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.: Il Blog di Alessandro Rizzo
Sei nella categoria Periferie, città policentrica, vivere la città - Torna indietro »
Martedì, 8 Dicembre, 2009 - 13:37

Solidarietà al Cardinale Tettamanzi, ancora faro di umanità

Gli attacchi di matrice squadrista da parte di Calderoli della Lega Nord alla figura del Cardinale Dionigi Tettamanzi sono vergognosi e fortemente inquietanti. Passa l'idea dell'intimidazione, il principio secondo cui chi denuncia e critica, anche dalla propria autorità morale ed organizzativa, il potere amministrativo e politico per venire meno ai valori di solidarietà e di fratellanza deve essere oltraggiato, ingiuriato, offeso.

E' interessante notare come la difesa ideologica e confessionale del cattolicesimo sia puramente strumentale ad acquisire consensi popolari da parte di soggetti ottenebrati dalle paure del diverso, da una xenofobia intrisa di intolleranza e di persecuzione per l'altro. Lo spirito del Vangelo, come invece suggerisce da sempre con le parole e con le azioni il Cardinale Tettamanzi, viene meno, viene cancellato: l'importante è identificare la propria paura e le prprie frustrazioni del vivere quotidiano con l'"invasore" migrante, magari in fuga da luoghi dove guerra, carestia e persecuzioni politiche proseguono in modo barbaro e violento.

Milano ha perso la sua caratteristica ambrosiana di essere una città dell'accoglienza. Tettamanzi ha sottolineato come sia stato un episodio offensivo della dignità umana vedere 25 rom allontanati con la forza brutale dai propri campi, molti dei quali sono bambini, molti dei quali sono donne, molti dei quali sono ragazzi in piena età scolare. L'amministrazione ha dimostrato non solo di essere immatura nella gestione di una questione sociale e umanitaria, ma anche di avere applicato la più efferata disposizione a danno di vite umane, di nuclei familiari, ora separati. Chi predica tanto il valore della famiglia si trova nell'atto quotidiano della gestione della città a esprimere provvedimenti incivili che vedono separare questo nucleo, vedono padri allontanati dai propri figli e dalle proprie mogli, dispersi in contesti alieni, differenti, spesso antagonisti.

Esprimo solidarietà al Cardinale Dionigi Teattamanzi, unico faro spesso di un'alternativa culturale e di una dedizione sociale fortemente impegnata e matura. Ricordo l'anno scorso l'istituzione a opera propria del fondo per gli indigenti e per le famiglie in difficoltà. Ricordo le tante attività che vengono da lui portate avanti in nome di una Chiesa Ambrosiana milanese che ha sempre fatto dell'umanità e della coesione sociale, del riformismo avanzato e della difesa della persona in quanto parte integrante di una comunità i propri capisaldi imperituri e non scalfibili dalle volgari e incivili deliri espressi da un'ignoranza di fondo oltre che da una totale disumanità. 

E' solamente inquietante vedere come la solidarietà con le lotte delle lavoratricie  dei lavoratori, con chi soffre la povertà e la miseria dovuta allo stile opulento e ostantatamente ricco della città, insostenibile dal punto di vista sociale, etico ed ecologico, con chi viene da lontano fuggendo crimini contro l'umanità perpetrati in modo vile e ignobile, oppure con chi cerca di sopravvivere, spesso forte di una grande cultura e professionalità, provenga da questa grande e nobile figura, mentre l'amministrazione spesso è silente, inoperosa, inattiva, molto spesso propone direttive che operano per la divisione sociale, l'emarginazione, la solitudine.

Grazie Cardinale le sue parole come sempre rappresentano ancora uno spiraglio di speranza per una rinascita civile oltre che sociale e culturale di questa città offesa e vilipesa da strumentalizzazioni grossolane e vergognose di un'ignoranza abissale e di un'aggressività ferina. 

Alessandro Rizzo

Capogruppo La Sinistra - Uniti con Dario Fo

Consiglio di Zona 4 Milano

Lunedì, 7 Dicembre, 2009 - 17:49

Gli Ambrogini d'oro: non rappresentano Milano

Sono esterefatto da quanto il titolo al presente intervento da me postato sia assolutamente fedele alla realtà, se non addirittura maggiormente rappresentante la triste situazione. Gli Amborgini d'oro non rappresentano la città: è vero. Ma non solo: oserei affermare che le scelte indicate nell'assegnazione delle benemerenze e dei titoli siano affette da una parzialità ideologica senza precedenti, arrecando una lacerazione profonda al tessuto sociale e culturale della città. Mi domando ancora alcune nomine quale senso politico, sociale e storico abbiano per la nostra città. Io non mi sento rappresentato in quanto cittadino in primis. Milano è la città dell'intolleranza e della perseguibilità del migrante? Sembrerebbe così nell'apprendere che il Nucleo tutela trasporto pubblico ha ricevuto il titolo cittadino. Ebbene io non mi sento rappresentato da chi dirige alcuni lavoratori ATM a costituire una vera e propria azione di persecuzione nei confronti di persone, spesso donne, spesso bambini, senza permesso di soggiorno. La caccia alle streghe ha terminato la sua esistenza nello scorso medioevo. Sembrava essere ritornata quando si apprendeva dalla stampa, sempre la stampa è l'unica fonte originaria di ogni informazione su disposizioni comunali, che veri e propri autobus dirottavano migranti senza permesso di soggiorno verso le Questure, non rientando questa funzione nel compito dei controllori di viaggio dei mezzi di trasporto pubblico, generalizzando l'intervento tramite un'azione sommaria e lesiva dei diritti umani e civili della persona, calpestando la dignità di esseri umani, spesso sfruttati dal lavoro nero tollerato nella città dell'EXPO 2015, ricordiamo che l'ultima vittima in un cantiere era un ragazzo egiziano senza permesso di soggiorno e senza contratto regolare, senza una ponderazione accurata delle motivazioni che hanno portato alla scadenza del permesso di soggiorno. Certamente il tutto è la conseguenza di una legge irricevibile per uno stato di diritto quale la legge sul reato di clandestinità posta in essere dal presente governo: ma come conseguenza vede uno zelo ossequioso ed efficente da parte dell'amministrazione comunale nella sua impietosa adozione.  Ma che dire, poi, dell'attribuzione del riconoscimento a Marina Berlusconi, nomina che sembra sempre di più strumentale per il sindaco ad attivare una captatio benevolntiae nei riguardi del padre di quest'ultima? E cosa poter considerare difronte al conferimento del titolo al direttore di Libero, Maurizo Belpietro, dal momento in cui è stato oggetto di forti critiche da parte della FNSI per alcuni servizi posti sul quotidiano? Due anni fa la maggioranza di centrodestra aveva negato con atto alquanto discutibile e poco urbano il riconoscimento a Enzo Biagi, grande e stimato giornalista dei nostri tempi, offendendo la memoria di una grande personalità che ha saputo dare molto alla propria città, città che gli ha negato postumo il riconoscimento a lui dovuto; oggi il centrodestra attribuisce a Belpietro un riconoscimento che non è certamente rappresentativo della comunità civile e del sostrato culturale della nostra metropoli.

A Marina Berlusconi viene assegnato il più grande titolo che Milano possa esprimere, mentre gli operai dell'INSE sono stati considerati dal capogruppo PdL in Consiglio Comunale come non opportuni da essere riconosciuti da parte dell'amministrazione per modalità estreme con cui hanno difeso il proprio lavoro, la prpria dignità sociale, ma anche un polo industriale importante economicamente per la città e in pericolo a essere venduto al miglior offerente. Trovo assolutamente preoccupante leggere queste scelte come scelte rappreentative della città. Considero altrettanto grave che tali scelte siano state fatte senza nessun tipo di ricerca di convergenza non dico universale ma ampia da parte della maggioranza. Sono state scelte quest'anno compiute nella totale autoreferenzialità, imprese da un atteggiamento e una modalità priva di dialogo, di maturità amministrativa, di condivisione di un percorso universalmente considerato come civicamente nobile. E' inquietante apprendere come certe scelte siano state fatte con una forzatura da parte della maggioranza riducendole a qualcosa di lontano per la città, di alieno per il suo tessuto civile, di fortemente estraneo alla sua cultura.

E' una contraddizione notare come si sia deciso di affrontare la prima serata di inaugurazione dell'anno lirico della Scala all'insegna della sobiretà, venendo ad avvallare le giuste critiche che venivano mosse dai movimenti ambientalisti e associazioni dei lavoratori in questi 32 anni, e anticipando l'esecuzione della Carmen con un minuto di silenzio per le migliaia di lavoratrici e di lavoratori che non vedono rinnovato il loro contratto, o perchè licenziati, cassintegrati per la crisi che sta ammorbando la nostra produzione economica, senza alcune risposte adeguate da parte del Governo, mentre si offende chi utilizza gli unici strumenti di tutela e di rivendicazione dei propri diritti anche per gli interessi economici della città, quali gli operai dell'INSE quest'estate.

Alessandro Rizzo

Capogruppo La Sinistra - Uniti con Dario Fo

Consiglio di Zona 4 di Milano

Giovedì, 12 Novembre, 2009 - 11:26

Cromosomi xx: quando l’arte emancipa le donne

In occasione della settimana contro la violenza sulle donne un pomeriggio dedicato all'arte al femminile con performance teatrali e un video concerto.
Introduce l'evento un incontro con Amnesty International.

Evento organizzato da Circolo Equinozio con il patrocinio di Regione Lombardia.
Un Evento con: Emanuele Scataglini, Barbara Rosenberg, Livio Boccioni, Simona Ferrara, Lucia Mulas Andrea Luzzi

 

Data:
sabato 28 novembre 2009
Ora:
16.15 - 19.15
Luogo:
Biblioteca Valvassori Peroni, via Valvassori Peroni 56

 

Lunedì, 9 Novembre, 2009 - 16:54

Il Museo del Novecento: under construction?

Passavo ieri sera per Via Mazzini per andare verso Piazza Diaz e sulla mia sinistra lungo tutto l'edificio dell'Arengario capeggiava un cartellone arrecante una scritta piuttosto interesante dal punto di vista dell'impatto grafico: "Museo del Novecento 9.."
Rimane un enorme dubbio che incombe sulla cittadinanza: quando sarà attivo il Museo? Quando avranno compimento i lavori e i cantieri che stanno risistemando internamente il palazzo?
In un articolo apparso in rete su 02blog.it si faceva riferimento a una copertura di 22 milioni di euro per la realizzazione dell'opera e il suo completamento e si definiva nel dicembre 2009 la data di ultimazione dell'opera. L'APT è stato spostato dal dicembre 2006 dall'Arengario, sua sede storica, al vecchio Albergo presente presso Via Foscolo. I lavori prevedono interventi strutturali di elevata portata all'interno dell'Arengario, tanto da ipotizzare un "tubo trasparente" che condurrà direttamente le persone dalla metrò all'ingresso al museo. Il Museo ospiterà opere maggiormente novecentesche: dai futuristi a notevoli esponenti della corrente moderna tra cui Pellizza da Volpedo, di cui troveremo collocato l'epico quadro de Il quarto stato.
Nello stesso intervento si denunciava come i lavori potessero essere trasparentemente seguiti dalla cittadinanza tramite il sito presente in rete, dove saranno seguite le varie fasi del cantiere.
L'ultimo dato, in realtà, non è proprio conseguentemente ottemperato in quanto il sito trova un home page con recata la dicitura classica "unider costruction", mentre già si sanno i nomi del direttore artistico, del presidente e dei componenti del consiglio di amministrazione del Museo.
Le domande rimangono in gran parte inevase, e le riformulo:
1. quando saranno completati i lavori e se la dead line prevista in dicembre 2009 sarà ottemperata?
2. quali volumetrie saranno interessate per la struttura e come si comporrà il museo nel suo complesso (stanze, sezioni, opere ospitate, ufici amministratrivi e burocratici, spazi interattivi di accesso alle conoscenze, aree per mostre temporanee ...)?
3. quanto è costato il lavroo complessivo di intervento e come sono state reperite le risorse per la copertura del progetto?
4. quando sarà reso funzionante e accessibile il museo da parte dell'utenza?
5. il rapporto esistente tra Comune e la gestione artistica del Museo, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista della programmazione artistica complessiva?

Attendo risposte adeguate dai diretti responsabili dei settori pertinenti e amministratori del Comune di Milano.
Potrà essere il Museo patrimonio nuovo della città a livello culturale? E se sì come e quando potrà esserlo?

Un caro saluto
Alessandro Rizzo
Capogruppo La Sinistra - Uniti con Dario Fo
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 13 Ottobre, 2009 - 13:34

Un botellon in pieno centro: è fattibile?

Un botellon di matrice spagnola può avvenire a Milano? La domanda sorge spontanea nell'apprendere le intenzioni del Vicesindaco Decorato di dedicare piazze e spazi pubblici affinchè giovani di ogni fascia sociale e culturale possano trovarsi autonomamente, bevendo, cantando, parlando, confrontandosi liberamente, senza necessità di transitare da un locale all'altro, spendendo cifre pesanti ogni sera in contesti spesso ostili, data la presenza prossima di residenti lamentanti l'eccessivo chiasso. 
La proposta potrebbe avere un senso a Milano, ma i luoghi che l'amministrazione sarebbe intenzionata, siamo ancora nella fase dell'idealismo, a concedere sono alquanto singolari nell'attuale confromazione socio culturale della metropoli. Decorato parla di Piazza Duomo, Piazza Cordusio, Piazzetta Affari fino ad arrivare a Piazza San Babila come spazi deputati e recepire questa richiesta, ormai divenuta molto sostanziosa e pressante, derivante dalle fasce generazionali più giovani. Qualche giorno fa alcuni ragazzi si sono dati appuntamento a Piazza Leonardo da Vinci tramite messaggi via rete, via cellulare, aprendo gruppi di eventi su facebook, invitando tramite twitter e skype diversi propri coetanei al raduno. Era, questa, una risposta alla politica "law and order" che ha sempre visto un vicesindaco impegnato a recintare piazze pubbliche e luoghi aperti onde evitare "ragruppamenti" e "crocchi" di persone, recanti nocumento ai tranquilli sogni dei residenti. A questo dato di fatto l'amministrazione ha risposto di essere disponibile a dare avvio istituzionale a questa pratica. Peccato, però, che i luoghi individuati non siano molto appetibili per la tipologia di incontri notturni dei giovani: sono prettamente deserti durante le ore notturne, privi di locali aperti, totalmente inarrivabili per chi, sono molti, vengono dalle città della provincia o della prossima periferia attraverso l'auto privata, dato che il servizio di trasporto pubblico a Milano è totalmente assente da una certa ora della sera (l'una circa, con un rarefarsi dei passaggi dei mezzi pubblici su diverse linee già a partire dalle 20,30, come testimonia negli ultimi mesi il peggioramento del servizio persino sulle linee metropolitane).
Qualcuno dall'opposizione aveva proposto il bus notturno di servizio di trasporto per giovani che abitano in zone non beneficiate da un adeguato servizio di trasporto pubblico notturno (l'80% minimo dei casi). Questa proposta è stata assolutamente inevasa dall'amministrazione, che ha proseguito a risolvere, ma è un problema mi domando, la questione della Movida con proposte che favorivano una parte in causa, residenti disturbati e infastiditi dall'eccesso di rumore, a discapito di una copiosa porzione di popolazione giovanile che vive la notte come opportunità di incontro e di divertimento.
Il centro della città, caso strano che accade solo in una città come Milano da definirsi fuori dall'Europa in ambito di vivibilità, non è copetro da un servizio continuativo ed efficente di servizio pubblico di trasporto nelle ore notturne, a differenza di Londra, Berlino, Parigi, Barcellona, dove certamente il costo dei biglietti è sostenuto; dove certamente le metropolitane cessano di funzionare alle 00,30/01.00, anche se le corse sono frequenti e sono distanziate da massimo 2 minuti di attesa; dove, infine, esiste un servizio sostitutivo efficente e puntuale che garantisce la copertura del servizio di trasporto lungo l'arco di tutta la giornata composta da 24 ore. Il centro della città non è attraversabile, rebus sic stantibus la disfunzione del servizio di trasporto pubblico, neppure dall'unico mezzo di trasporto assicurabile per tutta la notte: l'automobile.
Penso che un'ipotesi di questo tipo sia stata fatta senza previamente:
a. sentire le esigenze dei diretti interessati, i giovani, che vengono sempre più estromessi dalla responsabilità di condividere scelte che riguardano la città e la collettività, nonostante le promesse di tavoli di confronto, il cui esito ancora non è dato sapersi;
b. prevedere un monitoragio delle esigenze e delle necessità, al fine di calibrare interventi che possano rendere attuative certe proposte (l'efficenza del mezzo di trasporto pubblico, la copertura di un'adeguata mobilità sostenibile e accessibile a livello sociale, oltre che ecologico" e umano, la presenza di spazi di aggregazione che non siano solamente commerciali, così come anche di iniziative pubbliche collettive che possano garantire un contenuto sociale e culturale al condividere insieme diverse ore in necessario e plausibile divertimento);
c. dare avvio a una cessione di responsabilità alle nuove generazioni che devono essere le protagoniste primarie di un governo della notte cittadina e metropolitana, dato che la richiesta di vivere la notte è ormai un dato di fatto ineludibile, e dato l'aumento esponenziale di plusvalore derivante e derivabile in termini di qualità di vita della città.

Accolgo con favore un punto positivo della questione: la minima e direi ancora ipotetica intenzione, non riscontrabile comunque da parte di nessun provvedimento concreto, del vicensindaco di sospendere la politica degli interventi a effetto, quindi superficiali nella loro portata e, pertanto, fallimentari, delle recintazioni e degli sbarramenti. Ma è un minimo e timido passo che ancora necessita di perfezionamento, miglioramento, di un'adeguata analisi e ponderazione, nonchè di una doverosa condivisione nel metodo.

Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo La Sinistra
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 15 Settembre, 2009 - 16:10

La polizia sgombera il liceo serale Gandhi

Gli studenti avevano trascorso la notte all’interno dell’edificio per protestare "contro l’intenzione del Comune di chiudere in maniera pressoché totale i quattro indirizzi della scuola, fatta eccezione per due classi"
di Lucia Landoni
Sgomberati dalla polizia alle 7.30 del mattino, a Milano, con una procedura che ricorda quelle adottate per i campi nomadi non autorizzati. È finita così l’avventura dei 30 studenti che avevano occupato il liceo civico serale Gandhi. I ragazzi avevano trascorso la notte all’interno dell’edificio per protestare "contro l’intenzione del Comune di chiudere in maniera pressoché totale i quattro indirizzi della scuola, fatta eccezione per due classi".

FOTO http://milano.repubblica.it/multimedia/home/9263628

Non era peraltro la prima iniziativa messa in atto dagli studenti del liceo in piazza XXV Aprile: dallo scorso 7 settembre erano in presidio permanente all’ingresso dell’istituto e avevano cercato di far sentire la loro voce anche tramite manifestazioni di fronte alla sede dell’assessorato all’Istruzione del Comune di Milano. Lo sgombero arriva all’indomani di un primo giorno di scuola caratterizzato da picchetti e volantinaggi anti Gelmini in molti istituti della città

Martedì, 28 Luglio, 2009 - 13:16

Sul provvedimento delle "cancellate telescopiche" a San Lorenzo

Non ho ancora capito, escluse le dichiarazioni "programmatiche" e di intenti degli assessori, che cosa significhino termini come "cancellata telescopica", oppure "servizi igienici cosiddetti ‘telescopici’ (a scomparsa)". Ritorniamo a una questione aperta ormai da alcuni anni, conseguenza della "desertificazione" del centro di Milano, antecedentemente cuore pulsante vitale e serale, notturno, della città, ora solo proprietà reale di ditte, finanziarie e uffici amministrativi. Lo svuotamento del centro, progressivo negli ultimi 15 anni, ha visto associazioni e centri culturali abbandonare il tessuto storico e architettonico della metropoli, a causa di aumenti dei canoni di affitto o a causa di una svendita totale del patrimonio demaminale del Comune, con conseguente abbandono di realtà non a scopo di lucro ma cultutrali dei locali. La cartolarizzazione di gran parte degli edifici presenti nel centro di Milano e non solo proseguono su questa strada, mentre si parla, ricordo proprio l'Assessore Cadeo, dell'esigenza di riportare nel centro i locali oggi concentratisi in alcune circoscritte zone di Milano: Navigli, Darsena, Isola Garibaldi, Piazzale Sempione. Non si comprende una questione: la natura del divertimento notturno e serale che la città offre a un numero sempre più cospicuo di giovani, di qualsiasi fascia di età, che richiedono spazi dove socializzare e dove poter trascorrere ore tranquille con i propri coetanei. Da una parte si penalizza il godimento universale da parte di tutte e di tutti degli spazi pubblici, ponendo inferriate, cancellate, transenne, come se il "problema" del disordine pubblico non si spostasse e finisse magicamente, dall'altra si pensa che la Movida debba essere considerata solo un trasferimento continuo e ossessivo di gruppi di giovani e di ragazzi da un locale all'altro nella spinta più sfrenata e deleteria al consumo fine a sè stesso. Parlavo due anni fa di "Agorà" e ritorno a proporre questa idea, questo concetto, che non si vanifica in una semplice, seppure nobile e altisonante, parola. E' chiaro ed è giusto preservare, seppure non comprenda in che modo e in che portata, un Monumento storico della città quale la Basilica di San Lorenzo: ma è anche giusto considerare che se esistono soggetti che esprimono comportamenti deviati tali da metter ein pericolo un monumento unico significa che è asssente una strategia culturale che civilizzi le coscienze delle nuove generazioni, seppure non siano sempre imputabili di atti vandalici contro monumenti storici, ad apprezzare la città, la sua storia, la sua dimensione architettonica e sociale. Ho apprezzato, apprezzo ancora, l'exit strategy adottata dal neo nominato Assessore ai Giovani e al Tempo Libero, Alan Rizzi, perchè improntata su una dimensione, almeno in apparenza, ma non per questo non degno di fiducia, alternativa rispetto alla linea "law and order" dell'Assessore Vicesindaco Decorato. Con il dialogo tra le parti interessate, i giovani, in primis interessati e coinvolgibili, i residenti, i commercianti, l'amministrazione territoriale comunale, le associazioni del territorio si può trovare soluzioni che diano la consapevolezza responsabilizzante di essere parte di una comunità e di voler insieme, ognuna e ognuno nel proprio ambito e con il prezioso contributo personale e categoriale, valorizzare il territorio comune, attraverso comportamenti e iniziative, dalle diverse entità e nature. Ma mi spiace constatare che dalla nascita del Tavolo interassessorile e del confronto con le parti attrici interessate ancora si pervenga a formule poco efficaci, assolutamente inadeguate e, spesso, inutili a emarginare le forme di devianza e di disordine che possono crearsi nelle ore serali. Si parla ancora di transenne, di recinti, si delinea la linea proibizionistica della repressione del consumo di bevande alcoliche, divieto esistente per legge e che prevede, senza necessità di forme e misure eccezionali ultranee, forme sanzionatorie per i commercianti e i venditori. Si vuole iniziare un percorso diverso, che sia coerente con le intenzioni, che ancora sposo e condivido dell'Assessore Alan Rizzi di definire una politica di dialogo tra le parti interessate e di arricchimento civico di una Movida che diventa espressione attuale di uno sterile consumerismo senza contenuti? Ripartiamo e riproponiamo l'Agorà cittadina, il luogo di libera espressione e fruizione dei saperi e delle conoscenze, in un'ottica cultura di condivisione e di confronto? Vogliamo mettere alla prova le persone maggiormente interessate a vivere la città nelle ore serali, e spesso penalizzate in modo generalizzante di certi provvedimenti restrittivi, ossia i giovani, la cui esigenza di rimanere fuori alla sera è indefferibile, comune ai loro coetanei europei nelle maggiori città continentali, dove si convive pacificamente con questo bisogno sociale inderogabile, senza parlare di "disordine pubblico", di "orde di persone che mettono a repentaglio la quiete notturna", di masse informi che violano la sacralità dei monumenti? Diamo anche ai giovani un ruolo responsabilizzante, offrendo a loro gli spazi pubblici cittadini con la calusola della gestione del "buon padre di famiglia", si direbbe, ossia del senso civico e civile di fare parte di una comunità e di una collettività, fatta di patrimoni comuni e universali. Occorre uscire da visioni arcaiche e anacronistiche di paternalismo ferreo, e avanziamo verso a una suddivisione delle responsabilità in un'ottica di cittadinanza universale e comune.

 

Alessandro Rizzo

Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - GRUPPO LA SINISTRA

Consiglio di Zona 4 Milano

Lunedì, 1 Giugno, 2009 - 13:21

La Movida è in crisi: occorre renderla ricca di cultura

La Movida incassa meno rispetto all'anno scorso: in emdia per persona un locale incassava 10 euro, mentre da quest'anno l'incasso pro capite risulta essere di 7 euro. Come dato è abbastanza indicativo di una crisi ormai globale, ma non è possibile considerare il tutto dovuto alla crisi stessa. L'amministrazione comunale ha promosso finora politiche di privatizzazione dei territori, delle sedi associazionsitiche, degli spazi pubblici, rendendoli inaccessibili al pubblico, transennati, sbarrati nell'entrata. La cultura del privato e del sicuritarismo, miste alle logiche dell'emarginazione e dell'esclusione, dell'assenza di dialogo e delle dimensioni corporative e consociative hanno manifestato il loro fallimento. Occorre ripensare alla gestione della sera milanese, affidandola ai territori, ai giovani e ai commercianti, in stretta sinergia con le associazioni culturali della città. Non è pensabile parlare solo di "mercato" del divertimento: l'indice del mercato nella sua totalità è in forte degrado, in forte crisi, non riesce a superare le dinamiche di un abbattimento finanziario e fiscale che vede vittime le persone stesse che non riescono a raggiungere neppure la seconda settimana del mese. Bisogna pensare a una città che sappia accogliere, senza parlare di movida come questione affidabile al libero spirito di impresa. Il dialogo tra le varie categorie deve nascere, crescere, attivarsi, affinchè si sappia costruire un momento di condivisione comune che dia valore aggiunto a una città che disperatamente sta soffocando, alienandosi, privandosi della propria umanità e socialità. E' giunto il momento di dare un nuovo sviluppo alle idee e alle proposte che sappiano riprendere il pubblico ruolo degli spazi presenti nella città: dai locali, che con una gestione coordinata arriccherebbero di contenuti i meri esercizi commerciali di vendita e di offerta di bevande, alle piazze, alle strade che potrebbero diventare luoghi e agorà artistiche, teatrali, musicali, alla definizione di nuovi teatri sperimentali, di una politica dell'accesso alla cultura democratico, popolare, maggiormente condiviso. Occorre pensare alla cultura a Milano. Occorre cambiare rotta e le serate a Milano non saranno oggetto di cronaca quotidiana sterilmente considerate come "affare privato di mercato degli esercizi locali" oppure, ancora peggio, oggetto di provvedimenti sicuritari. L'emarginazione crea emarginazione, l'esclusione crea esclusione: la uotezza di contenuti e di offerte crea isolamento e desolazione, elementi che coltivano un senso di degrado e di assenza di civiltà. Poniamo fine alla stagione di Milano come grande luogo commerciale e finanziario, rendendola città vivibile? L'offerta cultura deve arricchire le serate milanesi: la cultura è parte integrante di un nuovo welfare, di un nuovo vivere bene, vivere socialmente, vivere insieme.

Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - GRUPPO LA SINISTRA
Consiglio di Zona 4 Milano

Candidato al Consiglio provinciale
Lista Un'Altra provincia - Massimo Gatti Presidente

Lunedì, 1 Giugno, 2009 - 12:21

Narrazioni, divagazioni, esternazioni: prima tappa dell’ecomuseo

Un’esplorazione creativa della Cuccagna e del suo territorio. Un gruppo multisciplinare in gioco per costruire un primo magazzino di idee ed esperienze per il nascente ecomuseo. Il workshop “Narrazioni, divagazioni, esternazioni” nel week end del 13 e 14 di giugno. Seguite i lavori e i risultati durante l’aperitivo del 14 di giugno alle 19:00 in Cascina: non un semplice aperitivo, ma un aperitivo con l’asta!
Il 13 e il 14 giugno la Cascina Cuccagna attiva il workshop creativo “Narrazioni, divagazioni, esternazioni” come prima tappa pubblica del costituendo ecomuseo urbano della Cascina Cuccagna.
L’ecomuseo urbano della Cascina Cuccagna si propone di interpretare la creatività e la memoria della città e delle persone che la vivono, strutturando narrazioni, percorsi di conoscenza e di creatività, dando spazio alla lettura e al racconto del territorio, in un luogo da vivere e non da “consumare”.
L’ecomuseo urbano è uno dei molti progetti strategici che la Cascina Cuccagna sta portando avanti in questo periodo, nell’ottica di costruire il centro polifunzionale e di dar vita a uno spazio di aggregazione ricco di idee e persone e partecipato.
Con il workshop un gruppo multidisciplinare di architetti, comunicatori, creativi, curatori d’arte, ma anche scienziati e video maker, esperti di scienze sociali e manager culturali, si metterà in gioco, nell’esplorazione del territorio e nella rielaborazione dei temi chiave e delle “storie” suggerite dalla città e raccolte lungo il cammino.
Una caccia di parole, di immagini, di suoni, con l’obiettivo di costruire un primo magazzino di idee e di esperienze per l’ecomuseo nascente. I risultati del lavoro saranno presentati il 14 giugno, durante un rinfresco aperto alla cittadinanza.
Questa sarà l’occasione anche per mettere all’asta le borse dell’ecomuseo disegnate, come output creativo del workshop, e contribuire così alla realizzazione del restauro della Cascina.
 
