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Il Blog di Donatella Elvira Camatta | www.partecipaMi.it
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.: Il Blog di Donatella Elvira Camatta
Sabato, 9 Settembre, 2006 - 08:19

chiesa e gay, un'altra occasione perduta

 
Due ragazzi gay vengono aggrediti e picchiati selvaggiamente da un gruppo di teppisti. La scorsa settimana, una ragazza lesbica è stata violentata “per punizione” a Torre del Lago da altri teppisti. Da diversi mesi un buon numero di omosessuali, dell’uno e dell’altro sesso, subiscono agguati e violenze.Queste violenze hanno un unico denominatore: sono rivolte verso omosessuali notori o dichiarati, e si verificano quasi sempre in luoghi d’aggregazione gay o comunque tolleranti con questi ultimi.
È il caso dei ragazzi bolognesi. Pare che la loro colpa fosse quella di passeggiare abbracciati. Non avevano, cioè, occultato la loro omosessualità. E ciò ha scatenato l’ira degli assalitori.
Non sappiamo ancora se si trattasse di italiani o – come qualcuno dice – di stranieri, forse slavi. Per chi proviene da Paesi in cui “diritti umani” è un’espressione senza senso e le donne sono disprezzate simili atti non sono crimini. Sembrano normali, in qualche caso persino lodevoli. Due maschi osano scambiarsi tenerezze in pubblico? Una donna cammina sola per strada, magari con un vestito un po’ attillato? Agli occhi di costoro sono già colpevoli; sono dei sacrileghi, che con la loro semplice esistenza sovvertono un intero mondo imperniato su valori ferrei di gerarchia, morale, possesso e dominio. Si sono posti fuori della comunità, della famiglia, del clan. Meritano, come minimo, una punizione esemplare.
Per questo in Olanda è stato avviato un progetto di accoglienza degli stranieri che preveda, fra l’altro, un’educazione al rispetto verso quelle minoranze o gruppi di persone che, nei luoghi d’origine, sono condannati addirittura per legge. Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: gli autori di questi atti sono sempre e solo stranieri?
Non erano stranieri gli stupratori della ragazza lesbica, come non lo sono gli innumerevoli che quasi quotidianamente seviziano tante, troppe donne eterosessuali. Non erano stranieri gli assassini di Paolo Seganti.
Non sono stranieri molti nostri politici di primo piano, addirittura al governo fino a pochi mesi fa. Eppure non passava giorno, o quasi, che non indirizzassero agli omosessuali apprezzamenti pesanti, quando non veri e propri insulti e maledizioni; pensiamo ai “culattoni” di Tremaglia”, ai “froci” di Calderoli, ai “peccatori” di Buttiglione per finire con l’ineguagliabile “meglio fascista che frocio” di Alessandra Mussolini.
La Lega Nord ha incentrato la sua campagna elettorale sullo slogan [I]“No ai matrimoni omosessuali”[/I]. Dalle pagine della “Padania” si leggeva che con la sinistra al governo la società naturale e occidentale sarebbe scomparsa a causa dell’approvazione dei matrimoni gay; profezia che [I]“ognun può vedere come si sia avverata”[/I].
Sempre in quel periodo Comunione e Liberazione diffondeva volantini sullo stesso tenore, esortando “per questo” a votare Berlusconi. Ancora al Meeting di Rimini hanno fischiato sonoramente la senatrice Binetti, che pure ce l’aveva messa tutta per ingiuriare i gay (definendoli sterili, senza diritti all’amore ecc.) e hanno osannato l’ex-presidente del Consiglio quando si profondeva in lodi sperticate del cristianesimo e della famiglia. Ma il caso dei ciellini non deve stupire. Chi obiettasse che Berlusconi per tanti, troppi versi è tutto tranne che cristiano  dovrebbe tener presente che, per Cl, basta non essere di sinistra e non amare gli omosessuali. Rispettate queste due irrinunciabili condizioni sono disposti a dare il loro placet a chiunque, da sempre.
Come si vede, il pretesto del “barbaro” straniero (o meglio, extracomunitario) non regge più.Si deve riconoscere che neppure in Italia il rispetto verso le minoranze e i soggetti deboli è poi così sviluppato.
Avevamo accennato a un progetto educativo. Progetto – si badi bene – che non può interessare solo gli adulti provenienti da Paesi lontani, ma deve iniziare dall’infanzia, dai banchi di scuola. È quanto accade in Nord Europa. E da noi?
Da noi non c’è nulla di simile. Ancor oggi, dai programmi scolastici la storia delle donne è del tutto ignorata. I musulmani – spesso ancora chiamati maomettani e, non di rado, confusi con gli arabi – non vengono più menzionati da Lepanto in poi. Si riaffacciano timidamente, quando i tempi didattici lo permettono (vale a dire, quasi mai), in qualche paragrafo letto in fretta e furia nel mese di maggio, al quinto anno delle superiori. Il risultato è ovviamente nullo.
Sugli altri soggetti sociali, specialmente omosessuali, non varrebbe nemmeno la pena soffermarsi. Parlarne è un’iniziativa del tutto individuale, dell’insegnante o degli studenti che ogni tanto, stufi di essere lasciati nell’ignoranza, chiedono di incontrare quel tal rappresentante dell’Arcigay per chiarirsi un po’ le idee. Se il professore non è troppo timorato è probabile che accetti.
Con gli esempi appena citati come aspettarsi un atteggiamento più maturo e tollerante da parte di cittadini italiani? Ma non è finita. L’episodio di Bologna è stato commentato, su “Repubblica”, dal vescovo ausiliario della città, mons. Vecchi. E il presule, dopo aver puntualizzato che “i problemi non si risolvono con le violenze e le aggressioni”, ha chiarito il suo pensiero con le seguenti parole: “La nostra società… da un lato spinge alla trasgressione, dall´altro non offre gli strumenti per raggiungere la padronanza e il dominio di sé. Per affrontare questi ambiti occorre un supplemento di riflessione”. Ma al giornalista che voleva sapere se per lui l’omosessualità è una trasgressione, ha risposto in modo sibillino:
“L´omosessualità è un argomento complesso che sarebbe sbagliato discutere qui. Dico che la violenza e la trasgressione sono cugine”.
Di là da certi toni gesuitici e ambigui, la posizione di mons. Vecchi è dunque chiarissima: egli sta dalla parte degli aggressori. E quand’anche (ma non è così) li ponesse sullo stesso piano degli aggrediti, il suo sarebbe uno spaventoso errore di valutazione. Tra due ragazzi che si scambiano tenerezze in pubblico e un gruppuscolo di balordi sempre pronti a menar le mani la differenza dovrebbe balzare all’occhio, ma i ragazzi in questione erano due maschi, pertanto, secondo mons. Vecchi, non stavano manifestando reciproco affetto, ma volevano solo scandalizzare e trasgredire. Nella sua ottica, perfettamente in linea con
la Chiesa gerarchica, due omosessuali sono incapaci di amarsi, fanno solo sesso e in ogni caso dovrebbero tener nascosta - tale il vero senso di “padronanza e dominio di sé” - questa loro “ignominia”. Non facendolo, provocano fatalmente reazioni a catena. Violenza genera violenza. Ma la violenza prima è partita da quell’abbraccio. I veri fedifraghi sono loro, i due ragazzi omosessuali.
Gli apologhi dell’omofobia cattolica non si stancano di reiterare, con la sorda monotonia di un disco rotto, che la Chiesa coi suoi anatemi combatte l’omosessualità, non i singoli omosessuali. Come se esistesse l’omosessualità indipendentemente dalle persone. C’è altro, però. Di solito, per avvalorare le loro tesi menzognere, essi sono soliti citare il passo n° 10 della lettera sulla Cura pastorale delle persone omosessuali compilata nel 1986 dall’allora card. Ratzinger. E sentiamo cosa dice: “Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”. Tutto bene, naturalmente; verrebbe allora da chiedersi perché la Chiesa, sempre molto solerte quando si tratta di stigmatizzare le “parate gay”, non sia mai (ripetiamo: mai) intervenuta a loro difesa nei casi sopra accennati. La risposta la fornisce lo stesso Ratzinger, nella seconda parte dello stesso passo 10 che, chissà come, tutti si scordano di citare. Lo faremo allora noi. Prosegue Ratzinger: “Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”. Nella stessa lettera, al passo 3, Ratzinger affermava che non solo i comportamenti, ma anche la condizione omosessuale era intrinsecamente malvagia (il testo completo in http://www.ratzinger.it/documenti/curadegliomosessuali.htm ).
Nel 1992 toccò sempre a Ratzinger redigere una seconda lettera, dopo la decisione di alcuni Stati europei di estendere agli omosessuali alcuni diritti civili. Mentre la legislazione europea si adoperava per estendere ai gay alcuni diritti civili, Ratzinger ordinava al contrario di restringerli. I diritti che ai gay si potevano, anzi si dovevano legittimamente negare, secondo lui, erano due: la casa e il lavoro. Con queste motivazioni: “…tutte le persone hanno il diritto al lavoro, all’abitazione, ecc. Nondimeno questi diritti non sono assoluti. Essi possono essere legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno obiettivamente disordinato. Ciò è talvolta non solo lecito ma obbligatorio, e inoltre si imporrà non solo nel caso di comportamento colpevole ma anche nel caso di azioni di persone fisicamente o mentalmente malate. Così è accettato che lo stato possa restringere l’esercizio di diritti, per esempio, nel caso di persone contagiose o mentalmente malate, allo scopo di proteggere il bene comune” (n° 12; cf. anche http://www.ratzinger.it/documenti/leggi_omosessuali.htm). Il contenuto del messaggio è incommentabile, ma ci stupisce il linguaggio da caserma, crudele e volgare, così insolito da parte di un fine intellettuale come Ratzinger. Evidentemente suo furore anti-omosessuale deve avergli fatto dimenticare non solo la prudenza, ma anche la grammatica.
Gli strali vaticani sono talmente numerosi che non riusciremmo a elencarli. Del resto, quelli su riportati bastano e avanzano. E dimostrano come, malgrado le frasi di circostanza e in barba alle scoperte più recenti della scienza, la Chiesa gerarchica continui a considerare gli omosessuali dei viziosi che offuscano la verità dell’uomo e attirano, col loro comportamento scandaloso e impudente, abusi e soperchierie d’ogni tipo. Proprio come i “malati contagiosi” di cui parlava Ratzinger col suo fiorito e caritatevole eloquio.
Mons. Vecchi ha fatto il suo dovere. Ratzinger, che nel frattempo è diventato Papa, elogerà questa sua coerenza ai dettami di Santa Madre Chiesa. Anche i criminali promossi a giustizieri ringraziano di cuore. Fra quattrocento anni un altro Papa implorerà vane e tarde scuse ai gay, ormai usciti definitivamente da quel gregge i cui pastori non mancavano di bastonarli. Quanto a noi, poveri mortali, non possiamo permetterci di aspettare nemmeno quattro anni. La teppaglia non è una compagnia di cui andar fieri.
 
