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Il Blog di Alessandro Rizzo | www.partecipaMi.it
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Martedì, 4 Novembre, 2008 - 15:33

per un 4 novembre diverso: L’obbedienza non è più una virtù

Per un 4 novembre diverso, conviene leggersi -o rileggersi- lo scritto di Don Milani
"L’obbedienza non è più una virtù".

Il testo che riporto in allegato costò a don Lorenzo Milani, priore del minuscolo e poverissimo borgo montanaro di Barbiana, nel Mugello, un processo per apologia di reato.
Scritto nel febbraio del 1965, è indirizzato ai cappellani militari toscani che in un comunicato avevano definito l'obiezione di coscienza (fino al 1972 assimilata alla renitenza alla leva e alla diserzione) «estranea al comandamento cristiano dell'amore» e «espressione di viltà».
Milani stesso raccontò più tardi che un ritaglio di giornale col comunicato dei cappellani gli era stato portato da un amico mentre come sempre stava con i suoi ragazzi: l'attività quasi esclusiva del priore a Barbiana era infatti quella scuola popolare (attiva «dodici ore al giorno, 365 giorni l'anno») che avrebbe di lì a poco prodotto Lettera a una professoressa, il più radicale pamphlet contro la scuola di classe mai scritto in Italia.
Lo sdegno dei ragazzi per il fatto che nessuna autorità, né civile né religiosa, avesse reagito al pronunciamento dei cappellani rafforza nel priore la scelta di prendere posizione.
Dalle ricerche e gli studi fatti con i suoi scolari nasce la Lettera ai cappellani militari, dapprima stampata e diffusa in mille copie e poi ripresa dal settimanale del Partito comunista italiano Rinascita.
Scoppia un caso: una campagna stampa denigratoria e ostile, una pioggia di lettere anonime, la minaccia della sospensione a divinis per Milani, la denuncia, per Milani e il direttore di Rinascita Luca Pavolini.
Milani si autodifende rincarando la dose in una famosa Lettera ai giudici.
Entrambi gli imputati vengono assolti in primo grado «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo d'appello Pavolini sarà condannato a cinque mesi e dieci giorni,
nel caso del priore «il reato è estinto per morte del reo»: Lorenzo Milani era morto di cancro ai polmoni, a 44 anni, il 26 giugno 1967.