La Progettazione e la gestione del workshop è a cura di Noemi Satta, responsabile del progetto ecomuseo per la Cascina Cuccagna, insieme a Myriam Sabolla, Alessandra Licheri, Umberto Gillio.
14 giugno: dalle 19:00 L’aperitivo con l’asta!, Cascina Cuccagna, via Cuccagna/angolo via Muratori
ecomuseocuccagna@yahoogroups.com
info@noemisatta.com
Sabato, 30 Maggio, 2009 - 18:08

Non sono i soldati la risposta al traffico di droga sulla Darsena

Il Vicesindaco Decorato ha deciso di mandare i soldati ai Navigli, nella Darsena e nelle zone adiacenti, per reprimere il fenomeno diffuso dello spaccio di droga che nelle ore notturne avviene in quel quartiere. Di un fatto si è accorto, seppure persegua la stessa condotta amministrativa della risposta dal pugno di ferro e autoritaria, il vicesindaco: il fenomeno del commercio di sostanze stupefacenti si sposta all'interno della città dei quartieri della Movida. Prima era in Corso Como, poi in Corso Garibaldi, ora è in Darsena, alle Colonne di San Lorenzo. Forse, on. Decorato, queste conseguenze che si ripetono diffusamente e costantemente fanno presagire che il metodo adottato, il concetto dei divieti, delle transenne e della presenza di camionette di militari non è efficace. Si spera che un cambiamento delle risposte a questo problema avvenga, dato che si impone come necessario. I pusher sono presenti nella zona dei Navigli: Via Gola, strada che si trova all'interno della grande via che costeggia il Naviglio, ha visto diversi fermi e arresti di mercanti della droga. La militarizzazione della zona, di una nuova zona, non è certamente una giusta ipotesi, soprattutto se si considera che non è comprensibile il limite e la differenza che intercorre tra le competenze della Polizia, della Polizia Municipale, spesso impiegata in azioni che spetterebbero alla pubblica sicurezza con effetti piuttosto preoccupanti, e dell'esercito. Mi viene da rivolgere una domanda: quali dovrebbero essere le competenze e la potestà di attività che verrebbero affidate ai soldati in tali condizioni e circostanze? Lo stesso testo di legge riguardante il pacchetto sicurezza è incomprensibile in merito e spesso poco preciso tanto da renderne elastica l'interpretazione in base al maggior grado di "sicuritarismo" del singolo sindaco, a cui vengono attribuite competenze e funzioni spesso simili e sovrapponibili a quelle affidate al prefetto e alla questura secondo ordinamento.

La risposta dovrebbe, tengo sempre a sottolinearlo ed è da tempo che lo ribadisco, essere di un altro calibro: maggiore opportunità aggregativa di cotnenuto culturale, senza lasciare la gestione delle sere del divertimento a commercianti che, facendo il loro lavoro, propendono per offerte di tipo solamente commerciale, di vendita di bevande, di svago senza finalità. 

Rilancio una proposta che avevo già fatto su queste pagine: perchè non rendiamno le associazioni del territorio, i consigli circoscrizionali e soprattutto i giovani protagonisti della gestione delle serate delle zone e dei quartieri interessati dal fenomeno, normale nel resto d'Europa, della Movida? Ma mi viene anche la volontà di formulare una nuova domanda all'amministrazione: quali progetti di riqualificazione ci sono in queste zone? Quali prospettive di intervento di natura urbanistica e sociale esistono? Non è possibile pensare di garantire offerte culturali che arricchiscano il territorio e che diano un'opportunità di aggregazione e di incontro che tenderà sicuramente a emarginare e a definrie un argine deterrente rispetto fenomeni devianti e di forte illegalità? La solitudine si crea anche in spazi dove la pesenza folta di persone delinea e disegna non luoghi e questo è il clima che accresce occasioni di azioni criminali e illecite. I non luoghi sono realtà prive di contenuto e di sostanza culturale, come potrebbero essere gli spazi antistanti ai numerosi locali adibiti esclusivamente a un'offerta commerciale.  Occorre rendere questa città europea anche in un'accezione sociale, culturale, politica.

 

Alessandro Rizzo

Candidato al Consiglio Provinciale 

Un'Altra Provincia - Massimo Gatti Presidente

Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo LA SINISTRA

Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 28 Maggio, 2009 - 16:07

Movida? Il Comune ascolti anche i giovani

Arriviamo al dunque. Come Consigliere di Zona sono ancora una volta spettatore e lettore tramite gli organi di stampa di questioni e provvedimenti che avrebbero dovuto coinvolgere i territori circoscrizionali, le realtà decentrate che sono le prime, ripeto le prime, che dovrebbero essere interessate quanto meno a collaborare per una soluzione. Oggi leggo che esiste un Comitato fatto da diversi Assessori con diverse competenze e che ha individuato una sintesi delle scelte e soluzioni da apportarsi alla questione ormai stacamente annosa della Movida serale milanese. Mi chiedo come si possa parlare di città interessata alla Movida se esistono parti centrali del territorio cittadino e comunale totalmente deserte e abbandonate nelle serate invernali, primaverili, esitive e autunnali. Io penso che questo sia un fatto che non sia esente da cause ormai storiche e che hanno visto le amministrazioni milanesi degli ultimi 15 anni, tutte di un colore piuttosto omogeneo, privatizzare interi patrimoni comunali lungo l'asse che va da Piazza San Babila a Piazza Cairoli, rendendo questa zona una city finanziaria, colma di impiegati e lavoratori durante le ore mattutine e pomeridiane, totalmente priva di vitalità sociale nelle ore serali e notturne. Avrei voluto vedere le soluzioni prendersi nelle istanze territoriali, nelle circoscrizioni. Ma avrei voluto seriamente vedere il minimo spiraglio di ottimismo circa l'avvio di una seria riforma del decentramento che chiaramente dia alle istituzioni circoscrizionali ruoli, competenze e poteri funzionali a risolvere problematiche di questa portata con la partecipazione delle categorie, tutte e non solo alcune, interessate. In questo caso si parla di commercianti, di residenti ma anche di giovani, spesso, come più volte sottolineato, dimenticati da una città che sembra vivere nell'insofferenza. Verga ha rilasciato l'altro giorno su DNews un'intervista in cui ha espressamente considerato che la presenza di giovani per le strade e nelle zone della "Movida", ripeto termine abusato e non contestuale, sia da deterrente a fenomeni di criminalità e di devianza sociale, coltivabili in un clima privo di opportunità aggregative. E' vero. Penso che sia quanto mai verificabile questo dato con le altre città europee di calibro metropolitano. Ma è possibile che non si riesca a comprendere che oggi, nella nostra attualità, il comportamento giovanile è tale da richiedere un cambiamento delle abitudini di una città che sta invecchiando perchè ostile a tutto ciò che può essere "innovativo", "prorompente", moderno, quindi giovane? E' possibile non comprendere che quelle persone che si riversano nelle strade sono persone che chiedono opportunità e offerte di altra natura della semplice bevuta e della semplice chiacchierata lungo i marciapiedi? Queste ragazze e questi ragazzi, che sono, poi, figlie e figli delle generazioni attuali di genitori, che si costituiscono magari in comitati di quartiere nel richiedere giustamente rispetto della quiete pubblica, chiedono di essere ascoltati, di essere considerati, di diventare protagonisti della propria città. Il sindaco Moratti parla di soluzioni che debbano vedere un'Estate ricca di occasioni di svago e di divertimento per tutte le esigenze. Ma mi domando perchè finora non si è data una soluzione a questo stereotipante tema della Movida estiva che non fosse quella delle transenne e dei divieti, che non hanno senso e che penalizzano tutte le categorie della nostra città, a partire dai residenti? Perchè a dettare le soluzioni fino a oggi è stata la linea intransigente e poco flessibile del posizionamento di pattuglie della polizia e di barriere per accedere ai luoghi di interesse pubblico? L'amministrazione cosa intende fare su questo tema, seriamente, aldilà delle semplici dichiarazioni di diversi assessori, è un passo minimo fatto comunque in merito, su cosa si ipotizza di realizzare? Vogliamo dare veramente alle giovani generazioni un'occasione di diventare i protagonisti resposnabili della gestione delle serate pubbliche e all'aperto della città? Perchè non rendiamo questa annosa e stancante storia della Movida, diventata un déjà vu dal finale già conosciuto, occasione di dare e concedere, mettendo alla prova le nuove generazioni, ai giovani la gestione della città. La città diventi anche la loro città in questo periodo della giornata, coinvolgiamoli davvero in quanto una città inospitale e sorda difronte alle nuove generazioni e alle loro esigenze e diritti, il diritto di vedersi, confrontarsi, divertirsi in modo sano e responsabile, è una città destinata a un declino intramontabile: è una città che rischia di diventare autoreferenziale, chiusa, impervia, isolata, individualista. E' una città che rischierebbe di diventare intollerante ed escludente.

Alessandro Rizzo
Candidato al Consiglio Provinciale
Un'Altra Provincia - Massimo Gatti Presidente

Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo LA SINISTRA
Consiglio di Zona 4

Mercoledì, 6 Maggio, 2009 - 13:45

Un'altra "Movida" è possibile

Ieri la trasmissione tenuta da Santacroce giornalista di TeleNova, Linea d'Ombra, ha trattato il tema della Movida, con collegamenti in diretta dalle piazze interessate al fenomeno, che come ogni anno, puntualmente, si riverifica nei mesi primaverili. Nelle altre città europee il problema non sussiste, essendo strutturate in un'ottica di governo della città promotore di momenti di aggregazione e iniziative di coinvolgimento culturale. In studio avevamo alcuni consiglieri comunali, Montalbetti e Fedreghini, l'Assessore Cadeo e l'Assessore alla Regione Boni, che discutevano con la cittadinanza residente e i commercianti interessati in collegamento delle soluzioni da dare alla questione.
Condivido l'esigenza riscontrata trasversalmente di dare avvio a una forma di incentivazione per l'apertura di locali anche nelle zone centrali, ossia vicioniore a Piazza Duomo, oggi totalmente prive di vita e di passaggio nelle ore serali e notturne. Condivido l'esigenza di dare delle risposte che sappiano garantire una condivisione delle regole, come suggeriva Fedreghini: dare responsabilità ai giovani di autogestire un pezzo di città nell'orario serale, essendo gli stessi i primi a chiedere, giustamente, spazi aperti dove incontrarsi in una città che sta sempre più diventando insofferente verso una njecessaria e sostenibile vivacità culturale, umana, intellettuale; ingredienti, questi, che caratterizzano lo sviluppo civico delle altre metropoli europee. Condivido l'iniziativa lodevole dell'Assessore Rizzi di promuovere tavoli di confronto con i giovani, anche se non si è ancora capito bene i tempi, le modalità e le conseguenze che da questo tavolo dovrebbero definirsi, e, infine, quali sarebbero i giovani interpellati e secondo quali criteri. Importante è, comunque, incominciare a dare un avvio a uno spiraglio di cambiamento della politica in merito alla questione: non si tratta di politica delle barriere e di costruzione di nuovi transennamenti, ma di una politica di inclusione e di condivisione di modalità e costumi comportamentali in un'ottica di bene comune.
Mi sorprende, ma meglio tardi che mai, che solo oggi l'amministrazione si preoccupi del fatto che il centro "storico e classico" della città, come dice l'assessore Cadeo, ossia Piazza Duomo e luoghi vicini, Cordusio, Cairoli, San Babila, sia totalmente deserto nelle ore notturne, quando i 15 anni ultimi di governo della città hanno provveduto a rendere lo stesso centro una "city" degli affari finanziari, in cui di giorno consumatori e agenti pullulano, mentre di notte si crea un disagio solitario da coprifuoco. Non è solo un problema di affitti e canoni di locazione per i negozianti: è un problema di assenza di spazi alternativi che creino aggregazione civica e culturale, sociale, popolare. E' possibile che a Milano, a differenza di Barcellona, Parigi, Londra, Berlino, il termine Movida porti alla ribalta la questione del consumerismo fine a sè stesso di giovani che si trovano per strada e che vedono nel bere l'unica forma di svago, necessario, comprensibile, opportuno, giustificabile? E' possibile che non si possa parlare di come organizzare una città nelle ore notturne che sappia dare risposte variegate alla popolazione giovanile? Le risposte non possono essere solamente aperture di nuovi locali che si aggiungono agli attuali e che garantiscono solo cocktail a basso prezzo o musica ad alto volume. Anche questo è un tipo di divertimento, ma non l'unico, ossia non l'essenziale. Io penso che occorra superare questa visione omologante: esistono alternative. Perchè non rendere i giovani, in concordanza con la cittadinanza nel suo complesso, protagonisti nella definizione di un programma che arricchisca la città di iniziative culturali, teatrali, cinematografiche, artistiche all'aperto, rassegne di teatri di strada, come accadeva a Milano qualche decennio fa, mi raccontano? Io credo che questa offerta possa dare un plus valore a una sterile movida che rende asfittico e asfissiante, spesso puerile, la partecipazione dei giovani stessi e che determina come conseguenze il protrarsi di bivacchi che portano alla residenza rumore fastidioso e invadente. Io credo che Milano abbia un patrimonio finora non compreso e non utilizzato, non valorizzato: il patrimonio delle intelligenze giovanili che possono diventare con le istituzioni, comunale e circoscrizionali, motori di rinascita civica e sociale di questa città, spesso inospitale verso categorie civili, culturali e generazionali, da definirne un contorno più europeo e più umano.

Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo LA SINISTRA
Consiglio di Zona 4 Milano

Mercoledì, 15 Aprile, 2009 - 16:27

La Movida universitari: pochi spazi, alti i prezzi, molti divieti

Spero che il servizio su Centodieci di Repubblica pubblicato oggi sia stimolo e inizio per discutere su una mancanza intollerabile che rende la città "metropolitana" di Milano un paese di provincia estrema, quasi "meccanica" per dirla con un linguaggio cinematografico alla Paravidino. Parlo del bisogno indissolubile di tante studentesse e di tanti studenti, di giovani e di ragazzi, di trovare spazi e luoghi dove potersi incontrare, parlare, confrontarsi, divertirsi, senza scadere inevitabilmente in un consumerismo fine a sè stesso, del mercato dello svago che tanto imperversa nei quartieri "in" della grande "mela" lombarda. Leggo su un forum studentesco di universitari del Politecnico un messaggio postato da un giovane studente dove si dice espressamente che Milano ha "bisogno di dare spazi ai suoi studenti universitari, che non si sentono chiamati in causa in una città progettata su misura per chi lavora". Io aggiungerei che questa città è ormai progettata solo per chi può pagarsi un alloggio a residenza privata, solo per chi attende di avere qualche appalto per poter edificare incidendo sulla controriforma del regolamento edilizio contestato anche da settori della stessa maggioranza arlecchinesca di governo del Comune, oppure per quelle pensionate e per quei pensionati, grande rispetto nutro per questa categoria, soprattutto per la memoria vivente che possono tramandare cemetnficando i legami di civiltà di una società post moderna portata all'oblio, destinati, però, a vivere nelle segrete mura delle proprie case, magari passando la propria quotidianità davanti a un "talk show" dove si discute di veline o di fatti di cronaca nera.
In questi primi giorni di sole le serate per diverse studentesse e diversi studenti si prospettano essere prime occasioni e opportunità di svago e di incontro, di conoscenza, fuori dallo studio e dalle ore dedicate alla ricerca scientifica, alla preparazione degli esami. I Botellon, le feste organizzate direttamente in forma autogestita dagli stessi ragazzi, ricordiamo quelle che vengono "celebrate" in Piazza Leonardo Da Vinci, oppure quelle presenti nei fine settimana presso le Colonne di San Lorenzo, sono luoghi e scenari urbani che diventano scenografie per "young party" notturni. La conflittualità, in una città diventata sempre più insofferente a tutto ciò che devia dalla routine quotidiana consueta, tar categorie è alimentata da un'amministrazione comunale che, anzichè prevedere e provvedere a dare risposte opportune e adeguate, soprattutto condivise, alle diverse necessità, definisce delibere e circolari all'insegna delle chiusure e dei transennamenti, degli isolamenti e delle proibizioni, divieti, in un'ottica che insterilisce e invecchia Milano.
Paolo, nello stesso articolo, un ventunenne studente di giurisprudenza che viene da Lecco, denuncia espressamente gli alti prezzi dei locali presenti nella Milano notturna e la volontà di evitare di pagare alti costi per poter rivendicare spazi e luoghi dove passare ore liete e in compagnia. Molti ragazzi vivono gli spazi offrendo birra a basso costo e mettendo ad alto volume la musica dalla propria automobile, creando, così, veri e propri intrattenimenti spontanei in piena strada.
Esiste un problema a Milano: la città non riesce a ospitare persone giovani con la voglia di ballare a basso costo. La movida meneghina difetta di un classismo senza ritorno: chi può ha le porte spalancate degli spazi commerciali del mercato del divertimento, mentre chi non può deve arrabbattarsi a ricercare spazi e offerte per trascorrere ore in serena compagnia. L'amministrazione comunale ha fallito anche in questo ambito, ormai da tempo. Sono convinto che tra qualche settimana il problema della movida milanese si riverserà sulle pagine dei maggiori media, senza avere risposte giuste e condivise da parte dei diretti responsabili del governo della città. Le disposizioni saranno come sempre l'aumento dei controlli della vigilanza urbana, giusti ma iniqui se rimangono essere gli unici strumenti di risoluzione di un disagio complesso, i transennamenti e la "privatizzazione" sicuritaria delle piazze, le più belle che la città possa offrire, i divieti di vendita di determinate bevande in determinati orari in determinati contenitori. Una città è europea quando riesce a fare convivere diversità in un contesto municipale partecipato e condiviso: altrimenti diventa luogo di esclusione, di emarginazione, di intolleranza, di paura, di timore, di individualismo egoistico, di sospetto, di autoreferenzialità. Una città europea riesce a dare risposte plurali a interessi diversificati: dare opportunità, occasioni di crescita collettiva e personale, offerte culturali differenti e molteplici, plurali, momenti di espressività libera e autonoma, di creatività progressiva.
Dicevamo qualche anno fa di riempire le piazze di iniziative artistiche, teatrali di strada, di arte libera e accessibile: l'amministrazione comunale cosa ha provveduto di fare e predisporre in merito?

Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo per Milano - Gruppo La Sinistra
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 17 Febbraio, 2009 - 17:40

Sul caso Conchetta il Comune risponda

Vediamo il contesto e analizziamolo, fuori da ogni portata di strumentalizzazione che può insanamente nascere e che ha caratterizzato alcune dichiarazioni degli ultimi giorni da parte di alcuni amministratori.
Il Conchetta esiste ormai da decenni, è dotato di una libreria ricca di opere e di saggi, punto di incontro per discussioni e dibattiti pubblici: è uno spazio aperto, contaminante, adeguato. Questa presenza non ha mai, dico mai, comportato una manifestazione di infastidimento e di avversione da parte della cittadinanza residente: se per infastidimento si intende semplicemente il rumore arrecato a causa dei concerti, vorrei solamente sottolineare, anche alla luce dell'ultimo Piano di Azzonamento Acustico, che il contesto sociale e urbano dove il Cox18 si inserisce è già soggetto a serate in cui il rumore derivante dai vicini locali è abbastanza sostenuto: gli avventori dei bar e dei pub determinano un incremento alquanto cospicuo dell'inquinamento, se così possiamo definirlo, acustico della zona, tanto che, ormai, la zona dei Navigli nel suo complesso sembra più una cittadella del divertimento, pur essendo residenziale.
Ma il pretesto del rumore e dell'inquinamento acustico è veramente paradossale in una città che soffre da anni di inquinamento acustico derivante da una presenza intensa del traffico autoveicolare, dato che lo sviluppo viabilistico è nato e prosegue ponendo il mezzo privato al centro delle opere varie e costose che l'amministrazione intende affrontare, vedi il piano parcheggi. 
Dunque: nessun problema riguardante la convivenza sociale e pacifica nel quartiere. Anzi possiamo dire che il Conchetta è stato autore di mobilitazioni che riguardavano la vita del quartiere, promuovendo incontri e manifestazioni per la difesa del caratter epubblico e della sua gestione pubblica del patrimonio urbanistico e civico della zona. La promozione del territorio nasce con la partecipazione e non possiamo assolutamente affermare che questo elemento il Cox18 non lo abbia perseguito a fondo e puntualmente, diventando parte attrice in un contesto aggredito da interessi speculativi ed edilizi molto ampi. 
Il Cox18 ospita un archivio, Primo Moroni, che, a detta dello stesso Assessore alla cultura, Finazzer Flory, appartiene a tutti senza incedere in opportunistiche visioni di faziosità ideologica, direi di stampo securitario, come manifestate da altri amministratori comunali, colleghi di Finazzer Flory. 
Ancora una volta il Comune di Milano e la sua amministrazione ha palesato un fallimento nella gestione della questione. Il fallimento e l'incapacità ha riportato lo stesso clima che si era creato nel 1993 all'insediamento della Giunta Formentini, dove si provvide a voler sgomberare il Leonacavallo. In quella occasione, però, il dialogo divenne necessario, in quanto il Centro Sociale era una realtà autonoma e viva, che non poteva essere sfrattata, riconoscendone la portata e la qualità pubblica e culturale, sociale e aggregativa che immetteva nel territorio comunale e nel suo tessuto civico. 
Il Comune di Milano, si legge dalle dichiarazioni dei legali del Comune, non ha avuto partita nella questione. Ma mi domando perchè il Comune non abbia saputo, invece, sviluppare un confronto attivo e dinamico che sapesse fare convergere due esigenze: la necessità di legalità e la necessità di preservare questo patrimonio sociale e aggregativo pubblico. 
Si parla di usucapione da parte dei possessori degli spazi del Conchetta: ma questo diritto viene negato dalla stessa amministrazione che procede in giudizio contro i possessori considerandoli occupanti abusivi. La questione non è puramente giudiziaria. Ha contorni giudiziari, questo è vero, essendoci due ricorsi e due procedimenti. Ma non può essere liquidata come tema di interesse esclusivamente della Magistratura, che deve procedere nella sua autonomia e nella sua indipendenza, chiaramente, a verificare i diritti e i doveri reciproci esistenti tra i due soggetti contendenti. 
La questione è politica a parere del sottoscritto, che di politica si interessa essendo consigliere di una zona a Milano. 
Come è anche importante sottolineare che il fatto di dichiarare che il Comune non abbia manifestato interesse a promuovere una via risolutiva condivisa del contenzioso, che ha generato tensione e conflittualità, testimoni semplicemente che l'amministrazione non ha saputo farsi interpete di un'esigenza diffusa sul territorio, ossia reperire spazi dove la cultura e il confronto attivo e dinamico tra generazioni, etnie diverse possa esplicarsi senza entrare necessariamente in contrasto con il territorio e le sue esigenze. Il Comune ha agito per nome del Vicesindaco De Corato solamente come fosse un attore privato che si vede depodestato dal proprio patrimonio, occupato da altre persone, con cui incorrere un'azione giudiziaria e contro cui chiamare e sollecitare l'intervento della Polizia e della Prefettura, finalizzato allo sgombero dei locali. La logica è questa: la proprietà è mia, chi la occupa se ne deve andare. E' una massima, questa, che porta  generare visioni e logiche a parere del sottoscritto pericolose e miopi. 
La proprietà è del Comune, ma è anche della cittadinanza residente e non residente, è patrimonio pubblico e non proprietà privata. Il caso è politico proprio per questo e non puramente risolvibile con la semplice applicazione del diritto privato, civile, considerando questioni soggettive e individuali. 
Cosa avrebbe dovuto, quindi, fare il Comune? Avrebbe dovuto interloquire con il Centro Sociale Conchetta, che da anni vive lo spazio e lo promuove come luogo pubblico e aperto, con i residenti, con la società civile, addivenendo a una composizione degli interessi che non sono discordanti e che mirano a valorizzare il patrimonio comunale in vista di una sua utilizzazione per necessità ed esigenze sociali e collettive. 
Mi viene una domanda: ma come mai il Comune è molto interessato affinchè quell'area, che trova in essere un patrimonio storico vivo, come testimonia l'assessore Finazzer Flory, venga sgomberata? Esistono già in essere alcuni progetti che ineriscono quell'area? E se esistono e sussistono con chi sono stati definiti? Quale è la portata dei progetti? Si tratta di proposte edilizie?
Lo sgombero forzato e improvviso è, a parere mio, un atto di prevaricazione: non discuto l'attività della Polizia e della Prefettura, ma discuto politicamente l'inesistenza di un confronto attivo tra le parti interessate che solo l'amministrazione comunale avrebbe dovuto favorire, anticipando e prevenendo conflitti insanabili.
Mi domando, poi, come possa essere, invece, tollerabile il fatto che l'amministrazione avesse favorito, se non addirittura accelerato, la richiesta di uno spazio pubblico a Cuore Nero, essendo palese che la presenza di un centro di stampo xenofobo e promuovente attività di natura neofascista e negazionista, avesse avuto una seria e coerente manifestazione di contrasto e di opposizione democratica da parte della cittadinanza residente, che si è mobilitata diverse volte contro l'apertura di uno spazio gestito da coloro che fanno dell'apologia di fascismo la propria finalità assoluta.
Chi istiga la violenza, l'odio razziale e si fa promotore di apologia di fascismo, a parere del sottoscritto e di tutto l'ordinamento costituzionale, non può avere nella nostra Repubblica diritto di cittadinanza. La discussione rimane, pertanto, aperta e si basa sulla preoccupante presa d'atto di un atteggiamento e di una politica dai due pesi e dalle due misure  definita dall'amministrazione.
Su questo esigerei risposta da parte del Vicesidnaco e dell'amministrazione comunale, essendo convinto che la presenza di Cuore Nero in città genererà inevitabilmente una situazione di conflittualità, spesso insanabile e dirompente per la pacifica convivenza sociale della nostra città.
Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo La Sinistra
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 20 Gennaio, 2009 - 12:17

Le culture del mondo mettono su casa a milano

Inserito da comunicazione il Mar, 01/13/2009 - 11:24
Nasce a Milano la Casa delle Culture, punto di riferimento e di partenza per dare senso e visibilità alla Milano che cresce e che si rinnova con la positiva interazione dei vecchi e dei nuovi cittadini. La festa di inaugurazione si terrà sabato 17 gennaio alle ore 15 in via Natta 11 (MM Lampugnano) e vedrà la partecipazione di numerosi artisti.
Interverranno
Banda del Villaggio Solidale. La banda è nata nel giugno 2004, dopo lo sgombero del campo rom di via Capo Rizzuto a Milano e ha partecipato al Progetto "Villaggio Solidale" promosso dalla Casa della Carità di Don Colmegna.
Adele Desideri, scrittrice. Ha pubblicato diverse opere e poesie con cui ha ricevuto vari premi e menzioni in concorsi letterari. E' presente nell'antologia Milano in versi, una città e i suoi poeti (2006).
Dotcha, danzatore del Togo. Vive in Italia dove organizza corsi di danze africane con l'obiettivo di mantenere e valorizzare le tradizioni e le culture del continente nero.
Manuel Ferreira, attore argentino. Dal 1992 è a Milano e lavora con personaggi del calibro di Marco Paolini, Marco Baliani, Franco Quadri. Fa parte della compagnia Alma Rosè con cui produce propri spettacoli.
Gabriella Kuruvilla, scrittrice e pittrice. Nata a Milano da padre indiano e madre italiana, giornalista, nel 2001 ha pubblicato, con lo pseudonimo di Viola Chandra, il romanzo Media chiara e noccioline, mentre nel  2005 è uscita l’antologia Pecore nere, in cui sono presenti due suoi racconti, Ruben e India, che trattano il tema della doppia identità per gli immigrati di seconda generazione.
L’Orchestra di via Padova. L’orchestra è composta da musicisti professionisti italiani e stranieri. L’esperienza dell’Orchestra mira a favorire processi di integrazione e scambio tra le diverse culture presenti sul territorio e ad essere luogo di incontro tra differenti linguaggi musicali e non.
Abdel Malek Smari, scrittore algerino. In Italia dal 1992, dove ha svolto attività di mediazione nelle scuole, ha insegnato la lingua italiana agli stranieri, ha tenuto conferenze presso Università, scuole, associazioni . Ha ricevuto il premio nazionale Lorenzo Montano per la raccolta poetica “Tempora et Mores”.
Mihai Mircea Butcovan, scrittore rumeno in Italia dal 1991. Lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito degli interventi di recupero dei tossicodipendenti e dell’interculturalità. Vincitore nel 2003 del premio “Voci e idee migranti”, ha pubblicato il romanzo "Allunaggio di un immigrato innamorato". Con la raccolta di poesie "Borgo Farfalla" ha vinto, nel 2006, la XII edizione del Premio Eks&Tra.
Britta Oling, danzatrice e coreografa svedese. Ha lavorato in numeorsi spettacoli in Italia e all'estero.  
Dijana Pavlovic, attrice serba. Tra il 1995 e il 1997 ha partecipato a Festival Internazionali di Teatro in Romania, Bulgaria, Yugoslavia. In Italia dal 1999 ha recitato in numerose produzioni teatrali.
Coordina la giornata Modou Gueye. Senegalese, vive in Italia dal 1993. Attore, cantante e musicista, ha partecipato a diverse iniziative per la diffusione della cultura africana e la promozione della multiculturalità.
La casa delle culture
Sarà un luogo di incontro ed elaborazione, scambio e proposta che promuoverà atteggiamenti e modi di pensiero interculturali. Un laboratorio di idee ma anche un luogo in cui sostenere le capacità progettuali di singoli o associazione legati all'intercultura, per offrire a loro e ai cittadini un nuovo spazio espressivo.
La programmazione culturale prevederà laboratori di arti dal vivo, spettacoli- evento, rassegne cinematografiche e teatrali, seminari e corsi di formazione, cercando di attraversare i vari codici espressivi e i diversi linguaggi, dall’espressività teatrale a quella musicale, da quella figurativa e visiva a quella culturale e materiale.  
La Casa delle culture sarà gestita da Cooperativa Farsi prossimo – Centro Come e Arci Milano nel biennio 2009-2010, nell'ottica di una integrazione di competenze e professionalità.
L'obiettivo è fare della Casa delle Culture il luogo in cui ripercorrere “i segni”, le tracce di culture diverse, per farne materiali di discussione, di conoscenza e di promozione culturale.
Un impegno particolare sarà dedicato alle attività rivolte ai bambini ed agli adolescenti, oramai pienamente inseriti nella scuola italiana, per mantenere i rapporti con le culture dei genitori.