Venerdì, 8 Settembre, 2006 - 13:30

Ogg ivisita al cpt...

 

CPT VIA CORELLI: PAKISTANO

RISCHIA ESPULSIONE E VITA

Oggi visita al Cpt di Rifondazione Comunista

 

 

Oggi alle 17.00 si terrà presso il CPT milanese di Via Corelli un presidio per impedire l’espulsione di Amir Karrar, cittadino pakistano trattenuto nel centro. Il gruppo consiliare regionale di Rifondazione Comunista, nell’aderire al presidio, annuncia che alle 16.00 il consigliere regionale Luciano Muhlbauer , accompagnato dal consigliere provinciale Piero Maestri , farà visita al Cpt, incontrandovi altresì il signor Karrar.

 

“I Centri di Permanenza Temporanea - afferma Luciano Muhlbauer - sono degli autentici buchi neri dove finiscono rinchiusi uomini e donne stranieri non in regola con il permesso di soggiorno, senza che fuori la cittadinanza sappia normalmente alcunché di loro. Cosa per cui un ampio arco di forze associative milanesi aveva chiesto, già nel mese di luglio, un atto di trasparenza, cioè la pubblicazione di tutti i dati relativi al Cpt di Via Corelli, senza per ora ricevere risposta.

 

Tuttavia, grazie all’impegno del Centro delle Culture di Arezzo, questa volta si è saputo di Amir Karrar, cittadino pakistano di 23 anni. Lunedì 4 settembre il signor Karrar è stato fermato dalla polizia ad Arezzo, dove viveva da due anni, e, essendo privo di permesso di soggiorno, è stato fatto oggetto di provvedimento di espulsione e poi tradotto nel Cpt di Via Corelli. Nella giornata di ieri, il giudice di pace di Milano ha convalidato il trattenimento, non prendendo in considerazione gli elementi esposti dall’avvocato difensore.

