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Il Blog di Alessandro Rizzo | www.partecipaMi.it
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Venerdì, 22 Agosto, 2008 - 16:38

LA NOSTRA «PRIMAVERA» di Luciana Castellina

LA NOSTRA «PRIMAVERA»
Luciana Castellina
 
www.ilmanifesto.it
 
20 agosto 2008
Il quarantennale del '68 inteso come movimento e quello dell'intervento delle truppe del Patto di Varsavia a Praga coincidono; e nelle celebrazioni si confondono, tanto da dare l'idea che ci fosse un nesso stretto fra i due eventi.
Ci fu, in effetti, ma non fu affatto esplicito. Ad esser investita in pieno dalla vicenda cecoslovacca fu, in realtà, solo quella parte del movimento che poi si collegò con il gruppo che allora era ancora nel Pci e che poi dal partito fu radiato, proprio per via di Praga e per le sue eccessive simpatie per la protesta studentesca. Quello che dette vita al manifesto: rivista prima, organizzazione politica e quotidiano poi. Questo.
Fu così perché la tragedia di quell'agosto di 40 anni fa fu soprattutto dei comunisti: erano loro quelli che avevano sperato in una autoriforma del sistema socialista, che avevano con trepidazione seguito passo passo le mosse di Dubcek e poi ascoltato turbati le minacce con cui Mosca le aveva accolte, seguito col fiato sospeso il fragile compromesso di Cerna, sottoscritto a bordo di un treno fermo nella stazione della piccola località alla frontiera orientale della Cecoslovacchia, sui binari seduto un drappello di operai a segnalare che se Brezhnev avesse voluto tradurre prigioniero in Urss il segretario del loro partito lo avrebbero impedito bloccando il convoglio con i loro corpi. Loro che furono sconvolti quando giunse la notizia, quella mattina del 21 agosto, che i carri armati con la stella rossa erano entrati a Praga nello sgomento dei cittadini ancora increduli, fra loro molti di coloro che 23 anni prima li avevano applauditi come liberatori.
Per gli altri, i non comunisti, la vicenda fu diversa: per la destra Dubcek era poco più di una variante comunque da condannare, al pari del comunismo che si ostinava a proclamare.
Sui muri di Praga, l'indomani dell'invasione, non era forse uscita la scritta ironica ma significativa, che invocava non il presidente degli Stati Uniti, ma il capo della rivoluzione bolscevica: «Lenin svegliati, Brezhnev è impazzito!»?
Per gli altri, i nuovi compagni che da un po' di mesi avevano dato vita alla protesta giovanile, la vicenda praghese era lontana: sul comunismo sovietico non avevano mai puntato, essendo nati quando era già degenerato. Non avevano perciò mai sofferto delusioni e neppure mai sperato che di lì potesse venire un'indicazione valida. Di Dubcek, anzi, e in particolare del suo ministro dell'economia, Ota Sik, diffidavano: troppo di destra. Tutt'al più qualche simpatia generazionale per capelloni e chitarristi che con la «primavera» avevano cominciato a circolare anche per le vie di Praga. Di questa indifferenza fanno prova, oltre la nostra memoria, le pubblicazioni di allora, e non solo del movimento italiano: se si eccettua un accenno in un'intervista di Rudi Dutschke, al problema non fu offerta alcuna attenzione (se ci fu, fu postuma).
Quando arrivarono oltre cortina le tesi del 14mo Congresso che il Pc cecoslovacco, già clandestino, aveva tenuto all'interno della grande fabbrica siderurgica Ckd, protetto dai picchetti operai contro la possibile irruzione degli occupanti sovietici e dei loro alleati locali - l'ala del partito fedele a Mosca - le ignorarono tutti. Fu solo il manifesto a pubblicarle in uno dei suoi primi numeri; e non poteva che essere così: al grosso dei primi sessantottini non interessavano e il Pci non poteva interessarsene perché col Pcus, pur critico, non aveva ancora rotto (e anzi a rompere ci mise altri dieci anni e più).
