevista e preferita è infatti la “lettera al Sindaco”).
Il centro sinistra deve muoversi con forza nella direzione contraria, ridando voce ai cittadini, ricreando le condizioni perché i problemi possano essere affrontati là dove sorgono, ristabilendo luoghi di confronto democratico per l’assunzione delle decisioni, decentrando attività, servizi, uffici.
I consigli di Zona devono ritornare a essere il motore di un’espressione democratica e sociale dei territori e per questo disporre di poteri, mezzi e personale adeguato.
Quando si pensa, come si è rilevato, che le nostre zone sono grandi come le maggiori città della Lombardia, appare evidente l’esigenza di trovare loro una forma di governo adeguata.
Il rilancio dovrà dunque trovare una risposta immediata dopo le elezioni, per pervenire poi progressivamente ad una struttura istituzionale compiuta.
Si possono ipotizzare tre stadi che possono anche corrispondere a tre momenti successivi.
In una prima fase, si ricominciano a dare poteri e mezzi alle zone sulla base dello Statuto tuttora vigente, ma non applicato: ciò consentirebbe di fare immediatamente funzionare le zone con compiti concreti.
E poiché il trasferimento di competenze e di personale non è cosa semplice, questo avvio permetterebbe un percorso non demagogico ma reale di passaggio di poteri veri.
In un secondo momento, si potrebbero realizzare le municipalità, cioè trasformare le zone in una forma di piccoli comuni, ampliando così il loro statuto istituzionale.
E’ ciò che è avvenuto, per esempio a Roma, dove il Presidente di Zona viene eletto dai cittadini e dove un’ampia quota del bilancio comunale  (attorno al 30%) è demandato ai bilanci decentrati.
Il Comune, in altre parole devolve una parte dei suoi poteri ai municipi, che gestiscono un insieme importante di attività e servizi (demografici, scolastici ed educativi, servizi culturali e sportivi, manutenzione urbana, disciplina dell’edilizia privata, funzioni di polizia urbana, sviluppo dell’artigianato e del commercio).
E’ un modello naturalmente che abbiamo in mente nelle linee generali e che richiede una regolamentazione che dovrà essere preparata e discussa con cura, data la sua portata innovativa.
In futuro, si potrà pensare a un’ulteriore decisione, tutta da valutare, connessa con la realizzazione della città metropolitana.
La Città Metropolitana, prevista dalla riforma costituzionale realizzata dal governo di centro sinistra nel 2001 e non ancora attuata, è fra gli obiettivi che l’Unione si pone nel proprio programma comunale.
E’ previsto che questo nuovo ente intermedio superi l’attuale Provincia e acquisisca ulteriori poteri in parte dai comuni e in parte dalla Regione, in modo da potere pienamente esercitare il ruolo di programmazione territoriale, di governo dei problemi del traffico e dell’ambiente. In altre parole, di attendere a quelle decisioni di ambito territoriale più vasto rispetto all’attuale ambito cittadino.
In questa nuova situazione, ci si domanda se non valga la pena di integrare nella Città Metropolitana anche l’attuale Comune, elevando le zone a veri e propri comuni (proprio come Sesto San Giovanni, San Donato, Corsico)?
Una decisione di questa natura costituirebbe un cambiamento profondo che naturalmente richiede un’attenta valutazione. Ma in pratica, la Città Metropolitana significherebbe una Milano che diventa “più grande” (un po’ come l’aggregazione dei Corpi Santi degli anni ‘20 – ’30) e contemporaneamente riconosce un’ autonomia alle municipalità. Più che una rinuncia è un modo corrispondente di pensare in “grande”. Dunque, una struttura, Milano città Metropolitana, per i problemi di vasta area e nove municipalità per i problemi locali, di quartiere.
Queste riflessioni aprono scenari futuri, prospettive di lavoro, indicazioni di percorsi istituzionali e gestionali su cui discutere, elaborare, progettare.
L’importante ora è mettere subito in moto attività di decentramento che costituiscano l’avvio di un percorso che deve progressivamente svilupparsi per raggiungere mete sempre più ambiziose.
Le municipalità non sono per noi solo un po’ di più di democrazia e un po’ di decentramento amministrativo: sono invece una parte sostanziale della nostra città: uno strumento fondamentale perché Milano possa esprimersi, discutere, trovarsi, vivere.
Anche per questo dobbiamo vincere le elezioni: per potere finalmente vedere l’attuarsi della città che vogliamo, la città in cui tutti partecipano e che si interessa di tutti.
Sandro Antoniazzi