Martedì, 4 Novembre, 2008 - 12:36

IL DISCORSO INTEGRALE DI BARACK OBAMA A BERLINO

IL DISCORSO INTEGRALE DI BARACK OBAMA A BERLINO
(24 luglio 2008)
Ringrazio i cittadini di Berlino e tutto il popolo tedesco. Vorrei ringraziare anche il Cancelliere Signora Merkel e il ministro degli Esteri Steinmeier per l’accoglienza che mi hanno riservato. Grazie al sindaco Wowereit, ringrazio il Senato di Berlino, le forze di polizia. Soprattutto grazie per questo vostro benvenuto.
Io vengo a Berlino seguendo le orme di molti miei concittadini venuti prima di me. Questa sera vi parlo non come candidato alle elezioni presidenziali, ma come cittadino, un cittadino degli Stati Uniti fiero di essere tale e un cittadino del mondo dunque anche vostro concittadino.
So di non somigliare agli altri americani che prima di me hanno tenuto discorsi in questa grande città. La strada che mi ha condotto qui è stata fortuita. Mia madre è nata nell’entroterra d’America, mio padre, invece, è nato in Kenya, dove fin da piccolo pascolava capre. Suo padre, mio nonno, faceva il cuoco e serviva nelle case degli inglesi.
Nel bel mezzo della guerra fredda mio padre decise, e come lui molti che vivevano negli angoli più sperduti della terra, che il suo sogno, la sua grande aspirazione richiedevano, per realizzarsi, la libertà e le opportunità che l’Occidente prometteva. Così scrisse lettere a molte università sparse per tutta l’America finché qualcuno, da qualche parte, raccolse il suo appello per una vita migliore.
Ecco perché sono qui. E voi siete qui perché anche voi conoscete quel tipo di aspettativa. Questa città, più di qualunque altra, conosce l’anelito alla libertà. Voi tutti sapete che la sola ragione per cui siamo qui riuniti stasera è perché donne e uomini di entrambe le nostre nazioni si sono uniti, anche lottando e sacrificandosi, per ottenere questa vita migliore.
Il nostro è un sodalizio cominciato nell’estate di sessant’anni fa, il giorno in cui il primo aereo americano toccò il suolo di Templehof.
All’epoca, gran parte di questo continente era ancora in rovina. Eppure, le macerie di questa città un giorno sarebbero servite a erigere un muro. L’ombra Sovietica si era allungata su tutta l’Europa orientale, mentre in Occidente l’America, la Gran Bretagna e la Francia inventariavano le loro perdite e meditavano su come si sarebbe potuto ricostruire il mondo.
E’ qui che le due parti si sono incontrate. E il 24 giugno 1948 i comunisti decisero di isolare la parte occidentale della città. Tagliarono alimenti e forniture a più di due milioni di tedeschi, cercando così di spegnere l’ultimo guizzo di libertà nella città di Berlino.
Le nostre forze non potevano reggere il confronto con la ben più potente armata sovietica. E tuttavia una nostra ritirata avrebbe permesso al comunismo di marciare sull’Europa. Laddove era finita l’ultima guerra mondiale avrebbe potuto facilmente iniziarne un’altra. Rimaneva un solo ostacolo: Berlino.
E fu allora che cominciò il ponte aereo. Fu allora che la più vasta e più improbabile operazione di soccorso della storia portò cibo e speranza alla gente di questa città.
Tutto sembrava ostacolare il successo dell’operazione. D’inverno il cielo era reso impraticabile da una fitta nebbia e molti aerei furono costretti a tornare indietro senza poter depositare i rifornimenti necessari. Le strade dove siamo oggi in questo momento erano gremite allora di famiglie affamate che nulla proteggeva dal freddo.
Ma anche nelle ore più buie il popolo berlinese manteneva accesa la fiamma della speranza. Era un popolo che si rifiutava di arrendersi. Finché un giorno d’autunno centinaia di migliaia di berlinesi si sono radunati davanti al famoso zoo per ascoltare il sindaco della città che invocava il mondo affinché non rinunciasse al sogno della libertà. “Abbiamo una sola possibilità – disse – che è quella di rimanere uniti finché questa battaglia non sarà vinta… La gente di Berlino ha parlato. Noi tutti abbiamo fatto il nostro dovere e continueremo a farlo. Gente del mondo intero, ora sta a voi fare il vostro dovere… Popoli di tutto il mondo, volgete il vostro sguardo a Berlino!”
Popoli di tutto il mondo rivolgete lo sguardo a Berlino!
Guardate Berlino, dove tedeschi e americani hanno imparato a lavorare insieme e a fidarsi gli uni degli altri ad appena tre anni dalla fine del sanguinoso conflitto che li ha visti nemici.
Guardate Berlino, dove la determinazione di un popolo ha incontrato la generosità del piano Marshall e ha dato vita al miracolo tedesco, dove una vittoria sulla tirannia ha portato al patto atlantico, la più grande alleanza mai stretta per difendere la sicurezza di noi tutti.
Guardate Berlino, dove i buchi delle pallottole negli edifici e nei cupi pilastri poco distanti dalla porta di Brandeburgo ci ricordano che non dobbiamo mai dimenticare la nostra comune appartenenza alla stessa famiglia umana.
Popoli di tutto il mondo guardate Berlino, dove è caduto un muro e un continente si è riunito e la storia ha potuto dimostrare che non esiste sfida troppo ardita per un mondo che non vuole essere diviso.
Sessant’anni dopo il ponte aereo, di nuovo la storia fa appello a tutti noi. Questa storia ci ha condotti a un nuovo bivio, con nuove promesse e nuovi pericoli. Quando voi tedeschi avete abbattuto quel muro – un muro che divideva l'Oriente dall’Occidente, la libertà dalla tirannia, la paura dalla speranza – molti altri muri sono crollati nel resto del mondo. Da Kiev a Cape Town, chiusi i campi di prigionia, aperte le porte alla democrazia. Anche i mercati si sono aperti mentre l’informazione e la tecnologia abbattevano via via ogni ostacolo alla prosperità e alle opportunità di vita. Mentre il ventesimo secolo ci ha insegnato che condividiamo un destino comune, il ventunesimo secolo ci sta svelando un mondo che interagisce intensamente come mai prima nella storia dell’umanità.
La caduta del muro di Berlino ha portato una nuova speranza. Eppure proprio questa riunificazione ha determinato nuovi pericoli che i confini di un solo Paese non riescono a contenere e neanche la distesa di un oceano.
I terroristi dell’11 settembre hanno ordito il loro complotto ad Amburgo e sono stati addestrati a Kandahar e Karachi per poi uccidere sul suolo americano migliaia di persone del mondo intero.
Mentre parliamo, le automobili di Boston e le industrie di Pechino stanno sciogliendo la calotta artica, erodendo le coste dell’Atlantico e portando siccità ai terreni agricoli dal Kansas al Kenya.
Le scorie nucleari malamente custodite nelle centrali della ex Unione Sovietica, o i segreti celati da uno scienziato pachistano potrebbero dar luogo a una bomba da far esplodere, chissà, a Parigi. I papaveri dell’Afghanistan diventano l’eroina che circola qui a Berlino. La povertà e la violenza in Somalia anch’esse alimentano il terrore di domani. Il genocidio nel Darfur ammanta di vergogna la coscienza di noi tutti.
In questo nuovo mondo tali correnti pericolose corrono più veloci dei nostri sforzi per contenerle. Ecco perché non possiamo permetterci di essere divisi. Nessuna nazione per quanto grande e potente può da sola sconfiggere questi nemici. Nessuno di noi può negare queste minacce o scaricare la propria responsabilità nel farvi fronte. Eppure, in assenza dei carri armati sovietici e di quel terribile muro, dimentichiamo con troppa facilità quanto tutto questo sia vero. Se siamo onesti gli uni con gli altri, possiamo riconoscere che a volte, su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo ceduto a una certa divergenza di opinioni dimenticando il nostro destino comune.
In Europa troppo spesso purtroppo si pensa che l’America faccia parte degli aspetti negativi del nostro mondo, invece di essere vista come una forza che può aiutare a renderlo più giusto. In America c’è chi deride e nega l’importanza del ruolo che ha l’Europa nel nostro futuro e nella tutela della nostra sicurezza. In entrambi questi punti di vista manca quell’aspetto di verità che consiste nell’ammettere che gli europei di oggi si fanno carico di nuovi oneri e di nuove responsabilità anche in regioni critiche del mondo, proprio come fecero gli americani costruendo le loro basi nel secolo scorso, basi che tuttora tutelano la sicurezza di questo continente. E allo stesso modo il nostro paese ancora si sacrifica in grande misura per la libertà in tutto il pianeta.
Sì, ci sono state divergenze fra l’America e l’Europa. E senza dubbio altre ce ne saranno in futuro. Tuttavia, gli oneri di questa “cittadinanza globale” continuano a tenerci uniti. Non sarà un cambio della leadership a Washington a sollevarci da queste responsabilità. In questo nuovo secolo, si richiede sia agli americani che agli europei di fare di più , e non certo di meno. La collaborazione e il sodalizio fra nazioni non è una scelta, è una strada obbligata, la sola via da percorrere per proteggere la nostra comune sicurezza e per portare avanti l’umanità di cui tutti siamo parte.
Ecco perché il pericolo più grave fra tutti è quello di permettere che nuovi muri ci dividano. Muri fra gli alleati delle due sponde dell’Atlantico non potranno mai reggere, così come non reggeranno muri che dividano i paesi che hanno tutto da quelli che non hanno niente. Muri fra razze e tribù, fra nativi di uno stato e immigrati, muri che dividano cristiani, mussulmani ed ebrei. Sono questi i muri che oggi ci si chiede di abbattere.
Sappiamo bene che già prima d’oggi muri simili si sono infranti. Dopo secoli di guerre, i popoli europei hanno dato vita a un’Unione fatta di promesse e prosperità. Qui, oggi, ai piedi di questo stele alla vittoria in guerra, noi ci incontriamo nel cuore di un’Europa in pace. Non soltanto è stato abbattuto il muro di Berlino, ma altri ne sono crollati a Belfast, dove protestanti e cattolici hanno trovato un modo per convivere civilmente, nei Balcani, dove grazie alla nostra alleanza atlantica sono finiti i conflitti e i criminali di guerra sono stati consegnati alla giustizia e poi in Sudafrica, dove la lotta di persone coraggiose ha finalmente sconfitto l’Apartheid.