http://www.arcimilano.it

Mercoledì, 7 Gennaio, 2009 - 19:21

Nonostante le assicurazioni di De Corato, oggi la città + in tilt

Milano vive in uno stato di perenne e continuativa emergenza. L'emergenza è dovuta a ripetute situazioni che si verificano e che non sono preventivate nella loro portata conseguenziale in modo adeguato da parte dell'amministrazione.
L'estate porta il caldo, si sà: ma come ogni anno ci si riduce in agosto a dover intensificare i servizi di assistenza sociale e sanitaria per gli anziani.
L'inverno porta il freddo, non sempre, ma quest'anno il fenomeno è intenso e si è dimostrato con largo anticipo: anche questo, nonostante fantomatici sedicenti scienziati dicano che il surriscaldamento del pianeta sia un'invenzione di catastrofici verdi, indica lo squilibrio del sistema bioclimatico esistente per l'eccessività della manifestazione.
Ma da qualche mese si sapeva che avremmo avuto un inverno rigido, diciamo che i preludi geotermici erano tutti presenti anzitempo.
Nonostante questo l'amministrazione si è prodigata solamente ieri nel tardo pomeriggio ad assicurare che a Milano il 7 gennaio, il giorno della ripresa delle attività lavorative e scolastiche, dopo una pausa natalizia, sarebbe tutto funzionato, sia dal punto di vista della mobilità, il vicesindaco De Corato parlava di mezzi efficenti, sia dal punto di vista dei servizi, scolastici, sanitari, educativi.
Il 7 gennaio alle ore 8 le strade erano completamente coperte da una coltre di neve, si stima essere alta 30 cm, le autovetture in entrata viaggiavano a passo d'uomo, mentre i tram e la circolazione superficiale dei mezzi di trasporto hanno subito forti ritardi e intoppi, si testimoniano situazioni di alto disagio dovute a soste prolungate di tram in fila, intasando la circolazione urbana.
Non solo: ma stamattina nel mentre si evidenzia un aumento esponenziale di utenti nella fascia di punta, diverse linee metropolitane hanno subito rallentamenti, hanno persino dovuto evacuare delle vetture perchè il carico era insopportabile per i veicoli.
Il servizio di pulitura dell'AMSA delle strade questa mattina non è stato puntuale ed efficente, tant'è che diverse zone erano completamente coperte dalla neve nelle proprie strade, nonchè i marciapiedi, se non per volontà di qualche privato commerciante, erano ghiacciati e privi di quello strato di sale utile a sciogliere la neve ed evitare complicazioni alla mobilità pedonale.
Non parliamo, infine, per i servizi sanitari: cliniche e ospedali non hanno disponibilità di posti letto, mentre il 118 si trova sovraccarico di richieste e domande di aiuto e soccorso senza avere le disponibilità di servizio utili per assorbirne la portata.
Per ultimo mi si avverte, e sarà oggetto di una mia interrogazione nel prossimo consiglio, di problemi e interruzioni di servizio per quanto riguarda l'ambito della ristorazione per le mense scolastiche, gestito dall'ormai conosciuta Milano Ristorazione spa. In molti istituti scolastici di primo grado e in diversi asili e scuole dell'infanzia addirittura quest'oggi, mi si informa, le mense scolastiche sono chiuse e non dispongono di vivande a causa di interruzioni del servizio di fornitura.
Ma mi domando: tutto questo disagio diffuso era prevedibile? Non poteva essere preventivato nei suoi effetti odiosi da parte dell'amministrazione? Ma quali sono i rapporti tra il Comune di Milano e i diversi enti societari a cui sono stati appaltati diversi servizi di primaria necessità: dal servizio ristorazione scolastico al servizio di trasporto, dal servizio di centralino per le chiamate in entrata per il 118, così come per il servizio di assistenza alla clientela del Comune di Milano stesso, appaltato a un'azienda con sede a Napoli, lontano dalla situazione locale e contestuale, spesso non raggiungibile e non funzionabile.
Questi disagi potevano essere chiaramente preventivati dall'amministrazione e governati con una capacità di intercettarne la portata che avrebbero avuto sulla cittadinanza, così come si è palesata alle 8 di stamattina.
Non c'era bisogno prodigarsi, come ha fatto il sindaco Moratti e il suo vicesindaco De Corato, nell'assicurare tramite comunicazioni mediatiche che tutto sarebbe funzionato il giorno seguente, addirittura invitando a utilizzare i mezzi pubblici, cosa saggia e giusta se funzionassero adeguatamente e su traiettorie libere da cumuli di neve, oppure con vetture adeguate ad assorbire l'alta presenza ipotizzabile di utenti nella fascia di punta mattutina: la situazione che si è presentata agli occhi delle persone è stata totalmente diversa dalle assicurazioni pervenute il giorno precedente.
Ma sono state prese disposizioni adeguate a livello amministrativo, intendo dire direttive assessorili, soprattutto l'assessorato alla mobilità e quello ai servizi sociali, funzionali a garantire un'amministrazione adeguata e utile a evitare spiacevole disagi e inconvenienti, quali si sono verificati puntualmente.
Le domande rimangono aperte, in attesa ci siano dovute e necessarie risposte da parte dei diretti responsabili, amministrazione comunale e società di servizi interessate.
Un cordiale saluto
Alessandro Rizzo
Consigliere Lista Uniti con Dario Fo - Gruppo La Sinistra
Consiglio di Zona 4 Milano

Mercoledì, 29 Ottobre, 2008 - 17:08

Dalla scuola alla cultura: da Milano la mobilitazione

La scuola pubblica riceve un colpo mortale da parte del Governo Berlusconi, il quale autoritariamente approva in procedura d'urgenza un decreto, il 133, passato come formalmente decreto Gelmini, ma in realtà scritto e predisposto dal ministro Tremonti, che potremmo scherzosamente chiamare "mani di forbice", verso cui tutto il mondo scolastico ha palesato opposizione, critica e contrasto, dagli insegnanti ai genitori, dalle ricercatrici e ricercatori ai docenti, ai rettori, alle studentesse e agli studenti che ogni giorno esprimono la propria contrarietà propositiva con mobilitazioni coinvolgenti e lezioni in piazza. La scuola pubblica è affossata. E' un corpo posto in una bara, come bene hanno inscenato nell'ultima manifestazioni diverse studentesse e diversi studenti di varie università italiane.
E' estremismo chiedere che il contenuto devastante della ormai legge Tremonti, scusate Gelmini, venga totalmente rivisto, in quanto taglia, non risparmia, fondi cospicui alle voci di spesa per il sostegno alla didattica scolastica e universitaria, alle strutture scolastiche e alla ricerca scientifica? Coloro che vivono il mondo della scuola e delle università rivendiano una loro titolarità: essere protagonisti della propria dimensione, che non è particolare interesse corporativo ma, bensì, un valore istituzionale, mi si passi questo termine prestato dal discorso fatto da Calamandrei nel 1950 in difesa della scuola pubblica, da tutelare per il benessere futuro comune e per la crescita sociale e civica della cittadinanza, del Paese.
Mentre un corteo di manifestanti a Milano, stamattina, all'alba di una giornata uggiosa sia per quanto concerne il tempo, sia per quanto concerne il destino di questo nostro stato in declino, la sindaca Moratti si trovava a Roma in un vertice di maggioranza di governo e ha dato pubblica comunicazione della nomina del prossimo asessore alla cultura a Milano. Non solo le crisi di maggioranza si risolvono ormai in stanze e luoghi diversi dal Parlamento, come insegna Berlusconi e i suoi accoliti fedeli al governo; non solo le leggi si scrivono in piena estate, quelle meno popolari, posiamo dire anche se non si comprende cosa sia popolare in questo centrodestra anomalo, sulla scrivania di casa Tremonti: ma anche le questioni che concernono l'amministrazione comunale, il suo futuro, le scelte di governo, vengono prse fuori dai contesti consiliari, o in "apparati tecnici" ad hoc formati, come per i parcheggi e la valutazione della loro sostenibilità, oppure in sale affrescate da meravigliosi dipinti nei Palazzi romani. L'assessore, ha deciso la Moratti, scusate la Brichetto, è Finazzer Flory, una eclettica espressione del mondo dell'arte, uomo dalla fervida creatività e inventività, sopratutto nella creazione di circuiti piuttosto lucrosi del mondo della cultura memneghina, sempre più degradato a mero spettacolo.
Nessuna discussione previa è stata fatta, come in un feudo in cui la qualifica di vasallo o di valvassore veniva gentilmente concessa e revocata dall'illustre e magnanima figura del potente territoriale. Oppure come nello Stato del Vaticano del 1700 quando le qualifiche di nobile venivano concesse a questo o quell'altro servizievole individuo o casata familiare, a discrezione totale della divina volontà papalina.
Così è avvenuto. Tanto è che lo stesso Assessore Sgarbi, ormai liquidato dalla sindaca, sorpreso da tale nomina repentina sia uscito con la frase:"La Moratti non può nominare nessun mio successore alla guida dell'Assessorato alla Cultura, in quanto nessuna revoca della delega formalmente è giunta nei miei confronti".
Ci si chiede come mai lo stato della cultura a Milano e in Italia sia in totale decadenza. Oltre ai fondi che vengono sempre più soppressi dal governo per tale voce, vuoi per fare fronte alla normativa che abroga l'ICI indistintamente e a beneficio dei più ricchi, come sottolineava giustamente l'onorevole Di Pietro nella trasmissione di Ballarò di ieri sera, la politica culturale a Milano viene guidata e costruita a tavolino dai soliti noti, escludendo quel variegato e vivace panorama esistente di vitalità creativa indipendente.
Non esiste a Milano, a differenza di Torino, Bologna, Firenze, Venezia, un momento di eccellenza dove comunemente si metta insieme esperienze diverse in specifici campi creando contaminazioni positive e con valenza e di qualità internazionale. Iniziative atomizzate, totalmente incoerenti, fortemente uniche, non nell'esclusività ma nella capacità di esclusione, non in rete: è il panorama inquietante di un modello culturale che dissepa ogni possibilità di creazione di un circolo virtuoso a favore di uno sviluppo e di una fruizione universale dell'offerta culturale.
Occorre invertire la rotta, creando la proposta con il coinvolgimento dei soggetti attivi e partecipativi del tessuto civico e culturale della città.
E' arrivato il momento.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 21 Ottobre, 2008 - 10:31

Milano capitale della mafia - di Gianni Barbacetto

A CENTO PASSI
DAL MUNICIPIO
Milano capitale della mafia
di Gianni Barbacetto - 9 ottobre 2008
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi.
Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.
Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.
Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva in municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni 70 con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.
Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club («For a King») aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.
Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.
Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.
Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?
A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.
L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.
Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.

Lunedì, 21 Luglio, 2008 - 18:57

E la Monluè chiude fra le polemiche

Per 15 anni è stato uno dei ritrovi storici della scena musicale e culturale estiva in città. Ma ora la Cascina Monluè, estremo est milanese, rischia di chiudere baracca. A scongiurarne l´epilogo già duemila firme di frequentatori abituali e cittadini da far recapitare al Comune.

Ma l´Arci, che affitta lo spazio dal demanio per organizzarvi concerti e rassegne, annuncia: «Se non si trova un accordo con il Comune, così non possiamo andare avanti». Colpa delle perdite economiche di luglio per la mancata concessione di alcune delle deroghe al rumore, prima concordate e poi non concesse da Palazzo Marino. Tre serate saltate dal 2 al 4 - e recuperate al Magnolia il 15 e il 16 - perché non è arrivata la delibera della giunta. Peccato però che per la rassegna East is West, che peraltro è patrocinata dall´assessorato al Tempo libero, fosse già tutto pronto. Palco, cucina e bar al loro posto, affitto di 300 euro al dì e canone di locazione del circolo Magnolia a prezzo (di favore) di 4mila euro.

Risultato: 15mila euro di danno emergente e 10mila sfumati come lucro cessante. Incassi persi, in sostanza. In totale 25 mila euro al vento. Una batosta per l´Arci, che però non si rassegna: «Stiamo valutando il modo - spiega Emanuele Patti, presidente di Arci Milano - ma vorremmo chiedere i danni al Comune». Un inconveniente che per quest´anno vuol dire chiusura anticipata (l´ultimo concerto è stato il 12 con Baba Sissoko) e molti dubbi per l´anno prossimo: «A queste condizioni non facciamo niente - anticipa Patti - Il Comune deve mettere in sicurezza, con doppi vetri o pannelli fonoassorbenti come a San Siro, i pochi abitanti che si lamentano». Perché l´origine dei problemi è proprio il rumore.

L´estate scorsa, dopo la denuncia di 800 residenti, l´Arpa aveva rilevato due decibel di troppo: 77 invece di 75. «Ma nell´unica casa nel borgo - puntualizza Patti - Gli altri che protestano hanno la tangenziale e Linate come vicini di casa». Anche se Patti sarà processato per disturbo alla quiete pubblica, per ora non molla. E lancia una proposta: «In chiave Expo la Cascina potrebbe diventare una cittadella della musica, da far vivere non soltanto d´estate ma tutto l´anno». È disponibile a trattare l´assessore comunale al Tempo libero, Giovanni Terzi («Sanno coinvolgere bene i cittadini, sono una risorsa»), prima di rimandare la pratica a settembre: «Se le criticità in quella zona resteranno, proveremo a lavorare su una nuova Cascina Monluè da un´altra parte».

Lunedì, 21 Luglio, 2008 - 13:58

A PROPOSITO DI MONLUE'

Venerdì, 18 Luglio, 2008 - 15:45

Il germe dell'intolleranza dietro le proteste

L'intervento di don Gino Rigoldi
Il germe dell'intolleranza dietro le proteste
«Quello che più mi turba è il rancore che respiro, il disprezzo e la discriminazione sulla base di appartenenze razziali o politiche»
www.corriere.it
Vivimilano

Io sono un milanese che si sposta molto a piedi, per muoversi in città usa quasi solamente i mezzi pubblici e fa la spesa al supermercato. Forse è per questi motivi che non riesco più a capire quello che sta succedendo nella mia città. Continuo a vedere che la casa è un bene inarrivabile per molti milanesi o immigrati regolari e tristemente osservo che molti giovani per sposarsi devono cercare casa lontano dalla loro città perché non sono in grado di acquistare o di pagare un affitto milanese. Riservo la fatica della fede a Dio, per la casa non credo più alle promesse, solo alle ruspe, quelle che preparano il terreno per case ad affitto sociale accessibile per chi guadagna intorno ai mille euro al mese, condizione di molti milanesi, anche e forse soprattutto giovani. Ma non vedo ruspe. Come molti milanesi in età, credo che dovrò limitare i viaggi in metropolitana le cui carrozze troppo spesso sono una sorta di sauna sudata e un po' puzzolente.

Ho la fortuna di abitare e di lavorare in alcuni quartieri della periferia e osservo che anche qui, da molti anni, non succede assolutamente nulla o quasi nulla. Non promozione di cultura, non partecipazione alle scelte urbanistiche o sociali, non eventi di partecipazione. Continuano ad essere quartieri dormitorio, abitati da molti anziani e da un numero di giovani che sta crescendo nell'abbandono e allora io ne vedo i risultati nelle molte decine di adolescenti che arrivano al Beccaria, che ormai ha una maggioranza di ragazzi italiani, appunto delle nostre periferie. Questi e molti altri motivi mi fanno pensare ad una Milano sostanzialmente ferma, parlo della Milano della vita quotidiana, dei milanesi comuni, non quella degli affaristi o della moda.
Quello tuttavia che più mi turba è il rancore che respiro, il disprezzo e la discriminazione sulla base di appartenenze razziali o politiche ed il silenzio dei cittadini, come fosse giusto, normale. Si diceva in passato che Milano era una città accogliente e tollerante. Oggi assisto alla brutta rincorsa e perfino all'orgoglio di chi tratta peggio le persone. Perché anche i rom, i clandestini, i ragazzi e le ragazze dei centri sociali, gli islamici sono delle persone. In questi giorni è di turno la tregenda della preghiera dei musulmani. Le libertà di religione e perciò luoghi e strumenti per praticarla, appartiene alla nostra Costituzione. I cristiani poi, che forse sono ancora la maggioranza a Milano, sanno che il fondamento della loro fede è la capacità di avere cura, di voler bene concretamente, anche il bene spirituale della preghiera di una religione.
Offrire spazi per la preghiera islamica con il pagamento di un affitto o il costo della struttura, come peraltro è nella disponibilità dei responsabili di viale Jenner, sembrerebbe una bella azione. Servirebbe gentilezza, accoglienza, dovrebbe suscitare interesse e collaborazione perché questo apre un dialogo con chi da anni, e credo per molti anni ancora, vive in città, paga le tasse, manda a scuola i suoi figli che molto probabilmente diventeranno cittadini milanesi. Invece no. La ragionevole proposta del prefetto trova dissensi talora ragionevoli, talvolta razzisti e di disprezzo. Il solito muscoloso assessore alla sicurezza afferma con orgoglio che devono essere posti fuori città, in luoghi dismessi, aspettandosi e forse ricevendo applausi e non senso di vergogna e indignazione. Passa tutto come fosse normale, a me pare, come milanese e come sacerdote, che siamo dentro nella anormalità e direi anche nella immoralità.
Gino Rigoldi
18 luglio 2008
Lunedì, 14 Luglio, 2008 - 16:09

E' Estate e riparte la Movida notturna dalle diverse conseguenze

E' strano che a Milano si ripetano annualmente, stagionalmente, le stesse situazioni, con le stesse problematiche, le stesse circostanze, le stesse reazioni. Mi sembra di vedere una pubblicità di inizio estate, dove ogni giugno si apre il ciclo degli spot dedicati alle creme solari o ai gelati confezionati. Per, poi, arrivare a fine ottobre per aprire la stagione degli spot dedicati ai profumi o ai cioccolatini in attesa degli acquisti di Natale. E' un ennesimo deja vue che si ripete costantemente: se riprendessi le cronache milanesi delle pagine dei maggiori quotidiani della città, di un anno fa, leggerei gli stessi articoli, le stesse testimonianze, le stesse doglianze, le stesse vicende. Mi riferisco al dibattito, spesso abbastanza animato, che si presenta sulle conseguenze derivanti dalla Movida notturna milanese. I residenti si lamentano del rumore elevato fino a notte tarda e della presenza di rifiuti di vario tipo e genere prosenti l'indomani mattina, domenica o sabato, per le strade dei propri quartieri. Gli esercenti si lamentano dell'assenza dell'amministrazione, in quanto scarseggiano le risorse adibite alla sicurezza e alla repressione di violazioni del codice della strada, garantendosi, così, la possibilità di esercitare la propria attività commerciale per tutta la serata. I clienti dei locali, maggiormente appartenenti a una fascia di età molto giovane, rivendicano il diritto a rimanere per strada fino a notte tarda e liberamente divertirsi all'aperto, magari accompagnati da allegre note di musica. Tre diversi interessi che si ripresentano ogni inizio estate. Tra interessi che costantemente sono evasi e non discussi preliminarmente, al fine di prevenire ogni forma di contrasto e conflittualità, spesso poco piacevole e sostenibile dal punto di vista sociale e culturale.
La mappa delle zone che sono interessate dal dilagare della Movida milanese notturna si estende sempre di più: prima si parlava solamente della cerchia dei Navigli, oggi si parla anche di Viale Papiniano, Viale Monte Nero, Corso Como, il quartiere Isola, le storiche Colonne di San Lorenzo.
Il fenomeno aumenta di portata e coinvolge zone differenti, spesso lontane le une rispetto alle altre. Ma il Comune di Milano che cosa propone? De Corato ha deliberato per motivi di ordine pubblico il divieto di vendere bottiglie in vetro o versare bevande in bicchieri di vetro da parte dei locali ai clienti che si fermano lungo la strada nelle ore serali e notturne. Ma come bene si può comprendere se a delibera avanzata, o a disposizione emanata, o a provvedimento urgente emesso, non conseguono misure e criteri di applicazione e attuazione, difficile pottrebbe esserne l'amministrazione e l'eseguibilità della stessa disposizione. Dai criteri generali devono seguire provvedimenti esecutivi particolareggiati, di natura amministrativa. Penso che se non sussistono le risorse umane utili a garantire la prevenzione dei fenomeni che mettono a rischio la quiete pubblica, l'ordine pubblico, la pace civile, utili a garantire, pertanto, la perseguibilità di reati e violazioni del codice della strada, del regolamento per l'orario di apertura degli esercizi pubblici, di varia natura e tipologia, anche penali, lo stesso provvedimento adottato diventa vano. Come testimonia il caso specifico in questione. Il divieto di vendere bottiglie di vetro per gli esercizi commerciali ha favorito, come era pensabile, l'aumento di un commercio illegale diffuso che si avvantaggia della proibizione per assicurarsi un mercato lasciato libero dalla disposizione. E' utile avere vietato il commercio di bottiglie in vetro o di bevande in bicchieri di vetro? Io credo che ci si debba domandare se è stato utile non disporre armonicamente di un disegno strutturale che avesse previsto ogni forma di prevenzione di situazioni di disagio e di forte pericolo per la quiete pubblica. Ancora sabato sera, presso le Colonne di San Lorenzo, si è avuto il lancio della bottiglia di vetro contro la folla da parte di un giovane. Quale strada sarebbe necessario perseguire? La partecipazione e il coinvolgimento delle persone interessate per disegnare un nuovo disegno di città che valorizzi i propri spazi e dimensioni lo spazio pubblico all'utilizzo da parte di tutte e di tutti, in una visione di "bene comune" fondato sulla non rivalità come definito dal Premio Nobel per l'economia, Paul Samuelson.
E' possibile che il Comune si faccia interprete dell'istituzione di un tavolo di concertazione dove rappresentanze della clientela, rappresentanze delle associazioni dei commercianti e i comitati dei residenti si trovino, si confrontino e dialoghino per rendere questa città vivibile, usufruibile e pubblica. Vorrei una città che sappia convogliare la bellezza della vitalità, della creatività, dello stare insieme, del condividere iniziatrive ed eventi, dell'aggregazione culturale e non meramente "commerciale" con la vivibilità, la sostenibilità, il rispetto delle libertà altrui, delle dignità altrui, dei diritti di tutte e di tutti. Il Comune appronta interventi che riguardano solo la cerchia dei Navigli: oltre ad avere una dimensione un po' ristretta di campo d'azione per solvere la questione, siamo in presenza di una ristrettezza nel campo di applicazione e interessamento della stessa disposizione. Il problema non riguarda solo i Navigli e ha radici più profonde. Avevo tempo fa lanciato la proposta da queste pagine di creare agorà pubbliche, dove l'aggregazione culturale, il piacere di stare insieme, il rispetto civico, che conseguentemente deriva se si creano condizioni di arricchimento civile e sociale delle iniziative e dei motivi del condividere spazi e tempi della città, abbiano ampio diritto di cittadinanza. Oggi come oggi, invece, siamo in presenza di una esasperante rincorsa al consumerismo fin a sè stesso, senza finalità alcune e senza obiettivi collettivi. Abbiamo una logica del rapporto individuale di consumatrici e consumatori di beni e non di servizi. Bisogna agire con la concertazione e con la partecipazione, rendendo interagibili e convergenti interessi che, apparentemente, sembrano oltremodo divergenti.
Questa è la prospettiva politica che potrebbe arricchire questa città, rendendola vera capitale europea della cultura e dell'aggregazione, del senso comune e collettivo degli spazi ubani. Perchè invece di mettere nuove barriere, nuove transenne, nuovi divieti non si parla di serate culturali, dove compagnie giovanili teatrali e musiali possano esibirsi per un interesse collettivo. Perchè non si procede a deroghe da assicurare nei mesi estivi per garantire concerti e kermesse teatrali e musicali che sono patrimonio di una città vitale e vivace, comune in senso letterale e reale, sociale. Il Comune, nella fattispecie, ha valutato i livelli di emissioni acustiche presenti nelle zone interessate dalla presenza dei locali? Quale livello si è riscontrato? Si è predisposto un provvedimento di accertamento degli orari di apertura dei locali, nel rispetto del regolamento comunale per gli esercizi commerciali notturni? Si sono adeguatamente penalizzate le infrazioni a riguardo? Quante risorse umane, in termini di agenti di Polizia Locale, sono state disposte per garantire forme di controllo dei territori al fine di prevenire forme e situazioni di violazione del codice della strada? Quale programma generale il Comune ha predisposto nei mesi estivi, e come è stato predisposto, secondo quali canali, strumenti, modalità, per garantire l'arricchimento sociale e culturale degli spazi pubblici e municipali presenti in città? Leggo manifesti che promuovono la città considerandola occasione estiva per chi rimane nei mesi estivi, ormai appartenente a una popolazione sempre più numerosa, tramite titoli invoglianti e allettanti, giochi di parole simpatici: E-state a Milano. Ma la programmazione come è avvenuta? Come vengono disposti i siti dove dare ospitalità a questi importanti eventi? E' possibile che vediamo grandi eventi e manifestazioni nelle zone centrali o, spesso, nelle stesse consuete zone già beneficiate da una ricca programmazione cultuale pubblica annuale. Perchè non coinvolgere in modo completo i vari attori sociali e istituzionali consiliari circoscrizionali nel predisporre, in fase preparatoria e in fase esecutiva e applicativa, una programmazione compiuta e coerente di manifestazioni culturali e artistici? Il Comune è bene comune, un patrimonio inalienabile, non rivale e non esclusivo. Rendiamolo tale già nel disporre misure e modi di intervento risolutivi di questa annosa disputa poco conveniente per l'immagine della nostra città. Provvederò a partire dal consiglio di zona dove sono consigleire a recepire le questioni qui formulate predisponendo una parte dispositiva della stessa interrogazione che proponga vie alternative di partecipata gestione degli spazi pubblici nelle ore serali e notturne nei mesi estivi, coinvolgendo residenti, commercianti, clienti, utenti cittadini, istituzioni locali e zonali.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 8 Luglio, 2008 - 15:46

La Roma di Alemanno copia Milano

La Roma di Alemanno copia Milano
Sandro Medici
Il Manifesto 6 luglio 2008

Sono stati necessari anni e anni per ribaltare lo storico primato di Milano su Roma. Per scrollarsi il complesso d'inferiorità, quest'ultima aveva dovuto valorizzare al massimo le proprie qualità culturali, con le scuderie del Quirinale, l'auditorium, i concerti al Colosseo e al Circo Massimo, i nuovi teatri, la notte bianca, i tanti musei, la festa del cinema, le mille e mille attività dell'estate romana. Ma non era stato sufficiente. Per ribaltare il confronto, la capitale doveva intensificare il proprio dinamismo anche in ambiti non proprio favorevolissimi, come per esempio l'efficienza dei servizi o lo stesso sviluppo dell'economia locale. Eppure, anche lì, aveva fatto registrare progressi niente male. In alcuni settori dei servizi sociali, per esempio, perfino le città emiliane avevano attinto ispirazione. Per non parlare dei record di crescita del prodotto interno lordo cittadino che, per quanto ingannevole, segnalava in ogni caso una confortante vivacità produttiva.
Di certo l'immagine della capitale, la sua impronta più slanciata, il suo magnetismo hanno finito per prevalere su Milano, che al contrario registrava un generale incupimento, un ristagno, un desolante appassimento. Nel suo piccolo, insomma, il sorpasso di Roma sul capoluogo lombardo era apparso come un fatto storico.
Ora succede che la nuova giunta di Gianni Alemanno, nelle sue prime improvvisazioni amministrative, con il piglio demolitorio di chi sta consumando una vendetta e non ragionando nel merito, pezzo per pezzo sta liquidando le scelte del passato e avviando nuove iniziative. Il problema è che sono tutte estratte dal modello milanese. Un copia-e-incolla pigro e anche un pochino grottesco.
Niente più menù etnici nelle scuole comunali, espulsione scolastica per i figli degli immigrati clandestini, eliminazione della notte bianca e infine pedaggio automobilistico per chi vuole entrare nel centro storico. Tutte misure già attive a Milano.
Non sfugge che queste decisioni derivino da un'impostazione politica, un'omologazione cioè tra la destra romana e quella milanese, entrambe reazionarie, entrambe razziste. Ma è anche il ritorno a un'avvilente subalternità del sud nei confronti del nord. Guai ai vinti, insomma.
Quando i Beatles vennero in Italia, a Milano si riempì il Vigorelli mentre a Roma a stento il teatro Adriano. Allora era indiscutibilmente Milano la capitale dell'innovazione. C'era il rock al Derby e il teatro al Piccolo, la Zanzara e la Comune, il Parco Lambro e Radio popolare, Cuore e Smemoranda, lo Zelig e il Leoncavallo. Poi pian piano quella città regredì, modaiola e affarista, culturalmente desertificata. E molti milanesi, se volevano far qualcosa di interessante e divertente, venivano a trovarci a Roma. Dubitiamo che in futuro succederà ancora: ce ne andremo tutti a Parigi o a Berlino.
Resta quest'amarezza tutta romana di ritrovarsi di nuovo sotto l'egemonia milanese. Che peraltro, scusate l'irriverenza, va ad aggiungersi al fatto che è già da due anni che l'Inter vince lo scudetto e la Roma arriva seconda.