Venerdì, 17 Marzo, 2006 - 16:53

La politica della casa

La politica della casa costituisce una delle più grandi carenze della Giunta di centro destra che sta concludendo il suo mandato.
Dal 1997, primo anno di governo di Albertini, ad oggi il Comune ha realizzato annualmente una media scarsa di 100 alloggi di edilizia popolare.
Non pensiamo che si debba tornare agli anni  '60, quando si costruivano interi quartieri ed una media di 5.000/6.000 alloggi all’anno.
Ma certamente la domanda di case popolari è oggi imponente, calcolata in città attorno alle 40.000 unità e la risposta del Comune si presenta pertanto del tutto inadeguata ed inconsistente.
Ne sono una riprova i primi discorsi della candidata sindaco del centro destra, Letizia Moratti, la quale sostiene esplicitamente l’inadeguatezza della politica precedente. (Questi discorsi sono sorprendenti. Letizia Moratti è di  Milano? Non fa parte da anni del Governo di destra? Si fa riprendere dalla TV in periferia, mostrandosi sorpresa dei problemi esistenti. Viene da chiedersi: dove vive?).
L’assoluto disinteresse, meglio l’esplicita volontà di non fare una politica della casa popolare è dimostrata dalle scelte di fondo della Giunta Albertini in questi anni.
Innanzitutto si è data la libertà di costruire su tutte le migliori aree edificabili – le aree dimesse (O.M., Lambrate/Innocenti, Sieroterapico, Quarto Oggiaro, Montedison/Rogoredo,…) – alla iniziativa privata senza cogliere l’occasione di affiancarvi un consistente programma pubblico.
Albertini si vanta che non esistono più in città aree dimesse; in realtà non si tratta di un merito, ma di un demerito: si è persa una grande occasione per rispondere alla domanda di case popolari.
In secondo luogo il disinteresse è dimostrato dall’insistenza sulla politica di vendita delle case del Demanio. Si vendono alloggi disponibili del Demanio (il caso più clamoroso è costituito dai 151 alloggi  di piazzale Dateo), che potrebbero rispondere immediatamente ai bisogni, con un duplice obiettivo: quello di allontanare i ceti popolari dal centro  e quello di fare cassa.
Si sostiene che col ricavato si potranno in futuro acquisire un maggior numero di alloggi, ma si tratta di tempi lunghi e le conclusioni sono del tutto incerte.
Infine, il Comune ha introitato in questi anni ingenti somme provenienti dall’ alienazione delle sua partecipazioni azionarie: possibile che nulla sia stato dedicato alla costruzione di nuove case a canone economico?
Negli scorsi mesi, quasi a legislatura conclusa, la Giunta si è accorta (anche spinta dai molti interventi dell’opposizione, particolarmente da un Consiglio Straordinario del 2003) che il problema costituiva una pesante critica pendente sul suo capo e si è decisa a muoversi.
Ne è scaturita una delibera che viene presentata come il programma dei 20.000 alloggi popolari con cui, secondo le dichiarazioni di qualche Assessore, si dovrebbe rispondere in modo definitivo al problema.
Tentiamo di separare l'ampia dose di propaganda, dalla sostanza della proposta.
Innanzitutto le costruzioni avverranno su aree standard (cioè le aree che i costruttori privati sono obbligati a concedere al Comune per il verde e per i servizi pubblici, in cambio dell’autorizzazione a costruire).  E’ stata necessaria un’apposita legge dell’Assessore Regionale Borghini per poter destinare queste aree anche per “interventi di edilizia residenziale pubblica, compresa l’edilizia convenzionata”.
Il processo è discutibile e contiene molti elementi contradditori ( le aree migliori sono andate ai privati e per le case popolari si usano solo aree di risulta; se si usano aree a standard perlomeno si dovrebbe procedere ad una compensazione individuando altre aree a standard, ciò che non è avvenuto; alcune di queste aree costituivano una possibilità di un polmone verde invece del tutto costruito).
Ma il problema di fondo è che dei famosi 20.000 alloggi solo una piccola parte saranno edificati dal Comune in edilizia residenziale pubblica, precisamente 1.201, perchè gli altri dovrebbero essere costruiti da imprese private, da cooperative ed enti non profit, su aree messe a disposizione dal Comune stesso.
Nel programma sono stati inseriti anche cinque interventi di edilizia universitaria, naturalmente in attesa di finanziamenti specifici, al momento inesistenti.
E’ facile prevedere che ci vorranno molti anni per realizzare il programma ed è molto improbabile che tutto vada in porto (anche perché molte localizzazioni sono discutibili e contrastate).
Il fatto di essere aree standard, e quindi proprie, consente al Comune di concederle ai privati in diritto di superficie per 90 anni, ad un costo molto contenuto. Questa offerta di aree a basso costo dovrebbe rendere appetibile ai privati  l’impresa di costruire sulle aree comunali individuate, una cinquantina circa, case ERP a canone moderato e convenzionato (più precisamente il 60% a canone moderato con possibilità di riscatto, un 10% a canone sociale, il restante a canone moderato o speciale).
Al momento sono stati avviati i programmi per le 8 aree per le quali il Comune avendo ottenuto parziali finanziamenti della Regione  prevede di realizzare direttamente interventi di edilizia residenziale pubblica.
Per quanto riguarda gli altri interventi che dovranno essere realizzati da privati , tra poco saranno presentati in Consiglio Comunale, per una decisione, i criteri generali per i bandi che saranno realizzati per ogni singola area.
Non è possibile fare ipotesi sui tempi degli interventi.
La legislatura sta per scadere ed anche per questo sarebbe  più corretto e più opportuno lasciare alla futura nuova Giunta ogni decisione  a riguardo; in ogni caso si tratterà di singoli bandi  per i quali è previsto l’adozione di Piani Integrati di Intervento (P.I.I.) che devono passare dal Consiglio per l’approvazione.
L’opposizione ritiene che questa nuova fase di discussione in Consiglio costituisca un’occasione per  ridiscutere alcune localizzazioni poco idonee e per confrontarsi con la popolazione sul merito degli interventi.
Naturalmente al di là delle vicende di questo programma e delle sue contraddizioni che ho richiamato, la politica della casa richiede un impegno di ben maggiore dimensione, sia per quanto riguarda le aree da mettere a disposizione, sia in quanto a risorse da investire (tra l’altro aprendo una seria collaborazione con i Comuni limitrofi, con la Provincia e la Regione, che l’idiosincrasia del Sindaco Albertini sinora ha sempre impedito).
Ma vorrei su questo lasciare la parola al programma  dell’Unione per le elezioni comunali, solo affermando che la questione della casa ne dovrà costituire una delle priorità qualificanti (sia per le nuove costruzioni, sia per i necessari interventi di risanamento e di miglioria da apportare nei quartieri popolari).