CONTINUA| PAGINA12
Così come ignorati dagli uni e dagli altri restarono i compagni di Dubceck, molti dei quali finirono esuli. Zdenek Mlynar, Jiri Pelikan, Anthonin Liehm, per citare solo alcuni, in Italia ebbero un solo rifugio: la redazione del manifesto, piazza del Grillo prima, poi via Tomacelli. Anche per questo nella memoria ufficiale quanto accadde in quell'agosto di 40 anni fa è stato alla fine rubricato come l'aggressione comunista a una rivolta promossa dai liberali, quasi che ad ispirarla fosse stato uno dei nostri occidentali governi e non invece, come fu, un tentativo di comunisti, e anzi della legittima leadership del Pcc,per salvare il progetto comunista.
Un tentativo troppo tardivo, quando l'Urss era ormai quella irrecuperabile di Breznev. Ma che forse sarebbe stato ancora possibile se una diversa scelta fosse stata fatta dai partiti comunisti occidentali che, non solo in Italia, erano ancora relativamente forti e avrebbero potuto così offrire un punto di riferimento alle nuove energie che dal '68 emergevano. E che stavano avanzando, spesso più come intuizione che con piena consapevolezza, una critica radicale al capitalismo, di cui il movimento avvertiva con anticipo la crisi, per la sua incapacità di garantire soddisfazione ai nuovi bisogni qualitativi emergenti e di dare risposta alle sfide che la sua distorta modernità stava producendo.
Anche il movimento del '68 - ecco il nesso oggettivo - aveva contribuito, con le sue lotte poi non solo studentesche ma anche operaie, a mutare i rapporti di forza internazionali. Come la vittoria vietnamita che già si delineava; e quella di altri paesi di uno schieramento di Bandung non ancora sotterrato. Non era irrealistico, in quella stagione, pensare a una critica da sinistra al comunismo realizzato, entusiasmarsi per quanto a Praga si stava cercando di fare. Vent'anni dopo quella critica ha fatalmente assunto un altro segno.
Questo tentativo - un'alternativa al modello sovietico, ma sempre comunista - è stata la ragion d'essere del manifesto. Anche in altri paesi ci fu, in effetti, chi, per via di Praga, ruppe con i rispettivi partiti comunisti. Ma in generale furono frange. L'esperienza italiana, sia perché aveva alle spalle il retroterra ricco degli anni '60 e un Pc molto speciale, sia perché la dissidenza interna al partito riuscì a incontrarsi con una parte significativa del '68, è stata un'eccezione.
Neppure noi, lo sappiamo, siamo andati molto lontano. Ma in questo quarantennale di Praga, che per tanti versi è stata il nostro atto di nascita, credo possiamo dire che la nostra storia è stata utile. A tutti. Perché ha tenuto in vita l'ipotesi di un comunismo diverso (per questo, anche, non si è sentito il bisogno di rimuovere la dicitura della nostra testata: «quotidiano comunista»)
Almeno fino ad ora. Adesso non so.Esprimo questa incertezza quando penso a tante cose a cui di questi tempi pensiamo tutti. Ma anche alla desolazione di veder cosa è diventata la Cekia di oggi, il più di destra e beceramente asservito a Bush dei membri dell'Unione Europea.Un paese dove le organizzazioni comuniste - peraltro più forti che altrove - vengono denunciate come illegali, proprio per via di quella parola «comunista», ormai illecita. Senza che venga ricordato che comunista erano Dubceck e i suoi compagni della «primavera di Praga». Per questo non mi pare appropriato dire - come molti oggi suggeriscono - che il '68 praghese è stato la prova generale dell'89. Non era questa la democrazia cui la «primavera» aveva puntato.