In altre parole, la storia ci ricorda sempre che i muri possono essere abbattuti. Il compito, tuttavia, non è mai facile. Il vero sodalizio e i veri progressi richiedono un lavoro costante e un livello di sacrificio sempre alto. Bisogna condividere il peso dello sviluppo e degli sforzi diplomatici, del progresso e della pace. Bisogna che gli alleati si ascoltino gli uni con gli altri, imparino sempre qualcosa gli uni dagli altri, e soprattutto si fidino gli uni degli altri.
Per questa ragione né all’America né all’Europa è consentito di ripiegarsi su se stesse. L’America non potrebbe avere alleato migliore dell’Europa. E’ arrivato il momento di costruire nuovi ponti su tutto il pianeta, ponti solidi come quello che collega noi americani a voi alleati europei attraverso l’Atlantico. E’ venuto il momento di unirsi attraverso una collaborazione costante, istituzioni forti, sacrifici condivisi e un impegno globale per il progresso, volto ad affrontare le sfide del 21 esimo secolo. Fu questo lo spirito che condusse sopra Berlino gli apparecchi del ponte aereo nel 1948. Fu questo lo spirito che radunò allora il popolo berlinese proprio qui, dove siamo noi stasera. E’ arrivato il momento per il nostro paese, per il vostro, e per tutte le nazioni, di risvegliare quello spirito a nuova vita.
E’ arrivato il momento di sgominare il terrorismo e di prosciugare il pozzo degli estremismi che lo sostengono. Qui si parla di una minaccia reale e nessuno di noi può tirarsi indietro e rifiutare la responsabilità di combatterla. Come siamo stati capaci di fondare la NATO per far fronte all’Unione Sovietica, così saremo in grado di unirci in un nuovo sodalizio globale capace di smantellare la rete (terroristica) che ha colpito il mondo da Madrid ad Amman, da Londra a Bali, da Washington a New York. Se siamo riusciti a vincere la battaglia ideologica contro il comunismo, riusciremo anche a fare fronte comune con la maggioranza dei mussulmani, quelli cioè che rifiutano l’estremismo in quanto fonte di odio anziché di speranza.
E’ arrivato il momento di rinnovare il nostro fermo impegno a snidare i terroristi che minacciano la nostra sicurezza in Afghanistan e i trafficanti che spacciano droga nelle vostre strade. Nessuno auspica la guerra. Prendo atto delle enormi difficoltà in Afghanistan. E tuttavia, il mio e il vostro paese devono puntare al successo di questa prima missione della NATO oltre i confini dell’Europa. Per il popolo Afgano e per la sicurezza di noi tutti, la missione dovrà essere compiuta. L’America non può farcela da sola. Il popolo afgano ha bisogno delle nostre come delle vostre truppe, del nostro come del vostro appoggio per battere Al Qaeda e i Talebani, per far avanzare la sua economia, per riuscire a ricostruire il paese. Troppo alta è la posta in gioco per ritirarsi.
E’ arrivato il momento di ribadire il nostro obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari. Le due superpotenze che si sono affrontate in questa città da una parte all’altra del muro, troppo spesso sono arrivate molto vicine a distruggere ciò che tutti noi abbiamo costruito e che amiamo. Caduto quel muro, non dobbiamo tuttavia abbassare la guardia e assistere senza battere ciglio all’ulteriore espandersi di quell’atomo letale. E’ urgente ormai rendere inoffensivi tutti i detriti nucleari sparsi sul pianeta, fermare la corsa agli armamenti nucleari e ridurre gli arsenali che ormai appartengono a un’altra era. Questo è il momento di perseguire la pace in un mondo definitivamente libero dalle armi nucleari. Per ogni nazione europea, è giunto infine il momento di determinare il proprio futuro, un futuro libero dalle ombre del passato. In questo secolo, abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte, che consolidi al massimo la sicurezza e la prosperità di questo continente, pur non negando un aiuto ad altri. In questo secolo - e proprio in questa “città delle città” - dobbiamo ripudiare la mentalità da guerra fredda che ha funestato il nostro passato e deciderci a collaborare, quando è possibile, con la Russia, a difendere i nostri valori quando è necessario a perseguire un sodalizio che coinvolga la totalità di questo continente.
E’ arrivato il momento di costruire sulla ricchezza che i liberi mercati hanno creato e di suddividere in modo più equo i suoi benefici. Il (libero) commercio ha rappresentato una pietra miliare sul cammino della nostra crescita e dello sviluppo globale. Tuttavia, si tratta di una crescita che non saremo in grado di sostenere se essa rimarrà appannaggio di pochi e non patrimonio di molti. Insieme, dovremo creare un mercato volto a compensare concretamente quel lavoro che ha permesso la ricchezza, e proteggere con forza le nostre popolazioni e il nostro pianeta. E’ giunto il momento di aderire a un mercato che sia davvero libero ed equo per tutti.
Questo è il momento in cui noi tutti dobbiamo contribuire a dare una risposta all’attesa di “un’alba nuova” in Medio Oriente. Il mio paese deve unirsi al vostro e all’Europa tutta nell’indirizzare all’Iran un messaggio chiaro e cioè che dovrà abbandonare le sue ambizioni nucleari. Dobbiamo appoggiare i libanesi che hanno lottato e dato il loro sangue per la democrazia, dobbiamo appoggiare gli israeliani e i palestinesi che sono alla ricerca di una pace lunga e duratura. Malgrado i dissapori del passato, in questo momento il mondo intero dovrebbe aiutare i milioni di iracheni che stanno tentando di ricostruire le loro vite. Questo avverrà anche grazie al passaggio delle consegne al governo iracheno mentre cercheremo di porre fine a questa guerra.
E’ il momento di unirci tutti per salvare questo nostro pianeta. Dobbiamo decidere tutti, unanimemente, che non lasceremo ai nostri figli un pianeta dove le acque degli oceani salgono mentre la siccità e la fame dilagano e tempeste violentissime devastano i nostri paesi. Stabiliamo che ciascuno dei nostri paesi, incluso il mio, dovrà agire per ridurre le emissioni di anidride carbonica nella nostra atmosfera dimostrando la stessa serietà e determinazione di cui la Germania ha sempre dato prova. E’ arrivato il momento di restituire ai nostri figli il loro futuro. E’ arrivato il momento di fare fronte comune.
Ed è anche il momento di incoraggiare coloro che sono rimasti indietro, travolti dalla globalizzazione. Dobbiamo sempre tenere a mente che la guerra fredda, nata proprio in questa città, non fu una guerra per la conquista di terre o di tesori. Sessant’anni fa, gli aerei che sorvolavano Berlino non lanciavano bombe, ma cibo, carbone e caramelle per i bambini. E in quella gara di solidarietà, i piloti vinsero ben più di una battaglia convenzionale. Conquistarono cuori e menti, amore, lealtà e fiducia e non soltanto dagli abitanti di questa città, ma da tutti quelli che seppero della loro impresa nei cieli di Berlino.
Oggi il mondo sta a guardare e ricorderà in futuro quello che stiamo facendo noi qui, e cosa ci proponiamo di fare. Il mondo si chiede se tenderemo la mano ai diseredati negli angoli più oscuri e negletti del pianeta, gente che sogna una vita all’insegna della dignità e delle opportunità, della sicurezza e della giustizia. Se salveremo i bambini del Banghladesh dall’estrema indigenza, se daremo un tetto ai profughi del Chad e se sconfiggeremo il flagello della nostra epoca, l’AIDS.
Si chiede se sosterremo i diritti umani difesi dai dissidenti birmani, i blogger in Iran e gli elettori dello Z.imbabwe. Se daremo un senso alle parole “Mai Più” (“Nie Wieder”) anche nel Darfur.
Tutte le nazioni si chiedono se ci rendiamo conto che l’esempio dato al mondo da ognuno dei nostri paesi è il più forte che possa esistere. Si chiedono se metteremo al bando la tortura e se sosterremo lo stato di diritto. Se accoglieremo gli immigranti provenienti da paesi diversi mettendo fine alle discriminazioni verso chi non ha il nostro stesso colore o la nostra stessa fede. Si chiedono se manterremo la nostra promessa riguardo all’uguaglianza e alle stesse opportunità per tutti. Popolo di Berlino, nazioni di tutto il mondo, questo è il nostro momento, il nostro tempo è arrivato.
So che il mio paese non può dirsi perfetto. Ci sono stati momenti in cui è stato duro mantenere le promesse di libertà e uguaglianza fatte a tutto il nostro popolo. Abbiamo commesso la nostra parte di errori. In alcuni casi, le nostre azioni nel mondo intero non sono state all’altezza delle nostre sia pur migliori intenzioni.
Ma so altrettanto bene quanto io ami l’America. So che per oltre due secoli ci siamo battuti - con costi e sacrifici immensi - per costruire un’unione più solida e per cercare, con l’aiuto di altre nazioni, di dare nuove speranze al mondo. Nessun regno e nessuna tribù ha mai potuto vantare la nostra fedeltà esclusiva, giacché il nostro è un paese dove si parlano tutte le lingue, dove molte diverse culture hanno lasciato nella nostra la loro impronta e dove ogni opinione viene liberamente espressa sulle pubbliche piazze. Quello che ci ha sempre uniti, quello che sostiene tutto il nostro popolo e gli dà forza, quello che attirò mio padre sulle rive dell’America è un concerto di ideali che risponde alle aspirazioni di tutti : poter vivere liberi dalla paura e dalle privazioni, potersi esprimere apertamente, unirsi, associarsi con chi si desideri e infine professare liberamente la propria fede.
Queste sono le stesse aspirazioni che hanno accomunato i destini di nazioni diverse in questa città. Queste aspirazioni sono più forti di qualsiasi cosa voglia dividerci ed è in nome di queste aspirazioni che iniziò il ponte aereo e che le persone libere del mondo intero sono diventate cittadini di Berlino. E’ dunque perseguendo queste aspirazioni che la nuova generazione - la nostra generazione - deve imprimere la sua impronta al mondo.
Popolo di Berlino, popoli del mondo, questa è una sfida di enormi proporzioni. Ci aspetta un lungo cammino. Ma io sono qui fra voi per annunciarvi che siamo gli eredi di una battaglia per la libertà. Siamo un popolo di audaci speranze. Abbiamo gli occhi rivolti al futuro, il cuore traboccante di risolutezza. Teniamo a mente la storia, rispondiamo alla chiamata del nostro destino e, ancora una volta, cambiamo il mondo.
Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 18:08