Sandro Antoniazzi
Martedì, 14 Marzo, 2006 - 13:02

Immigrazione: cosa fare a Milano?

L’immigrazione è un problema mondiale, destinato a durare e dal carattere irreversibile.
L’economia mondiale è stata rivoluzionata dalla globalizzazone, in pratica è come se fosse successo un terremoto che ha coinvolto il mondo intero e per questo mettendo in moto un importante processo di migrazioni, da cui nessuna regione è esclusa.
Come per la globalizzazione, così per l’immigrazione (che è solo una delle facce della stessa medaglia) è un esercizio privo di senso dichiararsi contrari, perché si tratta di una realtà ormai presente, in continua espansione, che dobbiamo affrontare e con cui fare i conti.
Indubbiamente, i nodi più gravi della questione vanno affrontati a livello nazionale.
Qui l’inutile minacciosità della legge Bossi – Fini non ha frenato niente (come prometteva di fare), con l’unico risultato di fare aumentare nel contempo il numero di clandestini e di opprimere di lavoro burocratico gli organici delle questure.
L’idea di concedere il permesso di entrata a chi ha già disponibile un lavoro è un’ipotesi teorica, che nella pratica si è dimostrata impraticabile: occorre piuttosto allargare la possibilità di soggiorno necessario a cercare lavoro, fissando un termine a questa ricerca.
Già oggi la maggioranza dei clandestini non provengono dagli sbarchi a Lampedusa, in Puglia o da scavalcamenti delle frontiere, bensì da persone che arrivano in Italia con un titolo regolare (ad esempio per studio o per turismo) e poi rimangono e si cercano un’occupazione (il 70%).
D’altra parte, se per 170.000 posti regolari per immigrati programmati per l’anno corrente sono andati a ruba circa 2 milioni di moduli di richiesta, ciò significa che le domande di lavoro degli immigrati non proverranno da del tutto ipotetici lavoratori che se ne stanno al loro paese, ma dalla centinaia di migliaia di clandestini che vivono qui.
Anche riportare l’obbligo del rinnovo del permesso di soggiorno a scadenza biennale, com’era prima della legge Bossi, è una misura ragionevole, che consente di diminuire il numero degli illegali dovuto a difficoltà pratiche e a dimezzare il lavoro d’ufficio delle questure.
Così oggi, se il lavoratore cambia lavoro, è obbligato a ripresentare la documentazione per dimostrare che dispone di un alloggio adeguato.
La vita dell’immigrato è una continua presentazione di documenti. Si fa appena in tempo ad ottenere un permesso, che è già ora di rinnovarlo. Non si può andare in ferie, perché si rischia di perdere il diritto al permesso, si perdono intere giornate di lavoro solo per le pratiche burocratiche. Ci troviamo cioè di fronte a una vera e sistematica pratica vessatoria, tanto inutile, quanto umiliante.
Tra l’altro, un atteggiamento diverso in fatto di ingressi e regolarizzazioni svuoterebbe in amplissima misura i CPT, rendendoli situazioni eccezionali e limitate a casi di particolare gravità.
Anche sul versante della cittadinanza e dell’integrazione civile la Bossi – Fini ha compiuto altri passi indietro rispetto alla legge precedente, già di per sé timorosa.
E’ ormai matura l’esigenza di approvare una legge nazionale che preveda il voto alle amministrative agli immigrati (ad esempio per coloro che sono stabilmente in Italia da 5 anni); è inutile in proposito mascherarsi dietro l’alibi di una legge costituzionale, quando si pensi che con una normale legge  a maggioranza il governo ha cambiato l’intero sistema elettorale nazionale.
Non meno importante è mettere mano alle norme relative alla cittadinanza: ad esempio che i figli di stranieri nati in Italia non abbiano diritto alla cittadinanza sino ai 18 anni rischia di formare ragazzi che non hanno né identità italiana e neppure del Paese di origine, Paese che non hanno forse mai visto.