Giovedì, 21 Agosto, 2008 - 17:43

Campagna di solidarietà a Dante De Angelis

Le FS hanno licenziato il macchinista/RLS
Dante De Angelis. L'aver esercitato il diritto di critica ed il ruolo di scrupoloso RLS è costato, ancora una volta, il posto di lavoro a Dante De Angelis, macchinista in forza al deposito locomotive di Roma S. Lorenzo. Con questo atto la Società vorrebbe chiudere la bocca ad un delegato che ha osato mettere in evidenza le possibili lacune, ammesse anche dallo stesso AD Moretti, che hanno determinato lo spezzamento di due Eurostar nell'arco di 10 giorni. Con questa azione, che segue quella degli 8 licenziamenti di Genova ai danni di operai che avevano già terminato l'attività di manutenzione programmata il gruppo dirigente delle FS spa apre uno scontro senza precedenti contro i lavoratori delle FS, ai quali si chiede di tacere anche quando, nel ruolo di RLS, hanno l'obbligo di segnalare ogni possibile elemento di rischio che possa pregiudicare la sicurezza dei lavoratori, dei treni e dei cittadini che ogni giorno li usano con fiducia.
Dopo le abbuffate di ipocrisia (precedenti la stesura del Testo Unico) che lo volevano al centro di un sistema virtuoso tendente al progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, il ruolo del RLS, col licenziamento di Dante De Angelis, torna a essere quello delle origini: scomodo e, quindi, da ridurre al minimo, al silenzio. In più, Dante è stato licenziato perchè ha posto al servizio della collettività, dei cittadini-viaggiatori, la propria esperienza, una sorta di garanzia che, per qualità del servizio ferroviario, si potesse contare soprattutto sui diretti artefici: i ferrovieri stessi.
Per questo abbiamo tutti il dovere di rispondere in modo adeguato a questa sfida, richiedendo il reintegro immediato di Dante De Angelis.