 

Infatti - prosegue Muhlbauer - il signor Karrar, qualora venisse espulso verso il Pakistan, correrebbe seri rischi per la sua vita. Appartenente alla minoranza religiosa sciita e attivista studentesco, nel suo Paese era stato minacciato e poi aggredito fisicamente da parte di gruppi militanti sunniti. Considerata la violenza che in questi anni colpisce gli sciiti pakistani, egli abbandonò il paese e si recò in Svizzera, dove soggiornava regolarmente. Ma anche in Svizzera le minacce lo raggiunsero e così decise di scappare di nuovo, questa volta senza lasciare tracce e attraversando dunque clandestinamente il confine con l’Italia.

 

I legali che assistono il signor Karrar hanno già richiesto che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato. Tuttavia, anche se il nostro ordinamento costituzionale parla chiaro, l’effetto combinato dell’assenza di una legge organica sul diritto d’asilo e dei guasti della Bossi-Fini fanno sì che il signor Karrar rischi ora il rimpatrio e dunque una sorta di condanna a morte.

 

Invitiamo pertanto le organizzazioni sociali, le forze politiche e le istituzioni - conclude Muhlbauer - a non ignorare il destino di Amir Karrar e ad attivarsi immediatamente perché venga posta fine alla sua detenzione, venga bloccata l’espulsione e, soprattutto, perché possa rimanere legalmente nel nostro paese”.

 

 

Milano, 8 settembre 2006

Giovedì, 7 Settembre, 2006 - 14:06

URGENTE....SOLO 48 ORE PER FERMARE LA SUA "CONDANNA A MORTE"

Abbiamo 48 ore per fermare la sua “condanna a morte”.

Questo è un appello per la liberazione di Amir, promosso dal Centro delle Culture.
Lunedì 4 settembre Amir K. cittadino pakistano residente da oltre 2 anni ad Arezzo, é stato fermato per accertamenti e dopo una giornata di interrogatori, è stato portato nel Centro di Permanenza Temporanea di via Corelli a Milano con un decreto di espulsione.
Amir è un ragazzo di 23 anni che da quando è in Italia è impegnato attivamente come volontario in iniziative non violente, contro la discriminazione e per l’apertura al dialogo tra le culture e le religioni (corsi di lingua per immigrati, campagna nazionale per il dialogo tra le religioni, raccolta firme per adibire aree di sepoltura ad ogni credo, promotore di un mensile multietnico, etc.).
Non essendo rientrato in nessuna sanatoria né decreto flussi, la sua attuale situazione è di clandestino.
Amir ha dovuto lasciare il proprio paese per motivi religiosi: appartiene ad una minoranza sciita e per questo è stato perseguitato e minacciato di morte (esiste un’accurata documentazione della sua situazione); solo nell’ultimo periodo, nella sua città, sono state uccise 41 persone per lo stesso motivo, quindi rimpatriarlo adesso significa condannarlo a morte.
Ci appelliamo all’art.10 della costituzione e chiediamo allo Stato italiano di dargli asilo politico per motivi religiosi.
Già oggi molti cittadini italiani amici di Amir stanno raccogliendo e sottoscrivendo migliaia di richieste per il suo asilo politico, per questo è attivo un sito su cui sottoscrivere ed aderire all’iniziativa:
www.c234.net/petizioni/amir

Venerdì 8 settembre alle ore 17,00 si terrà una manifestazione davanti al CPT di via Corelli a Milano, per dare forza a questo appello.


Invitiamo tutti i singoli cittadini, le comunità culturali e religiose, le associazioni, i partiti a partecipare e a non appoggiare la sua CONDANNA A MORTE!

Per informazioni: Niccolò Paoli Niccolò Paoli
www.c234.net/petizioni/amir


petizioni online è un servizio offerto dal sito c234.net che non è diretto responsabile delle petizioni archiviate ma be
Mercoledì, 6 Settembre, 2006 - 15:11

L'Italia non rinunci alla componente civile.....

La Tavola della pace insiste: l’Italia non rinunci alla componente civile, indispensabile e insostituibile
Non solo soldati.
 