Vi sono proposte per riconoscere loro la cittadinanza dopo 6 anni, al momento dell’ingresso scolastico. Analogamente occorre favorire la carta di soggiorno dopo 5 anni e rendere meno difficoltoso l’ottenimento della cittadinanza.
Veniamo così al problema Milano, dove si concentra – come a Roma e in genere nelle metropoli – un alto numero di immigrati (ufficialmente 143.125 alla fine del 2004, ma questo dato comprende anche americani, inglesi, tedeschi, ecc.).
A livello locale naturalmente il problema maggiore è quello dell’integrazione, della convivenza, di realizzare un intervento che consenta la coesione sociale della città; occorre evitare che si creino ghetti, bisogna impedire il diffondersi di pregiudizi; serve che tradizioni ed usi differenti trovino modo di adattarsi alla nostra realtà.
Il Comune può fare moltissimo, più che per le competenze dirette, per una più generale funzione di responsabilità del bene comune e della convivenza cittadina.
In questa prospettiva, con l’insieme dei suoi servizi, delle sue aziende, delle sue attività il Comune potrebbe avviare interventi sociali, lavorativi, abitativi, culturali di grande importanza.
Innanzitutto finchè le leggi nazionali non sono in grado di risolvere i problemi il Comune dovrebbe mettere a disposizione i propri uffici e il proprio personale per istruire le pratiche relative ai permessi da consegnare alla questura.
Sul problema del lavoro, il Comune potrebbe impegnarsi assieme ad altre istituzioni pubbliche per contrastare il lavoro nero (ad esempio negli appalti), favorire la regolarizzazione del lavoro domestico, assumere immigrati nelle proprie strutture, avviando percorsi specifici di valorizzazione professionale.
Sul piano scolastico, si deve investire ampiamente in corsi di sostegno per apprendere la lingua italiana, in corsi che garantiscano anche spazio alla cultura e alla lingua d’origine, in attività di istruzione professionale, e così via.
Il Comune potrebbe inoltre impegnarsi per il riconoscimento dei titoli di studio dei paesi di origine, che è spesso un handicap per molti immigrati.
Per altri problemi, come quello prioritario della casa, non si tratta di assumere iniziative particolari (e tanto meno di favore): bensì di rispondere a un problema che interessa anche tanti cittadini italiani e all’interno della risposta generale tenere conto anche degli immigrati.
Sempre più importante infine diventa il problema dei giovani, la seconda generazione, molti dei quali, come succede a tanti ragazzi italiani, fanno fatica a proseguire gli studi dopo l’obbligo e non trovano facilmente lavoro.
Senza prefigurare ciò che è successo in Francia, a questa situazione va prestata la massima attenzione, progettando nuovi tipi di intervento.
Il Comune, infine, potrebbe fare una cosa in più a carattere innovativo: dare vita ad una Agenzia per la promozione dei diritti di cittadinanza e per la lotta contro le discriminazioni, dal valore altamente simbolico, per difendere chi spesso si trova in una situazione di debolezza e garantire il rispetto e la dignità.
Per concludere, la cose da fare sono certamente molte, ma innanzitutto si tratta di cambiare lo spirito con cui affrontare i problemi di queste persone, che vengono da altri paesi.
Occorre passare da un atteggiamento di sopportazione e più spesso di aperta inimiciaiza (come spesso ha espresso questa Giunta, anche strumentalmente), ad un atteggiamento di apertura, di disponibilità al dialogo, di volontà di incontro.
In altre parole, bisogna che Milano dimostri di volere essere non una piccola cittadella chiusa, ma una grande città europea e mondiale, che fa dell’incontro fra culture una ricchezza per la sua vita civile e per il suo futuro.
Sandro Antoniazzi
Lunedì, 13 Marzo, 2006 - 16:43