 

http://firmiamo.it/campagnadisolidarietaperdantedeangelis

Giovedì, 21 Agosto, 2008 - 17:03

Emissioni, Enel ancora “maglia nera”

Roma, Italia — Greenpeace presenta la classifica 2007 delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Rispetto al 2006, c’è una leggera diminuzione delle tonnellate di CO2 emessa dai settori regolamentati dalla Direttiva europea sull’emission trading (ETS). Tale riduzione, tuttavia, è inferiore a quella delle quote assegnate: il risultato finale è che il disavanzo tra permessi di inquinamento ed emissioni effettive cresce. La “maglia nera” delle emissioni va, come al solito, all’Enel.

In totale l’industria italiana ha fatto registrare nel 2007 un disavanzo complessivo di 25,4 milioni di quote (22,8 milioni di tonnellate nel 2006). Attualmente le quote di CO2 vengono scambiate a un prezzo di 27-28 euro a tonnellata. Se lo stesso disavanzo venisse ripetuto nel 2008, il Paese andrebbe incontro a un costo di circa 700 milioni di euro (il prezzo delle quote del 2007 era invece pari a pochi euro, a causa della sovra-allocazione avvenuta sul mercato europeo per la fase “zero” del sistema ETS – ossia dal 2005 al 2007).

TABELLA EMISSIONI

Al settore termoelettrico si deve la maggior parte delle emissioni verificate, settore in cui i “grandi gruppi” contano per circa il 78 per cento delle emissioni del settore termoelettrico. Sono proprio i “grandi gruppi”, inoltre, a far registrare i peggiori risultati i termini di surplus di emissioni. Ai primi posti Enel, con +6,8 milioni di tonnellate, ed Edison, con +6,2 milioni. Enel è di gran lunga il primo emettitore di CO2 in Italia con 46,7 milioni di tonnellate nel 2007: da sola emette quanto la somma del comparto della raffinazione, dell’acciaio e della carta. Il dato è in calo rispetto al 2006 (51,6 milioni di tonnellate), ma questo non è sintomo di alcuna garanzia per il futuro. Greenpeace denuncia anzi che la politica energetica dell’azienda metterà in ginocchio l’intero Paese per quanto riguarda gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Enel ha infatti intenzione di riconvertire la propria produzione a carbone, il combustibile fossile con le più alte emissioni di gas serra. Nel lungo periodo il piano industriale di Enel indica che l’obiettivo è arrivare al 50 per cento della propria produzione elettrica da carbone. Nel 2009 dovrebbe essere inaugurata la centrale a carbone di Civitavecchia, e il Gruppo intende continuare a convertire a carbone le centrale di Porto Tolle (Rovigo), Piombino, Rossano Calabro più ampliamenti di potenza a carbone nel Sulcis e a Fiumesanto, in Sardegna. Le sole emissioni di CO2 di una centrale come Civitavecchia superano i 10 milioni di tonnellate all’anno. Oltre alla tabella dalle emissioni dei settori soggetti al sistema ETS, Greenpeace mostra anche quali sono i venti impianti italiani più inquinanti in termini di CO2. Per il secondo anno consecutivo la maglia nera va alla centrale Enel di Brindisi Sud, la maggiore centrale a carbone in Italia, con circa 14,2 milioni di tonnellate.

 

http://www.greenpeace.org/italy

Giovedì, 21 Agosto, 2008 - 12:33

Festival Gender Bender alla sesta edizione

6° edizione
Festival Internazionale
Bologna 28 ottobre - 2 novembre 2008
www.genderbender.it

* Manifattura delle Arti: Arcigay Il Cassero gay lesbian center, Cinema Lumiére, MAMbo, Teatro San Martino, Nosadella 2, Officine Minganti, Galleria Delta-Bo Project