4 novembre:Non glorificare la guerra - ignoranza e falsi idoli

Ecco alcuni articoli che meritano di essere letti, perchè aiutano a riflettere.

Manifesto – 2.11.08

La Russa: il 4 novembre sarà vacanza
ROMA - Se il 2 novembre «ogni famiglia ricorda i propri morti, così la grande famiglia della Difesa ricorda i propri caduti». Questa volta il ministro Ignazio La Russa si riferisce a «quelli di ieri e quelli di oggi, quei militari che in tutte le epoche sono stati chiamati a servire la patria difendendola o operando per essa fino al sacrificio della propria vita», senza scendere in particolari. Il ministro, in competizione con il titolare del Viminale, il leghista Roberto Maroni, sulla sicurezza, aggiunge che «oggi dobbiamo ricordare anche chi, ispirato dalle stesse motivazioni, ha perduto la vita nell'adempimento del proprio dovere in patria, nella lotta alla criminalità e per cause di servizio». Poiché per il 4 novembre, festa delle forze armate, ha deciso di lanciare una campagna in grande stile, con tanto di spot in televisione, al cinema e negli stadi, il ministro della difesa e «reggente» di Alleanza nazionale annuncia poi a Gr parlamento che la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale «sta per ridiventare non solo festa nazionale, perché lo è già, ma giorno di vacanza, esattamente come lo è il 2 Giugno e come lo è il 25 Aprile». Il novantesimo anniversario del 4 novembre prevede, oltre alla cerimonia a Roma, all'Altare della patria, un week end, il prossimo, con esibizioni delle forze armate in tutti i capoluoghi di regione e il concerto di Andrea Bocelli a Roma, a piazza del Popolo. E il ministero della difesa manderà persino militari nelle scuole, non a sostegno della legge Gelmini, ma per spiegare la prima guerra mondiale.
Non si torni a glorificare la guerra - Domenico Gallo
Come tutti sanno il 4 novembre, anniversario della fine della I guerra mondiale, ricorre la festa delle forze armate e dell'unità nazionale. Quest'anno la celebrazione della festa del 4 novembre sta diventando qualcosa di straordinario per l'attivismo del ministro della Difesa, La Russa, che ha organizzato una lunga serie di manifestazioni di vario genere e ha previsto, persino, l'invio nelle scuole di ufficiali della Forze Armate per celebrare la ricorrenza con gli studenti. In linea di principio non c'è niente di strano che un paese celebri una festa delle proprie forze armate per ricordare i caduti di tutte le guerre e non c'è niente di strano che in Italia questa data venga fissata proprio il 4 novembre, anniversario della resa dell'esercito austriaco e quindi della fine della I guerra mondiale. Tuttavia è innegabile che, in Italia, questa festa sconta un peccato originale. Essa è stata istituita, all'indomani della guerra, per celebrare la «vittoria» di Vittorio Veneto, sotto la spinta dell'esigenza di elaborare il lutto, secondo il vecchio schema della retorica patriottica, trasformando la morte in «sacrificio», in offerta generosa della vita per la salute della collettività. Per questo è stato inventato il rito del «milite ignoto», tumulato nel sacello dell'Altare della Patria il 4 novembre 1921. Nella prima metà del secolo scorso le nostre piazze e le nostre chiese, i nostri municipi si sono ammantati di lapidi che «celebravano» il sacrificio dei nostri combattenti, caduti per la Patria. Nello stesso tempo quelle lapidi chiudevano la bocca a ogni dissenso che potesse mettere in discussione i meccanismi della politica e del potere che quelle morti avevano prodotto. Morire per la Patria era un evento sacro e generoso: solo con questa trasfigurazione ideologica della morte si poteva rendere accettabile alla coscienza collettiva il peso insostenibile del dolore che aveva devastato la vita di quasi tutte le famiglie italiane (la grande guerra aveva prodotto circa 750.000 morti, il doppio dei caduti che si sarebbero avuti con la II guerra mondiale). Se nella seconda metà del secolo scorso quelle lapidi non sono state più erette, e il culto della morte non è stato più celebrato, ciò è avvenuto perché la politica (e la Costituzione) lo ha impedito. Proprio questo vuol dire il ripudio della guerra: che la morte è stata tolta dagli utensili della politica, che deve perseguire i propri legittimi obiettivi con mezzi diversi dalla violenza bellica. Sotto l'egida della Costituzione repubblicana, il mutato clima culturale, politico e istituzionale ha trasformato il senso delle celebrazioni del 4 novembre rispetto all'impostazione originaria. Senonché la situazione è cambiata con l'avvento al governo di un ceto dirigente portatore di una cultura politica estranea, se non configgente, con i valori costituzionali. Con un ministro della difesa che, con riferimento all'Afghanistan, ci ha fatto sapere di non nutrire più alcun «pregiudizio» in ordine al ricorso alla guerra come strumento della politica e che ha trasformato le celebrazioni di momenti della resistenza, come l'8 settembre a Roma, in
occasioni per l'apologia delle bande repubblichine, è evidente che tutto quest'ardore celebrativo nasconde un'operazione ideologica. Il rischio è quello di tornare alle origini e di trasformare nuovamente il 4 novembre in un momento di celebrazione della morte e di glorificazione della guerra: insomma una festa anti-ripudio della guerra. Il 4 novembre bisogna reagire alla fanfara suonata dal pifferaio La Russa, confrontandosi con la memoria storica e mettendo a nudo la falsità dei miti con i quali si è corrotta in passato e, oggi, si sta tentando di nuovo di corrompere la coscienza collettiva. Bisogna ricordare che quella guerra è uscita fuori da ogni schema razionale e che il progresso scientifico applicato all'arte della guerra ha trasformato il conflitto bellico in sterminio di massa e aperto la strada ai fascismi del XX secolo, a ulteriori barbarie e ad altri olocausti. Non si deve dimenticare, ma bisogna di nuovo fare lezione dalle tragedie del passato per evitare che si ripetano nel nostro futuro. La ricorrenza del 4 novembre deve essere utilizzata non per glorificare la guerra, come si accinge a fare il ministro La Russa, ma per celebrare la fine dell'orrendo massacro che ha insanguinato l'Europa e per riproporre l'impegno a salvare le generazioni future dal flagello della guerra che, nel secolo scorso, come recita il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, per ben due volte, nel corso della stessa generazione ha causato sofferenze indicibili all'umanità.
Liberazione – 2.11.08
L'indifferenza arrogante del generale – Emilio Lussu*
Un brano dal libro/diario più bello e famoso
Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell'abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione, il tenente generale Leone. L'ordine del giorno del comandante di corpo d'armata, ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d'esperimentato ardimento».
Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d'ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Sull'attenti, io gli davo le novità del battaglione. - Stia comodo,- mi disse il generale in tono corretto e autoritario. - Dove ha fatto la guerra, finora? - Sempre con la brigata, sul Carso. - E' stato mai ferito? - No, signor generale. - Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai? - Mai, signor generale. A meno che non si vogliano considerare tali alcune ferite leggere che mi hanno permesso di curarmi al battaglione, senza entrare all'ospedale. - No, no, io parlo di ferite serie, di ferite gravi. - Mai, signor generale. - E' molto strano. Come lei mi spiega codesto fatto? - La regione precisa mi sfugge, signor generale, ma certo che io non sono stato mai ferito gravemente. - Ha preso lei parte a tutti i combattimenti della sua brigata? - A tutti. [...] - Molto strano. Per caso, sarebbe lei un timido? [...] - Credo di no, - risposi. - Lo crede o ne è sicuro? - In guerra, non si è sicuri di niente, - risposi io dolcemente. E soggiunsi, con una bozza di sorriso che voleva essere propiziatorio: - neppure di essere sicuri. Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere.[...] - Ama lei la guerra? - Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v'erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere. - Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia università rappresentavo il gruppo degli interventisti. - Questo, - disse il generale con tono terribilmente calmo, - riguarda il passato. Io le chiedo del presente. - La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se … è difficile … Comunque, io faccio il mio dovere -. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: - tutto il mio dovere. - Io non le ho chiesto, - mi disse il generale, - se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati.
Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra. - Amare la guerra!- esclamai io, un po' scoraggiato. Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l'impressione che gli girassero nell'orbita. - Non può rispondere?- incalzava il generale. - Ebbene, io ritengo …certo… mi pare di poter dire… di dover ritenere… Io cercavo una risposta possibile. - Che cosa ritiene lei, insomma? - Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra. - Si metta sull'attenti! Io ero già sull'attenti. - Ah, lei è per la pace? Ora, nella voce del generale v'erano sorpresa e sdegno. - Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all'alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! E' così, signor tenente? - No, signor generale. -E quale pace desidera mai, lei? - Una pace… E l'ispirazione mi venne in aiuto. - Una pace vittoriosa. Il generale parve rassicurarsi. Mi rivolse ancora qualche domanda di servizio e mi pregò di accompagnarlo in linea. Quando fummo in trincea, nel punto più elevato e più vicino alle linee nemiche, in faccia a Monte Fior, mi chiese: - Quale distanza corre qui, fra le nostre trincee e quelle austriache? - Duecentocinquanta metri circa, - risposi. Il generale guardò a lungo e disse: - Qui, ci sono duecentotrenta metri.- E' probabile. - Non è probabile. E' certo. Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto e vi montò sopra, il binocolo agli occhi. Così dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa. - Signor generale, - dissi io, - gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così. Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binocolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un'indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un'automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da noi, continuava a guardare la feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12° compagnia che era in linea, attratti dall'eccezionale spettacolo, s'erano fermati in crocchio nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati.[...] - Se non hai paura, - disse rivolto al caporale, - fa' quello che ha fatto il tuo generale. - Signor sì, - rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente io presi il caporale per il braccio e l'obbligai a ridiscendere. - Gli austriaci, ora, sono avvertiti, - dissi io, - e non sbaglieranno certo il tiro. Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. [...] Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: - Non è niente, signor tenente. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. - E' un eroe, - commentò il generale. - Un vero eroe.
*da "Un anno sull'altipiano"
La riscossa di Vittorio Veneto? E' una pura invenzione - Lorenzo Del Boca*