In Libano una missione più civile.
Proposto un Difensore civico e un “Corpo di pace civile europeo”
6 settembre 2006 - La missione di pace in Libano approda in Parlamento e la Tavola della pace presenta nuove proposte concrete per favorire il suo successo.
“Non basteranno i militari, hanno affermato Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori nazionali della Tavola della pace. In Libano serve anche una forte componente civile. L’Italia deve costruirla anticipando una decisione che deve diventare europea. La missione dell’Onu non deve fallire e la componente civile è indispensabile.”
Data la natura complessa e l’alto rilievo della missione dell’Onu in Libano l’Italia, l’Europa e la comunità internazionale non possono fare a meno del contributo insostituibile di una componente civile impegnata a curare la “dimensione diritti umani” e a promuovere la “sicurezza umana”.
Quello che serve è innanzitutto personale civile in congruo numero e con appropriata competenza: monitori dei diritti umani, specialisti nel settore dello sviluppo e dell’assistenza umanitaria, personale esperto in comunicazione e dialogo interculturale. L’intera missione UNIFIL deve tener conto dei bisogni fondamentali delle popolazioni che sono afflitte da violenza e da insicurezza. Serve dunque personale civile impegnato in un continuo processo di comunicazione, consultazione e dialogo con le autorità di governo locale, i gruppi e le organizzazioni della società civile, sindacali, religiose, i media locali.
L’Italia ha scommesso sull’Onu. Ora deve prendere l’iniziativa, ancora una volta con coraggio e determinazione, per costruire questa componente civile anche investendo parte delle proprie risorse economiche stanziate per la ricostruzione (gestite dal Ministero Affari Esteri) nelle stesse zone del sud del Libano in cui si trovano ad operare le forze militari dell’Onu.
L’iniziativa del governo italiano potrà contare sulla collaborazione e il contributo autonomo di numerose organizzazioni della società civile e di Enti Locali e riceverà un largo sostegno internazionale. L’attenzione alla dimensione umana delle operazioni di pace è infatti da tempo coltivata nell’ambito delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea per iniziativa di centri di studio universitari e di governi, tra i quali esemplare è quello del Canada.
E’ importante che tra questi civili ci sia anche un “difensore civico” o “mediatore” (ombudsman) che sorvegli il comportamento dei Caschi blu nei loro rapporti con la popolazione. Il difensore civico assegnato alla missione dovrebbe assicurare che i diritti fondamentali siano rispettati, in primo luogo dal personale militare impiegato ed essere responsabile delle indagini sulle denunce fatte dai cittadini del luogo riguardo abusi o infrazioni commesse dalla Forza di pace UNIFIL. La sua nomina dovrebbe essere di competenza del Parlamento Europeo, cui riferirebbe regolarmente e possibilmente anche ai parlamenti nazionali, sia su richiesta sia d’iniziativa se il caso presunto riguarda una specifica forza nazionale di sicurezza; potrebbe agire ulteriormente come “punto di informazione legale”, informando la popolazione locale sui diritti e doveri e sulle disposizioni giuridiche vigenti durante l’operazione.
Due possono essere gli strumenti per assicurare una forte presenza civile in Libano: il “Meccanismo di reazione rapida” dell’Unione Europea, già funzionante dal 2001 e il “Corpo di pace civile europeo”, di annosa preconizzazione e che potrebbe finalmente trovare una prima attuazione nel contesto dell’operazione di pace in Libano.
Tenuto conto che in passato funzionari delle Nazioni Unite hanno tenuto comportamenti che non sono conformi agli ideali e ai principi dell’Onu, con l’effetto di dare scandalo agli occhi dei più bisognosi, occorre che il personale civile da impiegare in questa che si preannuncia o comunque dovrebbe essere una operazione esemplare anche sotto il profilo del rilancio-rinnovamento delle Nazioni Unite, deve essere reclutato attingendo agli ambienti che sono più qualificati e attendibili: università (con specializzazione sui diritti umani) e reputate organizzazioni della società civile.
Il buon funzionamento della missione dell’Onu in Libano può facilitare l’indispensabile iniziativa politica dell’Europa e delle Nazioni Unite per costruire finalmente la pace in Medio Oriente e può aprire la strada a nuove missioni di pace a partire dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania.
Nota bene.
Il “Meccanismo di reazione rapida” (creato con Regolamento (CE) N. 381/2001 del Consiglio del 26 febbraio 2001), ha la funzione principale di mettere in grado l’UE, attraverso una celere erogazione di finanziamenti, di “rispondere in modo rapido, efficace e flessibile a situazioni d’emergenza o di crisi o a minacce di crisi”. Tale Meccanismo può essere attivato in quei paesi dove si verificano minacce all’ordine pubblico, alla sicurezza e alla incolumità delle persone o dove la situazione potrebbe degenerare in un conflitto armato o minacciare una destabilizzazione del paese o compromettere i benefici delle politiche e dei programmi di assistenza e di cooperazione. Tra le iniziative assunte dall’UE nel quadro del Meccanismo di reazione rapida si segnalano l’istituzione di una unità di polizia integrata a Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo, l’avvio di un programma di sostegno al processo elettorale e costituzionale in Iraq, il supporto mediatico al processo di pace in Liberia, il progetto per la promozione del negoziato e del dialogo e la riduzione del conflitto violento in Bolivia. E’ importante sottolineare che spetta alla Commissione europea decidere e attuare le azioni previste dal meccanismo di reazione rapida. I soggetti destinatari possono essere le autorità statali, le organizzazioni internazionali, le ONG e gli operatori pubblici e privati.
Da diversi anni si discute, soprattutto al Parlamento europeo e nella società civile, della creazione di un “Corpo di pace civile europeo” (CPCE), quale ulteriore strumento dell’UE per accrescere la sua azione esterna in materia di prevenzione dei conflitti e costruzione della pace dopo un conflitto. Nel 1999 il PE ha adottato una Raccomandazione, con la quale chiede al Consiglio di elaborare uno studio di fattibilità sulla possibilità di istituire un CPCE nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune. Nella Relazione che accompagna la Raccomandazione sono indicate le funzioni che tale Corpo dovrebbe svolgere: mediazione e rafforzamento della fiducia tra le parti belligeranti, aiuto umanitario, reintegrazione degli ex combattenti, sostegno agli sfollati, ai rifugiati e ad altri gruppi vulnerabili, ricostruzione, stabilizzazione delle strutture economiche, monitoraggio dei diritti umani, osservazione elettorale, creazione e sviluppo di istituzioni democratiche, educazione alla pace e ai diritti umani, dialogo interculturale. Il CPCE dovrebbe essere istituito dall’UE quale servizio specifico nell’ambito della DG Relazioni esterne ed operare sotto la sua autorità sulla base di un mandato dell’ONU o delle organizzazioni regionali (OSCE, OUA, OSA).
“In modo crescente, il mantenimento della pace richiede che i funzionari politici civili, i supervisori dei diritti dell'uomo, i funzionari elettorali, gli specialisti nell'ambito dei rifugiati e degli aiuti  umanitari e le forze di polizia giochino un ruolo centrale al pari dei militari.  Si è dimostrato sempre piu' difficile ottenere nei quantitativi richiesti il personale di polizia. Io  raccomando che siano riveduti e migliorati gli accordi per l'addestramento del personale per il  mantenimento della pace - civile, di polizia, o militare - utilizzando le varie potenzialità dei Governi  degli Stati Membri, delle organizzazioni non governative e le strutture del Segretariato”.
Boutros Boutros-Ghali, Segretario generale dell’Onu (1995)

Mercoledì, 6 Settembre, 2006 - 15:06

Chi Vuole firmare Petizione.....

ARABIA SAUDITA. IRACHENO DECAPITATO PER DROGA

4 settembre 2006: un cittadino iracheno, Muhammad Bin-Shalal Bin-Farhud al-Shammari, è stato decapitato in Arabia Saudita per traffico di droga.
Con quest’esecuzione diventano sei le persone messe a morte nel paese dall’inizio dell’anno.
Come già riportato da Nessuno tocchi Caino, lo scorso 28 agosto due militari sono stati decapitati nella città saudita di Arar per traffico di droga. Lo ha reso noto il Ministero degli Esteri, che identifica i giustiziati come Mueid bin Yahya Al-Waeli e Mehdi bin Hamad Al-Mansour. Di guardia lungo il confine con l’Iraq, i due sarebbero stati arrestati mentre trasportavano droga per mezzo di un veicolo.
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni.
Le esecuzioni nel 2004 sono state 38, il numero più basso nella storia degli ultimi anni, ma subito superato dalle almeno 90 esecuzioni effettuate nel 2005.