Dal 28 ottobre al 2 novembre 2008 Bologna accoglie la 6° edizione di GENDER BENDER, festival internazionale ideato e diretto da Daniele Del Pozzo, dedicato alle nuove rappresentazioni del corpo e agli immaginari contemporanei prodotti dagli artisti intorno alle identità di genere e di orientamento sessuale.
Viviamo un’epoca di continui e rapidi mutamenti. Le profonde trasformazioni sociali e culturali, avvenute a partire dalla metà del secolo scorso, ci portano quotidianamente a interrogarci su uno dei temi fondanti di questo inizio Millennio: l’identità nel cambiamento.
Gender Bender dedica quest’anno un’attenzione particolare al Maschio del Futuro.
Quale sarà il maschio di domani? È possibile già intuirlo nelle opere lievi e intense, oneste e sfaccettate, molte in prima nazionale, degli artisti invitati: nei due giovanissimi interpreti di 13 diretti dalla madre, la coreografa Beth Cassani, nei corpi espansi oltre i diktat imposti dall’estetica del fitness dipinti su grandi pareti dall’artista finlandese Jukka Korkeilla, nelle lucide ed ironiche riflessioni di Chris Waitt, regista e interprete eterosessuale del film A complete history of my sexual failures, nella favola al contrario della compagnia di teatro belga Clinic Orgasm Society, nell’intimo e struggente duetto maschile Still difficult duet dei coreografi Pieter Ampe & Guilherme Garrido, o nelle dolorose testimonianze dei protagonisti del documentario sull’Iran Be like Others, costretti al cambio di sesso per vivere la propria omosessualità, altrimenti perseguibile con la morte.
Attraverso questi e molti altri artisti, il festival continua ad esplorare gli ambiti di libertà espressiva in cui le persone cercano una possibile felicità, al di là dei limiti imposti dagli stereotipi e dalle norme.

Il Festival è prodotto da Arcigay Il Cassero - gay lesbian center. È realizzato con il patrocinio di: Comune di Bologna, Provincia di Bologna, Regione Emilia Romagna.

http://www.arcigay.it/gender-bender-6-maschio-del-futuro

Sabato, 16 Agosto, 2008 - 12:19

Per la Georgia, ieri un presidio in Piazza della Scala

In movimento per la Georgia. In movimento per chiedere un cessate il fuoco e le pretese di occupazione da parte della Russia su questa terra. Un movimento per dire che un'altra guerra balcanica non è tollerabile, come non è tollerabile un'altra ondata di persecuzioni, di spinte xenofobe e di intolleranza, di esclusione, di repressione dei diritti delle persone, degli esseri umani. La pace mediata con il supporto dell'Unione Europa è l'unica formula che possa garantire un argine a questa tendenza revanscista da parte della Russia, che ha tutto l'interesse a mantenere economicamente uno spirito egemonico nell'area, ricca di possibili e futuri oleodotti e gasdotti provenienti dalla regione cecena. Ma per questo è assolutamente ingiusto quanto mai intollerabile sacrificare nuove vite, creare nuove diaspore, determinare le condizioni per nuovi profughi, abbandonati nel proprio triste destino a dover lasciare le proprie terre.
E' ora di dire basta. La società civile ieri a Milano, in Piazza della Scala, alle ore 16,30 si è mobilitata, l'associazione AnnaViva, l'associazione Articolo 21, il Partito Socialista, La Sinistra Democratica, il Partito Democratico, i Radicali. Un presidio ha dato esempio che ancora la volontà di indignarsi verso nuove ingiustizie mondiali esiste e che occorre preventivare ciò che sarebbe drammaticamente inarrestabile nella follia omicida e persecutoria razziale. Oggi un nuovo appuntamento è indetto con la presenza della Comunità georgiana, presente anche ieri con proprie bandiere.
Insieme si può creare quella goccia che scalfisca la dura pietra della miopia e della sete di potere che nutre una parte delle dirigenze dei paesi.

Alessandro Rizzo

Venerdì, 15 Agosto, 2008 - 17:56

Su Cinemaindipendente.it panoramica degli italiani a Venezia

Carissim@ blogger,
vi invito a leggere sul sito

www.cinemaindipendente.it

un servizio particolare dedicato alle novità italiane presenti alla 65° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. E' un'interessante rassegna e panoramica di autori e di opere anche indipendenti in attesa di poterle vederli sugli schermi delle varie anteprime in calendario alla 65° Mostra.