Nemmeno la storia della prima guerra mondiale ce l'hanno raccontata giusta. I libri di scuola stentano a mettere in evidenza che l'Italia di quel periodo si barcamenava fra coalizioni avversarie tentando di raccattare qualche utile, con il risultato di apparire un paese di piccoli imbrogli. Alla vigilia della dichiarazione di guerra, per un mese, si trovò alleata contemporaneamente con gli austro-ungarici e con i francesi e gli inglesi che già si massacravano sulle loro frontiere. Il nostro esercito le aveva prese anche da Menelik ed era del tutto evidente che non si trovava nelle condizioni di affrontare una guerra. Vittorio Emanuele III restava un re piccolo-piccolo cui avevano dovuto accorciare la sciabola perché non risultasse più lunga delle sue gambe corte. Chi percorre la selva di memoriali dell'epoca s'imbatte, a ogni passo, nella questione dei cappotti che non c'erano.
Mancavano i fucili; mancavano gli automezzi; mancavano i rifornimenti alimentari e non c'erano medicine. Ma, soprattutto, mancavano le idee. Di presunzione, gli ufficiali degli alti comandi ne disponevano in abbondanza e se fossero stati in grado di ottenere risultati proporzionali all'arroganza che esibivano avrebbero conquistato il pianeta. In realtà, riuscirono soltanto a trasformare le prime linee in un lager dove gli uomini ai loro ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche. I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire. Al fronte ci mandarono vagonate di operai e contadini che non erano guerrieri e che la guerra non volevano. Per qualche settimana di addestramento, si trovarono con un bastone in mano. Poi gli misero in spalla un fucile vero che non avevano mai usato e li allinearono in faccia al nemico. Nemmeno i gironi infernali potevano essere più spaventosamente crudeli. Le prime linee erano delle catacombe a cielo aperto che si rincorrevano per centinaia di chilometri. In quelle tane, sparpagliate in un territorio sterminato, i soldati vissero quattro anni come gli uomini delle caverne. Tutti dentro, uno addosso all'altro - come nelle Malebolgie della Divina Commedia - diventando fisicamente insopportabili gli uni agli altri. Ammassati, in quei cunicoli artificiali, dove mangiavano e andavano al gabinetto, resistevano alla puzza che prendeva il cervello e si lasciavano vincere dalla nostalgia, tentavano di dormire quando era necessario risposare e si sforzavano di stare svegli quando montavano di guardia. C'era la guerra lì davanti ma occorreva combattere anche la fame e la sete, la pioggia e la melma, i topi e gli scarafaggi, le cimici e la dissenteria, la febbre e la cancrena che afferrava i piedi e saliva fino alle ginocchia. Il terrore, alla vigilia degli assalti, prendeva la gola. Tuttavia, la battaglia più faticosa si rivelò quella contro gli alti ufficiali che, più salivano di grado, più si comportavano come se avessero a che fare con dei servi della gleba. Per gli alti comandi tormentare quegli uomini in uniforme, con imposizioni vanamente disumane e colpevolmente inutili, sembrava diventato un dovere cui dedicare impegno ed energia.
Verrebbe da sostenere che il conflitto vero e proprio - contro gli austro-ungarici - sarebbe stato una passeggiata, se non ci fossero stati i generali italiani. I guai maggiori di chi combatteva per l'Italia vennero dagli stessi italiani. I comandanti si armarono di ordini assurdi. Pretesero di mandare le truppe all'assalto anche quando ogni logica l'avrebbe sconsigliato. Insistettero nello sfidare le leggi della fisica per fortificare posizioni insostenibili. Per ottenere un'obbedienza supina, fucilarono quelli che apparvero più riottosi o anche solo meno pronti a sacrificarsi. Instaurarono un regime di oppressione che sarebbe risultato odioso per una qualunque dittatura. E provocarono la morte di un numero imprecisato di loro uomini, piazzando le mitragliatrici dei carabinieri dietro le file destinate all'assalto, con la disposizione di aprire il fuoco alla schiena dei soldati, se avessero appena ritardato a lanciarsi fuori dalle trincee. Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati, seduti sulle stufe arroventate dal fuoco per paura di prendersi un raffreddore, spedirono davanti al plotone di esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato. La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente il generalissimo Luigi Cadorna (comandante in capo all'inizio del conflitto) e di impiccare Pietro Badoglio: unica opportunità che l'Italia poteva giocarsi per evitare l'otto settembre 1943. La sconfitta di Caporetto fu un disastro che grida vendetta. Poteva essere evitato e si realizzò solo per il concorso determinante della dabbenaggine dei generali dello Stato Maggiore. Ignoranti con i gradi sulla giubba sacrificarono decine di migliaia di uomini e poi li marchiarono con l'accusa di essere stati dei vigliacchi. In questa occasione, come sempre nella storia tricolore, le polemiche si sprecarono ma restarono rigorosamente sigillate nei palazzi del potere. E alla fine - questa volta ma come sempre - non si riuscì a individuare un colpevole o qualcuno più responsabile degli altri. Anzi, si trovò il modo di premiare l'errore e di ricompensare lo sbaglio. Tornarono tutti a casa con le spalle incurvate dal peso delle medaglie. Invece di licenziarli e chiedere loro il risarcimento per i disastri commessi, preferirono promuoverli, aumentare loro lo stipendio e accettare che continuassero a far danni, in nome dei traguardi raggiunti. Anche la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esiste soltanto sulla carta perché, in quella settimana del 1918, non ci fu nessun assalto e nessuno sfondamento. Gli italiani avanzarono perché gli austriaci si stavano ritirando: e gli austriaci si ritiravano perché era diventato inutile continuare una guerra che era irrimediabilmente perduta. Non a caso il comandante in capo di allora, Armando Diaz - informato di una travolgente avanzata italiana che, evidentemente, non aveva ordinato né che era a conoscenza si stesse sviluppando - tuffò la testa nella cartina geografica, alla ricerca del teatro della sua rivincita. E poiché faticava a individuare il luogo della battaglia, chiese soccorso agli uomini dello Stato Maggiore che gli stavano intorno: «Ma Vittorio Veneto ‘ndo cazzo stà…?»
*presidente dell'Ordine dei giornalisti
Ignoranza e falsi idoli sono consolidate armi di distrazione di massa
Francesco Gesualdi
Se il problema di La Russa fosse l'ignoranza, basterebbe mandargli una copia della lettera che il mio Priore e maestro, don Lorenzo Milani, scrisse ai cappellani militari nel lontano 1965, dalla piccola scuola di Barbiana.
Apprenderebbe, documenti alla mano, che la guerra del ‘15-18 fu un'aggressione all'Austria, una guerra che si poteva evitare:"Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti."
Una guerra di cui vergognarsi, da mantenere nei libri di storia solo per ricordare ai giovani fino a che punto può arrivare il disprezzo di classe: a morire negli assalti alla baionetta non erano gli ufficiali, figli della borghesia, ma i contadini, i montanari, gli analfabeti. Il guaio è che a La Russa non interessa né la storia, né la verità. L'unica cosa che gli interessa è il potere violento, la violenza, la forza, la repressione, come elemento che caratterizza il fascismo e che lo contraddistingue dalle altre forme di potere. Perchè i fascisti propendano per la violenza rimane un mistero, la materia è più da psicologici e psicanalisti, che da ricercatori politici. Ma così è, e se vogliamo capire perchè La Russa vuole tornare a commemorare il 4 novembre nelle scuole d'Italia è da qui che dobbiamo partire. Una richiesta che non va letta come fatto isolato, ma associata a molti altri provvedimenti di questo governo. Un filo rosso, anzi nero, collega la proposta di La Russa al decreto Gelmini e addirittura alle attività che Silvio Berlusconi porta avanti da una vita. Il filo nero si chiama demolizione della democrazia, un progetto che avanza su tre fronti: mantenimento della gente nell'ignoranza, controllo dell'informazione, distrazione e sostituzione del senso di classe. Da oltre trent'anni Berlusconi si dedica al secondo fronte, aveva capito che chi controlla l'informazione controlla non solo le menti, ma la stessa realtà: non è successo ciò che è avvenuto, è successo ciò che la televisione racconta. Così la televisione crea fatti, li distorce, li interpreta, di conseguenza produce opinione, confeziona giudizi, incanala i sentimenti, orienta le scelte, fabbrica eroi e nemici. Tutti sanno che Berlusconi ha vinto grazie alle sue televisioni ed è grave che nei periodi in cui il centrosinistra era al governo non abbia mai introdotto una riforma sul controllo televisivo, non abbia rivisto la legge elettorale, non abbia varato una legge sul conflitto d'interessi. Ed è stata punita. Il pensiero unico ha tanta più possibilità di attecchire quanto più la gente è senza strumenti culturali: nell'ignoranza la complessità spaventa, si rinuncia a capire, si ripiega verso l'informazione sbrigativa, ci si butta nelle braccia di chi ci dà spiegazioni semplici fino ad incoronarlo re. Il progetto autoritario perseguito da Berlusconi ha bisogno di ignoranza, un obiettivo che si ottiene impoverendo la scuola. A questo serve il decreto Gelmini, a declassare così tanto la scuola pubblica da farla diventare parcheggio dei poveri mentre i ricchi fuggono verso le scuole private. Il solito apartheid, che ai figli dei ricchi riserva tempo pieno, classi poco numerose e insegnanti multipli fin dalla materna; ai figli dei poveri orario ridotto, aule sovraffollate, insegnanti insufficienti che al colmo della disperazione rinunciano al ruolo educativo e si trasformano in sorveglianti che annotano sul registro i buoni e cattivi. Ma anche i poveri ignoranti, quando pagano di persona, possono avere un moto di ribellione e possono farsi pericolosi, per questo servono i depistatori, gli addetti alla distrazione di massa che si possono suddividere in due categorie: i fabbricanti di streghe e i fabbricanti di feticci. Ai giorni nostri, il capostipite del primo genere è la Lega Nord che getta la responsabilità di tutti i malanni d'Italia sugli immigrati, la vecchia tattica di incanalare la rabbia verso i più deboli, additandoli come brutti, sporchi, delinquenti e accattoni, mentre i veri ladri se la spassano con la complicità della classe politica: imprenditori, banchieri, assicuratori, palazzinari, mafiosi, che si arricchiscono all'inverosimile grazie alla precarietà del lavoro, alle truffe alle spalle dei risparmiatori, all'evasione fiscale, alla speculazione finanziaria, alla corruzione di stato. Del resto l'operazione non è difficile, fa leva su due paure ataviche. La prima verso la povertà, la miseria: ne abbiamo così tanta paura che cerchiamo di esorcizzarla escludendo ed odiando chi la impersonifica. La seconda verso lo straniero, la cultura fascista ci ha abituati a concepirlo come il nemico e non c'è da stupirsene: non c'è capro espiatorio più comodo di un popolo lontano che la propaganda può dipingere al pari di un diavolo. Così arriviamo all'altra grande operazione di distrazione di massa, la costruzione di idoli, feticci, che hanno lo scopo di camuffare la realtà, distogliere l'attenzione dalle ingiustizie che viviamo. Ed ecco la messa in campo del concetto di patria, il tentativo maldestro di nascondere le divisioni di classe sotto una malcelata unità territoriale minacciata dall'inimicizia dello straniero. Con la sua mossa sulla prima guerra mondiale, La Russa punta a rinfocolare feticci fascisti caduti in disuso. Forse avrebbe preferito farlo evocando una vittoria più moderna, ma la guerra in Afghanistan si prospetta ancora lunga e dagli esiti incerti. In mancanza di meglio va bene anche un'anticaglia di un secolo fa, quantunque debba vedersela con la Lega Nord, suo alleato, che sui confini di patria ha altre idee.
Per parte mi rifaccio ad un altro passaggio della lettera scritta da don Lorenzo Milani ai cappellani militari: "Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 17:16

Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto

Giovedì 6.11 alla Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto
alla Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto
Introduce la serata
IL TRIO
Davide Logiri (piano)- Stefano Scopece (Contrabbasso)- Paolo Traino (batteria)
seguirà una
JAM SESSION
Aperta a tutti i musicisti
Per cena: ARROSTO ALLA ROMANA CON PATATE AL FORNO
L’ingresso mangiando è al solito 10 euro (se potete, mandateci una mail per prenotare, possibilmente in anticipo, martedì/mercoledì).
il solo ingresso 3 euro (ovviamente, in entrambi i casi, con tessera arci).
VI ASPETTIAMO!
Circolo Arci Corvetto, Via Oglio 21, MM Brenta - Milano
Circolo Arci Corvetto, Via Oglio 21, MM Brenta - Milano

Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 17:04

Se non ora quando? Aggiornamento adesioni appello

Se non ora quando?
Appello della Lista Uniti con Dario Fo per Milano
per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese

A Milano la mafia esiste. I fatti dimostrano che nella "capitale finanziaria" la corruzione persiste in modo invasivo. Vincenzo Macrì, componente della Direzione Nazionale Antimafia, assicura che "Milano è la vera capitale della "ndrangheta". Si parla anche di mafia, camorra, sacra corona unita. A testimoniarlo sono fatti giuridicamente sottoposti a procedimenti penali ancora in corso. Politica ed economia intessono relazioni pericolose con esponenti delle cosche.
Diversi sono stati gli omicidi di stampo mafioso commessi negli ultimi mesi, ricordiamo per ultimo Cataldo Aloisio, 34 anni, freddato nel Nord Ovest di Milano da un colpo di pistola alla nuca.
Come spiega Gianni Barbacetto, un potere non più occulto si è insediato nella città e come una idra multitentacolare tende a pervaderne il tessuto sociale, economico e politico.
L'emergenza in città viene indirizzata verso i Rom, oppure verso i furti e le rapine che sono in netto calo negli ultimi anni: il resto non sussiste. Non si comprende che spesso la microcriminalità esiste perché esiste la macrocriminalità delle organizzazioni mafiose.
La mafia a Milano, come scrive nel suo libro Giampiero Rossi, permane ormai da tempo in diversi settori: dai piccoli spacciatori sulla strada ai consulenti finanziari, ai commercialisti, ai direttori di banca negli uffici "ovattati" del centro cittadino, capitale del "business".
La macrocriminalità ricicla il denaro che gli viene fornito da una certa finanza bancaria e di borsa che, pur non essendo organica alla "cosca", rimane complice di un sistema di corruzione e di inquinamento della libera concorrenza.
La mafia è un problema culturale, asserisce Giovanni Impastato, fratello di Peppino. E anche nel Nord la cultura dominante è quella dell'illegalità.

Occorre creare una Commissione di controllo sugli appalti dell'EXPO, una commissione speciale d'inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino: la proposta giace in Consiglio Comunale, nonostante l'apprezzamento trasversale che ha ottenuto.
La società civile, l'associazionismo per la legalità, Don Gino Rigoldi, Libera, intellettuali e uomini di cultura hanno più volte avanzato la proposta, anche precedentemente all'assegnazione dell'EXPO a Milano. Ma l'amministrazione è sempre apparsa sorda di fronte a una richiesta corale di fare fronte all'emergenza dell' illegalità mafiosa, corrosiva della convivenza civile e sociale della nostra città.
Occorre subito attivare ogni forma utile a riportare a Milano la cultura della legalità, che è cultura di democrazia, giustizia sociale ed eguaglianza.

Ti chiediamo di aderire a questo appello che alcune cittadine e cittadini indirizzano all'Amministrazione Comunale affinché si chieda subito e si approvi una Commissione d'Inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia a Milano, coerentemente con quanto sostenuto da più relatori nell'incontro in memoria di Peppino Impastato, tenutosi proprio a Palazzo Marino il 16 settembre 08.

Invia la tua adesione all'indirizzo listafoappello@gmail.com scrivendo:
aderisco all'appello " Se non ora quando? Appello per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese da inviare all'Amministrazione Comunale di Milano".