Ciao a tutti, ci sono anch'io!

Ciao a tutti!
Mi sono iscritta oggi, ma per vedere la mia foto dovrete aspettare un pò, è in preparazione!
Sono candidata in zona 5, la zona dove vivo.
Sicuramente avrete letto il mio profilo e saprete già qualcosa di me, ma ora sto preparendo la pagina personale nella quale mi racconterò e vi spiegherò perchè mi candido.
Ma volevo subito salutare tutti voi, e dirvi qual'è la mia idea circa il consigliere di zona.
Io credo fortemente che il consigliere di zona DEVE essere un amico di tutti, deve essere il tramite di tutti i cittadini al Conune, non una figura astratta, che compare solo sui volantini in campagna elettorale. Io intendo essere proprio questo, la vostra voce al Comune di Milano, voglio soddisfare le vostre singole richieste, le vostre necessità, raccogliere le vostre idee e i vostri suggerimenti. Credo che la zona 5 sia di tutti noi, e sia interesse comune farla diventare sempre migliore. Questo non posso farlo da sola, ma potrò farlo con la vostra callaborazione attiva e fattiva! Insieme tutto si può!
Per ciò scrivetemi, datemi suggerimenti, idee, segnalatemi i problemi della zona, ciò che vorreste fare, modificare o eliminare! Sono disponibile ad incontrarvi e a conoscervi se lo vorrete!! Discutiamo insieme di come rendere la zona 5 la migliore! 
Baci atutti voi, la vostra amica CRI
Mercoledì, 22 Febbraio, 2006 - 14:10