 
AFGHANISTAN. GIUSTIZIATO IN PUBBLICO DAI TALEBANI

2 settembre 2006: i Talebani hanno giustiziato in pubblico un uomo nella provincia afghana di Helmand, dopo averlo giudicato colpevole di omicidio.
L’esecuzione extra-giudiziaria è avvenuta nel villaggio di Safaar, nel distretto di Garmsir, alla presenza di decine di spettatori.
L’uomo è stato impiccato dopo che il leader talebano della zona ha pronunciato un lungo sermone.
E’ stato giustiziato – ha detto un esponente talebano, Qari Yousaf Ahmadi – per aver recentemente ucciso una persona innocente. Il padre della vittima avrebbe “chiesto giustizia”.
Il presunto assassino sarebbe stato arrestato dai talebani una settimana fa e processato da un tribunale religioso.
Per il portavoce dei talebani si tratta dell’11a esecuzione pubblica effettuata dagli “studenti di religione” nella provincia meridionale di Helmand dal 2001, anno in cui ha avuto termine il loro regime.
Il villaggio di Safaar – hanno confermato abitanti del luogo – si trova da tempo fuori dal controllo del governo afghano.
Da parte loro, funzionari del distretto hanno detto di non avere alcuna notizia dell’esecuzione extra-giudiziaria.
Non esistono statistiche ufficiali sulle esecuzioni effettuate in Afghanistan nel periodo dei talebani, ma nel solo 2001 almeno 68 persone, comprese due donne, sono state giustiziate.
Dal crollo del regime nel 2001, numerose condanne a morte sono state emesse ma il numero preciso è sconosciuto e le notizie variano dalle 11 rese pubbliche dai media alle 38 che sono state sottoposte all’approvazione presidenziale nel luglio del 2005.
Nel 2002, per la prima volta dopo moltissimi anni, non si sono registrate esecuzioni in Afghanistan e vi è stata una sola condanna a morte. Nel 2003, per il secondo anno consecutivo, non sono state effettuate esecuzioni.
Il 20 aprile 2004, è stata eseguita la prima condanna a morte comminata dalla caduta del regime dei talebani: un ex comandante militare, Abdullah Shah, condannato per più di 20 omicidi è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco alla nuca nella prigione Pul-e-Charkhi, nella zona orientale della capitale, davanti a testimoni, tra cui rappresentanti della polizia e della Procura.
Nel 2005, non sono state registrate esecuzioni in Afghanistan. Una donna è stata lapidata, ma si è trattato di una esecuzione extra-giudiziaria, effettuata dal marito della donna a seguito di una decisione di un Mullah locale.
Il 2 marzo 2006 Human Rights Watch ha reso noto che dal 2001, oltre 25 sentenze capitali sono state inviate all’ufficio del Presidente perché decida se eseguirle o commutarle.

http://www.nessunotocchicaino.it/areautenti/firmaonline.php 

  Chi  vuole  firmare   petizione!!

Mercoledì, 6 Settembre, 2006 - 13:28

Area Metropolitana e Decentramento

Sono un po' demoralizzato, mi sono ricandidato nella speranza di poter arrivare all'Area Metropolitana dove i Cons. Di Zona potessero avere molta più voce in capitolo, dall'andazzo che vedo e dal programma presentato dalla maggioranza mi sembra non si voglia fare nulla di ciò.

Allego, come tema di riflessione, un link dove è pubblicato un mio documento in proposito, da notare che è stato scritto quattro anni fa ma con piccole modifiche è più che mai
valido oggi.

Martedì, 5 Settembre, 2006 - 13:49

Vade retro single!!

 
Su "L'Opinione.it" del 2 settembre scorso (direttore Arturo Diaconale, fra i collaboratori Paolo Pillitteri) è comparso un breve commento anonimo - quindi autorevole - intitolato "I Pacs, Andreotti, le adozioni, i single". E poiché il testo è, appunto, breve, non abbiamo difficoltà a trascriverlo. Esso recita: "Altro che Pacs, il deputato Poretti (Rosa nel Pugno) presenta una proposta di legge, anti-famiglia, per permettere ai single di adottare un bambino. C’è da augurarsi che la contrarietà che il Senatore a vita Giulio Andreotti espresse giorni fa nei confronti dei pacs, con una chiusura totale ad una loro approvazione, sia estensibile anche a questa nuova trovata".
 
Proprio dalla stringatezza vorrei iniziare la mia riflessione. A tutta prima non comprendevo come temi tanto importanti - Andreotti escluso - potessero venir liquidati in poche righe. Ma, leggendo meglio, mi sono resa conto che la scelta del titolo, all'apparenza superficiale e pretenziosa, era al contrario molto più eloquente di quanto sembrasse.
 
Si tratta, come abbiamo detto, di un commento e non di una semplice informazione. Lo rivelano il sarcastico esordio e termini come "legge anti-famiglia" o "trovata", di fronte alla quale auspicare la "totale chiusura" del sen. Andreotti (!).
 
Vien da chiedersi: perché Diaconale, o chi per lui, è così infuriato coi single?
 
La risposta è, al tempo stesso, semplice e profonda. Egli li ritiene responsabili di tutte le odierne aberrazioni morali, dai Pacs all'omosessualità, dall'aborto alla legalizzazione delle droghe leggere, e così via. Argomenti per nulla slegati, secondo l'ottica fondamentalista. Se si prosegue con tale ragionamento, infatti, se ne deduce che siamo giunti alle storture di cui sopra per colpa del femminismo, reo di aver allontanato la donna dalla famiglia e dal suo insostituibile ruolo materno; che il femminismo è a sua volta figlio diretto del laicismo boghese; che la borghesia è nata dalla Rivoluzione francese; per concludere con una condanna in blocco di tutte le conquiste della società civile, mondo "innaturale" che ha distrutto i sani e immutabili valori su cui si poggiavano gli Stati tradizionali.
 
Femminismo, relativismo, edonismo e tanti altri altri "ismi" - insieme con gl'individui che li incarnano - sono dunque i mali contro cui si scagliano i fustigatori di coscienze, clericali o atei devoti che siano. I quali veramente  non si trovano solo a destra, dato che un recente "studio" comparso su "Repubblica" proprio sui single ne ha parlato come della "generazione no-figli"; mentre un altro ha cercato di dimostrare addirittura che essi, coi loro acquisti sconsiderati, contribuirebbero in modo decisivo ad aggravare l'inquinamento del pianeta.
 
Risulta ora molto più chiara la scelta di quel titolo: Pacs, adozioni, single, cui potremmo aggiungere tutto quanto abbiamo sopra elencato e anche di più, non sono un fenomeno complesso da analizzare in profondità, ma l'ovvio risultato di una serie di deviazioni. Non occorre sprecar tempo a parlarne: si devono rifiutare e basta.
 
Lo scritto in questione è emblematico ben di là dal suo (nullo) valore letterario, perché, a volerlo decifrare minuziosamente, smaschera l'autentica ideologia di tanti sedicenti liberali nostrani.
 
Ma anche quanto questi ultimi siano pericolosi, poiché fanno leva su pregiudizi assai diffusi a livello generale.
 
Andiamo oltre. La "trovata" del deputato Poretti era in realtà stata avanzata qualche anno prima nientemeno che dall'inflessibile card. Tonini. O meglio: il porporato l'aveva considerata una soluzione accettabile, qualora gli orfani non trovassero nessuna famiglia disposta ad accoglierli.
 