Mercoledì, 11 Giugno, 2008 - 15:32

MANIFESTO FORUM MILANO 2016: Oltre la città occasionale

MANIFESTO FORUM MILANO 2016: Oltre la città occasionale

 

Siamo donne, uomini, associazioni, forze politiche, movimenti, comitati, centri sociali, impegnati in questi anni nel sociale, nel mondo del lavoro, per la difesa del territorio e una diversa politica urbanistica, per una migliore qualità della vita, per la mobilità sostenibile, per l’inclusione sociale, per la cooperazione e la pace, per la cultura.

Con l’assegnazione dell’EXPO alla città di Milano, nei prossimi sette anni nell’area metropolitana milanese si attueranno scelte e realizzeranno opere in grado di segnare durevolmente il destino del capoluogo, di tutta la nostra area metropolitana e anche oltre.
Secondo noi, scelte, opere e interventi dovranno essere ispirati un’idea di città socialmente, ambientalmente ed economicamente sostenibile, decise e realizzate mettendo in campo un grande concorso di idee, un ampio processo partecipativo, capace di coinvolgere tutte le forze vive dell’area metropolitana, valorizzando sia le competenze culturali e scientifiche, sia l'autorevole rappresentanza delle tante soggettività impegnate nel vivere civile. A queste forze vive l'amministrazione pubblica dovrà riferirsi, accogliendone le proposte e dando loro spazio in termini decisionali e di controllo.
In questi anni si deciderà se avremo una città più bella, meno inquinata, più inclusiva, meno chiusa, più solidale, di quella attuale. Perché ciò diventi realtà sarà necessario abbandonare scelte segnate dall’assenza di programmazione pubblica e dalla subordinazione agli interessi privati, come, purtroppo, dimostrano quelle che sono già state realizzate o in dirittura d’arrivo - Fiera/Citylife, Centro Direzionale/PortaNuova, quartiere Isola, grandi opere autostradali, ecc. -, con procedure che escludono l’apporto partecipativo della collettività ed esposte al rischio di illegittimità amministrativa, contabile e penale, come segnalano le indagini in corso da parte della magistratura. 

Di fronte a questi scenari costituiamo il FORUM MILANO 2016: oltre la città occasionale, un organismo democratico e partecipato, aperto a tutte le soggettività che hanno a cuore i temi posti, un luogo e uno strumento in grado di promuovere iniziative politiche, culturali e d’informazione, campagne di mobilitazione con i cittadini e le tante soggettività con le quali sapremo relazionarci, in ogni ambito territoriale e sociale.

 

L’EXPO va dunque inquadrato in una visione strategica più ampia, capace di perseguire dieci obiettivi fondamentali:

1.      PARTECIPAZIONE E NON POTERI SPECIALI: impedire che la gestione delle scelte sia sottratta a ogni forma di partecipazione e controllo democratico, e soprattutto che l’accelerazione dei tempi sia l’alibi per deroghe e stravolgimenti delle procedure e delle norme in campo urbanistico, ambientale, trasportistico, istituzionale. Attivare da subito forme di coinvolgimento di tutti i cittadini, amministratori, istituzioni che vivono in quest’area vasta, con procedure e strutture partecipative che manifestino alle istituzioni le proposte delle tante rappresentanze sociali e territoriali, e con la costituzione di un Osservatorio composto da personalità riconosciute nell’area metropolitana per la competenza e la qualità culturale, scientifica e morale.
2.      TRASPARENZA E LEGALITÀ: attivare speciali controlli sui giganteschi flussi di denaro che si muoveranno intorno all’evento, in particolar modo negli appalti e nei subappalti, per verificarne la provenienza, l’utilizzo ed impedire l’infiltrazione della finanza criminale. Prevedere forme di controllo adeguate sui flussi di finanziamenti pubblici, per verificarne l’effettivo utilizzo per interventi di interesse generale ed evitarne ogni spreco.
3.      QUALITÀ E SICUREZZA DEL LAVORO: garantire diritti e qualità del lavoro contro ogni precarietà, ogni sfruttamento, attraverso un sistema di controlli che imponga condizioni di sicurezza, regolarità dei contratti e contrasto del lavoro nero. Vanno quindi escluse agenzie, misure o provvedimenti speciali sul mercato del lavoro che legittimino il dumpig sociale nei confronti dei contratti nazionali di categoria. Al termine della manifestazione, promuovere possibili opportunità di ricollocazione dei lavoratori, per impedire che si infoltisca l’esercito degli invisibili.
4.      IL CONSUMO DI SUOLO: contenere ogni ulteriore consumo di suolo e il connesso fenomeno della dispersione abitativa, preservando le aree verdi e agricole ancora esistenti da ogni ulteriore sviluppo urbanistico e infrastrutturale, senza proseguire nella densificazione di una città tra le più edificate d’Europa.
5.      AGRICOLTURA E SOVRANITÀ ALIMENTARE: “Nutrire il pianeta”, lo slogan dell’evento, per noi significa rilanciare l’agricoltura urbana e metropolitana, a partire dalla valorizzazione del Parco agricolo Sud Milano, e difendere la sovranità alimentare e la biodiversità. L’EXPO parli al mondo di agricoltura di qualità, equa, naturale, multifunzionale, e non geneticamente modificata; di produzioni locali, di filiera corta, di mercati locali, di reti solidali.
6.      BENI COMUNI: avviare una nuova politica di tutela e governo pubblico dei beni comuni, come opportunità per garantirne a tutti la fruibilità e come occasione di una diversa economia legata alla valorizzazione del territorio. Garantire proprietà e gestione pubblica partecipata del ciclo integrato dell’acqua. Sperimentare una nuova politica energetica, fondata sul binomio riduzione del consumo/diffusione delle fonti rinnovabili. Investire da subito in interventi per la riduzione dei rifiuti, l’aumento della raccolta differenziata e un migliore sistema di gestione e riciclo.
7.      MOBILITÀ SOSTENIBILE: investire sulla realizzazione di un sistema metropolitano della mobilità sostenibile, soprattutto su ferro, per ridurre le emissioni inquinanti, la congestione del traffico e garantire la salute dei cittadini. Per questo dovrà seriamente essere affrontato il problema dei flussi radiali da e verso il centro dell’area metropolitana e quelli circolari tra comuni, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato su gomma, potenziando le aree di interscambio e la rete del trasporto pubblico con mezzi adeguati per frequenza, portata e comfort. Dovranno inoltre essere adottate tutte le strategie necessarie per potenziare la mobilità ciclabile. 
8.      UNA CITTÀ METROPOLITANA DELLA QUALITÀ DEL VIVERE, DELL’ABITARE E DEL LAVORARE: costruire insieme un disegno complessivo e unitario di città che, al centro come in periferia, sia un luogo della qualità di vita delle persone: dai bisogni quotidiani, alla qualità della formazione, al diritto alla cultura e allo svago, rifiutando un’idea di città come pura sommatoria delle spinte al consumo opulento, alla speculazione ed agli affari. Valorizzare la rete delle associazioni e degli spazi pubblici autogestiti presenti nel territorio metropolitano milanese, la loro produzione culturale e di servizi specificamente rivolti alla popolazione giovanile.
9.      UNA CITTÀ METROPOLITANA SOLIDALE, DEI DIRITTI E DELL’ACCOGLIENZA: riqualificare la città, destinando consistenti risorse la costruzione di alloggi popolari, per case in assegnazione e in affitto e per interventi di risanamento urbanistico e sociale delle periferie. Destinare ingenti investimenti per interventi di inclusione sociale e di accoglienza, di contrasto delle vecchie e nuove povertà, per costruire una ricca rete di servizi sociali di qualità, che garantiscano i diritti di tutti alla salute, a una maternità libera e consapevole, all’istruzione, alla formazione, alla cultura.
10.  L’EXPO DOPO L’EXPO: impedire da subito che le aree e le strutture realizzate per la manifestazione vadano ad ingrossare l’elenco degli ecomostri e che si costruiscano nuove inutili e dannose “cattedrali nel deserto”: occorre che le aree destinate ad EXPO, ex Scalo Farini e Centro Direzionale, già ora connesse tra loro da un asse ferroviario, siano progettate come un sistema urbano unitario funzionalmente integrato alla città, a partire dalla ricollocazione delle attività commerciali del quartiere Sarpi.
 

Sabato, 31 Maggio, 2008 - 13:01

CASE POPOLARI: GOVERNO REGIONALE SOFFRE DI AUTISMO POLITICO

di lucmu (del 22/05/2008, in Casa, linkato 21 volte)
Il governo regionale lombardo soffre di evidente autismo politico. Non c’è altra replica possibile alle parole dell’assessore regionale alla casa, Mario Scotti, che per l’ennesima volta si rifiuta di confrontarsi con la sempre più estesa protesta degli inquilini, delle organizzazioni sindacali e di molti enti locali di fronte all’aumento generalizzato e spesso insostenibile degli affitti nelle case popolari.
La verità è che la Giunta Formigoni, con la legge regionale n. 27, sta scaricando sugli inquilini delle case popolari, cioè sui più deboli, i costi della sua politica di disimpegno dall’edilizia residenziale pubblica, sostanziata con il brutale taglio di mezzo miliardo di euro, operato alla fine del 2006, sugli investimenti per la costruzione e la manutenzione delle case popolari.
E per favore, smettiamola con la favola che ci sarebbero locatari che pagano soltanto 50 euro al mese per abitare nelle case popolari. La verità è un po’ diversa, cioè che ogni inquilino, già oggi e a prescindere dalle sue condizioni economiche, paga in aggiunta al canone anche tra 1.300 e 1.500 euro all’anno sotto la voce “spese”, comprendendo persino spese improprie e i diffusi sprechi delle Aler e degli enti gestori, che il governo regionale proprio non vuole affrontare.
Chiediamo dunque ancora una volta un gesto di responsabilità, cioè la sospensione immediata degli aumenti degli affitti e la riapertura del confronto con i sindacati inquilini e con l’opposizione in Consiglio regionale.
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
Venerdì, 16 Maggio, 2008 - 13:16

Una preoccupante autorizzazione

Un sabato, domani, pieno di iniziative. Due eventi di particolare importanza si effettueranno alla Palazzina Liberty, una mostra fotografica sul Congo, tenuta da un noto fotografo, e una manifestazione per le scuole all'Oratorio di Santa Maria del Suffragio. Si rischia, però, che il tranquillo pomeriggio, magari primaverile nel clima, molto frequentato da persone, bambine e bambini, genitori, cittadine e cittadini sia disturbato dalla presenza di una manifestazione che si terrà in Largo Marinai d'Italia dove un gruppo di skinheads occuperanno il luogo pubblico per eventi musicali con varie band del black rock proponenti canzoni e testi dal gusto e sapore altamente eversivo, reazionario, neofascista e istigatore all'odio razziale, omofobico, xenofobo.
Ho avuto occasione di leggere alcuni testi di queste canzoni e sono altamente terrificanti: alcune frasi inneggiano a esponenti delle SS, invitano a vendicare col sangue la morte di repubblichini, esaltano figure di criminali nazifascisti del calibro di Ettore Muti, istigano a commettere atti di violenza, con lancio di bombe, contro città e paesi del Sud, contro Palermo, contro popolazioni dell'Africa.
Diciamo che l'occupazione dello spazio pubblico non è pervenuta da una pacifista organizzazione civile che raccoglie i fondi per la ricerca contro i tumori o per salvare i bambini con spirito altermondialista; ma non è neppure un tranquillo e candido oratorio che effettua una mostra con annessa una riffa. Il soggetto promotore di questa manifestazione è politicamente connotato, questione non grave, ma è connotato come gruppo e organizzazione di matrice e derivazione neofascista, apologetica di fascismo, fortemente antitetica allo spirito repubblicano e costituzionale del nostro Stato, a cui appartiene Milano. Il timore e la preoccupazione di vedere situazioni di grave contrasto e di pericolo per la convivenza civile e sociale, per l'ordine pubblico, anche in presenza di due iniziative contemporanee di grande rilievo, sorgono spontanei negli animi non solo di noi antifascisti, ma di una gran parte della popolazione residente nella zona, nel quartiere, che gradirebbe godere tranquillamente del pomeriggio e di ciò che la città offre, senza ascoltare grida violente di estremisti facinorosi dall'aspetto oscuro e apologetico di fascismo. Sentire frasi che inneggiano al duce e alle stragi, genocidi commessi dai criminali nazifascisti, non è piacevole e non è tollerabile. 
Il problema che sorge non è solo individuabile nelle conseguenze derivanti da tale mobilitazione ma, bensì, riguarda anche l'aspetto procedurale che si è seguito nel chiedere l'occupazione dello spazio da parte di questa organizzazione chiaramente neofascista. Data la natura della manifestazione, i soggetti promotori, spesso chiamati a giudizio per fatti e atti di apologia, il contenuto della manifestazione, gli invitati che possono benissimo essere catalogati come "istigatori di odio e di violenza razziale, omofoba, xenofoba", sarebbe stato auspicabile che il settore competente, ossia lo sportello unico dell'edilizia del Comune di Milano, che riceve le richieste, e il settore Parchi e Giardini, amministrativamente competente, avessero pensato di passare la richiesta, prima di dare un parere favorevole, come avvenuto, all'organo consiliare circoscrizionale, organo responsabile primario del governo del territorio zonale. Ma non posso biasimare i settori che hanno solamente espresso parerri di natura tecnica, come riferitomi dallo stesso direttore, e su cui convergo. Occorreva che l'assessorato di riferimento, ossia l'assessorato Parchi e Giardini e l'assessorato alla Sicurezza, provvedesse a informarsi sulla richiesta, sui soggetti proponenti della richiesta e, vista la natura di entrambi, passare la richiesta al vaglio del consiglio circoscrizionale, che avrebbe dovuto, quanto meno, deliberare e pronunciarsi in riferimento ai pericoli che potrebbero giungere per l'ordine pubblico e la pacifica convivenza nel quartiere alla presenza di un simile evento. 
Sono al corrente che oggi da parte dei capigruppo de L'Unione in Consiglio Comunale si è proceduto a sentire il Prefetto, tramite una lettera a lui indirizzata, per chiedere un incontro urgente e per richiedere la revoca del permesso. Nello stesso solco è intervenuto il presidente del consiglio di zona 4 su sollecitazione del sottoscritto e di alcuni colleghi del consiglio.  
Spero ci sia quanto meno una revoca di questo provvedimento per evitare e prevenire un clima di forte disagio e di forte contrapposizione, che deriverebbe da un evento di questo calibro e di questa caratteristica, fortemente istigatrice di violenza e di odio razziale. A mio parere oggettivamente perseguibile a livello penale.
Un dato che mi è stato comunicato riguarda il fatto che il comando di Polizia Locale di Zona 4 non era a conoscenza della presenza di tale evento e mobilitazione: forse sarebbe stato auspicabile quanto meno, su analisi della natura della manifestazione, la Questura avesse per tempo informato gli organi decentrati della Polizia Locale e della Pubblica Sicurezza, affinchè si prevenissero gravi conseguenze per l'ordine pubblico e la sicurezza sociale comune.
Ripeto auspico in una revisione della scelta da parte della Prefettura. Anche se con grande timore registro come consigliere la conoscenza tardiva del fatto e dell'autorizzazione, questione che ha limitato un'azione e una risposta pronta e utile a prevenire con un certo anticipo un provvedimento abbastanza preoccupante.

In consiglio di zona provvederò a chiedere informazioni interrogando gli organi centralmente competenti in materia politica amministrativa, ossia gli assessorati di riferimento, affinchè si eviti, una prossima volta, almeno spero, una ripetizione di una simile procedura totalmente eseguita a prescindere dagli organi circoscrizionali.

Un cordiale saluto
Alessandro Rizzo
Capiogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 13 Maggio, 2008 - 13:51

A Brera i fiori nelle periferie il degrado

L'assessora alle attività produttive, Maiolo, è esaltata per il risultato della lunga manifestazione floreale culturale che ravviverà lo storico quartiere di Brera nelle prossime tre settimane, ogni fine settimana. Un risveglio dal lungo sonno invernale dove artisti di strada, autori, poeti, artisti di Brera, addirittura i più piccoli alle prese con le prime esperienze di performance, si esibiranno dando lustro a questo "nodo pulsante di Milano" come riferisce la stessa assessora.
Un quartiere storico di Milano, è vero, attrazione per turiste e turisti, ma anche luogo dove circolano soldi e forti scambi commerciali.
La festa è indetta dalle associazioni dei commercianti di zona e da alcune realtà che vivono il quartiere.
Niente da eccepire è chiaro, quando si tratta di ravvivare e aggregare la città. Ma nel resto della grande mela italiana cosa succede? Un reportage su L'Espresso di questa settimana disegna una Milano delle periferie, a forte rischio di disagio sociale e altamente penalizzata da un'emergenza che riguarda la devianza dovuta a situazioni di emarginazione senza precedenti.
Viene fotografato e analizzato uno dei quartieri storricamente più sofferenti di questa piaga, il quartiere Gratosoglio. A rendita bassa giovanissimi si rendono disponibili per collaborare con il mercato nero dell'illegalità diffusa, magari quello dello spaccio di droga, di diversa entità, magari quello del commercio di auto usate e rubate, magari quello del rendersi attento vigilante delle presenze nei territori e dei movimenti che riguardano questi quartieri, sostrato di coltura per lauti profitti di un'organizzazione criminale non più solo relegata al Sud d'Italia, ai piccoli paesi di provincia meridionali.
La dispersione scolastica, poi, è una delle conseguenze più devastanti.
Che cosa propone il Comune e l'amministrazione per prevenire questo disagio diffuso? Quale è la ricetta presente nell'agenda politica del centrodestra per fronteggiare questa situazione che chiaramente non dà lustro alla città che vuole candidarsi a essere punto focale di attrazione sociale e culturale, nonchè economica, di un evento internazionale dagli alti finanziamenti quale l'Expo 2015?
Le periferie procedono nel degrado, come ci insegnao i comitati di inquilini dove sono presenti i Contratti di Quartiere. Molti quartieri, poi, sono esclusi da questi progetti di intervento, che spesso si risolvono in semplici palliativi di riqualificazione superficiale delle facciate dei palazzi, senza operare secondo un programma di integrazione sociale, di rilancio della vivibilità, di rinascita civile, di coinvolgimento dei diversi segmenti che agiscono in questi contesti. Spesso i progetti sono realizzati previo accordo bipartisan tra amministrazione e ALER, tralasciando una componente importante quali i consigli circoscrizionali, che dovrebbero governare i territori di propria competenza, e la cittadinanza residente, spesso organizzata in comitati e in realtà collettive, autrici di interessanti dossier e analisi di studio e di ricerca sulle situazioni difficili della zona a forte densità popolare.
Brera si ricopre di fiori: ma non si doveva provvedere, mi ricordo, anche nelle zone del decentramento a promuovere simili manifestazioni? L'assessorato Terzi parlava l'anno scorso di Giardini aperti nelle varie "contrade" della città: ma che fine ha fatto questo mastodontico progetto ad effetto? Come mai non è stato portato a termine in modo dovuto e coerente? I consigli di zona sono stati solamente piazze fisiche dove poter illustrare una simile proposta, senza renderli partecipi e atttivi nel percorso di definizione del progetto. Il resto non è dato di sapersi. Come non è dato di sapersi che cosa si considera importante fare e realizzare per diminuire una contraddizione che stride nella città che vuole essere fulcro di un modello di sviluppo europeo e all'altezza delle sfide commerciali internazionali, tramite l'EXPO.
Rendere le periferie vivibili e partecipate significa ridestare momenti di aggregazione che non lascino ampi spazi dismessi e non luoghi dell'aibtare metropolitano soggetti a un degrado diffuso che crea disgregazione e rende operanti settori illegali diffusi che vedono nel reclutamento delle giovani leve il proprio sostentamento futuro. Rendere gli adolescenti e i giovani di queste realtà dimenticate da tutte e da tutti partecipi di prospettive civili, sociali di aggregazione e di proposta sul territorio, partendo dai centri di aggregazione giovanile,. che soffrono tagli cospicui e progetti di esternalizzazione senza precedenti, svuotanti il loro contenuto di spazi pubblici e plurali.
Le periferie potranno diventare anche loro piccoli centri vitali della città, che garantiscano una prospettiva di prosperità e ricchezza civica e sociale per la grande metropoli, oppure rimangano zone off limits, spesso terre sconfinate da considerarsi come agricole nella loro destinazione d'uso ma soggette a progetti di revisione della medesima per soddisfare gli appetiti insaziabili di grandi imprese edilizie? Manteniamo le periferie a zona abbandonate e dimenticate da un'amministrazione che ama maggiormente predisporre iniziative di facciata e superificali senza contenuti, di immagine e ad alta pubblicizzazione?

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Lunedì, 21 Aprile, 2008 - 15:12

Giornate della Danza

Milano, città che danza: per tre giorni il Comune di Milano festeggia l’arte di Tersicore in tutte le sue forme, con spettacoli, performance, esibizioni dal vivo, workshop e lezioni aperte.
La danza da vedere e da praticare, come arte, piacere, intrattenimento, ma anche come salute e benessere.
Gli Assessorati alla Cultura, Sport e Tempo Libero, Salute del Comune di Milano promuovono e realizzano, con la cura organizzativa di Arci Milano e ArtedanzaE20, in collaborazione con ATM, la seconda edizione delle Giornate della Danza, ampliandola, rispetto all’anno scorso, dal 27 al 29 aprile.  Partecipano, così, anche quest’anno, ai festeggiamenti per la giornata della danza, istituita dall’UNESCO e che ricorre il 29 aprile, data di nascita di Jean-George Noverre (1727), fra i primi teorici dell’arte coreutica.
Le Giornate della Danza chiudono Milano Aprile Danza, ovvero un mese denso di appuntamenti dedicati alla danza.
Quindici i luoghi, duecento gli artisti coinvolti, oltre settanta appuntamenti in un percorso urbano che si snoda dal centro, cuore della manifestazione, agli spazi più decentrati della città: Galleria Vittorio Emanuele, Palazzo Reale, Informagiovani, Loggia dei Mercanti, Fabbrica del Vapore (DiDstudio ed Edificio Luigi Nono Uno), Accademia Teatro alla Scala, Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, Teatro Out Off, Teatro degli Arcimboldi, Banchina del tram di Corso Magenta, Piazza Fontana, Piazza Castello, Via Cantù, Porta Genova.
La manifestazione si inaugura domenica 27 aprile alle 10.30 con una straordinaria apertura dell’Accademia Teatro alla Scala: gli aspiranti danzatori dagli 11 ai 14 anni (livello intermedio) e dai 15 ai 22 anni (livello avanzato) hanno l’opportunità di seguire due lezioni di danza classica con il Maestro Frédéric Olivieri. Prosegue alle 14 all’Informagiovani di via Dogana 2 con Danza in Video, a cura di CRO.ME, e alle 16 con Danzare l’Arte, performance di giovani allievi del MAS, che traggono ispirazione dalle mostre di Bacon, Balla e Canova, attualmente in corso a Palazzo Reale. Per accedere alle performance è necessario munirsi del biglietto d’ingresso alle mostre.
Per gli amanti di tutte le forme di danza e di ballo, dalle 17 alle 20, un grande momento di festa: all’Ottagono in Galleria Vittorio Emanuele il Ballo di Primavera diventa occasione di intrattenimento e di svago con balli di gruppo, che vanno dalla disco-dance all’hip hop e ai balli latino-americani, tanto amati dai giovani, dalle danze tradizionali africane al tango e alla mazurca. Alle 19 esecuzione straordinaria della Civica Orchestra di Fiati di Milano con musiche per banda e valzer viennesi.
Lunedì 28 e martedì 29 aprile, dalle 17 alle 19, è la volta di Danzare la città, la città che danza con un variegato palinsesto di performance, all’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele e alla Loggia dei Mercanti.
Nelle stesse giornate, alla Fabbrica del Vapore, è offerta a tutti una vetrina di workshop gratuiti, curati da insegnanti e coreografi di rilievo con un’attenzione particolare rivolta alla disabilità. Nelle stesse giornate la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi dà la possibilità di seguire i suoi corsi, che spaziano da lezioni teoriche a pratiche.
la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi dà la possibilità di seguire i suoi corsi, che spaziano da lezioni teoriche a pratiche.

Martedì 29 aprile, in collaborazione con ATM, Un Tram che danza percorre la città e diventa palcoscenico per performers e danzatori. Partendo da Piazza Castello, sosta in Via Cantù, Piazza Fontana e Porta Genova, prima di terminare la sua corsa al Teatro degli Arcimboldi per l’evento finale della manifestazione.
Nel foyer del teatro le giovani artiste Giovanna Soletta, Naomi Berrill e Claudia Zannoni intrattengono il pubblico all’ingresso con una performance di danza aerea e musica dal vivo, dal titolo Danzare l’aria.
Evento nell’evento, alle ore 21, il Comune di Milano presenta, al prezzo eccezionale di € 12, un grande coreografo di fama internazionale, Jean-Claude Gallotta, un atteso ritorno in città, con, in prima milanese, la sua creazione Des gens qui dansent.
Prima dello spettacolo, l’ospite d’onore, Ismael Ivo, coreografo brasiliano e Direttore del Settore Danza della Biennale di Venezia (di cui illustra il programma la mattina stessa a Palazzo Reale) legge il messaggio al mondo della Danza, quest’anno scritto da Gladys Faith Agulhas, dedicato alla disabilità.
Altri spettacoli e performance, già programmati nelle stagioni teatrali e nei festival, rendono più effervescente quest’anno l’offerta delle Giornate della Danza:  il 27 aprile, alle 21, è in scena al DiDstudio, presso la Fabbrica del Vapore, INTERvita di Ariella Vidach e Claudio Prati, performance presentata da UOVO Performing Arts Festival e Ariella Vidach – AiEP, mentre il 28 aprile, alle 21, debutta, in prima milanese, al Teatro Out Off, Sonate Bach-di fronte al dolore degli altri di Virglilio Sieni, presentato dal Festival EXISTER_08, infine, il 29 aprile, alle 18, Danae Festival e Teatro Litta presentano alla banchina del tram di Corso Magenta 24 la performance Body Stop.
la Fabbrica del Vapore, di Ariella Vidach e Claudio Prati, performance presentata da UOVO Performing Arts Festival e Ariella Vidach – AiEP, mentre il 28 aprile, alle 21, debutta, in prima milanese, al Teatro Out Off, di Virglilio Sieni, presentato dal Festival EXISTER_08, infine, il 29 aprile, alle 18, Danae Festival e Teatro Litta presentano alla banchina del tram di Corso Magenta 24 la .