Alessandro Rizzo

Giovedì, 14 Agosto, 2008 - 15:23

Difendo Famiglia Cristiana: non ci sto a nuovi editti bulgari

Voi sapete che il sottoscritto è laico, in primis antifascista, di spirito libertario, fortmente critico con impostazioni che confondino la legge con le norme morali, seguace nel diritto del concetto e del principio espresso ne "Lo spirito delle leggi" di Montesquieu, il carattere universale dell'applicazione e del riconoscimento come disposizione autorevole della legge.
Ebbene molte volte mi trovo a condividere pienamente affermazioni che provengono con alto spirito analitico e intellettuale da esponenti del mondo della cristianità sociale. Don Gino Rigoldi aveva qualche settimana fa pronunciato una sorta di forte condanna e denuncia nei confronti di un clima, quale quello attualmente presente nelle nostre città, creato da strumentalizzazioni bieche di alcune forze politiche, di intolleranza e di avversione verso tutto ciò che è diverso. Il rom viene classificato in un'accezione generica come potenziale "ladro" da perseguire, controllare, soffocare, perseguitare con una burocrazia che diventa ossessiva e ossessionante, con quello spirito tipico della "banalità del male" tanto bene descritto da Hanna Arendt di minimalizzazione delle più repressive e inique disposizioni nei riguardi di un'etnia. Viene fermata una ragazza peruviana che sostava sulle scalinate da parte della Polizia, considerandola una donna in procinto di prostituirsi, mentre attendeva la propria amica, collega di studi universitari ed entrambe insegnanti di catechismo: sia lei, sia la propria amica, vengono portate in Questura e sottoposte a duro interrogatorio. Se questo non è clima di repressione persecutoria. Non parliamo dei divieti delle giunte leghiste di sostare sulle panchine o sdraiarsi, che hanno visto sanzionare ragazze e ragazzi che stavano comodi nel mezzo di un parco a leggersi un bel libro all'ombra delle fresche frasche. Non sembra di ritornare ai diveiti di memoria non troppo remota, me lasso, del ventennio, dove ogni permanenza in spazi pubblici o dove ogni assemblaggio veniva represso?
Dicevo: mi sento vicino alle denunce che provengono da alcuni settori del cosidetto "cristianesimo sociale", quello che si rifà alle idee e ai valori della Dottrina sociale della Chiesa, corrente di pensiero che nasce con Leone XIII, per arrivare a Dossetti, a Don Luigi Sturzo, a Don Milani, agli attuali Cardinale Martini, Tettamanzi, che più volte ha ripetuto l'esigenza di addittare nella politica della paura fissata per legge la causa della regressione culturale e civile attuale.
Famiglia Cristiana è un settimanale fondato da Giacomo Alberione nel 1931 e che in uno spirito innovatore si professava come organo di stampa propugnatore non della religione, ma di tutto cristianamente. Diverse volte ho avuto modo di divergere dalla lettura, rispettabile, degli articoli, editoriali di questo periodico: mi riferisco alle critiche che vennero fatte ed espresse nei confronti dei provvedimenti del precedente governo di centrosinistra riguardanti l'estensione dei diritti civili alle coppie di fatto; ma mi riferisco anche alle accuse di "minimalismo razionalizzante" riguardo alla giusta e direi necessaria normativa che istituisse anche in Italia il diritto a decidere per l'eutanasia, oppure per la procreazione assistita. Ma sono, a parere mio, divergenze che derivano dall'essere comunque appartenenti a differenti esperienze politiche e convinzioni ideali e culturali: la laicità dello stato di diritto, la cristianità della visione morale.
Era un diritto quello della redazione di Famiglia Cristiana poter esprimere liberamente la propria chiave di interpretazione e l'opinione che rappresenta il sentimento religioso: mai è avvenuto che un governo e una maggioranza si pronunciassero per denunciare questa libertà pluralista di stampa e di espressione di pensiero. E' un cardine della nostra Costituzione repubblicana, della nostra Repubblica democratica nata dall'antifascismo. Ma di Costitutzione e di Repubblica questa maggioranza non ha nessuna consapevolezza. Forze acostituzionali, possiamo definirle, se non addirittura anticostituzionali per certe manifestazioni, governano il Paese: come potere insegnare a queste forze il ripsetto di quella Carta e di quei principi cardini che infondono la nostra Costituzione, la nostra cultura, il patrimonio storico sociale e ideale, valoriale della nostra comunità, che combattè, si oppose e sconfisse la degenerazione umana, civile del fascismo criminale? Sarebbe come insegnare a un pesce a vivere fuori dall'acqua, oppure a un asino a volare. Solo nelle favole di Fedro potevano avere diritto di cittadinanza questi paradossi.
Ebbene Famiglia Cristiana, per ritornare a quella coerenza che è propria del cristianesimo sociale, della Dottrina Sociale della Chiesa, della tradizione dossettiana, come puntualizzato in modo corretto e deciso dall'attuale direttore Antonio Sciortino, ha avuto più volte modo di criticare e denunciare certe tendenze autoritarie, xenofobe, intolleranti, populiste, demagogicamente repressive presenti nel testo di legge sulla sicurezza, più volte criticato da parte dell'Unione Europea, ma senza alcuna correzione conseguente necessaria apportata da parte dell'attuale governo di centrodestra. Non solo: Famiglia Cristiana, giustamente, critica la politica assente e inefficace del governo in merito al tema dei rifiuti, dipingendo l'attuale premier come uno spazzino trionfante e tracotante, con tanto di scopa come nelle rappresentazioni del duce trebbiatore, uomo che aspira a dipingersi come "persona del popolo" per poter, invece, condurre liberamente proprie aspirazioni di potere e di dominio, nella totale apatia e ammirazione basita e acritica del popolo, appunto.