Del resto, anche se i più lo ignorano, i single possono già adottare. Purché i futuri figli siano maggiorenni. E c'è chi lo fa, uomini e donne non sposati, ma pure preti. E' il caso di don Gino Rigoldi, che nel 1996 adottò un ragazzo albanese senza permesso di soggiorno, già padre di un bambino.
 
Lungi dal condannarli, dovremmo perciò esser molto grati a queste persone che si sono accollate l'arduo compito di portarsi in casa un individuo adulto, sempre vissuto in un istituto o con una storia alle spalle a dir poco drammatica. Il quale, senza queste madri o padri soli, sarebbe finito sulla strada o in qualche carcere circondariale, dal momento che le famiglie "regolari" si sono ben guardate dal sobbarcarsi un onere simile. Il figlio adulto non fa "gola"; non è piccolo, non è tenero, magari non è nemmeno tanto bello, e poi tanti problemi: troppi. Un doppio scarto della società.
 
Invece, nessun ringraziamento. Ma al contrario i fulmini di cardinali, di Diaconali e dei loro epigoni che non si stancano di dipingerli come una pattuglia di parassiti, simbolo di una società decadente e ripiegata su sé stessa. Il guaio è che di questi... monogenitori, come dei solitari per necessità (sfortuna, lavoro precario) i grandi media non parlano mai. Gli unici single che trovano spazio nelle inchieste giornalistiche sono rigorosamente belli, annoiati, infantili, con un ottimo reddito e nessuna voglia di impegnarsi per il futuro.
Certo, l'individualismo sfrenato è una delle piaghe delle società avanzate; ma e si va diffondendo anche nel Terzo mondo. Ci troviamo quindi di fronte a un fenomeno molto complesso, che non risparmia nessuno: non i single, d'accordo, ma nemmeno le celebrate, benedette famiglie tradizionali.
 
Né la laicità coincide con la totale assenza di valori. I veri laici, gli "atei pensosi" (ben diversi dai "devoti" attuali) come li chiamava il dimenticato papa Paolo VI, erano tutt'altro che libertini privi di regole morali. Berlinguer, Montanelli, lo stesso Pasolini avevano a cuore princìpi quali solidarietà, lotta per i più deboli, e, non ultima, la famiglia, su cui s'interrogavano problematizzandola, ma non certo ignorandola o contestandola puerilmente.  Laicità non è sinonimo di barbarie e le istituzioni non possono rimanere inerti davanti a scelte all'apparenza private, ma di fatto perniciose per la società (pensiamo all'Olanda dove, in nome dell'assoluta neutralità della legislazione, è stato possibile costituire un Partito pedofilo). Ma reclamare l'intervento dello stesso, o di alcuni  esponenti politici (il cui parere in materia non ha fra l'altro alcuna autorevolezza), per discriminare precise categorie di individui ricorda molto da vicino Giovanni Gentile, e denota una intrinseca fragilità di quelle stesse convinzioni brandite con tanta veemenza.
Fragilità che accomuna tanto gli ayatollah all'amatriciana quanto i paladini dei diritti civili. Resta sempre assente dal dibattito (rettifichiamo: dai vicendevoli insulti) il tema fondamentale dell'educazione, per cui un figlio non è un diritto né una merce di scambio e le leggi devono essere elaborate in vista del suo benessere primario e non delle pretese degli aspiranti genitori. Tipico della mentalità consumista è ritenere anche il figlio un bene di scambio sul quale investire, ed eventualmente rifiutare, se non ne deriva un guadagno.
 
Non che, da questo punto di vista, le società patriarcali stessero molto meglio.  Anche allora i figli erano visti essenzialmente come un mezzo per conquistare ricchezza, prestigio, lavoro, discendenza ecc. Oggi sono visti o come un investimento a fondo perduto, o come una seccatura, o come una bandiera per sventolare le proprie velleità travestite da diritti. Non è ancora stato assimilato il concetto per cui il bambino è una persona completa, e che la sua soggezione all'adulto dev'essere uno stimolo a proteggerlo, non ad abusarne. E l'unico criterio su cui regolarsi in un tema delicato come l'adozione è il suo bene e la sua felicità.
 
Il certificato di matrimonio eterosessuale non rilascia la patente di perfetto genitore. Genitori non si nasce, si diventa. (Potremmo aggiungere che genitori non sono solo coloro che fisicamente procreano, ma il discorso si amplierebbe
troppo.) Senza dubbio però mettere al mondo o, peggio, adottare un
figlio con lo scopo di soddisfare il proprio narcisismo, o per rimediare a
una situazione matrimoniale precaria, è segno d'immaturità quando non di patologia, o - ed eccoci arrivati al punto - di egoismo puro e semplice.
 
Invece di prendersela col singolo in quanto tale, si indaghi sulla capacità della singola persona di educare un figlio; ché è l'unica condizione davvero irrinunciabile.
 
Naturalmente una famiglia "completa" è la soluzione da auspicare; ad essa va senz'altro data la precedenza. L'opzione "single" dev'essere contemplata una volta esaurite tutte le altre possibilità, sempre in obbedienza a quel criterio, la felicità e il bene del bambino, di cui parlavamo poc'anzi.
 