Tutti gli appuntamenti della manifestazione, a parte gli spettacoli, sono offerti alla città a ingresso libero.
Per info:
tel.   33.88.91.67.70
tel.   02.88.45.01.50

Sabato, 19 Aprile, 2008 - 18:28

Come si fanno le città sostenibili? Intervista a Federico Butera

Come si fanno le città sostenibili? - Intervista a Federico Butera

www.lifegate.it


Come si risolverà, nel futuro, il problema dell'energia nelle nostre città? Che ruolo avranno le nuove tecnologie? Ecco le risposte di Federico Butera, professore di Fisica e Tecnica ambientale del Politecnico di Milano.
Al convegno "Energetica 2008" l'autore dell'interessante e divertente libro "Dalla caverna alla casa ecologica", scritto per le Edizioni Ambiente, appare fiducioso e positivo. Le nostre case e le nostre città possono consumare meno e a costi contenuti. Bisogna solo imparare a utilizzare l'energia che ci serve in modo più intelligente.
- Quali sono i problemi energetici delle città?
Le città sono il luogo in cui si consuma il 70% e anche più dell'elettricità e dell'energia che complessivamente si utilizza - per riscaldare gli edifici, per illuminarci - pertanto sono proprio il luogo da cui partire.
La città è anche il luogo dell'innovazione. E' vero che consumano di più ma sono anche i luoghi dove è più facile far qualcosa.
- Quali sono i principi da adottare per rendere le città sostenibili?
Va rivisto il modello di progettazione urbana, vanno riprogettate le funzioni urbane. Bisogna fare in modo che si possano ottenere i servizi necessari spendendo il minimo di energia possibile.
- Cosa significa?
Se la casa c'è già, coibentarla meglio, se è da costruire, progettarla meglio, rivedere anche il modo in cui si pianifica l'esistente. Bisogna favorire una migliore distribuzione di ciò che occorre, in modo tale da avere tutti i servizi di cui si ha bisogno sotto casa, come si faceva una volta.
Mettendo insieme uffici, abitazioni e terziario, migliora la qualità urbana, si consuma meno energia per gli spostamenti, e si può riavere quella vivacità urbana che era tipica delle nostre città una volta.
- Quali sono gli edifici del futuro?
Sono edifici non tanto diversi da quelli di oggi. Cambiano le regole del buon costruire, che saranno quelle di una volta: ad esempio si dovranno orientare in modo intelligente gli edifici per sfruttare tutta l'energia solare disponibile. Insomma, somiglieranno più agli edifici di prima che a quelli degli ultimi 100 anni.

Sabato, 19 Aprile, 2008 - 13:43

La città ha perso la memoria

La città ha perso la memoria Data di pubblicazione: 17.04.2008
Autore: Stefano Boeri,

http://eddyburg.it
Anche su La Stampa (17 aprile 2008) un’anticipazione dei temi trattati a CittàTerritorioFestival: una descrizione impressionistica degli aggregati urbani

Si apre oggi a Ferrara, e si chiude domenica, la prima edizione di «Cittàterritorio Festival»: quattro giorni d’incontri in cui architetti, storici, urbanisti, economisti, sociologi, studiosi d’estetica si confrontano sulla realtà urbana del terzo millennio. Il festival è promosso dal Comune e dall’Università di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dallo Iuav di Venezia. L’organizzazione è di Laterza Agorà e Ferrara Fiere. Sponsorizza l’Eni. Sul tema Centro e periferia, intorno al quale ruota questa prima edizione del festival, pubblichiamo una riflessione di Stefano Boeri, direttore della rivista Abitare.

Per secoli, studiosi di ogni disciplina hanno provato a definire la città ricorrendo a metafore (la città come una macchina, come il corpo umano, come una rete, come un testo..). Hanno anche utilizzato categorie astratte di misurazione: la dimensione, l'estensione, l'altezza, la demografia, l'infrastrutturazione, l'attrattività. Niente da fare. «Città» è un termine che - forse perché comprende noi stessi che cerchiamo di definirlo - è sempre sfuggito ad una definizione apodittica.

Eppure tutti noi, vivendo e attraversando quotidianamente i suoi spazi e i suoi paesaggi, sappiamo bene cosa sia, oggi, una città. Ad esempio sappiamo che a distinguerla dal resto del territorio è soprattutto una densità fisica determinata dalla compressione di costruzioni (edifici, volumi, architetture) in un unico territorio. Ma è anche una densità di infrastrutture. Una città significa migliaia di metri di rotoli e griglie di strade, piazze, tunnel sotterranei, viadotti, tubature in cui scorrono i flussi dell'urbanità contemporanea: le folle dei cittadini, la moltitudine dei veicoli, le infinite varianti delle merci che ci vestono, alimentano, divertono, aiutano; e poi le acque, le correnti energetiche, i gas; i flussi finanziari che scorrono nelle reti immateriali; e infine le immagini verbo-visive: migliaia di parole e figure che volano nei cablaggi, nelle reti digitali, nei coni d'ombra dei satelliti. Tutto questo significa anche densità di nodi: areoporti, stazioni, fiere, ortomercati, banche, scuole, centri commerciali, headquarter, cattedrali, interporti, monumenti… punti, emergenze, coaguli verso cui i flussi vengono convogliati, orientati, rilanciati nel gioco infinito degli scambi.

I nodi di una città rappresentano il punto di coagulo - negli spazi fisici - delle infrastrutture e dei flussi. Ma non solo: i nodi ci aiutano anche a cogliere l'altra fondamentale dimensione dell'urbanità: quella simbolica. Per esistere, oggi più che mai, una città deve costituirsi come un'entità riconoscibile e condivisa per le moltitudini sempre più variegate dei suoi cittadini. Non esiste città senza quella misteriosa alchimia di luoghi, di ricordi intimi, di memorie condivise capace di volare nell'immaginario collettivo e di saldare in una parola o in una sensazione - magari sfuggente - tutte queste cose insieme.

Da Milano a Dubai, da Roma a Città del Messico, da Napoli a Los Angeles le città si stanno espandendo nel territorio; crescono i loro reticoli, si addensano i flussi e i nodi, aumenta la loro dimensione geografica e demografica, svaniscono i confini con la campagna e con le città contigue, sfuma il loro perimetro. Eppure, in questa vertiginosa estensione spaziale - dura, fisica, minerale - l'unica densità che permette a questi agglomerati di essere percepibili come entità singolari per noi che le abitiamo è legata a qualcosa di immateriale e aleatorio: un'idea condivisa, l'immagine di un luogo e di un'atmosfera… Oggi più che mai le città sono simboli oppure, semplicemente, non sono.

Siamo nel vivo di una formidabile trasformazione delle logiche di evoluzione delle città europee. Nel vivo di una transizione che (per usare una metafora che associa la città ad una lingua) riguarda sia la sintassi che la grammatica dei nostri spazi di vita.

Io credo che il modo più efficace per descrivere questa transizione (che ci sta portando verso una nuova condizione urbana, dai confini ancora incerti) sia di usare i concetti di «differenza» e «variazione». La città moderna, nata con la rivoluzione industriale e con le sue infrastrutture, si basa su una sintassi chiarissima che opera per «differenze» tra le parti del grande organismo urbano. Il centro storico medievale è un insieme distinto dall'insieme delle zone costruite durante il Rinascimento. Le aree degli isolati regolari costruiti nel corso dell'800 sono diverse dalle frange della periferia costruita dallo Stato nel dopoguerra; che sono a loro volta diverse dai quartieri di villette che cingono la campagna urbanizzata.

Fino a qualche anno fa, uscendo dal centro verso l'esterno delle nostre città, noi percorrevamo un viaggio nello spazio e nel tempo; dal passato verso il presente. Attraversavamo in sequenza pezzi distinti di città e ogni zona aveva un perimetro chiaro. Ogni parte era omogenea e distinta nettamente dalle altre. E dentro il perimetro di ogni parte omogenea di città, agiva il principio di «variazione»: gli edifici, simili per storia e funzione, variavano tra di loro secondo elementi secondari (altezza, finiture, materiali, arredi esterni…) che però non smentivano il carattere distintivo complessivo della parte urbana.

Differenza tra parti omogenee, variazione tra edifici simili all'interno della stessa parte. Ecco la sintassi della città moderna, che ha assorbito e regolato secoli di evoluzione urbana.

Oggi, ma sarebbe meglio dire da qualche decennio, tutto questo è cambiato. La «città per parti» è intaccata, sommersa, contraddetta, da un modo del tutto diverso di crescere della nuova città. La città contemporanea non cresce più per parti omogenee, ma piuttosto per singoli edifici. Migliaia di costruzioni singole, una diversa dall'altra, che occupano nuovi territori e scompigliano le parti consolidate della città moderna.

Se viaggiamo in una porzione nuova di città vediamo scorrere una serie di oggetti eterogenei: la palazzina residenziale, l'autolavaggio, il capannone industriale, il quartiere di villette a schiera, lo svincolo, il centro commerciale, il borgo storico, il call center… monadi solitarie anche se sono accostate e ammassate nello stesso fazzoletto di territorio. E se cerchiamo le somiglianze tra queste edifici, non riusciamo a costruire degli insiemi geograficamente continui (delle parti omogenee) bensì delle costellazioni di edifici sparsi, accumunati dalla stessa radice tipologica (le villette con le villette, i capannoni con i capannoni).

Il punto è che questi due modelli evolutivi - quello della città moderna e quello della città contemporanea - oggi si sovrappongono, confliggono negli stessi spazi. Perché in fondo rappresentano le società urbane che le determinano e coabitano negli stessi spazi.

La città contemporanea riflette - anche nelle sue parti più centrali e storiche - la nuova grande energia molecolare che alimenta le società urbane: una moltitudine di soggetti e istituzioni che hanno le risorse giuridiche, economiche e politiche per cambiare piccole porzioni di spazio. E che lo fanno.

Qui sta il senso primo della transizione epocale che stiamo vivendo. Le città italiane, le città europee non sono più la scena di un gioco tra pochi grandi soggetti (i latifondisti, le amministrazioni pubbliche, i potentati politici, le banche, le grandi famiglie industriali…) che governano grandi porzioni omogenee di territorio. Sono diventate il campo di azione di una moltitudine di attori spesso attenti solo al loro piccolo spicchio di spazio, spesso spregiudicati e a volte arroganti, disposti a tutto.

Qui sta uno dei grandi paradossi della contemporaneità: che la democratizzazione delle società urbane sta frammentandolo in tanti sottosistemi lo spazio collettivo delle nostre città. Una società abitata da una moltitudine di minoranze sta costruendosi un territorio a sua immagine e somiglianza. Da qui, inutile dirlo, i grandi problemi di governo e orientamento che assillano tante amministrazioni pubbliche, tanti urbanisti, tanti pianificatori.

Giovedì, 3 Aprile, 2008 - 11:47

Intervento di Basilio Rizzo in merito assegnazione EXPO 2015

Signor Sindaco, innanzitutto complimenti a Lei e a tutto il suo team. Si era data un obiettivo preciso: vincere e lo ha fatto. Ha conquistato i voti e ne ha addirittura creati materializzando nuovi votanti. Chapeau!
Tuttavia gli anni di tangentopoli mi hanno insegnato che non esistono obiettivi giusti conquistati con metodi discutibili, che il fine non giustifica i mezzi e dunque non ho condiviso e non condivido.
Se anche avessi scoperto in altri del gioco sporco avrei scelto la carta del denunciarlo, non di adeguarmi.
Non per tutti Parigi val bene una messa.
Ho letto ieri su un quotidiano: “….un paese asiatico ha chiesto la ristrutturazione della locale Camera di Commercio. Arredi compresi. Milano di certo non c’è stata”. Per fortuna.
Ma noi a quale altezza abbiamo posto l’asticella della “sopportabilità”?
Al 7 dicembre, alla Scala, ai vigili in Uganda, a uno stage, ad una borsa di studio?
Ora che la corsa è finita avremo un rendiconto preciso di spese e finanziatori, fino all’ultimo euro e senza omissis messo sul sito del Comune, a disposizione di tutti?
E propongo, se possiamo scagliare la prima pietra, che Milano apra una battaglia perché in futuro le regole di voto siano più trasparenti….
Combattere la casta da noi vuol dire, non incoraggiarla altrove anzi eliminare le condizioni perché possano esistere e prosperare.
Ora tuttavia la fase è diversa. L’Expo c’è. E’ il momento di ragionare sui progetti. Ma quali? Sapevo di una torre e sento dire che non lasceremo torri…..
Imperversano sui giornali City-Life, Garibaldi Repubblica, Palazzo della Regione, 4^ e 5^ linea del Metrò, Borsa delle Merci,……
Ma se ci penso, quei progetti li abbiamo già discussi, approvati con i finanziamenti già a posto.
I nuovi quando arrivano?
O il marchio Expo serve a dare a quelli l’aureola, santificarli e dunque tacitare ogni opposizione?
Perché se il “clou” che resta, sbandierato ossessivamente è, “a prescindere” la montagna di denaro che dovrebbe pioverci addosso…. bisogna ritornare alla trasparenza.
I progetti si giudicano, i conti si controllano.
La mia proposta allora è: si crei un comitato di vigilanza autorevole e credibile a 360° che sovrintenda ad assegnazioni, gare, contratti; assicuri totale pubblicità su provenienza, destinazione delle risorse impegnate pubbliche e private. Corrispondenza tra progetti e realizzazioni, tempi. Tutto in tempo reale e consultabile senza filtri insuperabili.
Milano ha bisogno di disegnarsi un futuro.
Ho riserve su un futuro fondato su un evento straordinario. Per sua natura effimero. Che droga la prospettiva. Che non agisce su tutti allo stesso modo.
L’entusiasmo di chi prospera sulla trasformazione del territorio, dei commercianti che sognano i grandi spenditori, è del tutto comprensibile.
Ma di altro è composta la città. E gli altri entusiasmi vanno conquistati….
L’Expo darà più case, a prezzi migliori? Darà mezzi più puntuali, più confortevoli, più frequenti….
Migliorerà l’offerta dei servizi sociali? Etc.
Insomma: le parole magiche “ricadute positive indotte per miliardi di euro” resteranno frasi buone per gli studi della “Bocconi” o saranno tangibili miglioramenti della condizione di vita in città?
Occorre riflettere sul non eccessivo entusiasmo per la vittoria.
Ridotta al rango di match-sportivo, 86-65 esalta il tifoso che è dentro di noi.
Ma se la gioia si ferma qui …. Significa che è diffusa la preoccupazione che poi a godere siano sempre i soliti noti!
Non si fidi degli applausi di quelli che stanno in alto che hanno brindato e sanno farsi sentire sulla stampa.
Tema l’indifferenza se non la diffidenza di quanti non sanno farsi sentire perché sono assorbiti dalla fatica di far fronte alla loro quotidianità.
Cerchi di capire le loro ragioni, vada loro incontro.
Spieghi a suoi amici che si moderino un po’ e prenda solenni impegni che non tollererà che l’EXPO comporti poderosi aumenti del costo della vita.
Convinca i suoi sponsor dell’Unione del Commercio che fa un certo effetto vedere che mentre quantificano i miliardi che la città incasserà (tramite loro, naturalmente!) per l’EXPO, non riescono a convincere alcuni loro associati a guadagnare solo qualche centesimo in meno sul pane da offrire agli anziani!
Il solido fondamento su cui Milano potrà rilanciarsi non può essere né il solo commercio, né tantomeno il turismo una tantum.
Occorre ricreare le condizioni per il ritorno del lavoro produttivo.
Mi verrebbe da dire: del braccio e della mente.
E contare sulla cultura. Sulla qualità del vivere.
Per attrarre presenze stabili e soddisfatte. Studenti, ricercatori, talenti e quartieri generali delle imprese nazionali ed internazionali.
Deve finalmente diventare la grande Milano, integrando territorio e servizi al di là dei puri confini municipali.
L’accoglienza come scelta fondamentale. Non dei soli ricchi! Ho sorriso sentendo dire M. Attali che Milano è una città accogliente. Conosce le forze politiche che l’amministrano?
Che non sanno resistere alla tentazione di confondere problemi della sicurezza con l’ostilità contro gli immigrati.
Conosce la pochezza morale, la viltà di sgomberi ad orologeria: forti con i deboli, ma con l’avvertenza che tutto avvenga dopo il 31 marzo?
I 70mila posti di lavoro previsti nell’edilizia EXPO, saranno, lo sanno tutti, prevalentemente di immigrati.
Non mi risulta che la scienza, ad oggi, abbia selezionato braccia separate dai corpi.
Dunque saranno qui esseri umani con bisogni, affetti, speranze.
Sapremo accoglierli? e come? Senza un disegno, gravando ancora sulle periferie lasciate sprofondare nel loro degrado?
Useremo le loro braccia di giorno e la sera… tutti alle fiaccolate contro la loro presenza nel territorio?
Sig. Sindaco, il tempo è poco ed allora gliela dico così: ora che l’assegnazione c’è stata è bene che lei si decida a fare il Sindaco.
A nome di Milano deve convincere tutt’Italia –con i fatti e non sarà impresa facile- che pur in tempi di ristrettezze economiche è bene che grandi risorse che sono soldi dello Stato siano destinate a noi ancorché siamo la città più ricca. Dimostrando che noi siamo capaci di moltiplicarle e ridistribuirle in modo che tutti stiano meglio: dalla Vetta d’Italia a Capo Passero, come si diceva una volta; nonché in tutti i paesi della Cooperazione Internazionale che hanno creduto in noi!.
Dovrà convincere i milanesi che non consumerà il loro territorio e che ogni opera sarà costruita per vivere anche quando l’ultimo visitatore se ne sarà andato e servirà ai giovani che verranno, alle famiglie che aspettano un alloggio. E che sui terreni riqualificati non lasceremo torri e cemento, ma parchi ed alberi.
Da subito (facciamo da lunedì perché un po’ di riposo Le spetta) deve far sentire che una città che vince l’EXPO, che vuole costruire milioni di metricubi, 3 linee metropolitane, etc. etc, non può lasciare irrisolte emergenze vergognose, deve saper trovar un luogo per qualche decina di famiglie comunitarie, che hanno un lavoro, che mandano i figli nelle nostre scuole… nè può sopportare di condannare dei suoi abitanti a convivere con la morte e la paura della morte perché l’amianto, dalle loro case, lo toglieremo solo fra qualche mese o magari coi prossimi bilanci…..
Milano, 2 aprile 2008

Giovedì, 3 Aprile, 2008 - 11:34

EXPO 2015: quale futuro per la città?

in risposta al messaggio di Fiorella nella discussione su Expo occasione di partecipazione? nel forum Permanente sulla città.

Carissima Fiorella, carissim* tutt*,
il tema della discussione è quali opportunità potrebbero derivare dall'EXPO 2015, in merito a un coinvolgimento chiaro e incisivo della cittadinanza. Io vorrei proporre il tutto con uno sguardo avveniristico: come sarà Milano nel 2016? Difficile fare previsioni totalmente affidabili, ma è comprensiva la necessità di parlarne, di ipotizzare scenari differenti, visioni diverse, possibilità varie che identifichino Milano nella sua nuova, rinnovata, innovativa, dimensione post EXPO 2015.
E' un successo l'avere avuto come accreditamento l'Esposizione Universale a Milano, in Italia? Indubbiamente è un successo internazionale, che rende credibile il nostro Paese e che illustra la crescita di consenso che l'Italia, negli ultimi due anni, ha ricostruito da parte degli altri paesi mondiali. Quindi in primiis, mi sia consentito di dire, l'azione diplomatica del Governo ha dato buoni frutti. Ma non possiamo fermarci a questa conquista considerandola, come la finale di una coppa mondiale di calcio, una vittoria fine a sè stessa. Qui non stiamo parlando di mondiali di calcio ma, bensì, del futuro e dei destini territoriali, sociali e culturali di una città, una grande città, che, a parere del sottoscritto, soffre ancora di forti lacune nel suo sviluppo infrastrutturale, nell'applicazione di scelte politiche ambientali dedite alla sostenibilità, quali l'incentivazione dei mezzi di trasporto pubblico, una rete diffusa ferroviaria per il trasporto delle merci sul territorio, una diminuzione della forte distanza esistente tra centro e quartieri periferici, l'assenza di condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, sui cantieri, mi viene in mente che proprio ieri un altro lavoratore albanese, con permesso di soggiorno e regolare, ha subito un nuovo incidente in un cantiere nella mia zona, in Via Marcona, l'apposizione di pannelli fotovoltaici sugli edifici di nuova e vecchia costruzione, l'abbattimento dei costi degli affitti, alti, troppo alti, soprattutto per studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori che migrano, ce ne sono molti, come testimonia una ricerca condotta da Corrado Augias che riporta i livelli di migrazione dal Sud al Nord agli standard degli anni 60/70, a Milano.
Ho letto attentamente, Fiorella, l'ottimo articolo che tu hai segnalato di Beltrami Gadola sul Corriere della Sera, in merito allo scenario che interesserà in termini di partecizione e di sviluppo Milano nei prossimi anni in attesa di ospitare la sei mesi dell'esposizione universale. Mi sono soffermato su due concetti che ritengo essere le chiavi interpretative dei dubbi, delle forti perplessità, delle forti incertezze circa il futuro di questa nostra città.
Innanzitutto Gadola dice:"V' è da costruire un consenso nell' opinione pubblica". Ma è chiaro e non posso che concordare con questa affermazione. Oltre ai festeggiamenti e trionfi di natura istituzionale e imprenditoriale, soprattutto, per l'assegnazione dell'EXPO 2015  a Milano occorre costruire un consenso nella cittadinanza. Ma come si costruisce un consenso se non attraverso una partecipazione e un coinvolgimento diretto di quest'ultima? Io vorrei ricordare che qualche mese fa, in piena discussione, sembra oramai l'unica presente in modo rilevante a livello amministrativo cittadino, circa la possibile assegnazione dell'esposizione a Milano, dove l'opinione pubblica si è divisa in modo manicheo tra sostenitori e tra oppositori, come fossimo nella Firenze dantesca dei guelfi e dei ghibellini, tra questi ultimi, ossia nella schiera dei ciritici, c'era l'imprenditore De Albertis, il quale, proprio perchè escluso dalla definizione, progettuale ed economica, delle proposte di intervento edificatrici nelle aree interessate dal grande sviluppo, ha accusato la giunta, il sindaco e l'amministrazione di voler rndere l'EXPO 2015 e la sua preparazione affari di pochi, coinvolgendo poche realtà, quasi tutte imprenditoriali e finanziarie, per certificare il migliore programma di crescita urbana della città. Lo ha detto, sottolineo, un imprenditore. Voi, giustamente, direte che questa "accusa" derivava dall'essere stato escluso dalle "trattative" per i prossimi necessari appalti per edificare e costruire nuovi insediamenti mirabolanti: chiaramente una buona dose della spiegazione di questa boutade deriva da questo fattore, ma comunque è indicativo di una situazione generale che viene avvertita come esclusiva per pochi, sotto la giusta e magnanima dimensione della finalità nobile, non posso che dirlo giustamente, dell'esposizione occasione per i paesi meno ricchi di poter intessere relazioni di cooperazione e di poter offrire i prodotti propri al mercato internazionale, di poter diventare riconoscibili nella definizione dei destini alimentari mondiali.
Giustamente Gadola osserva che invece di parlare semplicemente di EXPO 2015, implicando in questa definizione gli scenari possibili e le opportunità, occorre riflettere in un'ottica di «Non solo Expo», ossia in un'accezione che implichi un programma di intervento strutturale di rilancio sociale, culturale, economico e urbano di questa nostra città. Innanzitutto si deve parlare di EXPO non escludendo le realtà municipali limitrofe alla nostra città, in una dimensione metropolitana, essendoci il coinvolgimento necessario di tutte le componenti dei territori che saranno necessariamente coinvolte in questo appuntamento di dimensione globale. Gadola parla di proposte che devono essere calendarizzate nell'agenda istituzionale, in una visione metropolitana ripeto, altrimenti ogni progetto rischia di naufragare, rischia di rivelarsi un fallimento, rischia di parcellizzarne l'attuazione e la dimensione operativa e di analisi. Dalle proposte per interventi che garantiscano un risparmio energetico cospicuo alle proposte che aumentino l'incentivo all'utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico, con premi e agevolazioni, molto lavoro ha fatto la finanziaria 2008 in questa direzione, quali il «mobility manager», che premia privati per l'utilizzo dei mezzi pubblici o per pratiche virtuose in tema di mobilità sostenibile, come il "car sharing" e il "car pooling", l'utilizzo collettivo dell'automobile; Gadola parla, giustamente, anche di politiche di abbassamento e di calmieramento dei costi degli affitti, parla di edilizia convenzionale o residenziale pubblica, io vorrei ricordare, come denuncia e scrive il consigliere regionale di Rifondazione (Sinistra Arecobaleno) in un'intervista su Il manifesto del 1 aprile, che a proposito di edilizia pubblica, nonostante i fondi in finanziaria 2008, la Regione ha tagliato 20 milioni nel capitolo di bilancio. Si parla di bioarchitettura, di progetti di edificazione che adottino un sistema di riscaldamento naturale, sostenibile e rinnovabile; Gadola parla giustamente di periferie da rilanciare in un'ottica di dimensione municipale, di cittadinanza attiva, di coinvolgimento, di riqualificazione urbana, ambientale, di sostenibilità civica e sociale, di garanzie adottate tramite una rete diffusa di servizi efficenti e incisivi per le pari opportunità, per una giustizia sociale diffusa, per un nuovo welfare universale e partecipato.
Esistono, da parte dell'amministrazione, progetti che vadano in questa direzione? Esiste, poi, un serio decentramento qualificato, rinnovato, che concepisca la partecipazione come canale primario di amministrazione del territorio circoscrizionale, nella sua dimensione sociale, nella sua interezza civica, di grandezza municipale. Non possiamo ripartire da una città rinnovata e riqualificata nel patto di convivenza se non si parte dal rilancio delle municipalità e della partecipazione del coinvolgimento della cittadinanza attiva. Se Expo significherà solo progetti edilizi, non possiamo che dire che gli appetiti imprenditoriali saranno imperanti nella visione di una città a misura delle sole grandi progettazioni mirabolanti, della cementificazione oltremisura, dell'aggressione alle aree verdi e agricole presenti in città: fino a oggi i prodromi non sono rosei, come testimonia il nuovo regolamento edilizio in discussione che elimina la possibilità, non solo dei consigli circoscrizionali, ma anche dello stesso consiglio comunale di esprimersi in materia di varianti volumetriche edilizie, le DIA  e le SUPERDIA, che mettono a repentaglio una programmazione seria e coerente del territorio, dei territori nelle loro specificità culturali, storiche e civili.

Da che parte partire?
Un caro saluto
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano - La Sinistra, L'Arcobaleno
Consiglio di Zona 4 Milano

Domenica, 30 Marzo, 2008 - 11:07

Al Zerologico un interessante vernissage il 5 aprile

Volentieri segnalo questo interessante appuntamento e invito a un vernissage presso lo spazio Zerologico, presente nella nostra zona 4 di Milano, attivo da tempo nel dare luce e voce a giovani artisti indipendenti e attivi nelle diverse discipline: quando l'arte dventa occasione di aggregazione, di scoperta del reale, di contaminazione e di crescita sociale.

Alessandro Rizzo

Zerologico presenta

The Yellow Forest
di Fab3
a cura di Antonio Dell'Isola
Dal 5 al 24 aprile 2008
Inaugurazione 5 aprile ore 18.30

Il Centro Culturale Zerologico presenta “Luci digitali” di Fab3, un'installazione che mescola arte, musica e video.  In un mondo di colori, percezioni visive astratte ed elettronica, l'intero spazio espositivo sarà la scena sulla quale Fab3 svilupperà la sua creatività. 

Le  pareti della galleria saranno interamente decorate con movimenti di colori e forme che hanno il preciso obbiettivo di catturare una serie di istanti. Al centro della sala ci saranno 4 quadri digitali da circa 100x100cm con retroilluminazione, sul soffitto verranno,
invece, proiettate immagini digitali astratte, e il tutto sarà accompagnato da una musica elettronica  minimale con richiami lounge.