Ebbene nonostante l'articolo 21 della Costituzione, nonostante le confessioni e le vocazioni di fede espresse dall'attuale maggioranza di centrodestra, dove c'è una competizione assurda a essere ascritti come "paladini morali della virtù cattolica e della parola di Santa Romana Chiesa", dove viene attentamente sostenuta ogni parola pronunciata dalle gerarchie ecclesiastiche e da ogni organizzazione di spirito religioso nelle occasioni in cui opportunisticamente si considera giusto farlo: quando il Papa dice che l'unica famiglia accettabile è quella benedetta dalla Chiesa; quando il Papa asserisce che l'eutanasia è un delitto, così come l'aborto; quando la CEI si professa contraria a ogni forma di procreazione assistita o di educazione sessuale alla precauzione. In altre occasioni, invece, questo centrodestra anomalo, non europeo, a volte nostalgicamente arretrato, a volte modernizzante nel senso deleterio del termine, moralista e perbenista nel concetto degenerativo di "borghesia" alla Bunuel o alla Pasolini, ritiene opportuno recedere dalla propria adesione alla mistica romana cattolica: quando il Papa parla contro ogni forma di xenofobia e di esclusione razziale, quando alcune gerarchie della Chiesa parlano di scomposizione della società e di nuove povertà dovute all'opulenza consumeristica odierna, quando un Arcivescovo di Milano considera gravi certe tendenze del mondo politico istituzionale a volte decretare con la legge la cessazione delle paure, fomentandole, invece.
Quando è conveniente e soprattutto non è contro la propria perpetuazione del potere, la propria autorità, ogni parola professata dalla Chiesa e dal mondo del cattolicesimo italiano diventa bandiera della propria identità: nel caso contrario deve essere, invece, ostacolata, fortemente avversata.
Ed è quello che è successo in questi giorni alla redazione di Famiglia Cristiana, critica su alcune misure e atteggiamenti poco istituzionali della compagine governativa e della propria guida di popolo: subito levate di scudi, addirittura da parte del ministro minculpop, scusate dei beni culturali, che nella sua veste da messale di Arcore ha dovuto subito provvedere a contrastare con la durezza e con i toni ipocriti il notorio periodico cristiano.
Un'intimidazione avversa allo spirito libero di fare comunicazione e informazione di una rispettabile testata autorevole è partita dai settori dell'attuale maggioranza.
E poi su quali elementi? Sul semplice fatto di avere criticato il governo e i suoi provvedimenti ultimi, l'atteggiamento fallimentare e populista di Berlusconi, la mancanza totale di sensibilità sociale e solidaristica di molti esponenti ministeriali: se si denuncia il potere si cade nell'accusa di vilipendio ai feudatari e al sommo monarca incontestabile perchè considerabile infallibile, come in una monarchia antica di origine religiosa e teocratica.
Non si deve fare sapere, non si deve indurre le persone a riflettere, a pensare, a considerare, a denunciare, a comparare, a commentare, a contaminarsi nelle esperienze reciproche, a diventare portatori di parola e di concetti: le persone devono lavorare, produrre, acriticamente divertirsi nell'effimero del panorama mediatico massivo attuale, rimanere nelle proprie abitazioni isolate drogandosi di reality show o di dibattiti inutili edulcorati dove si discute del modo di vestirsi delle veline, come nel salotto di Vespa in stile coloniale.
Si deve fare godere delle inutilità, delle amenità il popolo, fargli credere che qualcuno sta pensando al suo futuro, mentre si procede in una corsa inquietante quanto angosciante alla proliferazione di leggi salva persona, di normative che scardinano la nostra cultura costituzionale repubblicana.
Famiglia Cristiana aveva trovato nei suoi editoriali, privi di connotazioni ideologiche, ma supportati da argomentazioni valide, fonate, dimostrate e dimostrabili, fatte di tesi e di dimostrazioni attendibili e con riferimenti reali, veri, concreti, istituzionali, culturali, come è nella sua vocazione, un modo per richiamare dall'assuefazione gli spiriti e a provvedere a reperire un minimo spazio ancora possibile di indignazione verso una legge che legalizza l'illecito, l'illegittimità che diventa norma comportamentale, contro il paradosso iniquo che diventa giusta condotta morale e accettabile. Come fosse banalità del male.
No, io non ci sto, come disse un grande Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Io non ci sto a vedere nuovamente violentata la libertà di stampa e di espressione del pensiero, di denuncia contro il potere: della libertà di critica, di opposizione. Non ci sto a vedere soppresse ogni possibilità e potestà di indignarsi liberamente, di contestare: un altro editto di Sofia non sono disposto a rivederlo editato, appunto. Non è possibile, tollerabile. Vedere un nuovo Biagi, un nuovo Santoro messi alla berlina in quanto hanno fatto il proprio lavoro con professione, serietà, consapevolezza, libertà, spirito di libertà repubblicana. Occorre esprimere solidarietà a Famiglia Cristiana, così come occorre difendere ogni possibilità di esprimersi, di poter palesare il proprio diritto di denuncia, di protesta, di analisi seria e completa, di contraddizione rispetto a un potere che diventa sempre più autoritario e repressivo. Occorre farlo: per il bene nostro e delle future generazioni. Del Paese intero, del suo futuro democratico, civile e di convivenza sociale. Occorre farlo ora: attendere sarebbe deleterio, irreversibile nelle conseguenze devastanti e deleterie che deriveranno da questi atteggiamenti.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 14 Agosto, 2008 - 12:55