Adesioni finora pervenute
Basilio Rizzo, Vittorio Agnoletto, Nando dalla Chiesa, Luciano Muhlbauer, Francesca Zajczyk, Alessandro Rizzo, Paolo Cagna Ninchi, Giuseppe Natale, Amalia Navoni, Antonella Fachin, Franco Brughiera, Raffaele Taddeo, Sergio Segio, Tommaso Zampagni, Thomas Schmid, Marco Bersani, Paolo Azioni, Vanni Mirandola, Nello Vescovi, Liborio Francesco Cozzoli, Luisa Spinoso, Renata Sparacio, Francesco Pedrazzi, Giulio Cengia, Guido Gavazzi, Maria Carla Baroni, Alessandro Cangemi, Anna Alziati, Angelo Valdameri, Vincenzo Viola, Rossana Campisi, Fabrizio Casavola, Francesca Mileto Fausto Marchesi, Aligi Maschera, Christian Elevati, Loredana Fantini, Roberto Brambilla, Rolando Mastrodonato, Valerio Imbatti, Aldo Rossetti, Luigi Candreva, Alessandro Guido, Eleonora De Bernardi, Cristina Agosti, Piero Basso, Enrica Torretta, Roberto Cagnoli, Ida Alessandroni, Giampaolo Ferrandini, Ersilia Monti, Stefano Panigada, Giacomo Sicurello, Mirella De Gregorio, Luigi Campolo, Empirio Vito, Emanuele Gabardi, Vincenzo Vasciaveo, Edda Boletti, Saverio Benedetti, Silvano Pasquini, Fabio Ricardi, Camillo Gama Malcher, Cristina Benato, Edgardo Bernasconi, Claudio Armellini, Silvia Biassoni, Pietro Zanisi, Emanuele Concadoro, Mariateresa Lardera, Grazia Casagrande, Simona Platè, Gabriella Benedetti, Enzo Bensi, Massimo Gentili, Stefania Cappelletti, Mercedes Mas, Davide Frigerio, Giovanni Amico, Giogo Nobili, Rosanna Gatti, Andrea Sanclemente, Gabriella Grasso, Paolo Meyer, Giuliana Nichelini, Silvio Agnello, Luca Ariano, Marco Alberti, Claudia Giella, Ibrahîm 'Abd an-Nûr Gabriele Iungo, Gregorio Mantella, Sergio Marinoni, Anna Pedrazzi, Simone Panozzo, Michele Sacerdoti, Luigi Ranzani, Tommaso Botta, Mona Mohamed, Tommaso Dilauro, Maurilio Pogliani, Franco La Spina, Paolo Baruffa, Eliana Scarafaggi, Maurilio Grassi, Pennu, Roberto Prina, Donatela Cabrini, Giulio Cavazioni, Claudia Guastaldi Musso, Biagio Strocchia, Aldo Sachero, Donfrengo, Miriam Garavaglia, Marco Fassino, Luciano Luca Pasetti, Ferdinando Lenoci, Fabio di Falco, Lidia Meriggi, Ennio Riva, Carmen Cavazzoli, Renato Mele, Nadia Barbetti, Teresa Isenburg, Paolo Migliavacca, Monica Rossi, Giancarlo Roncato, Marina Lagori, Mario Bonica, Camilla Notarbartolo, Luisa A. Meldolesi, Bianca Dacomo Annoni, Renato Vallini, Tiziana Marsico, Daniele Gaggianesi, Ester Prestini, Salvatore Fraticelli, Alessandra Durante, Anna Maria Osnaghi, Rino Messina, Mattea Avello, Daniele Leoni, Angela Persici, Ruggero Bogani, Laura Bogani, Armando Costantino, Bruno Giulio, Antonio Lupo, Amanda e Silvio, Vincenzo Modarelli, Cristina Simonini, Alessandra Manzoni, Giuliana De Carli, Renato Merlini, Maria Luisa Sciarra, Federico Marchini, Luciana P. Pellegreffi, Alda Capoferri, Stefania Fuso Nerini, Riccardo Poggi, Maria Rosa Strocchi, Luisa Motta, Giovanna Groppi, Renato Lana, Massimo De Giuli, Guido Bolzani, Tony Rusconi, Romano Miglioli, Guia Faglia, Liborio Francesco Cozzoli, Silvia Olivotti, Ermanno de Gregorio, Annamaria Trebo, Lino de Gregorio, Tina Fusar Poli, Marina Querciagrossa, Giuliana Zoppis, Melissa Corbidge, Emanuela Nava, Davide Radaelli, Paolo Zani, Siliana Silvia Inguaggiato, Ernesto Pedrini, Marisa Gaggini, Giorgio Boccalari, Carla Gnecchi Ruscone, Luca Trada, Francesco Paolella, Edvige Cambiaghi, Carlo Rossi, Adele Rossi, Daniela Rossi, Roberto Zuccolin, Paola Iubatti, Marina Gorla, Pasquale Palena, Paolo Limonta, Elena Tagliaferri, Stefano Levi Della Torre, Marco Tatò, Edoardo Bottini, Davide Pelanda, Simona Bessone, Antonio Frascone, Renata Rambaldi, Tatiana Cazzaniga, Cristina Franceschi, Nicoletta Lucatelli, Francesca Carmi, Federico Mininni, Jacopo Casadei, Sandro Artioli, Carla Dentella, Alessandro Zanardi, Giovanna Ronco, Giovanni Acquati, Franco Calamida, Giuseppina Renzetti, Alfredo Minichini, Patrizia Tovazzi, Roberto Capucciati, Piercarlo Collini, Stefano Costa, Davide Sini, Paola Trotta, Antonio de Cristofaro, Andrea Fedeli, Alberto Risi, Annamaria Palo, Luigia Pasi, Brunella Panici, Vincenzo di Giacomo, Bianca Avigo, Marco Gimmelli
Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 14:59

ROGO DI OPERA: CASSAZIONE ANNULLA ASSOLUZIONE DEL SINDACO FUSCO

ROGO DI OPERA: CASSAZIONE ANNULLA ASSOLUZIONE DEL SINDACO ETTORE FUSCO
di lucmu (del 03/11/2008)
Vi ricordate del rogo di Opera? Era la vigilia di Natale del 2006 e un nutrito gruppo di cittadini operesi, guidato e incitato dal leghista Ettore Fusco e da altri esponenti della Lega e di An, aveva dato alle fiamme le tende della protezione civile, destinate ad ospitare fino a primavera le famiglie rom precedentemente sgomberati dalle baracche di via Ripamonti, nel comune di Milano. Le tende sarebbero poi state rimontate, ma l’assedio, con tanto di insulti e minacce quotidiane, continuò fino all’inizio di febbraio, quando i rom e la Casa della Carità gettarono la spugna e se ne andarono.
Opera fu una sconfitta per la democrazia e la decenza e una vittoria politica per le destre e gli xenofobi. Anzi, fu una sorta di fatto costituente, destinato a fare scuola. Da allora in poi si registrò un crescendo di azioni simili, un po’ dappertutto in Lombardia e successivamente anche oltre. E uno dei principali protagonisti della vicenda capitalizzò la vittoria fino in fondo: nell’aprile del 2008 Ettore Fusco è stato eletto Sindaco di Opera.
Aver permesso a Lega e An -con qualche occasionale appoggio operativo di militanti neofascisti- di averla vinta, significò sdoganare e legittimare azioni razziste e violente contro i rom. Lo stesso comportamento delle autorità preposte alla tutela dell’ordine pubblico fu allora arrendevole, per usare un eufemismo. In sostanza rimasero a guardare. E la medesima tolleranza sarebbe poi stata usata anche dal magistrato, che infatti nel febbraio scorso assolse Ettore Fusco dall’accusa di “istigazione a delinquere”.
Sembrava tutto chiuso, finito, nel peggior modo possibile. Cioè, a Opera non era successo nulla, non ci sono responsabilità, né colpevoli. O meglio, gli unici colpevoli sono quelli che la violenza non l’hanno mai usata: le famiglie rom, prima sgomberati dalla baraccopoli milanese, poi assediati, minacciati e cacciati da Opera.
Invece no, la vicenda non è ancora chiusa. Infatti, venerdì 31 ottobre la Corte di Cassazione ha depositato la sentenza con la quale accoglie il ricorso della Procura di Milano, annullando l’assoluzione e disponendo un nuovo processo per “istigazione a delinquere” contro il Sindaco di Opera, Ettore Fusco.
Una buona notizia, comunque vada a finire, perché vuol dire che è rimasto ancora qualcuno che ritiene i roghi razzisti contro persone indifese, con l’unico fine di garantire un tornaconto politico e personale a qualcuno, non compatibili con lo stato di diritto e la democrazia.