Lo staff di Zerologico

Martedì, 18 Marzo, 2008 - 14:08

«Così concilio Chavez e la City E ora sogno la rivoluzione verde»

«Così concilio Chavez e la City E ora sogno la rivoluzione verde»
A colloquio con Ken «il rosso» Livingstone, che si ricandida alla guida di Londra
La riduzione delle emissioni, il lavoro, il multiculturalismo e il declino degli Usa. Intervista a tutto campo con il carismatico leader laburista inglese. Che guarda a Cuba, al Venezuela e soprattutto alla Cina. Apre alle imprese «etiche» e bacchetta i no global Chavez ci vende il petrolio per i nostri autobus a 20 milioni di dollari in meno l'anno e noi usiamo i soldi che risparmiamo per ridurre della metà le tariffe C'è bisogno di una Tobin tax e io, sindaco, dovrei avere il potere di redistribui
Doreen Massey
Londra
www.ilmanifesto.it

Ci incontriamo nell'ufficio di Ken all'ottavo piano della City Hall e stiamo ancora chiacchierando, prima di cominciare davvero l'intervista, quando Ken esce correndo dalla stanza e rientra sventolando un documento. La vecchia energia e entusiasmo non sono chiaramente diminuiti. «Guarda - dice - guarda qui... Stiamo progettando di presentare questo il 27 febbraio. E' la strategia di riduzione del carbone per la città fino al 2025-30. E può essere realizzato. Si può davvero ottenere il 60% di riduzione nelle emissioni. Si basa tutto sul cambiamento di atteggiamento e sulle tecnologie esistenti. Tutto ciò che serve è la volontà politica».
E come si genera?
Ah... beh, continuando instancabilmente a parlare di queste cose. Bisogna acquistare consenso, spingere tutto in avanti. Vedo almeno un ministro alla settimana e lo faccio da sei anni e mezzo. Sì fanno progressi dolorosamente lenti, e di tanto in tanto si torna indietro, magari perché uno di questi ministri ti dice che serve un'altra pista a Heathrow.
La tua priorità ora paiono essere i cambiamenti climatici.
Sì, ma se non riusciremo a ridurre le emissioni di carbonio sarà una catastrofe. I capitalisti più sensibili riconoscono il problema. Al tempo del Greater london council (Glc), l'arena politica internazionale rispecchiava la divisione di classe nella società e le imprese avevano totalmente aderito al Thatcher-pensiero. Ma le grandi imprese adesso sono un alleato forte su tutta una serie di questioni, dai cambiamenti climatici al miglioramento della specializzazione della forza lavoro, all'investimento nei trasporti pubblici. Non sono più loro il nemico, sono i comuni (sia quelli in mano ai laburisti che quelli guidati da conservatori e liberali). E poi c'è il governo, che è terrorizzato da quello che potrebbe dire il Daily Mail.
Parli molto di rendere Londra una città globale sostenibile. Quando eravamo nel Glc ci preoccupavamo di evitare che Londra diventasse thatcheriana. C'è qualcosa di equivalente oggi?
Allora stavamo promuovendo una strategia economica alternativa. E avevamo anche un piano per ridurre il numero di abitanti da 8 milioni e mezzo a 6. Ma le cose sono andate al contrario. Adesso bisogna lottare per contenere il più possibile la crescita di Londra. La densità immobiliare è aumentata del 300% per ettaro in quattro anni. E dato che la maggioranza della popolazione mondiale oggi vive in città bisogna trovare il modo di farle funzionare in maniera sostenibile. Poi c'è la questione della struttura. Nel Glc abbiamo fatto il possibile per impedire il declino dell'industria manifatturiera e nulla per incoraggiare business e finanza, ma quella battaglia è stata completamente persa. I servizi commerciali e finanziari sono raddoppiati e rappresentano oltre un terzo dei posti di lavoro a Londra, mentre l'industria è scesa a 300mila posti e sta ancora calando. La situazione che abbiamo di fronte certamente non è quella che avremmo scelto. A produrla è stato il big bang della Thatcher.
Finora le cose su cui ti sei concentrato sono la City e i cambiamenti climatici. Quando parli di Londra come città globale, cosa intendi?
Beh, mi pare chiaro che Londra si sia avvicinata a città come New York.
In che termini?
In termini di servizi finanziari e commerciali, ma anche di come viene percepita dal resto del mondo. Qui succedono tante cose, sempre più giovani scelgono di trasferirsi qui anziché a New York. E l'altro grande cambiamento è che la popolazione nera e asiatica è raddoppiata dai tempi del Glc. Quindi siamo di fronte a una città che è certo la capitale della Gran Bretagna ma che a tutti gli effetti è una città globale.
Nel senso di avere tutto il mondo in una sola città...
Sì. A Londra si parlano 300 lingue, a New York 200. Il grande vantaggio che abbiamo rispetto ad altre città miste è che le etnie e i luoghi qui si mescolano meglio. Una persona su venti qui è di etnia mista, ma non è così a New York. Perciò queste idee di scontro di civiltà e terrorismo globale non hanno alcun senso.
Il multiculturalismo di cui parli è diverso da quello americano...
Sì, negli Usa si tratta di condividere i valori americani, e quindi i cittadini sono definiti come italo-americani, messico-americani. Noi qui diciamo invece che questa è una città in cui ognuno mantiene la propria identità ma partecipa alla città. Nel mondo ci sono oggi diverse importanti culture e nessuna di queste potrà prevalere sul lungo periodo. Devono imparare a coesistere. Se guardiamo al tasso di crescita della Cina, è chiaro che fra dieci o vent'anni supererà gli Usa, il che sarà uno shock devastante per la psiche americana. E' per questo che sono a favore degli stati uniti d'Europa: sarebbe bello esserci.
In questo senso sei esplicitamente contrario all'egemonia Usa...
Sono contro qualunque egemonia. In questo momento abbiamo la possibilità che il mondo decida che cosa gli piace delle varie culture, che la gente scelga quali pezzi delle culture degli altri ignorare e quali invece adottare, far propri.
Nonostante tutto Londra è ancora il luogo di produzione di un neoliberismo che ha sostenuto il Washington consensus e ha prodotto ogni sorta di disastri e ingiustizie in giro per il mondo. Tu sei abbastanza esplicitamente contrario al neoliberismo e lo hai detto, eppure questo è il cuore del London Plan. Non voglio che tu riconcili queste cose, vorrei che mi dicessi come usi le due cose insieme...
All'interno di quello che tu chiami neoliberismo c'è il brutto e il bello. Voglio dire, c'è la negazione dei cambiamenti climatici, ma ci sono anche Bp e ora Shell che dicono che qualcosa va fatto. Questo per dire che le contraddizioni sono molte. Non è un complesso militare-industriale, non sono Bush, Cheney e Halliburton che dominano tutto questo.
Dunque ci sono contraddizioni o brecce nel sistema con le quali puoi lavorare...
Sì. Ma dovresti davvero parlare con i manager delle grandi imprese per chiedere perché lavorano con me. Io ho il cruccio di dover avere a che fare con istituzioni come le grandi banche che sono responsabili di problemi come l'enorme debito. Ma le banche devono avere a che fare con me.
Ok, ma questo significa che continui a sostenere la City e il suo corollario di industrie di servizi, che le chiami o meno neoliberiste...
Beh, sostengo ancora che bisogna avere una Tobin tax e che io dovrei avere il potere di redistribuire ricchezza togliendola ai super ricchi di Londra.
Ecco cosa volevo sapere. Perché l'altro problema è che Londra sta diventando anche la capitale dell'ineguaglianza e questo ha un'enorme ricaduta sulle politiche per la casa...
Sì. Ma questo non dipende dalle grandi imprese, questo dipende dal governo Labour. E' abbastanza chiaro che a Londra i guadagni lordi di quella piccola élite sono così fuori dai limiti che si potrebbero ricavare un bel po' di tasse.
E allora perché non battersi per questo?
Non vedo alternative. Non c'è possibilità che questo governo, o Gordon Brown, mi diano il potere di redistribuire la ricchezza a Londra. Così sono legato a un sistema fiscale molto meno progressista di quello che avevo al Glc, che era fantastico.
Allora al governo stai dicendo che bisognerebbe tassare i ricchi?
Certo. Ma non spreco il fiato a cercare di convincere Gordon Brown. Però se non avessi una strategia così centrata sulla finanza non potresti redistribuire qualcosa?
E su cosa dovrebbe essere centrata? Dovrei ricostruire l'industria? Questo non è il mondo che crei, questo è il mondo in cui sei.
Ma aumenta l'ineguaglianza.
Sì. Ma dato che la finanza oggi è la fonte maggiore e più importante di posti di lavoro a Londra, allora non possiamo dire che l'abbandoniamo, perché naturalmente questo ci porterebbe ad una catastrofica recessione. Quindi è un problema. Si fa il possibile per ricostruire l'industria nel settore creativo. Ma alla fine siamo ingabbiati in quella struttura.
Questo è il punto...
Lo so, ma a New York è uguale. La cosa interessante è stata anche che New York e Londra sono cresciute diventando virtualmente il riflesso una dell'altra in termini di struttura del lavoro. Entrambe sono città in cui la popolazione sta crescendo, entrambe sono città varie, entrambe sono città che in termini culturali non hanno quasi nulla in comune con il resto del paese. Ed entrambe sono al centro dell'amministrazione dell'economia globalizzata.
Esattamente.
Beh, datemi poteri dittatoriali e saremo in grado di fare qualcosa su questo. Se si facesse qualcosa a Londra, la finanza si sposterebbe semplicemente a Parigi o Shanghai. Bisogna costruire strutture globali di progressisti, laburisti e verdi per affrontare il problema. Se improvvisamente il governo Labour mi desse la libertà di gestire l'intera faccenda e io rimettersi mano al sistema fiscale, la finanza si trasferirebbe in un altro posto. Ma, fortunatamente per noi, avrebbero dei problemi a spostarsi in altre parti d'Europa. Ma non è solo una questione di che cosa fa la sinistra. Adesso abbiamo Bill Gates che dice "ho guadagnato 35 milioni di sterline e non posso spenderli, dovrò realizzare qualcosa di progressista con questi soldi". E Warren Buffet ha praticamente detto la stessa cosa. C'è Clinton che corre di qua e di là per convincere le ditte a donare medicinali e strumentazioni mediche economiche al terzo mondo.
Fanno qualcosa di diverso da te, però. Fanno cose per cercare di evitare che i problemi appaiano così gravi, mentre quello che tu ti proponi di fare è cercare di cambiare il funzionamento delle cose. Non solo esercizi ginnici.
No, ma neanche quello che stanno facendo Gates, Buffet e Clinton a proposito dei cambiamenti climatici. La Fondazione Clinton sta davvero spingendo su questa questione. Clinton sta negoziando con grandi compagnie la possibilità di passare alla produzione di semafori a risparmio energetico. L'idea è assicurare che Chicago, New York, Londra e Los Angeles li comprino e magari pure Parigi e Berlino, e perciò il prezzo si abbasserà così da avere un effetto a lungo termini. Questo genere di cose è molto interessante. Durante la guerra fredda, sia che ci si schierasse con l'Urss che con gli Stati uniti, quasi ogni questione politica interna rifletteva gli stessi schieramenti. Ma adesso non è così semplice.
Tu hai fatto certamente parecchio in termini di relazioni globali, hai già detto che hai molte iniziative in piedi con Cuba, la Cina, la Russia, il Venezuela. Puoi dirci qualcosa in più?
In tutto questo la questione centrale è quella cinese. La cosa interessante della Cina è che, nonostante abbia adottato la sua forma di capitalismo, in realtà non è un semplice capitalismo. La nostra opinione iniziale che avremmo avuto un legame da città a città con Shanghai ben presto è stata cancellata quando ci siamo resi conto che tutte le più grandi decisioni globali ottengono ancora il via libera dalla macchina del partito a Pechino. E in ogni nostra trattativa con la leadership del Partito comunista cinese abbiamo visto che sono sinceramente orgogliosi di aver sollevato 200 o 400 milioni di persone dalla povertà.
Qual è il ruolo di Londra allora?
Il ruolo di Londra è quello di fare il possibile per incoraggiare legami tra quello che sta emergendo in Cina e in India, le forze progressiste dell'occidente, le forze progressiste del sud America e via dicendo.
Ok, dimmi ora un po' di Chavez. Che succede?
Chavez è consapevole del fatto che non possiamo redistribuire ricchezza. Così ci vende il petrolio per i nostri autobus a 20 milioni di dollari in meno l'anno e noi usiamo i soldi che risparmiamo per ridurre della metà le tariffe sugli autobus in modo che tutti ne possano usufruire.
Da una parte ti allei con Chavez, dall'altra vai a Davos.
Ci vado per parlare di cosa possiamo fare sui cambiamenti climatici.
Che ne pensi del movimento no global? Hai sostenuto il social forum.
Si, ma bisogna isolare i violenti. Non penso che siano tutti provocatori, ma dal collasso del comunismo è nata una generazione di giovani arrabbiati che sono cresciuti senza l'esperienza all'interno di organizzazioni comuniste o trotzkiste o nel sindacato. E poiché non sono stati addestrati nel marxismo e non hanno imparato da gente che gli ha spiegato che questa è una lotta lunga una vita, si sono arrabbiati e sono usciti a spaccare vetrine. Mi dispiace, ma questa gente è un lusso che non possiamo permetterci. Non lascio che un venticinquenne arrabbiato che fra vent'anni sarà un bancario senza scrupoli e si sarà dimenticato tutto mi faccia venire rimorsi. Ho investito la mia intera vita adulta nel cercare di portare avanti la causa socialista.

Domenica, 10 Febbraio, 2008 - 14:03

Un futuro partecipato per la Galleria Vittorio Emanuele

Quale sarà il futuro della Galleria Vittorio Emanuele? Si apre un dibattito, come sempre da qualche anno a questa parte, dopo anni di non intervento pubblico e municipale in situazioni di diversa portata che si sono portate al tracollo definitivo, su quale destino si riserverà per questo storico salotto di Milano.
Un salotto che è diventato, però, terra allettante e interessante per business commerciali di vari privati che vedono in questo spazio occasioni di elargire affitti d'oro, oppure di cedere locali esistenti a soggetti più promettenti in termini di disponibilità di pagamento per l'acquisto di locali, oppure, infine, prodigiosi sigle e marchi multinazionali che si offrono a proprio piacimento come gli unici detentori di un lavoro di restaurazione della Galleria stessa corrispondendo questa disponibilità elargitiva con una presenza abbondante dello sponsor per tutta la Galleria, quasi diventasse un proprio e privato salone espositivo.
Mi viene in mente un caso che ha fatto scandalo in diverse occasioni: la vendita e la cessione dei locali della Libreria Reminder, fornita di diversi e preziosi libri interessanti, di vario genere, vario tipo, salotto culturale e incontro artistico per diverse persone, amanti della lettura, a un bar che, sotto l'osservanza del vincolo di destinare parte dei propri spazi ad attività tipiche di cafè letterario, esercita in modo totalmente privato un esercizio puramente commerciale, prevalentemente dedito alla ristorazione. Niente di male: ognuno fa i propri legittimi interessi commerciali. Ma i patti erano diversi e se il brocardo latino "pacta servanda sunt" non è ancora caduto in disuso, penso che si debba osservare coerentemente le regole che sono vincolative dell'atto di cessione, sia dell'affitto sia della proprietà del locale ceduto.
Si parla in amministrazione, precisamente l'assessorato al commercio e attività produttive Majolo d'intesa con la Camera di Commercio, della costituzione di una "fondazione partecipata" che garantisca una condivisione tra interessi dei commercianti, che sono riusciti a garantirsi il mantenimento degli affitti contro le possibilità, paventate dalla precedente giunta, di cedere gli affitti e le proprietà dei locali ad altri privati, una sorta di blocco della cessione degli affitti, e amministrazione comunale in una sorta di condivisione di regole e di comportamenti, di un codice regolamentativo della gestione collaborativa dello spazio. Posso essere concorde con questo tipo di procedura, soprattutto se si considerano esserci in Galleria luoghi che ormai sono storici e che rischiano di essere venduti o ceduti a terzi, in quanto per i due terzi degli esercizi commerciali è scaduto il contratto di affitto da tempo.
Si parla, giustamente di ritorno alla concezione di "salotto milanese", come sostiene la stessa assessora Majolo: più che propenso ad attivare percorsi che possano raggiungere questo obiettivo finale di rinascita culturale e civile della Galleria. Ma qualche anno fa l'Ottagono fu totalmente ceduto in affitto per alcuni mesi, quelli prossimi a periodo natalizio, con prezzi convenienti a un'installazione commerciale di Swaronsky, rendendo la Galleria ostaggio di un messaggio pubblicitario permanente, come fosse un salone open space espositivo della multinazionale dei gioielli e dei cristalli? Come si spiega il fatto che esista la possibilità che la restaurazione degli impiantiti consumati della Galleria sia affidata a una multinazionale tedesca con la liberatoria per quest'ultima di apporre in ogni dove all'interno della Galleria i marchi della propria produzione?
Io credo che sia giusto parlare di codice di comportamento, come sostiene l'amministrazione, ma mi domando da chi e come le regole saranno statuite e determinate, in quanto dipende dalle modalità di approvazione e discussione delle regole, di partecipazione alla definizione delle regole, il raggiungimento della finalità di rendere la Galleria un salotto milanese civicamente aperto. Ma perchè non rendere partecipi al tavolo di discussione delle regole del codice anche le associazioni e le realtà collettive, soprattutto culturali, che potrebbero, in turnazione, beneficiare dell'Ottagono per promuovere incontri ed eventi che siano aperti alla cittadinanza e che siano di diversa portata? Io penso a un Ottagono dove l'accesso alla cultura e al sapere possa essere reale, condiviso, concepito come utile e importante per l'universalità della cittadinanza. Sarebbe bello ritornare, per esempio, al Festival del Teatro di Strada, che aveva carattere europeo, internazionale, e che trovava a Milano a cavaliere tra gli anni 70 e gli anni 80 una propria sede naturale, culturale e annuale, molto frequentato. C'è bisogno di cultura, esiste un'alta domanda di cultura, di eventi artistici, da parte della cittadinanza: lo testimonia il fatto che Milano, come analizzato da una ricerca ultimamente elaborata da La Repubblica, vive un aumento cospicuo di pubblico, soprattutto appartenente a fasce generazionali più giovani, alle serate di spettacolo, con grande soddisfazione dei più grandi registi milanesi, da De Vita a De Capitani. La spiegazione è chiara: Milano ha realizzato una rete di teatri e di spettacoli artistici nell'ambito audiovisivo totalmente avanzato e sperimentale, fortemente innovativo, indipendente, creativo, a differenza di altre città, come Roma, dove le prime messe in scena non sono spesso inedite e autonome. Tant'è che si richiede da più parti di anticipare la seconda serata alle ore 21,30 per permettere un'equa distribuzione del pubblico su due fasce di orario possibili.
Ma perchè non rendere la Galleria realmente spazio pubblico condiviso, dove il commercio, l'amministrazione municipale, la cittadinanza, l'associazionismo e il mondo intellettuale e culturale, artistico, gli altri enti locali, Provincia e Regione, possano determinare un codice condiviso in senso plurale e possano stabilire un manifesto programmatico funzionale strumentale a rendere la Galleria un salotto civico universale e aperto?
Vogliamo cogliere questa sfida, come avvenuto in tante altre città europee, da Vienna a Parigi, da Berlino a Barcellona, dove gli spazi pubblici sono diventati luoghi di incontro civile e di convivenza culturale di alto spessore.
Io penso anche all'Ottagono come laboratorio permanente dove le associazioni attive in città possano testimoniare la possibilità di dare un'offerta alle nuove generazioni di artisti e di uomini di cultura, magari anche in collaborazione con il Conservatorio di Milano, la Scuola Civica del Cinema, l'Accademia delle Belle Arti, di poter sperimentare la propria creatività, mettendosi in gioco e in relazione con un percorso di cambiamento e di trasformazione del sostrato artistico e culturale della città che cresce.
Ottimo l'avere disposto l'Ottagono per accogliere eventi intenri alla programmazione di MI-TO: finalmente, passando per la Galleria, in settembre, avevo notato con entusiasmo performance musicali e concertistiche di alto valore e livello, con anche artisti giovani, di nuova formazione, sperimentali, e mi ero sinceramente galvanizzato dato che pensavo che l'Ottagono, fortunatamente, non sarebbe stato ostaggio dei soliti appuntamenti commerciali di esposizione di prodotti, come in un reality show di una televendita locale.
Da questo si può ripartire, non pensando solo al lato commerciale, che giustamente necessita di regole e di definizioni limitative di concessioni e cessioni che mettano in pericolo l'integrità civile della Galleria a favore di privati singoli e potenti. Si può ripartire con un senso collettivo di rendere la gestione della Galleria condivisa, rendendo partecipe la cittadinanza in tutte le sue componenti rappresentative: commerciale, culturale, universitaria, associazionistica e amministrativa, dal consiglio di zona competente per territorio, al Comune, alla Provincia, alla Regione. Solo così si può sperare di ripartire, insieme.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 10 Gennaio, 2008 - 16:24

SEMPRE PIU`STUDENTI SI PROSTITUISCONO PER PAGARSI GLI STUDI


SEMPRE PIU`STUDENTI SI PROSTITUISCONO PER PAGARSI GLI STUDI

(07/01/2008)  Un`inchiesta di Studenti Magazine svela quanti sono e quanto guadagnano i ragazzi che si vendono su internet per pagare affitto e retta universitaria. I clienti? Tutti si dichiarano non gay.

www.gay.tv
Su 500 annunci di prostituzione maschile 1 su 4 è di uno studente universitario
: questo lo sconcertante dato emerso da un'inchiesta di Studenti Magazine. Un'inchiesta che mette in luce quanto sia diffuso il fenomeno soprattutto su internet, dove basta avere una connessione per ricercare clienti e una webcam per esibirsi a pagamento senza nemmeno uscire di casa.
Un precedente sondaggio di Studenti.it rilevava che solo il 14% degli studenti conosce ragazzi che per pagarsi gli studi vendono il proprio corpo. Ma la risposta al falso annuncio messo on line da Studenti Magazine sembrerebbe dimostrare il contrario: dopo 6 minuti la prima richiesta di contatto; in una sola giornata 41 mail.
La maggior parte dei clienti sono 40-50enni che si dichiarano non omosessuali e che hanno un'elevata disponibilità economica, anche se il guadagno dei prostituti gay è molto inferiore a quello dei gigolò per signore: se nel primo caso la tariffa base è di 50 euro, un accompagnatore etero guadagna non meno di 150 euro a sera e può arrivare a 1.000 euro per l'intero week end. 

Ed il motivo che spinge gli studenti a prostituirsi resta comunque economico. Una ricerca dell'Udu - Unione degli Universitari ha quantificato in 500 euro la retribuzione media di uno studente lavoratore. Mr Goccio è un camboy (ossia un ragazzo che si spoglia dietro compenso davanti ad una webcam) ed ha raccontato a Studenti Magazine: "dedico a quest’attività due o tre ore la sera. Con una chat di sesso virtuale, che dura mediamente mezz’ora, riesco a farmi versare sulla mia postepay dai 50 ai 100 euro. In un mese sono arrivato a guadagnare anche 2000 euro. Ho amici che fanno i camerieri oppure fanno volantinaggio e sottraggono un sacco di tempo allo studio. Io invece vado a lezione e studio tutto il giorno, poi la sera guadagno quanto loro guadagnano in una settimana".
Non tutte le testimonianze raccolte sono però così a cuor leggero. Gago, uno studente del Dams a RomaTre, sogna di fare il ballerino e faceva la drag queen in un locale quando si vide offrire per la prima volta dei soldi in cambio di sesso. Gago rifiutò perchè all'epoca era fidanzato, ma poi una volta tornato single, con un affitto di 900 euro da pagare e senza poter dire nulla ai suoi genitori del perchè il suo "coinquilino" se ne era andato, era tornato nel locale a cercare il suo cliente. "Grazie a quella sera sono riuscito a pagarmi l’affitto, ma poi sono stato chiuso in casa per settimane a piangere. Poi ho continuato perché stavo male, mi sentivo una merda e mi buttavo sempre più via. Sai, c’è chi si droga, chi beve, chi cade nel silenzio. Io invece mi vendevo, anzi mi vendo".  

Mercoledì, 28 Novembre, 2007 - 20:28

Risposta a Clio in merito alla sua tesi su EXPO 2015

Cara Clio,
interessante l'argomento che tratta la tua tesi. E' base di una democrazia municipale, di un'idea di municipalità che parta da quel presupposto che è scritto anche nella parola "municipio", ossia dono di tutti e per tutti. Il Comune, che è comunità, è anche dono e patrimonio, ricchezza territoriale, sociale, civile, culturale, disponibile pubblicamente in modo giusto ed equo da parte di tutti.
Il ruolo dei mega eventi tu citi come fonte di analisi della tua tesi: io penso che la fonte che hai scelto sia assolutamente importante perchè, soprattutto calibrata su Milano, denota contraddizioni inaspettate e impreviste. La prassi dei mega eventi, delle manifestazioni oceaniche e mirabolanti, delle iniziative dal grande impatto mediatico, dall'immagine fortemente avvincente, non sono altro che occasioni che denotano come il Comune sia privo di una progettualità che sappia apportare contenuti, sappia apportare proposte, idee innovative e assolutamente sostenibili.
Expo 2015 sì o no? Ma io non mi fermerei a questa diatriba, in quanto con sano senso di realismo non posso che evidenziare oggi esserci a Milano un'assenza di investimento collettivo e responsabile, avvertito collegialmente, partecipato, ritorniamo al quesito strutturante l'oggetto della tua tesi, su un evento che poteva essere gestito diversamente, doveva essere gestito diversamente.
Io ho ancora negli occhi e nella memoria le grandi opere strutturali di cui l'amministrazione nella fine degli anni 80 andava a decantare in occasione dei mondiali 90: ebbene che cosa ne è rimasto di queste strutture, quelle che sono rimaste in piedi, se non, in alcuni casi, edifici non utilizzabili o edifici neppure terminati, nonostante appaltati, veri e propri mostri ecologici, mi sovviene l'ecomostro di ponte Lambro, sito nella zona di mia pertinenza, ancora oggi non soggetto a un progetto di recupero completo.

La prassi istituzionale avrebbe voluto, come denuncia De Albertis, che non è, come sottolinea il Corriere della Sera, un agitatore di folle massimalista ma è un imprenditore, una diversa cabina di regia: amministrazione, attori sociali, attori imprenditoriali, ma soprattutto comitati e cittadinanza uniti da un senso di condivisione in ottica partecipata del progetto. Questo passo non è stato fatto: è stata presentata la relazione previsionale in Consiglio Comunale, da parte della sindaca Moratti, senza nessun previo coinvolgimento dello stesso organo democratico, il consiglio comunale, composto da maggioranza e da opposizione, nella fase di analisi delle scelte, delle strategie, della portata economica della realizzazione dell'evento, della sua rilevanza sociale e culturale, dei tempi di costruzione di nuove strutture, della loro localizzazione, della loro dimensione, della loro volumetria, destinazione, dei criteri e delle linee guida delle gare d'appalto e bandi di gara per affidare a questa o a quell'altra società i progetti di edificazione strutturale. Non c'è stata una previa analisi dei costi, ma anche, e soprattutto, della capacità di Milano di poter assorbire una presenza elevata, moltiplicata, di avventori, di turisti, di ospitanti, di nuove persone, di viandanti, di espositori. Nessun tavolo è stato attivato.
Vedi, Clio, come consigliere di Zona 4, non posso che essere severamente preoccupato sia per la fase di realizzazione dei progetti, sia per la fase posteriore a questo stadio, sia nella fase di governo dell'evento nella sua portata. Milano così, rebus sic stantibus, non può ospitare EXPO 2015. Non ha le strutture adeguate. Io credo che un evento di questo calibro se deve diventare occasione di rilancio strategico ed europeo della nostra metropoli deve essere preparato in modo partecipato ma, soprattutto, con cognizione logistica della portata dello stesso. Dove sono gli spazi fisici che possano assorbire una richiesta elevata di ubicazione, di spostamento, di mobilità? Le infrastrutture pubbliche dove sono previste e quando vengono attivate?

Io non posso dirmi contrario all'EXPO 2015, ossia all'evento in sè e per sè ma, bensì, sono preoccupato di quello che in questa strategia gestionale autoreferenziale e solitaria da parte dell'amministrazione, Milano diventerà nel 2016, nonchè delle procedure che si seguiranno nell'ansia progettuale edificatrice che già ha avuto il prioprio inizio.
EXPO 2015 ha voluto significare fino a oggi due criteri precisi:
- privare la cittadinanza di una possizbilità di partecipare alla gestione e al governo del proprio territorio;
- eliminare le regole ristrettive interne al regolamento edilizio, che prevederà addirittura nessun tipo di parere consultivo di competenza non solo per i consigli di zona, anche in merito a cambiamenti volumetrici, ma anche per il consiglio comunale stesso: le DIA e le SUPERDIA, non saranno oggetto di discussione degli organi elettivi ma, bensì, solamente sottoposte a pareri di legalità da parte delle strutture tecniche, degli uffici tecnici.

Bisogna cambiare rotta? Esiste ancora margine e tempo?

Un cordiale saluto
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Mercoledì, 28 Novembre, 2007 - 19:48

Expo 2015, area metropolitana e qualità dello sviluppo

VENERDI’ 30 NOVEMBRE 2007 - ore 09.30
Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo - Milano
Presso:
Auditorium Regione Lombardia
Via Fabio Filzi n. 29 - Milano

Incontro Pubblico:Expo 2015, area metropolitana e qualità dello sviluppo

Ore 9,30 Presentazione:
                Chiara CREMONESI Coordinatrice SD Milano
Ore 9,40 Introduzione: 
                Marco CIPRIANO Vice Presidente Consiglio Regione Lombardia
Ore 10.00 Dibattito:
                Emilio VIMERCATI moderatore
Interventi:
                Luca BERNAREGGI Presidente Lega Coop Lombardia
                Antonello BOATTI Docente Politecnico
                Susanna CAMUSSO Segretaria regionale CGIL
                Claudio DE ALBERTIS Presidente Assimpredil
                Damiano DI SIMINE Presidente Legambiente Lombardia
                Antonio INTIGLIETTA Presidente Ge.Fi. S.p.a.
                Paolo MATTEUCCI Assessore Provincia Milano
                Carlo SANGALLI Presidente Unione lombarda Commercio
Ore 11,30 Tavola rotonda:
                Tino MAGNI moderatore
Partecipano:
                Marilena ADAMO Consigliera Comune Milano PD
                Mario AGOSTINELLI Consigliere Regione Lombardia PRC
                Roberto BISCARDINI Sen. architetto PS
                Giuseppe LANDONIO Consigliere Comune Milano SD
                Pietro MEZZI Assessore Provincia Milano VERDI
                Francesco RIZZATI Consigliere Comune Milano PdCI
                Basilio RIZZO Consigliere Comune Milano Lista Fo

al termine: aperitivo  Consigliere Comune Milano Lista Fo 

Per informazioni:
SD Milano
info@sdmilano.it
Venerdì, 23 Novembre, 2007 - 16:36

PSICOSI DELLE 4 e 48

C.T.A.S.
Cantina Teatrale gl’Allevatori di Sogni


P S I C O S I   D E L L E 4 E 48
Anatomia di un suicidio

di Sarah Kane
 
Non ho nessuna voglia di morire
Nessun suicida ne ha avuta mai
Guardatemi svanire
Guardatemi
Scompaio
Guardatemi
Guardatemi
guardate
E’ la me stessa che non ho mai incontrato, il cui volto è impresso sul rovescio della mia mente

Per favore aprite il sipario

Psicosi delle 4:48 è l’ultimo testo di Sarah Kane, ultimato poco prima che la ventottenne autrice inglese si togliesse prematuramente la vita. In un vortice di pensieri, talvolta estremamente lucidi, talvolta invece investiti da calcolato delirio, l’autrice penetra nella profondità dell’animo umano, analizzando visceralmente il suo più disperato e definitivo atto: il suicidio. Il testo non è un semplice sfogo di una donna / ragazza / bambina malata di depressione, ma un concreto e tangibile segnale degli abissi in cui può condurre la mente umana, specialmente se offuscata (o forse liberata?) dall’utilizzo di psicofarmaci, antidepressivi e affini. Due anni per scriverlo, due giorni (e due tentativi) per sperimentare sulla propria pelle l’atroce calvario della morte autoindotta.
 