Il cenno all'orientamento sessuale degli aspiranti genitori non è casuale, come non è casuale, nell'articolo dell'"Opinione", l'accostamento single-Pacs. Benché quest'istituto, nei Paesi in cui è permesso, non riguardi solo gli omosessuali, è così che viene normalmente percepito; e gli strali del giornalista contro l'adozione ai single sottendono senza dubbio anche quest'altro timore: che dietro ogni "solitario" si nasconda un gay. Dargli un figlio? Per carità.
Fortunatamente il mondo reale non è fondamentalista. In esso vivono single omosessuali e single eterosessuali, genitori etero e genitori gay. Ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno.
Collaborando da anni con amici gay mi è capitato di conoscerne parecchi e non li ho trovati certo meno teneri, attenti, oblativi, disinteressati dei loro
corrispettivi etero. In alcuni casi lo erano anzi di più, vuoi per
predisposizione naturale, vuoi perché consci del pregiudizio sociale nei
loro confronti e (giustamente) intenzionati a sfatarlo. La stabilità psicologico-affettiva di una persona, non le sue preferenze sessuali, devono costituire l'unico discrimine in caso di adozioni.
Se tuttavia si parla di estendere tale diritto anche alle coppie omosessuali, va
onestamente riconosciuto che ciò solleva una serie di problemi etico-
antropologici sui quali è indispensabile riflettere in modo approfondito, senza reazioni passionali o precomprensioni ideologiche.
Non mi pare esistano ancora studi sistematici e accreditati che garantiscano
l'assoluta ininfluenza della mancata complementarità sessuale dei
partner sulla personalità del bambino. La relazione uomo-donna non esaurisce tutte le potenzialità dell'amore umano, ma è pur vero che non si può nemmeno ridurre a mera questione di genere, del tutto irrilevante per gli scopi da raggiungere.
E' dunque comprensibile la perplessità, a volte la contrarietà, di persone che, pur solidali con con gay e lesbiche, non amerebbero veder estesa l'adozione anche a questi ultimi. Le parole più illuminanti in tal senso le ha comunque pronunciate l'Abbé Pierre. Nel suo ultimo libro, egli scrive: "Dobbiamo avere la pazienza di ascoltare gli psicologi e di vedere se nel tempo, là dove l'esperienza è stata condotta, il fatto di non avere genitori di sesso diverso non arrechi davvero, psicologicamente o socialmente, un pregiudizio al bambino. Sarebbe a mio avviso il migliore argomento contro l'omoparentalità. Poiché per il resto sappiamo tutti che un modello parentale classico non garantisce necessariamente felicità ed equilibrio. Bisognerebbe avere la certezza che questa particolarità non costituisca per il bambino un ostacolo insormontabile o troppo pesante da portare".
 
Post scriptum. Fare appello ai parlamentari italiani perché fermino Pacs e adozioni "singole" non è solo prepotente, ma soprattutto idiota. Gli è che la maggioranza dei nostri politici - cattolici compresi - è divorziata e risposata oppure, come nel caso del super-teocon Casini, convivente con figlie a carico. Soltanto che la compagna di Casini gode di tutti i diritti di una moglie legittima, compreso quello di ereditare, malgrado la legge italiana non glielo permetta. La partner di un Aldo Rossi qualsiasi, invece, no. Ai lettori sciogliere questo enigma.
 
Daniela Tuscano
Venerdì, 1 Settembre, 2006 - 12:27

Ma i sindacati contestano che il risanamento debba colpire il settore


Scuola, scure sugli insegnanti Potrebbero essere mandati
a casa lOOmila  docenti

di Carlo Rosso
ROMA. Per ora sono solo voci, ma harmo già sollevato preoccupazioni e allarme. Tra i settori su cui la prossima Finanziaria farà probabilmente cadere la marmaia c’è anche la scuola. Quanto tagliare, e soprattutto dove tagliare, il governo non l’ha ancora detto esplicitamente, ma che nella stesura della legge di bilancio si pensi anche a una drastica riduzione del personale della scuola non sembrano esserci dubbi. Tra quelli che l’hanno detto in maniera più chiara di tutti c’è Pierluigi Bersani. Parlando a Telese alla festa dell’Udeur il ministro per le Attività produttive non ha usato mezzi termini nel sottolineare la necessità di ridurre il numero
dei dipendenti pubblici, e perché non ci fossero dubbi: «Un discorso che vale anche per la scuola».
Parole, quest’ultime, accolte con preoccupazione dai sindacati. «Finora tutto quello che sappiamo sono solo voci circa i possibili tagli, ma nessuno ci ha comunicato nulla ufficialmente», spiega Enrico Panini, segretario della CgiI-Scuola. «Qualcosa in più, forse, la sapremo domani pomeriggio (oggi pomeriggio, ndr), quando incontreremo il
ministro dell’istruzione Fioroni al quale chiederemo a cosa sta pensando il governo».
Di certo, per i sindacati, finora c’è solo un punto: il governo intenderebbe prelevare una parte consistente del risparmio dal comparto della scuola. La cifra che circola in
questi giorni è quella di un miliardo di euro nel 2007. Come arrivarci è da vedere. E qui entrano in ballo le ipotesi. La prima riguarda il possibile taglio di 100 mila insegnati (su un totale di 800 mila) che il governo vorrebbe realizzare nell’arco di cinque anni. Nei giorni scorsi è sembrato che in questa cifra dovessero rientrare anche
gli insegnati di sostegno, cioè quelli adibiti a seguire i bambini con handicap, ma l’ipotesi sembrerebbe scongiurata. Resta, comunque il taglio di un circa un ottavo dell’attuale personale msegriarte. Sebbene si tratti di una voce, la reazione dei sindacati è categoriCa: «Noi diciamo assolutamente no», dice secco Panini. «11 nostro è un settore che esce da cinque anni digestione Mo-
ratti, in cui è stato gi pesantemente penalizzato. Al governo chiediamo adesso un segno di discontinuità, perché abbiamo bisogno di investimenti altro che di tagli».
Contrario a una politica di
«lacrime e sangue per il settore si è detto anche Fioroni. 11 titolare dell’Istruzione ha annunciato di voler passare al setaccio i propri bilanci alla ricerca di soldi non spesi e di possibili sprechi. L’ipotesi di possibili tagli alla scuola intanto suscita allarme anche nella stessa maggioranza. <(Si tratta di una no

Venerdì, 1 Settembre, 2006 - 12:23

Il conflitto di Interessi

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Il Parlamento deve affrontare il tema del conflitto di interessi al più presto. L’ordinamento italiano va adeguato alle altre democrazie occidentali con l’adozione di un modello che prevenga conflitti di interesse tra incarichi istituzionali e l’esercizio diretto di attività patrimoniali.
Il sistema radiotelevisivo va liberalizzato, oggi esiste un’oligarchia, con un ente pubblico assoggettato ai partiti e uno privato, che impedisce lo sviluppo di un libero mercato. Vanno create quindi le condizioni per la presenza di più soggetti privati e valutata la cessione di una o due reti pubbliche.
Alcuni concessionari di servizi pubblici nel settore delle frequenze radiotelevisive hanno alterato e alterano le regole della democrazia elettorale con l’utilizzo capzioso, abnorme e predominante degli strumenti di comunicazione, in particolare nei periodi di campagna elettorale.
Per ovviare a quest’anomalia non ci sono blind trust o altre alchimie legislative che tengano, perchè come dice Travaglio, “il fondo sarà cieco ma il proprietario è chiaramente visibile”. La soluzione, pertanto, può essere solo l’ineleggibilità di candidati con titolarità di concessioni radiotelevisive.
L’Italia dei Valori parteciperà al processo legislativo sia supportandolo, sia con proprie proposte integrative.
Si dirà: “Ma così si esclude Berlusconi”. Ma se si persevera con un sistema senza regole lo si favorisce ingiustamente. Berlusconi deve capire che, in democrazia, o fa il concessionario di servizi pubblici o fa il politico.
 