Il primo giorno d'inverno in anteprima mondiale a Venezia

Proiezione del film Il primo giorno d'inverno di Mirko Locatelli, in Anteprima Mondiale alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.
Il film è in concorso nella sezione Orizzonti.

Le Proiezioni aperte al pubblico saranno 2:

Data : 4-9-2008
Sala : SALA GRANDE (Proiezione Ufficiale)
Ora : 14.00
Accreditati : Pubblico, Tutti gli Accrediti

Data : 4-9-2008
Sala : PALABIENNALE
Ora : 18.15
Accreditati : Pubblico, Tutti gli Accrediti

en français:
Projection du film Le premier jour de l'hiver, de Mirko Locatelli, en Avant-première Mondiale au Festival de Venice.
Les Projections ouvertes au public seront 2.

official web site:

www.ilprimogiornodinverno.it

Giovedì, 14 Agosto, 2008 - 11:53

Il trailer de Il primo giorno d'inverno on-line

Finalmente on-line il Trailer del film Il primo giorno d'inverno, di Mirko Locatelli, in concorso nella sezione Orizzonti alla 65 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
Buona visione!

www.ilprimogiornodinverno.it

Giovedì, 14 Agosto, 2008 - 11:47

Georgia, la nuova Cecenia?

Georgia, la nuova Cecenia?
http://www.articolo21.info
di Andrea Riscassi
Quando Anna Politkovskaja parlava del rischio di cecenizzazione della Federazione Russia forse non pensava che i metodi utilizzati da Vladimir Putin nel Caucaso settentrionale si sarebbero estesi anche al Caucaso meridionale. L’Ossezia del sud è una regione della Georgia. Così come la Cecenia è una repubblica della Federazione russa. Dalla fine dell’Urss l’Ossezia meridionale si è proclamata indipendente. Lo stesso aveva fatto la Cecenia, per piegare la quale l’esercito russo ha scatenato due guerre. La seconda delle quali, pur vittoriosa, ha ucciso un decimo della popolazione cecena.
Ora l’esercito georgiano ha deciso di passare alle vie di fatto per cercare di riportare sotto il controllo di Tbilisi quelle terre che da Tbilisi vogliono andarsene. In questi anni la Russia ha lavorato pesantemente ai fianchi della Georgia. Qualche mese fa ha deciso rapporti commerciali stabili con le repubbliche secessioniste della Georgia. In questi fazzoletti di terra ha distribuito a piene mani passaporti e ora de facto l’attacco lanciato dai soldati georgiani è stato sferrato contro cittadini russi. Lì peraltro la forza di interposizione (i cosiddetti caschi blu) è composta solo da soldati russi. È una forza di interposizione farsa che protegge solo una parte. Lo stesso avviene in Transnistria, provincia secessionista della Moldavia. Sono terre russofone e filorusse, che Mosca ha sempre foraggiato per mantenere instabili i paesi confinanti, per tenerli sotto giogo. Ora la Moldavia (che ora si chiama Moldova) sembra “aver capito” e si sta riavvicinando alla Russia di Putin.
La Georgia invece va per la sua strada, ossia verso gli Stati Uniti, verso la Nato. Avrebbe volentieri stabilito rapporti più stabili con l’Unione europea, ma Bruxelles vive una fase di anoressia democratica e non si guarda più attorno. Sono anni che la Russia minaccia la Georgia. Due anni fa per l’arresto di spie russe in territorio georgiano, Mosca ha scatenato un embargo durissimo. Ha persino espulso migliaia di georgiani con aerei cargo, senza sedili, come merci che non servono più. La Russia non accetta che i paesi ex sovietici si avvicinino all’Occidente. E noi occidentali sembriamo disinteressati alla sorte di queste popolazioni.
La Georgia non ha capito la lezione con le buone e ora la Russia passa alle maniere forti, con una reazione sproporzionata. L’ex tenente colonnello del Kgb sta facendo vedere in queste ore chi comanda a Mosca. È Putin a rappresentare la Russia ai giochi olimpici. È lui qualche ora dopo ad atterrare vicino allo scacchiere di guerra. È lui che decide di far bombardare villaggi georgiani a decine di chilometri dall’Ossezia del Sud.
Giornali e tv italiane hanno ricordato in queste ore come dalla Georgia passi uno dei pochi oleodotti che porta petrolio dall’Asia all’Europa (via Turchia) senza attraversare la Russia. L’Unione europea vorrebbe in realtà che anche il gas arrivasse più o meno per lo stesso tragitto. Il progetto di Bruxelles si chiama Nabucco. Ma è un’opera che difficilmente verrà messa in scena. La Russia di Putin con Gazprom ha blindato i paesi che detengono i giacimenti e ha convinto alcuni paesi europei a creare un gasdotto che passi sempre dalla Russia saltando altre nazioni che sognano l’Occidente (leggi Ucraina tornata “arancione”). Questo progetto di gasdotto (South Stream il suo nome) è stato progettato non solo dai russi ma anche da noi italiani, dall’Eni, ovviamente. Il conflitto che in queste ore si sta scatenando nel Caucaso non ci deve essere quindi così indifferente, né è così distante come sembra.
Dal crollo dell’Unione sovietica è in corso una difficile partita a scacchi per capire dove finisca l’Occidente e dove inizi l’Oriente. Una battaglia fatta di embarghi, gasdotti, bandierine piantate sul fondo del Polo Nord, cacciabombardieri in volo, scudi spaziali, spie avvelenate col Polonio, e - come si vede in queste ore - anche Mig, carri armati e morti sulle strade. Un confronto al quale, come da cinquant’anni partecipano solo due attori: Mosca e Washington. Bruxelles sembra sempre il pompiere addormentato che si accorge dell’incendio quando ormai la casa è avvolta dalle fiamme. Il conflitto covava da mesi. Possibile che nessuno dei numerosissimi politici e funzionari europei se ne sia accorto? E ora cosa faranno? Manderanno un po’ di soldati danesi a brindare con i generali putiniani? O finalmente diranno qualcosa senza aspettare che la Casa Bianca (quella americana, non quella dove ora sta Putin) dia la linea?
La Russia da anni prova a vedere fino a che punto può sfidare le coscienze europee. Nessuno ha detto niente per le guerre cecene (fatte in violazione di qualunque codice militare) e al Cremlino sembrano convinti che nessuno si straccerà le vesti nemmeno per i georgiani i quali, poveri illusi, da anni sventolano la bandiera europea alle finestre.
Tbilisi ha scherzato col fuoco in queste ore. E la strada delle armi non è la scelta giusta per risolvere alcun conflitto. Ma Mosca sta approfittando della situazione per dare una lezione a tutti i paesi ex sovietici. La cecenizzazzione dell’ex Urss può partire dalla Georgia. Ma questa volta, magari, non tutti gli europei staranno in silenzio.
Ci vendono (a caro prezzo) il loro gas. Ma sono certo che non basterà per comprare tutte le coscienze.
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