La prima sensazione è che non sia soltanto una Sarah a parlarci, ma mille e ancora mille anime di uno stesso corpo, ciascuna ansiosa di esprimere il proprio male di vivere. Partendo da questo presupposto, abbiamo provato a portare concretamente sulla scena queste anime, per vederle, per dialogare con loro, per verificarne verità e buona fede. E’ Sarah stessa a parlarci di “Una sinfonia per uno strumento solo” e di “un corpo che vola in pezzi”. Il risultato è questo lavoro, un tentativo di coralizzare quello che sulla carta si presenta come un monologo. Quattro anime in scena. Una bambina, una puttana, un angelo, un boia. Anime che si spezzano, si lacerano, si fanno del male a vicenda, si torturano. Abbiamo tradotto ex – novo il testo, nel tentativo di restituire la durezza e la liricità dei versi voluti da Sarah, lasciandoli addirittura, in alcune circostanze, nella lingua originale.
 
 
Psicosi delle 4 e 48 – Anatomia di un suicidio
 
con
Francesca Gaiazzi (L’Angelo)
Giulia Gibbon (La Puttana)
Clelia Notarbartolo (La Bambina)
Alessandro Veronese (Il Boia)
 
Regia di Alessandro Veronese
 
dal 29 novembre al 2 dicembre 2007 ore 21.00 – Festivi ore 16.00
Teatro Frigia Studio Cinque – Via Frigia 5, Milano
Info e prenotazioni: 02.719096   348.2903851

Giovedì, 22 Novembre, 2007 - 13:38

FA-RE MUSICA

Comunicato stampa

"FA-RE MUSICA"
3 workshop
ITSOS Steiner - Via San Dionigi 36
28 novembre, 5 dicembre, 12 dicembre 2007
h 14,30
Tre mercoledì dedicati non solo al piacere di fare musica: il 28 novembre
e il 5 e 12 dicembre alle ore 14.30 presso l’Itsos Albe Steiner di via San
Dionigi 36. Si terranno tre workshop dedicati non solo al piacere, ma
anche agli aspetti professionali del "FA-RE MUSICA"
La partecipazione ai tre seminari/laboratorio è gratuita ma a numero
chiuso: massimo 30 posti.
Il progetto è organizzato dal Consiglio di Zona 4 di Milano, con la
collaborazione dell’Istituto Steiner, di Arci Milano e Arci Sapharydeluxe.
Gli incontri della durata di circa tre ore saranno tenuti da
professionisti esperti del mondo musicale soffermandosi sui vari aspetti
del fare musica: dalla creazione alla preproduzione discografica, alla
produzione e postproduzione.
Nel progetto sono coinvolti gli studenti dell’I.T.S.O.S, primo istituto in
Italia a sviluppare progetti didattici sulla comunicazione multimediale ma
anche quei giovani della zona interessati a conoscere quali siano le fasi
principali, le tecnologie e i metodi del fare musica in modo
professionale: creare, registrare e i vari studi di registrazione, la
realizzazione del master, la postproduzione dei brani, fino alla
distribuzione e promozione dei brani.
Fare musica, quindi, ma conoscere quali sono i processi e le fasi tecniche
che permettono di superare la soglia della professionalità.
Le iscrizioni sono aperte fino a lunedì 26 novembre e sono disponibili
massimo 30 posti.
Per info e iscrizioni telefonare al n. 3939573094 oppure inviare una mail
a materazzi@arci.it
Sabato, 27 Ottobre, 2007 - 18:18

Anche le sedi sociali in pericolo

E' veramente paradossale che, se da un lato il Comune e la Giunta hanno deciso di vendere immobili pubblici per poter costituire un fondo per bisogni sociali, che ancora non ho capito quali siano quelli individuati come prioritari dalla stessa amministrazione, dall'altra alcune associazioni non lucrative, impegnate in campo culturale, sociale, assistenziale, di promozione dei diritti di integrazione, si trovino a dover forse fare i bagagli perchè le proprie sedi dove sono ospitate tutt'oggi potrebbero non essere confermate nei contratti di locazione. Spesso le associazioni si trovano a dover accettare contratti di entità anche cospicua, ma in stabili fatiscenti, spesso popolari, in estrema periferia, difficili da raggiungere, con l'onere di provvedere a riportare il locale a uno stato decente a livello estetico e strutturale. Le condizioni vengono assolutamente accolte, in quanto la ricerca di spazi per promuovere attività sociale continuativa è uno dei problemi maggiori per una realtà collettiva al momento della sua costituzione: non avere un luogo fisico dove porre tutti i documenti amministrativi, dove riunirsi, dove redarre giornalini o amministrare i siti, dove potersi confrontare, dove poter contare su un luogo visibile, spesso le stesse associazioni si trovano in scantinati che non accedono direttamente alla strada, diventa un ostacolo di non indifferente portata per il prosieguo delle attività.
Siamo in tempi in cui gli scandali a livello demaniale sugli affitti bassi e sui contratti di locazione a canone illegale coinvolgono la logica delle concessioni di immobili a terzi effettuata da alcuni anni a questa parte: oltre a questo si aggiunge il fatto per cui cercare una sede sociale diventa azione impervia a Milano e molte associazioni, anche storiche, rischiano di essere messe sulla strada senza neppure individuare una strada risolutiva utile a garantire pari opportunità di accesso a un diritto che io considero assolutamente fondamentale. Esistono facili concessioni ad ampliamenti di strutture inerenti a esercizi commerciali, a  canoni spesso non conosciuti inerenti all'accordo di contratto e di convenzione, firmata tra il Comune e le società stesse, spesso riguardanti ristoranti che progressivamente aumentano i propri spazi prospicenti per mettere altri tavolini e altre sedie in luoghi che dovrebbero essere considerati pubblici e di passaggio. Ma le associazioni non a scopo lucrativo vengono penalizzate. Questo elemento si aggiunge a un altro problema che riguarda l'attività sociale a Milano e la sua vita democratica, partecipata: parlo dell'assenza di spazi liberi di comunicazione e informazione che attanaglia diverse realtà collettive non commerciali, spesso soggette a violazioni del regolamento per le affissioni in quanto sono carenti bacheche informative e aree interattive, mi viene telenews metro, ossia la televisione in metrò, tempestata da messaggi pubblicitari, dove poter annunciare la propria voce, il proprio pensiero, rendere pubblica la propria attività, il proprio messaggio, il proprio supporto contenutistico, le campagne e quant'altro alla cittadinanza.
Viene penalizzato in questo panorama coloro che si muovono per interessi generali, spinti da esigenze politiche e sociali, culturali, fuori dal coro, magari senza alcun scopo economico, ma assolutamente promotori di iniziative utili a rendere aggregabile un tessuto collettivo. In periferia ci si lamenta dell'assenza di punti di aggregazione culturale, civile, sociale, politica: ed è vero, ma è questa la ricetta voluta dall'amministrazione? I Consigli di Zona possono sì diventare promotori di scelte che possano dare risposte a queste esigenze, magari programmando con le realtà territoriali assoicazionistiche, comitati, movimenti, luoghi da occupare liberamente, autogestire, mi vengono in mente spazi polifunzionali, con compagnie teatrali o artistiche, cinematografiche, affinchè si dia vita a modelli quali open space, gallerie aperte e partecipate, dove potersi contaminare e trovare in momenti di condivisione di esperienze e di crescita collettiva. Londra, Berlino, Parigi trovano alta presenza di questi presidi di aggregazione e di promozione sociale e culturale: Milano ne è carente. Hai i soldi? Bene potrai pensare di avere spazi enormi in luoghi raggiungibili e centrali. Non hai i soldi? Sarai penalizzato, e la tua attività non potrà avere la certezza di una continuità in futuro, scomparendo ogni possibilità di punto di riferimento fisico per poter accogliere chi con te voglia proseguire in un percorso sociale e collettivo, aumentando la capacità del tuo messaggio di farsi voce nella comunità, collettività.
Occorre invertire l'ordine di tendenza che penso sia alquanto intollerabile, se Milano vuole diventare città europea, della tolleranza, del pluralismo, della crescita dei saperi e dell'accesso a forme culturali e proposte civiche.
Occorre scrivere piattaforme civiche partecipate dove l'esigenza di luoghi e spazi possano essere corrisposti con adeguate soluzioni, invitando le associazioni affermate e radicate sui territori, ma anche quelle di neonata costituzione e fondate su scopi che sono assolutamente inquadrabili come di interesse generale, la diffusione delle arti, dell'espressione artistica giovanile, per esempio, avendo come punti di riferimento i consigli di zona che potrebbero benissimo divenire "casa civiche", dove rivolgersi per poter insieme individuare un percorso possibile e sostenibile che arricchisca e promuova il territorio all'insegna dell'aggregazione civile e sociale.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Lunedì, 15 Ottobre, 2007 - 09:15

ancora sui CAM: si riapre la questione

Rispondo alla lettera di una signora abitante in Ponte Lambro e preoccupata per possibili esternalizzazioni dell'erogazione dei servizi e di gestione dei medesimi all'interno delle strutture dei CAM, in particolare quello di Via Parea.

Chiaramente la notizia che la signora Bassano ha fornito è testimonianza di un pericolo che io da tempo ho paventato e che da tempo sto cercando, a livello cittadino, di arginare, di affrontare, creando le condizioni perchè nessun tipo di esternalizzazione della gestione dei servizi erogati dai CAM a Milano venga attuata.
Il perchè viene denunciato nelle parole della stessa signora Bassano, che ringrazio per la sua lettera e che leggo ella sua lettera una preoccupazione di dover vedere un presidio di collettivizzazione e partecipazione, di aggregazione civile e sociale, venire meno all'interno di un contesto urbano fortemente degradato e dove l'emarginazione spesso confina con la deviazione sociale, soprattutto negli strati generazionali più giovani.
Gentile signora Bassano la privatizzazione dei CAM deve essere scongiurata per diversi fattori e motivi.
Sappiamo tutte e tutti noi quanto si sia già destrutturato l'iniziale funzione dei CAM nel momento in cui la delibera Gallera, l'ex assessore al decentramento, determinò, nel 2003, il passaggio dei CTS, i precedenti centri territoriali sociali, da cts a cam: il camibamento non era solamente nominalistico ma, bensì, era fortemente sostanziale e incideva nel sistema organizzativo e strutturale dei centri medesimi. Prima nei CTS si aveva una partecipazione forte e coinvolgente della cittadinanza utente, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle associazioni operatrici nella gestione dei centri. Ora questo elemento di aggregazione condivisa non è più possibile, in quanto le attività, che rimangono di qualità per molti aspetti, in quanto erogate grazie alla professionalità di animatrici e animatori validi, di soggetti operatori di rilevanza, non sono condivise dall'utenza nella sua complessità e da chi nelle strutture opera. Si parla di accentramento della gestione dei servizi CAM nelle mani dell'amministrazione, dico amministrazione, centrale, sia essa decentrata di zona, sia essa comunale. Tante sono le occasioni in cui abbiamo da pronunciarci come consiglieri di zona, in modo quasi indotto e vincolante, su progetti di corsi o di eventi che sono statti già visionati e accolti dall'amministrazione decentrata, dal settore decentrato, con tanto di bando e di contratto di collaborazone definito e stipulato. Neppure il momento consiliare, quello circoscrizionale, può prendere parte alla decisione sull'accoglimento delle proposte o, semplicemente, alla definizione dei criteri e delle linee guida di programmazione dei servizi. Tutto viene deciso e diretto da soggetti altri rispetto all'utenza, agli operatori, a noi consiglieri, con grave nocumento della condivisione politica della gestione dei servizi.

Questo è un primo elemento che denota come, in caso di esternalizzazione, di privatizzazione delle strutture, neppure il settore decentrato amministrativo potrà ingerire nella programmazione delle iniziative e delle attività: tutto sarà di competenza dei soggetti convenzionati che potranno liberamente, senza alcun controllo pubblico, erogare servizi che, proprio perchè con criteri che afferiscono più agli interessi particolari e non a quelli generali, non sempre corrisponderanno alle esigenze e alle bisogna della cittadinanza residente in loco. Fino a oggi la struttura dei CAM, ancora meglio prima quando erano CTS, rispondevano alle esigenze della sociologia della residenza del luogo: si effettuavano percorsi condivisi e che aggregavano soggetti associazionistici, da una parte, animatrici e animatori, dall'altra, con alta conoscenza del luogo dove andavano a operare, rispondendo a diritti e istanze consolidate, rispondenti alla cittadinanza che usufruiva di quelle strutture. Da domani questo non sarà più possibile: tutto procederà in modo totalmente svincolato dalla geografia delle aspettative della cittadinanza, ma, bensì, alle esigenze di mercato e autoreferenziali di soggetti esterni eroganti servizi che non saranno definiti previamente analizzando i contesti sociali e culturali in cui si vanno a presentare. Semplicemente avremo strutture che non erogheranno servizi controllabili dall'utenza e rispondenti al quartiere.

Ma questo è solo un elemento negativo di quanto si sta procedendo a fare: l'altro elemento è la precarietà e l'incertezza delle operatrici e degli operatori, gli animatori, già precari in gran parte, non "regolarizzati dall'amministrazione comunale", e futuribili persone senza impiego tra qualche mese, dato che i soggetti che subentreranno nella gestione dei servizi saranno non obbligati a mantenere i rapporti di lavoro con le animatrici e gli animatori impiegati oggi giorno. Questo singifica eliminare uno strato consolidato nei tempi di competenze e di professionalità che, invece di essere promosse e valorizzate con una stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sono soggetti al pericolo di venire "licenziati".

La ringrazio, veramente, per la sua lettera che indica come si stia attivando un processo assolutamente contrastabile: il rischio è quello di vedere un sistema organizzativo simile a quello esistente per l'erogazione dei servizi da parte dei Centri di Aggregazione Giovanile, da qualche anno esternalizzati, quindi non controllabili nell'erogazione dei servizi, spesso in difficoltà in quanto i soggetti convenzionati col comune per l'erogazione dei servizi, spesso cooperative di lavoro, sono ritretti in termini economici e finanziari assolutamente inadeguati alle esigenze strutturali.
Vediamo come il Centro Giovanile esistente in Ponte Lambro avesse ormai da tempo ridotto la fascia di apertura giornaliera in quanto i termini economici della convenzione sono assolutamente scarsi rispetto ai servizi che devono essere erogati in loco.

Cercherò, in consiglio di zona, di riportare l'attenzione su questo tema in quanto esige risposte chiare e di netta contrarietà a simili scenari di svendita al miglior offerente della gestione dei servizi, con tutti i gravami e i cascami che abbiamo visto potersi abbattere sia sull'utenza, sia sulla popolazione di animatrici e animatori senza occupazione, pur avendo capacità professionali attestate e confermate da anni di lavoro e di egregia esperienza.

La informerò sull'evolversi: per il momento giace una mozione presenbtata dal sottoscritto e firmata da diverse colleghe e diversi colleghi de L'Unione in Consiglio di Zona dove si chiede al consiglio stesso di affermare il carattere pubblico della gestione dei servizi erogati dai CAM. Giace, ma penso che sia occasione di riprenderla.

Un cordiale saluto
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4

Giovedì, 20 Settembre, 2007 - 02:40

Riflessioni politiche su Milano

Parto da come iniziare a vedere Milano in un’ottica di sinistra. L’idea di città non può prescindere da un confronto con le pratiche virtuose amministrative di giunte fortemente progressiste che esistono anche in Europa, e da cui vorrei attingere esempi per proposte di confronto e di avvio di un tavolo permanente sulla città, che non deve esaurirsi oggi.
Ken Livingstone ha attuato per Londra un modello che può essere esportato in diversi ambiti, e che definisce uno sviluppo della città in modo equilibrato e sociale senza eguali.
Nel 1981 il GLC introdusse la politica delle Tariffe Eque, e le tariffe per i trasporti di Londra furono ridotte in totale del 32%. Il numero dei passeggeri, viceversa, aumentò dell'11 per cento. Il numero di automobili che entravano a Londra durante le ore di punta della mattina, scese del 6 per cento. “Una scelta di politica deliberata” – considerò Justice Scarman, consigliere di Livingstone. Livingstone ha fatto della sua politica amministrativa una politica di formazione alla responsabilità ecologica e sociale: “I guadagni reali arrivano dai cambiamenti degli stili di vita: se la gente guidasse un po’ di meno, usasse di più la bici, regolasse i propri sciacquoni, si assicurasse di avere delle lampadine a risparmio energetico… una serie di cambiamenti come questi faranno la differenza.” Sui pedaggi è chiaro Albert Bore, primo vicepresidente del CdR (comitato delle regioni dell’Unione Europea) e sindaco di Birmingham considera giustamente, ritorniamo alla necessità del confronto tra esperienze amministrative positiva, che sia  essenziale che le città europee "scambino le buone pratiche".
Livingstone afferma: "Come sindaco di una grande città internazionale è mio dovere fare tutto quello che posso per combattere il riscaldamento del pianeta. Quando vediamo le migliaia di vite spazzate dai cambiamenti climatici, tutti, nel mondo, dovremmo chiederci: 'Che cosa sto facendo per evitare di aggravare la situazione?'. I londinesi comprendono che sto facendo il mio dovere: educare i cittadini alla necessità di cambiare modo di vita e rinunciare alle automobili". Infatti per rendere l’uso dell’automobile privata meno conveniente di quello pubblico ha promosso diverse misure, tra cui, perlomeno nella prima fase del suo mandato, il congelamento dell’esponenziale aumento del costo dei biglietti (Londra ha di gran lunga il trasporto pubblico più caro del mondo: una corsa in metropolitana di due fermate costa più che viaggiare da un capolinea all’altro a New York) e una rottamazione e sostituzione dei vecchi e obsoleti quanto mai pericolosi bus inglesi a due piani, Routemaster.
Dall’altra parte, Delanoe, sindaco socialista della capitale francese, è la conferma primaria di un’amministrazione attenta alla promozione dei diritti civili e sociali anche per le coppie omosessuali: oggi non si parla più di PACS, dice il sindaco parigino, ma di matrimoni tra gay, e anche di adozioni, considerando questa una strada da promuovere per la sinistra socialista e francese. Lo stesso Delanoe sarà ricordato per avere aumentato le piste ciclabili e avere promosso il mezzo a due ruote ed ecologico come primario negli spostamenti dei parigini, tramite "Vélib", che consente di prendere in prestito una bicicletta del comune a prezzi irrisori. L'amministrazione punta a ridurre del 40% il traffico. Ed è sulla buona strada. “Le ville est plus belle à velò” è lo slogan.  A questo punto, per non dilungarci ulteriromente, ma di esempi ce ne sarebbero altri, dobbiamo formularci a sinistra la domanda: quale Milano proponiamo? Cosa significa oggi essere di sinistra oggi? Di quali valori dobbiamo considerarci portatori e latori? Io penso che occorra analizzare ogni contesto con una dimensione di caratura internazionale: il glocale, il solidarismo municipale di un La Pira, costruito dai municipi.
Guardando alle nostre radici culturali vediamo come sindaci del passato siano oggi esempi attuabili e perseguibili di programma per la città: parlo di Emilio Caldara, esempio del socialismo municipale. Per i socialisti, il Comune doveva garantire sussidi ai disoccupati, ma contemporaneamente procurare posti di lavoro, calmierare i prezzi dei generi di prima necessità e promuovere l'edilizia popolare, applicare imposte tributarie eque,  avviare le "municipalizzazioni". Oggi abbiamo, invece, una precarietà assoluta, che come sinistra non solo dobbiamo registrare con nuove forme di rappresentanza e rappresentatività politica, ma dobbiamo anche risolvere con forme che assicurino dignità personale e stabilità sociale, possibilità di pensare con certezza sociale e sicurezza sociale il proprio futuro: i nostri giovani sono stati privati del potere di organizzare la propria vita. Oggi queste persone non sanno neppure chi è la fonte delle proprie preoccupazioni sociali, perché il vertice economico diventa sempre più impercettibile, come dice il grande sociologo americano Hobsbawm. Non c’è più non solo il senso di essere classe di per sé, come diceva Lenin, ma di essere classe in sé. Non possiamo, poi, parlando di valori di riferimento, essere oggi tutori dell’ordine costituzionale e antifascista che ha fatto di questa città esempio particolare di resistenza al nazifascismo divenendo medaglia d’oro della resistenza, il cui primo sindaco nel dopoguerra fu un combattente partigiano socialista, Greppi, ma poi anche Aniasi. Milano oggi vituperata da segnali inquietanti di intolleranza, xenofobia, persecuzione sessuale, razzismo strisciante, alimentato da gruppi eversivi e reazionari che sono soggetti di apologia di fascismo, addirittura promossi dall’amministrazione con riconoscimenti ufficiali come avviene in zona 8, dove cuore nero ha avuto una sede dal consiglio di zona. Atto ignobile per un organo della repubblica fondata su una costituzione scritta con il sangue versato su quelle montagne, come scriveva Calamandrei. Politique politicienne e politique citoyenne. Un terzo valore di riferimento è la Partecipazione, metodo, ma che diventa sostanza culturale: deve caratterizzare un decentramento municipale come quello di Roma, di Torino, delle grandi aree metropolitane, su cui in questi giorni vi è un interessante confronto a livello nazionale e da cui il sindaco Moratti si è detta non convergente, attuando un comportamento da feudalesimo provinciale e medioevale.
L’esperienza di Porto Alegre, quella di Pieve Emanuele, ma anche l’esperienza dei bilanci partecipati, delle consulte permanenti con potere di consultazione vincolante e obbligatoria, modalità, queste, che sono state vitali e presenti storicamente in molte città della provincia. I territori e le loro "qualità specifiche" - le diversità ambientali, di cultura, di capitale sociale - sono suscettibili a un progetto globale neoliberista che troppo spesso li consuma senza riprodurli, togliendo quel valore necessario utile alla loro preservazione, alla loro equa distribuzione, alla loro giusta valorizzazione reale, alla loro diffusione, alla loro identità particolare e non strumento generalizzato e globalizzato del pensiero unico del mercato imperante. Dobbiamo pensare a un progetto per Milano che sappia dare una risposta alternativa a questo dato di fatto devastante: la globalizzazione ha i suoi effetti e le sue diramazioni anche in questa nostra metropoli. L'alternativa ha inizio da questa ottica, comprendendo le esperienze virtuose dei comuni, delle grandi metropoli, in Europa, amministrate da un governo della città lungimirante, democratico, progressista. E’ chiaro che il solidarismo municipale di La Pira: accrescere tra gli stessi municipi reti civiche partecipate e del "buon governo" della società locale, che non è difesa delle ricchezze localistiche in un’ottica competitiva e di chiusura, ma rete alternativa alle reti lunghe globali, fondate sulla valorizzazione delle differenze e specificità locali, di cooperazione non gerarchica e non eterodirigibile. Ritornare all’etica del pubblico nella direzione delle amministrazioni.
Com’è Milano oggi? Abbiamo un decentramento svilito, inesistente, assolutamente deleterio perché aumenta la distanza tra cittadinanza e istituzioni, primi riferimenti locali di governo. Abbiamo casi di privatizzazione della superficie con progetti speculativi, come testimonia il libro di Offreddu e Sansa: Milano da morire – indagine su una città caotica, inquinata, stanca che ancora non si è arresa. Parcheggi fatti in zone alto residenziali, da società a cui vengono affidate in appalto i lavori, inutilmente per arricchire. Questo significa maggiore trasporto privato, ostruzione della mobilità, inquinamento, messa a rischio di strutture edilizie anche di grande valore architettonico e storico come accade in Darsena, in Sant’Ambrogio. Si intende privatizzare i servizi: non esiste una cultura dei servizi sociali, della promozione dei diritti, dell’inclusione, della giustizia, delle pari opportunità. Lo testimonia la volontà di esternalizzare i servizi erogati dai CAM, che sono sempre stati presidi di integrazione e di monitoraggio delle diverse sociologie sui territori: volontà che non è stata resa ufficiale, all’oscuro di tutti, ma palesata nella relazione di bilancio. Una città che non ha progetto culturale: l’aver negato il finanziamento con patrocinio al Festival gay lesbo è assolutamente dovuto a un comportamento ideologico, una preclusione provinciale e un misto di pregiudizio non tollerabile per un’amministrazione di una città europea. Ma anche l’avere soppresso gli orari di apertura serali delle biblioteche delinea che esiste una problematica elevata in materia di assenza di politiche di promozione della cultura come presupposto di aggregazione sociale e civile ad alto contenuto, testimonia l’assenza di una prospettiva di rilancio del servizio bibliotecario nei parametri europei delle grandi città, delle grandi amministrazioni, nella legislazione anche internazionale espressa dall’UNICEF e dalla Carta delle biblioteche.  Non esiste un’amministrazione che diventi organo maieutico di sostegno e di promozione delle nuove forme di espressione artistica, libera, indipendente. Esistono momenti solo scenografici e vuoti di grandi eventi, mentre vive un ricco sottobosco che chiede attenzione e investimento, che diventerebbe mondo di qualità alternativo a quello della larga diffusione, commerciale e mercantilizzata. Una banca dati che metta insieme domanda, offerta e veicoli di distribuzione della cultura alternativa. Grandi espressioni dell’arte mondiale, presenti a Milano, mi riferisco a nomi celebri, Dario Fo, Alda merini, Fernanda Pivano, grandi registi, grandi attori, grandi cineasti, non vengono riconosciuti. Giovani compagnie teatrali non riescono a diventare protagoniste sulla scena culturale solamente perché trovano spazi occupati dove difficile iniziare un proprio percorso di formazione sociale e pubblica: non esistono a milano teatri affidati in convenzione a compagnie sperimentali e indipendenti, giovani, mettendo alla prova questi talenti che sono tenuti all’oscuro e soffocati.
Esiste e sussiste una situazione invivibile dal punto di vista ambientale ed ecologico: aumentano i livelli di PM10, di PM 2,5, ma anche di PM 1, quelli emessi da quei “termovalorizzatori” che sono dei veri e propri inceneritori, che mettono livelli alti di polveri sottili. Aumentano le malattie bronchiali per i bambini, come denunciano le mamme antismog.

 
La necessità oggi che si riscontra a Milano, come in Italia, come in Europa, è quella di dare spazio alla costruzione di un soggetto inclusivo, unitario e di lungo corso della sinistra. Cosa intendo per sinistra: per sinistra intendo l’insieme delle forze sociali, culturali, civili, siano esse partiti, siano essere associazioni, siano esse collettivi, siano esse movimenti, siano esse coordinamenti, che si prospettano l’esigenza massima e ampia, dalla lunga prospettiva di cambiare la società attuale, di superare quelle contraddizioni molteplici che vivono nel contesto neoliberista.   Le ultime elezioni hanno dato prova di un cambiamento radicale nella concezione dell’elettorato, che ha premiato, primo momento nella storia della Repubblica, in modo determinante e forte le aggregazioni di soggetti partitici, la somma dei consensi dei quali, nei contesti in cui si presentavano da soli, è inferiore rispetto al consenso generale ottenuto dall’aggregazione dei medesimi.   Ma a sinistra? . Non so se avete presente la “rivoluzione istituzionale”, quella del grande Allende. Sono, pertanto, interessato a creare le stesse condizioni a sinistra: ossia costruire una reale aggregazione metaelettorale, ossia non alleanza eseguita solo per superare il quorum, ma unione di valori, di ideali, di proposte, di battaglie comuni, di intenti comuni. Un soggetto che sia laboratorio collettivo di esperienze diverse ma unite dalla finalità collettiva di costruire il cambiamento e il superamento di questa società iniqua, neoliberista, ingiusta. Io apprezzo le differenze, apprezzo la storia delle varie culture politiche, e proprio per questo credo che il progetto finale e importante sia quello di saperle valorizzare, di saperle mettere in azione. Per questo ritengo necessario sottolineare che i rapporti che devono essere intrapresi con tutte le forze partitiche e apartitiche della sinistra milanese e italiana debbano permanere all'interno di un dialogo che ritroverà con determinazione la costituzione di un soggetto politico aggregativo e unitario della sinistra. 
 
 

Venerdì, 14 Settembre, 2007 - 00:31

Ma a Milano la cultura dove sta andando?