Antonio Di Pietro
Giovedì, 31 Agosto, 2006 - 11:49

DALLA PARTE DEL PIU' FORTE - Natascha, alle radici della violenza

 
 
Leggere i commenti dei grandi media (conservatori e "progressisti") sul caso Natascha è davvero istruttivo.
 
Eccone un esempio. "La Repubblica": "Il racconto di Natascha sul rapitore: era parte della mia vita"; "Il Messaggero": "Natascha difende il rapitore"; Tg1 ore 8, la giornalista (donna) annuncia: "Sconvolgente: Natascha assolve il suo carceriere". Sconvolgente cosa? L'"assoluzione" della ragazza? E perché, in che modo?

Poi si spiega che la ragazza è vittima della sindrome di Stoccolma, vale a dire della dipendenza verso il criminale. Già. Ma alzi la mano quanti conoscono la sindrome di Stoccolma, e soprattutto quanti si soffermano a leggere (o ad ascoltare) le notizie: la maggioranza no di certo.

E il messaggio che arriva qual è? Che la ragazza, tutto sommato, era consenziente. O che questo mostro tanto mostro poi non era. Le aveva anche dato un'istruzione, via. Perché questo sta alla base di ogni mentalità maschilista: la donna, in fondo in fondo, vuol essere violentata. Si capisce: animali da dominare.

 
Alcuni stanno già lottando per accaparrarsi i diari di Natascha, con l'intento di farci un film, forse un serial, come "Twin Peaks" che spopolò anni fa; dietro la figura di un'innocente fanciulla dal sorriso smagliante il suo torbido passato di perversioni e di esperienze "forti".

A Milano sono stati arrestati dei ragazzini (il più giovane, 12 anni) per aver tentato uno stupro di gruppo ai danni di una 14enne romena. Dev'essere stato un passatempo, per loro, farsi una "femmina". Del resto i messaggi che giungono loro dai mezzi di comunicazione (l'abbiamo visto poc'anzi) e dalla pubblicità, per non parlare della tv, sono inequivocabili. Sulla scuola, poi, meglio stendere un velo pietoso: la donna non esiste nemmeno, non ha mai fatto nulla d'importante, la guerra e la violenza dei tiranni famosi sono propagandate come conquiste di civiltà.

I violentatori tunisini, poi, non hanno bisogno di commenti: vengono da tradizioni (ho parlato di tradizioni, non di cultura o religione: l'Islam in quanto tale non è più antifemminista del cristianesimo) per cui le donne, pardon le femmine, non contano nulla per il semplice fatto di esistere.

Ma un paio di parole in più le merita il loro... datore di lavoro: pregiudicato, trascorsi nell'estrema destra, fu uno dei violentatori (nel '73) di Franca Rame, la moglie di Dario Fo, rapita e stuprata perché "rossa". Non si era mai fatto un giorno di galera.

Due giorni fa, in un locale pubblico, mi è capitato di ascoltare le conversazioni di due "normalissimi" ragazzini, uno dei quali aveva appena ricevuto la telefonata di controllo della mamma. Incuranti della mia presenza, così si esprimevano nei confronti di due coetanee che avevano occhieggiato: "Guarda che f... quelle, ma si tengono per mano 'ste maledette tr...". Ripetuto tre o quattro volte. Li ho apostrofati con durezza. Loro sembravano più che altro stupiti: non capivano, cosa avevano detto di male? Già, per loro parlare così delle ragazze era una cosa normalissima.

Una delle armi più micidiali che possiedono questi individui è il nostro silenzio. Silenzio comprensibile: per secoli le vittime di violenze sono state processate al posto degli aguzzini, e ancor oggi accade. E così ognuna crede di vivere col proprio dolore colpevole e inconfessabile che sconterà DA SOLA fino alla fine dei suoi giorni.

Questa situazione non è più tollerabile. Anche perché è assai diffusa: non appena si entra in confidenza con qualche donna ci accorgiamo infatti che, nel 90% del casi, hanno subito violenza, in un modo o nell'altro.

Le città vanno sempre più militarizzandosi. La sindachessa di Milano, Letizia Moratti, ha promesso pugno di ferro contro gli stupratori (specie se extracomunitari, naturalmente). Già da diverso tempo, in effetti, i luoghi dove viviamo non sono più sicuri. E non solo la sera, ma persino in pieno giorno.

I quartieri diverranno così ancor più invivibili, rancorosi, lunari di quanto non siano ora. Terremo sigillati i nostri portoni, sempre più simili a una bocca che digrigna i denti.

La sicurezza è certo un problema reale. Inutile lasciarsi andare a sterili buonismi. Purtroppo, come sempre, il problema è molto più complesso, e originario. Ma la Moratti non può capirlo. Non può capirlo come non può capir niente di donne, come non capiva niente della scuola. Sono "mondi" a lei completamente estranei. Alieni.

Sbattere in galera uno stupratore è il minimo (e, come abbiamo visto, non è che accada poi così spesso). Ma prima di quello stupratore ci sono i brufolosi ragazzini cui ho accennato sopra. C'è un problema, insomma, educativo. Ci sarebbe da rivedere tutto un modo di comunicare: dai giornali, alle tv, alle pubblicità. E alla scuola. Ci sarebbe un intero sistema di "valori" (o di contro-valori) su cui questo mondo si è fondato praticamente da quando è nato. L'idea che esistano due esseri umani, e uno sia più... umano dell'altro. Non è raro trovare attivisti per i diritti civili dei neri, degli arabi, degli ebrei, dei gay che però restano inerti, o comunque non considerano poi gravissimo, che in tante parti del mondo, e anche da noi, le donne siano considerati oggetti. Se poi ciò avviene fuori d'Europa, beh, mica possiamo fare i razzisti, no? Ognuno ha la sua sacrosanta mentalità! C'è da giurare che se questa "mentalità" fosse stata a sfavore del nobile sesso maschile i nostri pseudo-paladini non sarebbero andati tanto per il sottile e non avrebbero mancato di cambiarla, fosse pure a suon di cannonate.

Ci sarebbe da ascoltare le donne, e le donne militanti. La loro cultura, il loro paziente lavoro per la liberazione di TUTTI, non solo del genere femminile. Ma Moratti è una donna dalla mentalità maschile e aristocratica: di queste cose non glien'è mai importato un fico. Non possiamo aspettarci alcun gesto costruttivo da parte sua. Solo qualche pistolero in più. Come invoca Anna Falchi dalle pagine di "Repubblica". Dove andremo a finire...

 
Daniela Tuscano

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