Lettera aperta a Ombretta Colli

Cara Signora Colli,

abbiamo letto sui giornali del gentile invito a pranzo da Lei rivolto ai due principali candidati Sindaco, Letizia Moratti e Bruno Ferrante.

Non voglio pensare che il motivo della mancata risposta sia dovuto a rifiuto per il pollo, ma approfitto di questo ritardo per compiere un gesto ardito: quello di autoinvitarmi in veste di candidato sindaco (seppure meno noto e illustre dei suoi futuri commensali) come ospite al suo tavolo.

Se sarà così gentile da accettare, oltre a fare una buona azione per le famiglie milanesi messe in  difficoltà dall’aviaria, credo che potremo fare anche una buona azione per Milano.

La nostra città ha infatti bisogno di tutte le energie possibili, di dialogo, di ascolto: allargare il confronto in vista delle elezioni a tutti gli attori di questa campagna elettorale non può che fare bene a Milano. Come sa, anche i nutrizionisti suggeriscono diete il più possibile varie e bilanciate.

Mi auguro quindi, e spero che lei possa concordare, che i pochi mesi che ci separano dalle elezioni non siano solo un periodo di battaglia e di chiacchiere, ma un momento di crescita e di maturazione per la città, di creazione di idee, di sintesi e di nuove visioni.

Affinché dopo una campagna elettorale positiva e propositiva, chiunque si trovi a governare possa procedere con passo spedito nel fare tutto ciò di cui noi tutti, cittadini, sentiamo ogni giorno di più il bisogno.

Roma fu salvata dalle oche. Perché Milano non potrebbe iniziare a costruire il proprio XXI secolo partendo da un pollo ?

Con stima e simpatia, Le auguro buon lavoro


Cesare Fracca
Candidato Sindaco di Milano
Lista Civica Indipendente VivereMilano

Lunedì, 13 Febbraio, 2006 - 19:46

Nasce la lista civica indipendente VivereMilano

Domenica 12 febbraio, in una sala gremita di 500 persone, nel Salone d'Onore della Triennale, VivereMilano ha presentato la propria lista civica indipendente per le prossime elezioni comunali.

Famiglie, bambini, pensionati: Milano ha ascoltato per due ore e applaudito l'esordio di VivereMilano.

E' stata poi presentata la squadra completa dei 42 candidati a Consigliere Comunale, oltre al candidato Sindaco Cesare Fracca.
Quarantadue candidati veri, di cui undici donne, nessuna comparsa. Le età dei candidati spaziano dai 23 ai 62 anni, con una media di 39: l'età attuale del candidato Sindaco !

Al termine della presentazione, i partecipanti all'evento hanno immediatamente contribuito all'inizio della raccolta delle 1200 firme necessarie per presentare la candidatura di VivereMilano. 

Maggiori informazioni su http://www.vivere.milano.it 

 

 

Lunedì, 14 Novembre, 2005 - 11:20

Benvenuti sul mio blog!

Cari cittadini,
attraverso questo strumento, in cui solo io potrò inserire degli spunti di discussione e tutti coloro che vi accedono (anche i non registrati a Comunali Milano 2006) potranno inserire i propri commenti, voglio creare un rapporto diretto con voi per discutere delle mie iniziative, delle mie proposte e del mio programma.
Nel blog:
- le vostre risposte arriveranno già leggibili e quindi non saranno sottoposte alla moderazione che caratterizza i forum di Comunali Milano 2006;
- chiunque potrà scrivere senza essere identificato e quindi senza alcuna garanzia circa l'identita'/serieta' degli autori e/o dei commenti.

Buona partecipazione!

Wink

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