Luciano Muhlbauer
Consigliere Regionale PRC
www.lucianomuhlbauer.it

Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 13:16

progetti per la riqualificazione della Cascina Monluè

Milano, 23 ottobre 2008

 
Alla c.a.
dell'Assessorato allo Sviluppo del Territorio del Comune di Milano;
del Settore Demanio e Patrimonio del Comune di Milano;
della Commissione Territorio, Viabilità e Ambiente del Consiglio di Zona 4 di Milano;
della Commissione Cultura del Consiglio di Zona 4 di Milano;
del Consiglio di Zona 4 e di tutte le sue Componenti
e p.c.
dell’Assessorato al Tempo Libero del Comune di Milano
 
Oggetto: progetti di intervento per la riqualificazione della Cascina Monluè
 
Considerato
 
Che la Cascina Monluè è diventata polo e luogo di interessanti iniziative culturali e aggregative fatte e promosse da associazioni di vario calibro e portata in collaborazione con gli assessorati dell’Amministrazione Comunale di Milano, soprattutto l’Assessorato al tempo Libero, l’Assessorato alla Cultura e, per alcuni convegni di natura sociale, con l’Assessorato all’Educazione e alle Politiche Sociali del Comune di Milano
 
Si considera inoltre
 
Che nella promozione delle iniziative, soprattutto di carattere musicale, non siano state fatte pervenire nell’ estate ultima scorsa le deroghe ai limiti di emissioni acustiche, necessarie e opportune a garantire lo svolgimento degli eventi, a grande impatto civile e che hanno visto una forte partecipazione da parte della cittadinanza
 
In particolare vista
 
La sospensione che in tale circostanza, in particolare l’evento della manifestazione culturale Est is West, promossa dall’ARCI Provinciale di Milano, a cui il Consiglio di Zona 4 da anni esprime il patrocinio, testimoniando l’elevata sensibilità culturale e l’alta considerazione civica riversate con interesse da parte del nostro organismo a tale manifestazione, che trova anche il sostegno da parte dell’Assessorato allo Sport e al Tempo Libero
 
Preso atto
 
Dell’importanza che la Cascina assume nel territorio circoscrizionale, spazio di promozione culturale e aggregativi di alta potenzialità, luogo di riferimento cittadino e regionale di alto interesse sociale, e dell’interrogazione espressa dal sottoscritto e dai colleghi consiglieri, Brunacci, Gentili, Olivieri e Tosi, giovedì 17 luglio in Consiglio di Zona 4, in cui richiedevamo informazioni al Settore competente e alla Direzione dell’ARPA circa la sospensione delle manifestazioni inerenti la programmazione estiva in Cascina
 
preso atto
 
di provvedimenti e progetti di intervento strutturale complessivo volti a riqualificare lo spazio e funzionali a investire su tale luogo, in piena coerenza con la dimensione del programma complessivo di valorizzazione delle cascine presenti sul territorio comunale, di tutela del quadro architettonico storico agricolo, un programma di recupero in una dimensione di aggregazione sociale, culturale e di formazione di eccellenza
 
si chiede
 
-         all'Assessorato allo Sviluppo del Territorio del Comune di Milano se, in una dimensione di promozione di progetti di recupero di cascine presenti sul territorio municipale, nel rispetto della qualità storica agricola e sociale urbanistica dell’area, esiste l’intenzione di provvedere a inserire una proposta di riqualificazione strutturale della Cascina, coinvolgendo i soggetti attivi del territorio e proponenti, negli ultimi anni, programmi qualificati e consolidati di utilizzo dello spazio, mettendo a confronto le varie proposte in merito formulate e prospettando formule adeguate per una gestione partecipata della realtà;
-         Alla Commissione Territorio del Consiglio di Zona 4 e alla Commissione Cultura del Consiglio di Zona 4 di provvedere a inserire all’ordine del giorno di una prossima riunione congiunta di commissione l’analisi della situazione attuale della Cascina e invitare funzionari del Settore competente, Territorio, del Comune di Milano, e Tempo Libero, soggetto che ha palesato interesse all’utilizzo dell’area in diverse occasioni di rilievo culturale, al fine di valutare di concerto con le realtà che hanno promosso iniziative e programmi pubblici possibili progetti di riqualificazione e utilizzo futuro della Cascina, comparando le diverse proposte oggi presenti in materia da parte di diversi attori sociali, tra cui gli studi presentati dall’Architetto Stefano Boeri in merito alla riqualificazione strutturale degli spazi.
 
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Sabato, 1 Novembre, 2008 - 14:04

mafia da nord a sud

L'Associazione Le Girandole vi invita al dibattito:

MAFIA:

da Nord a Sud isole comprese!

Raccontare significa resistere
e resistere significa preparare le condizioni
per un cambiamento
Roberto Saviano

Vi racconteranno:

Gianni Barbacetto
Nando dalla Chiesa
Claudio Fava
Alberto Nobili
Basilio Rizzo
I ragazzi di "Ammazzateci tutti"

Modera:
Antonella Mascali

Milano, lunedì 10 novembre 2008

Ore 20,30

Camera del Lavoro

Corso di Porta Vittoria, 43

Per altre informazioni:

Cell. 338-2518730
e-mail: legirandole@tiscali.it

Venerdì, 31 Ottobre, 2008 - 19:36

Un camion carico di spranghe

Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di CURZIO MALTESE

(Embedded image moved to file: pic27753.jpg)Un camion carico di spranghe e
in piazza Navona è stato il caos

Gli scontri di ieri a Roma
AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che
vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il
mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione
degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti
da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi
minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle
di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati,
paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono
arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente
ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo,
menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o
quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si
muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni,
spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei
tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere
studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra
i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno
sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da
gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo
di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università
di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito
alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!"
dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il
funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei
studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza
la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il
funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa
incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del
funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è
un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La
professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta
al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto
un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe
che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra?
È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino:
"Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma
Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?".
"Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare
passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La
professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico,
è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti
mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non
sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente
parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione,
mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo
allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i
bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete
scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto
letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo
Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano
professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un
intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io
quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti
pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti
devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono
delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della
polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza
pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i
docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine
sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri,
negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce
dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di
polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di
seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di
essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il
tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La
battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro:
"Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si
va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice
questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e
aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il
finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della
Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige
contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza.
Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le
saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di
scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai
sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di
sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano
riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina
ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le
braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente,
Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una
manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si
ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con
la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo
e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di
un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica
che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello
più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai
voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in
piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare
le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da
stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo
giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il
metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
(30 ottobre 2008)

«Facciamo l'ipotesi»
Piero Calamandrei

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un
partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la
Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su
Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole
istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per
impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di
partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere
imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino
sotto il fascismo c'è stata.

Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi
teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a
screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire
le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito,
di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste
scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a
consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono
migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei
cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle
scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la
scuola privata diventa una scuola privilegiata. .

Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di
stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la
prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa
in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che
vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non
controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno
i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare
alle scuole priva te denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole
private denaro pubblico.

(in Scuola Democratica, 20 marzo 1950)

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80419

Venerdì, 31 Ottobre, 2008 - 19:02

Denunciamo Paola Binetti

Adesso basta!
Non è possibile che l’onorevole Paola Binetti (PD) continui impunemente a definire gli omosessuali dei malati, e ad affermare, come oggi avviene sul Corriere della Sera, che le "tendenze omosessuali fortemente radicate possono scaturire nella pedofilia".
È un’ignobile bugia smentita dalla scienza e dall’osservazione clinica sulle patologie sessuali pedofile: l’orientamento sessuale non c’entra nulla con la pedofilia. Inoltre i dati statistici sugli orribili reati perpetrati ai danni dei bambini confermano che la stragrande dei casi sono commessi dai padri, dai parenti, dalla cerchia degli amici, tutti rigorosamente eterosessuali.
Arcigay intende denunciare Paola Binetti per le gravi affermazioni lesive per la dignità di milioni di cittadine e cittadini italiani.

Chiediamo inoltre all’Ordine nazionale dei Medici di pronunciarsi in modo chiaro e definitivo e di prendere le distanze da queste abberranti affermazioni.

C’è da chiedersi infine come la Binetti possa militare in un partito il cui leader, Walter Veltroni, solo una settimana fa, ha denunciato l’omofobia dilagante in Italia.
Per quanto riguarda il Vaticano, che vuole escludere i gay dal sacerdozio, alle nostre affermazioni ironiche di ieri, vogliamo far seguire un appello a tutti i cardinali, vescovi e preti, che sono costretti ad una seconda vita in quanto omosessuali, di far sentire la propria voce e di adoperarsi pubblicamente affinché questa ondata di omofobia dentro la Chiesa possa essere fermata con la forza della testimonianza diretta.
Aurelio Mancuso, Presidente Nazionale Arcigay

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