Della cultura non si dice niente. Un incontro promosso alla Festa de L'Unità a fine agosto aveva questa titolazione che, a parere del sottoscritto, era abbastanza esemplificativa della situazione politica culturale della Giunta e dell'amministrazione di centrodestra. Non potevo che considerarmi concorde sul significato del titolo stesso. La cultura è occasione di crescita della città: in senso civile, sociale, politico. E' vero: ma nel passato esistevano, come dice Fontana, strutture istituzionali. Esisteva nel 1921 la Fondazione Scala, come Enete autonomo, nel 1947 viene costituito il Piccolo Teatro. Si faceva sistema: è vero, come testimoniano le grandi linee progettuali della politica culturale o, meglio, della cultura politica, dato che la cultura deve essere essa stessa programma, progetto di una nuova società, rinnovata, riformulata, rivista, riletta, costituita e ricostituita, rigenerantesi civilmente. Oggi abbiamo l'assenza di questa visione complessa che è innata nella dimensione del fare cultura. Le nuove generazioni di artisti e di uomini di cultura, di impegno intellettuale, sono abbandonate da un potere che gestisce la cultura come momenti continui di pura ostentazione dell'effimero, della superficialità finalizzata a sè stessa, a volte al guadagno, a volte a rendere plateale quello che è altamente evanescente, esetmporaneo. Abbiamo la cultura dei grandi slogan, delle grandi boutade, dei "ballon d'essay", delle promesse esternate e, poi, subito, di seguito, ridimensionate, inevase, come insegnano i terribili precedenti del sostegno al Festival Gay Lesbico o della mostra "Vade retro". Abbiamo l'esempio di come spesso la cultura diventi solamente "elargizione" di beni e di contributi fortemente cospicui a realtà amiche, clientelamrnete vicine, che assicurano forte sostegno a un'assenza esautorante di cultura politica o poliica culturale. Dov'è la progettualità? Non esiste nessun tipo di pianificazione che dia a Milano una visione complessiva, generale, più completa di dimensione internazionale di cosa si intenda per cultura oggi, garantendo l'istituzione di laboratori, di confronti tra ispirazioni ed estri differenti, di incontro tra diverse tipologie di tagli interpretativi della realtà, riletta nell'ottica dell'artista che distrugge, crea e ripropone sotto l'ottica dell'innovatore del sentimento civile. Io penso drammaticamente a un fatto: in Europa esistono esperimenti anche azzardati, ma scommesse, quindi evolutive nella loro dimensione e struttura, che consistono nell'affidare a giovani compagnie teatrali la gestione artistica di grandi teatri, oppure a giovani registri la gestione di agenzie per la promozione del cinema, oppure, infine, giovani letterati nella gestione di festival internazionali di letteratura. A Milano abbiamo perpetui alla guida di epicentri della cultura: questo determina, se non ridimensionato, non sotto la prospettiva dello scontro intergenerazionale ma, bensì, sotto l'ottica della fiducia nella capacità dei nuovi, guidate dalle esperienze dei più vecchi, l'esaurimento delle spinte riformatrici e rifondatrici del fare e concepire cultura oggi e della sua funzione nella società attuale.
I giovani, dice Fontana, sono abbandonati a una "beata solitudo". Esiste come una forza oscura che ci protegge dal futuro, dal cambiamento, dalla rifomulazione e dalla messa in discussione in senso sperimentale dei canoni tradizionali e tipici su cui si struttura la conservazione culturale e asfittica, di cui Milano soffre: come disse un dirigente del regime dittatoriale di Salazar a proposito della forza populisitca del proprio duce, come ricorda Filippo Del Corno, musicista di dimensioni rilevanti.Ha ragione Del Corno a ricordare come la cultura conservativa di un Carrubba avesse ingessato la proposta culturale: ma pur sempre di proposta si poteva parlare. Oggi non esiste proposta, come non esiste la dimensione di una cultura come basamento fondativo di una società libera, dell'ascolto, del confronto, della solidarietà, della tolleranza, della giustizia. Dell'uomo al centro dello sviluppo: della sostenibilità del sistema, come lo è un'opera architettonica, come lo è un'opera urbanistica, come lo è un quadro, che fa pensare, che rende lo spettatore conoscitore del proprio io in relazione al resto della realtà. Non si riesce a comprendere a Milano quanto la cultura possa essere fonte di investimento, ossia di opportunità di trasformazione urbana e di arricchimento economico e sociale della città, nell'età del post fordismo, del post industrialismo, delle aree dismesse. Esistono a Milano centri di eccellenza? Strutture atte a ospitare grandi eventi continuativi e costanti, programmatici, di arte e di cultura mondiale: non esistono spazi, ha ragione e convergo con l'assessora alla cultura della Provincia di Milano, Daniela Benelli. Dove sono gli investimenti nelle risorse umane e intellettuali che compongono lo scenario culturale e artistico? Non esistono opportunità e garanzie per chi vuole diventare protagonista del mondo dell'arte, di un grande progetto di trasformazione della città e in un'ottica di valorizzazione del terrtorio, dei territori, delle loro sociologie, di comprensione della sua caratteristica civica e politica. Il bene stare è anche sinonimo di bene vivere: ossia è sinonimo di un percorso che rende la città vivibile, a musira d'uomo, socialmente e umanamente sostenibile.
Esiste un fuga dei talenti, delle risorse intellettuali che potrebbero essere motore di un progetto di cultura come servizio per la cittadinanza, una nuova cittadinanza della consapevolezza e della responsabilizzazione. Non esiste la conoscenza culturale delle risorse che vivono il territorio, ma che sono soffocate, silentite da un ammasso di eventi di grido, di estemporanee kermesse, di meteoritici avvenimenti e iniziative effimere ed estemporanee, spesso cattedrali in un deserto di proposte e di continuità di progettualità culturale: dove sono le idee? Ma, soprattutto, cosa significa, come spesso fatto da Sgarbi, parlare di "economia di scala" nella promozione artistica? L'amministrazione non deve essere espressione di un consiglio di gestione di società di organizzazione di eventi ma, bensì, deve essere stimolatrice di programmi e garante di spazi autonomi e autogestiti di laboratori culturali. L'amministrazione deve creare la rete tra eccellenze, divenendo protagonista di un percorso di investimento nella fase dello start up, nella fase iniziale di costruzione di sostegni e di scommessa verso le nuove energie, sono molte, che affiorano e che attendono di essere considerate. Ha ragione Daniela Benelli quando denuncia a Milano l'assenza di strutture adeguate, quali biblioteche, musei, spazi, show room, laboratori diffusi, atti a dare albergo permanente a momenti artistici costruttivi e arricchenti.
A Torino abbiamo gli ecomusei che rappresentano progetti di interventi di archeologia industriale rivista e rivisitata, mentre a Roma le municipalità aprono luoghi di produzione artistica innovativa e sperimentale e a Firenze artisti e cittadini si mettono insieme per approvare momenti di conoscenze artistiche collegialmente definite e partecipate. A Milano dove sono queste risorse? Vogliamo attendere e investire dove già la pioggia cade sul bagnato? Vogliamo lasciare che le eccellenze intellettuali abbandonino una città che, se non consente il sostegno alla libera espressione dei pensieri e alla loro circolazione, rischia di implodere in una terribile era della decadenza?

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 6 Settembre, 2007 - 11:10

Global cities: i cambiamenti delle megalopoli

Global Cities alla Tate Modern  Global Cities. Turbine Hall, Tate Modern  Global Cities: una mostra alla Tate Modern 
20 giugno - 27 agosto 2007

 http://www.labiennale.org

Global Cities è una mostra che esamina i recenti cambiamenti avvenuti in dieci città di interesse globale: Il Cairo, Istanbul, Johannesburg, Londra, Los Angeles, Città del Messico, Mumbai, San Paolo, Shangai e Tokyo. L’esposizione apre dal 20 giugno al 27 agosto 2007 e presenta una spettacolare installazione nella Turbine Hall della Tate Modern.

Global Cities, aperta all’intero pubblico della Tate, è organizzata in collaborazione con la Fondazione La Biennale di Venezia e grazie alla partecipazione di Land Securities e al supporto di Savills e Derwent London.

La mostra comprende i lavori di architetti e artisti di fama internazionale come Zaha Hadid, Rem Koolhaas, Herzog e de Meuron, Nigel Coates, Nils Norman, Richard Wentworth, Fritz Haeg, Hillary Lloyd, Celine Condorelli e Can Atlay.

Global Cities nasce dalla sezione centrale della 10. Mostra Internazionale di Architettura, che, tra settembre e novembre 2006, ha registrato la presenza di oltre 130.000 visitatori: la mostra di architettura più visitata fino a oggi tra quelle della Biennale di Venezia. L’esposizione alla Tate Modern ha Londra come punto di riferimento per un percorso comparativo tra le città analizzate. L’allestimento della mostra nella Turbine Hall sarà a cura di Pentagram.

L’esposizione si concentra sulle problematiche più importanti che i grandi centri urbani si trovano ad affrontare: dai flussi migratori alla mobilità, dall’integrazione alla crescita sostenibile. L’analisi delle cinque tematiche principali analizzate - velocità, dimensione, densità, diversità e forma – trae spunto da uno studio socio-economico e geografico condotto da ricercatori della London School of Economics.

Oltre a questi dati, la mostra alla Tate Modern presenta una vasta gamma di opere artistiche sotto forma di video e fotografie che offrono interpretazioni soggettive delle condizioni urbane in ognuna delle dieci città. Le commissioni di artisti e architetti hanno focalizzato la loro attenzione sul contesto londinese e su problematiche specifiche come la sostenibilità e l’integrazione; questi lavori, appositamente realizzati, saranno esposti sia nella Turbine Hall che nell’area di Southwark.

Metà della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane; per questo le città sono sempre più al centro del dibattito pubblico, della speculazione culturale e dell’attenzione dei media. Un secolo fa solo il 10% degli abitanti del pianeta viveva in città, mentre entro il 2050 si prevede che il 75% degli 8 miliardi di persone che popolano la Terra vivrà in aree urbane, in particolare nel Sud del mondo. La forma, le dimensioni e la struttura di megalopoli esplosive come Mumbai, Shangai, Città del Messico, Istanbul o Il Cairo influenzano non solo la vita dei milioni di nuovi abitanti ma anche la salute e la sostenibilità dell’intero pianeta, visto che da esse dipende il 75% del totale delle emissioni di CO2. La crescente importanza economica, sociale e culturale fa sì che le città siano oggi più importanti che mai e che diventino il crocevia della creatività, della crescita economica e dei conflitti sociali.

La mostra costituisce inoltre l’occasione di avviare un dibattito allargato che si svilupperà attraverso una serie di incontri pubblici. Il programma prevede anche film e dibattiti che avranno luogo durante il weekend tra il 22 e il 25 giugno alla Architecture Foundation di Londra.

Informazioni
Helen Beeckmans/Daisy Mallabar, Tate Press Office
Tel. 0044 20 7887 8731, e-mail pressoffice@tate.org.uk
Erica Bolton, Bolton and Quinn
Tel. 0044 20 7221 5000, e-mail erica@boltonquinn.com

Giovedì, 2 Agosto, 2007 - 16:54

Intervista sui CAM

PER IL DECENTRAMENTO LA PAROLA D’ORDINE È ACCENTRARE
Anche sulla gestione dei CAM il comune decide senza consultare i Consigli di Zona

www.chiamamilano.it

Fino a quattro anni fa si chiamavano CTS (Centri Territoriali Sociali), poi dal 2003, con la riforma dell’allora Assessore al decentramento Giulio Gallera –oggi Capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale–, sono diventati CAM (Centri di Aggregazione Multifunzionale).
Sono spazi nati e messi a disposizione dal Comune alla fine degli anni ’70, luoghi d’incontro e aggregazione. Sono gestiti direttamente da operatori comunali o indirettamente da associazioni convenzionate che propongono ai cittadini attività gratuite polivalenti: dal laboratorio teatrale alle attività sportive per i più giovani, dal corso di cucina alla mostra fotografica per gli adulti, dal corso di ginnastica dolce all’evento di animazione per gli anziani.  
Chi decide le attività da sviluppare all’interno dei 25 CAM della città?
Le scelte spettano, in ogni Zona, ad una Commissione di cui fanno parte alcuni dei Consiglieri di Zona  coordinati  da un funzionario del Comune, il Direttore di Settore di Zona, garante del rispetto delle linee guida definite dal Direttore Centrale delle Aree Cittadine Federico Bordogna.
Questa è la procedura in vigore  dal 2003, quando la Delibera Gallera eliminò il vecchio Comitato di Gestione costituito da 5 Consiglieri del Consiglio di zona e 3 rappresentanti delle associazioni e/o degli utenti del CTS.
“Si è passati da una gestione democratica dal basso ad un accentramento del controllo dei CAM”, denuncia Alessandro Rizzo, capogruppo della lista Uniti con Dario Fo nel Consiglio di Zona 4.
“La delibera dell’ex Assessore al Decentramento Giulio Gallera  paradossalmente fu manifestazione di un atteggiamento accentratorio da parte dell'amministrazione, di fatto espropriando delle loro funzioni i Consigli di Zona, che oggi possono ancora  avanzare delle proposte, ma devono sottostare  alle linee guida  definite centralmente”.
Alessandro Rizzo, e con lui altri Consiglieri di Zona, riapre oggi la querelle sulla gestione dei CAM in seguito a quanto emerge dalla Relazione previsionale e programmatica di Bilancio 2007/09 che prevede la possibilità di esternalizzare l’attività dei Centri ad enti o associazioni private.
“Da Febbraio l’Assessore alle Aree cittadine (un tempo detto Assessore al decentramento) Ombretta Colli, senza consultare i Consigli di Zona, ha avviato un’indagine esplorativa di mercato finalizzata a verificare l’eventuale interesse di soggetti terzi ad ottenere, tramite appalto, la gestione dei CAM. Se avverrà questa privatizzazione, non solo i Consigli di Zona non avranno più alcuna voce in capitolo sulla programmazione delle attività, lasciate dunque ad un presumibile processo di depauperamento, ma ci saranno ricadute negative anche sull’utenza e sugli operatori attualmente presenti. Ai primi potrebbe addirittura venir meno la garanzia della gratuità dei servizi, i secondi verrebbero soppiantati dai nuovi; ipotesi questa preannunciata dal mancato rinnovo dei contratti per il prossimo anno”.  
In alcuni Consigli di Zona è stata presentata una mozione che promuove la necessità di un’opposizione convinta e collaborativa dei diversi Consigli affinché l’esternalizzazione non si realizzi.
Il decano dei presidenti di Zona, Pietro Viola, Presidente di Zona 3, che attende per gennaio l’apertura del primo CAM nella propria circoscrizione, forse in base all’esperienza forse perché non riesce proprio a credere al rischio di una beffa proprio sulla linea del traguardo, scaccia ogni timore e considera gli allarmi sulla possibile “privatizzazione” dei CAM come frutto di un’interpretazione sbagliata del concetto di “esternalizzazione”.
 “Ci sarebbe –assicura– solamente un ricambio gestionale che coinvolge enti o associazioni private vincitrici di appalti pubblici. Le attività rimarrebbero gestite indirettamente dall’Amministrazione, ma questa non è una novità perché già da anni alcune iniziative dei Centri sono affidate a terzi tramite convenzione. Gli operatori attualmente presenti all’interno dei CAM riceverebbero comunque nuovi incarichi comunali. I ricambi gestionali d’altra parte ci sono sempre stati, non è previsto nessun diritto di esclusiva. Per quanto riguarda invece i Consigli di Zona, invece, è assolutamente certo che non perderebbero il potere di delibera sulla programmazione delle attività.”
Due versioni contrastanti dunque. Che purtroppo amplificano la domanda: poiché se l’allarme “privatizzazione” potrebbe sembrare a prima vista esagerato, emerge comunque il fatto che lo studio commissionato dall’Assessorato alle aree cittadine costituisce non solo un viatico per l’Esternalizzazione ma l’ennesima prova che sul decentramento a Milano le decisioni vengono prese senza consultare i diretti interessati, ovvero i Consigli di zona.
Per cercare qualche ulteriore elemento ci siamo rivolti all’Assessore Colli, che, contattata telefonicamente, tuttavia,  sostiene di non poter esprimere considerazioni su qualcosa che deve ancora essere definito.
 “Per ora stiamo facendo uno studio per capire se ci sono le condizioni per affidare la gestione a terzi. Non posso dire altro”.
Ma alla nostra richiesta sulle motivazioni che hanno condotto a questo studio, e sui primi risultati che ne stanno emergendo,  l’Assessore si dichiara troppo impegnata per rispondere.

Giulia Cusumano
http://www.chiamamilano.it/cgi-bin/notizie.pl?pg=7

Mercoledì, 11 Luglio, 2007 - 10:42

rispondo a Simone di Piazzadeisoci a proposito delle Colonne

Caro Simone,
come avrai avuto occasione di leggere nei post precedentemente upplodati in questa discussione ero molto critico sul provvedimento emanato dalla Giunta: un provvedimento che era indirizzato a penalizzare non solo l'universalità della cittadinanza, ma reiterava la cultura dell'emergenza, dell'azione non considerata, ma adottata per il caso specifico, senza un quadro generale e progettuale di rilancio dello spazio pubblico, di rivitalizzazione con contenuti del medesimo. Penso che qualcosa si sia mosso a Palazzo Marino, grazie anche alle intermediazioni di alcuni consiglieri che sono riusciti a creare contraddizioni nella stessa maggioranza circa l'assenso a questa ordinanza.
Ho linkato al mio blog, http://www.partecipami.it/?q=blog/172, il vostro blog, affinchè il rapporto duale di confronto attivo sia permanente anche con noi che, nei vari livelli e organi, rappresentiamo le vostre istazne e ne dobbiamo diventare portatori, promotori negli organi amministrativi, cercando di dare risposte alle vostre doglianze, necessità, che sono anche le nostre, non esistendo più, a mio parere, quella linea di demarcazione tra delegate/i, quindi elette/i, e deleganti, qindi elettrici/elettori: la partecipazione deve essere il sale vitale di questa nostra forma politica di rappresentatività, di nuova rappresentatività.
Riguardo all'ultima questione che ponevi, Simone, penso che rientri tutto nella stessa dinamica dell'emergenza, ossia le ondate repressive: la polizia locale di Milano spesso è soggetta a queste dinamiche, non per colpa e volontà degli agenti, che fanno il loro lavoro, ma di alcuni direttori, che inaugurano a tratti i periodi dedicati alla persecuzione amministrativa di alcuni utenti della strada, automobilisti, pedoni, ciclisti, fortemente vessati. C'è stata la stagione delle multe a coloro che violavano il codice della strada perchè passavano col rosso: poi la stagione si è chiusa, aprendo quella contro chi posteggiava in sosta vietata. Poi si aprì quella contro chi attraversava la strada col rosso, poi è arrivata la stagione, questa veramente paradossale, della multazione delle biciclette sui marciapiedi, nella città dove le piste ciclabili sono assolutamente minime, a singhiozzo, inesistenti in molti tratti. Ora si va a zone: si apre un comado di polizia locale in un quartiere e si procede ad operare a tappeto su quel quartiere. Non comprendo bene la filosofia di questo progetto, che è a ere, a mode. Credo che sia alquanto opportuno sottolineare come la vigilanza urbana non riesca a coordinarsi con le amministrazioni decentrate, i consigli di zona, che non hanno potere di influire nelle scelte di direttive e di indirizzi per ripristinare situazioni normali in zone di alto disagio sociale.
Stadera nè un esempio: un tempo esisteva un presidio di vigilanza che aveva instaurato col territorio una vera funzione di sicurezza sociale, ossia ospitava persone che avevano problemi sociali gravi, dava loro sostegno, cercava anche di aprire i comandi di polizia ai bambini che stavano per strada, vittime del fenomeno della microcriminalità, in quanto non avevano punti di riferimento chiari, in quanto soggetti alla dispersione scolastica.

Ora credo che il vigile urbano sia figura che non debba solo emettere multe, che non debba essere utilizzato per funzioni che riguardano per competenza alla pubblica sicurezza, la polizia: devono essere, invece, promotori di un servizio collettivo che venga riconosciuto come punto di riferimento per un aiuto sociale e di sostegno sociale, di assistenza sociale di prima istanza, di prima necessità, ovviamente, non essendo loro un consultorio.

La funzione primaria storica di questa impostazione sociale e di sicurezza sociale è progressivamente venuta meno tramite ordinanze e delibere emesse per volontà della direzione del settore sicurezza di Milano e dell'assessorato Decorato, l'autore dell'ordinanza di emergenza dell'ingabbiamento delle Colonne, quindi amministraore che ha palesato un certo fallimento nella propria volontà politica, sconfessata e rivista anche dalla stessa maggioranza in quanto irragionevole ed eccessiva, che hanno sempre più identificato il vigile urbano in poliziotto, con anche la possibilità di avere armi e detenere pistole e intervenire in sistuazioni e casi che riguardano, per competenza, esclusivamente la polizia di stato. Le conseguenze sono presenti ai nostri occhi con le vicende ultime di Via Cassinis e l'intervento alla "Bava Beccaris" eseguito in questo contesto.

Anche da questo occorre partire per cambiare Milano, che è da morire come scrive Ofreddu e Sansa nel loro ultimo libro inchiesta, che invito a leggere attentamente perchè illuminante.

Un caro saluto
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 10 Luglio, 2007 - 15:23

DIBATTITO: MILANO VISTA DA SINISTRA

MILANO

VISTA DA SINISTRA

COS'è E COME LA VORREMMO

Partecipano

Roberto Biscardini (SDI)
Mario Agostinelli (Unaltralombardia)
Angelo Ferranti (Associazione per il Rinnovamento della Sinistra)
Alessandro Rizzo (Sinistrarossoverde)
Donatella Capirchio (Sinistra Democratica)

SABATO 14 LUGLIO - ORE 20,30

Cooperativa Barona Satta
Via Modica 8 Milano

Sabato, 7 Luglio, 2007 - 15:37

Parla ti ascolto ... tanto ho già deciso

Apprendo in un post inviato dal nostro Oliverio, e che ringrazio, che l'assessora Colli ha deciso di fare un tour nei diversi Centri di Aggregazione Multifunzionale delle diverse zone per parlare con la cittadinanza, l'utenza, sui servizi che il decentramento, quella sorta di elemento immanente e impercettibile nell'amministrazione milanese, offre e dispone. Il fatto che questa notizia inerente all'attivazione del progetto "Parla, ti ascolto" da parte dell'assessorato venga ad apprenderlo da un post presente in questo nostro sito è alquanto testimone ed esempio di come i consigli di zona vengano ampiamente, costantemente e fortemente superati da un'amministrazione comunale centralizzante ogni decisione che riguarda materie e competenze che, in un sistema decentrato serio e coerente, dovrebbero essere di titolarità primaria delle circoscrizioni. Come è il caso dei servizi erogati da parte dei CAM, e della loro definizione in un ambito di programmazione dei criteri e degli indirizzi nell'ambito del Piano Munltifunzionale di Zona.
Ma vorrei domandare all'assessora Colli, impegnata in questa lunga passeggiata, da dove è nata l'idea e la proposta, quando gli stessi Consigli di Zona non sono stati nè sentiti, nè ascoltati, nè consultati per organizzare questo tour. Penso che occorra, da parte dell'assessore Colli, non tanto proseguire nell'itinerario presso i diversi CAM, cosa che, seppure importante, dovrebbe essere fatta in primis da parte dei singoli consigli di zona, delle proprie commissioni, organizzando convegni e appuntamenti, canali che maggiormente possano informare e formare la cittadinanza utente circa i servizi esistenti e adottati nei diversi Centri; ma rendere conoscenti la cittadinanza, i consiglieri di zona, i presidenti di commissione delle intenzioni politiche amministrative dell'assessorato e della direzione centrale di settore circa il futuro gestionale dei servizi erogati dai CAM. Quale è la volontà politica, se esiste, e quali le linee guida fonalizzate a rilanciare questi centri di aggregazione, patrimonio della città, unici in Italia come eseprienza di aggregazione e di monitoraggio sociale dei territori, dato che la Relazione Previsionale di Bilancio 2007/2009, approvata il 12 aprile, prevede operazioni di indizione, dopo il lavoro istruttorio di una commissione valutatrice della sussistenza delle condizioni, di bandi per esternalizzare servizi, oggi erogati aministrativamente e pubblicamente, ad associazioni e cooperative di diverso genere, esterne, terze, e non soggette neppure a un vincolo territoriale di operatività, come richiederebbe la funzione stessa di alta congizione delle dinamiche sociali e culturali della zona in cui il Centro dovrà operare. Il Bilancio stesso ha decurtato fondi di spesa per il capitolo aree cittadine, servizi per la cittadinanza erogati tramite i centri di aggregazione multifunzionale, con grave pregiudizio per la stabilità lavorativa e il futuro lavorativo e occupazionale degli attuali operatori, che vivono in uno stato di precarietà continuo, e che richiedono di essere riconosciuti non solo dal punto di vista della propria professionalità, ma anche del proprio diritto di avere un impiego stabile, sicuro, indispensabile per rendere il servizio erogato di qualità. Queste sono informazioni che io ho, che alcuni miei colleghi possiedono, ma che non sono ancora state rese pubbliche: quanto dovranno attendere gli utenti dei CAM prima di avere delle risposte a riguardo?
Scusate il tono perentorio del mio intervento, ma credo che l'assenza di prospettive e di informazioni riguardo al destino e al futuro gestionale dei CAM sia assolutamente non tollerabile, se ancora reiterato da parte dell'amministrazione. Non si può attendere, come sempre, che le decisioni vengano prese dal centro e che i consigli di zona debbano essere soggetti alle medesime, senza poter neppure esercitare la propria funzione. Soprattutto quando si tratta di servizi alla cittadinanza. Ma dov'è il decentramento, già umiliato e svilito, a Milano? Il decentramento consiste in un continuo atteggiamento, da parte dell'amministrazione, di superamento delle funzioni dei consigli di zona, come succede spesso per le DIA e i PII, i piani integrati di intervento, senza neppure avere la facoltà di governare, di poter esaminare i temi che riguardano il proprio territorio? E sui CAM perchè esiste questo silenzio, quando chiara è l'intenzione che sarà perseguita dall'amministrazione nella Relazione stessa? Quando è ormai da 3 anni in corso un abbattimento progressivo e costante della funzione dei CAM, centri che avevano un ruolo di monitoraggio del territorio, delle sociologie in esso esistenti e di risposte a esigenze che sono primarie per molte fasce deboli dei quartieri periferici abbandonati: prima si è passati dai CTS, basati sul criterio della partecipazione dell'utenza e delle associazioni al governo e alla definizione delle liee di indirizzo delle attività e dei criteri di erogazione dei servizi dei singoli Centri, eleggendo un comitato di gestione in modo palese, trasparente, democratico, universale. Oggi parliamo, invece, di una centralizzazione di questa funzione, che diventa, spesso, mera competenza del setore amministrativo, non ascoltando neppure previamente la commissione consiliare stessa, oggi organo che in teoria dovrebbe avere il ruolo di indicare i criteri e gli indirizzi della programmazione dei servizi e delle attività dei CAM medesimi.
Attendiamo risposte, io, in particolare, come consigliere di zona, come capogruppo della Lista Uniti con Dario Fo per Milano in Consiglio di Zona 4, e come me, assessore Colli, diversi altri miei colleghi, anche di maggioranza di centrodestra che, nei diversi organi circoscrizionali notano, dato che è palese, come meno zone a Milano abbia significato meno servizi e meno competenze decentrate, meno partecipazione, meno servizio di monitoraggio dei territori, meno competenze per gli organi, i soggetti che a questo ultimo compito storicamente, da sempre, erano preposti, come i CAM.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano
http://www.partecipami.it/?q=blog/172

Mercoledì, 4 Luglio, 2007 - 13:23

Via Cassinis: si ritorna alla Milano di Bava Beccaris?

Credo che scene di guerriglia così non se ne siano mai viste a Milano. Uno stato di allarme mai raggiunto, ma preventivabile, chiaramente. Sto parlando dei fatti che hanno coinvolto Via Cassinis la scorsa domenica 3 luglio, dove, all'interno di una rivolta collettiva e di aggressioni contro i vigili urbani da parte delle comunità peruviane e sudamericane presenti nei giardini qui collocati, un vigile ha sparato un colpo in aria. Penso che ancora una volta siamo difronte a uno stato di incapacità dell'amministrazione, da 15 anni al governo della città, di prevenire questi fenomeni e di governare la questione dell'immigrazione, nella consapevolezza del dialogo continuativo e costruttivo. Penso che sia oltremodo necessario sottolineare come la riforma prevista al regolamento della Polizia Municipale di Milano che consente agli agenti di utilizzare la pistola e di essere impiegati in situazione che esulano dalle loro competenze ordinarie, sia la causa di un malessere che coinvolge pienamente e direttamente gli stessi agenti, che si trovano in situazioni ingovernabili per le quali la loro professionalità non può prevedere soluzioni di pronto intervento. Fabio Parenti, l'agente che ha sparato un colpo per aria per cercare di aiutare i propri colleghi e disperdere la folla accanita e avversa di alcuni soggetti della comunità, è stato chiaro e deciso nel sottolineare l'assoluta inadeguatezza della loro attività nel sostenere situazioni di questa portata e di questo genere. Non è possibile che la vigilanza urbana, che dovrebbe essere preposta al traffico e al governo della viabilità, venga predisposta per azioni riguardanti la sicurezza pubblica, che rientra nella competenza della polizia e della pubblica sicurezza. Credo che sia opportuno comprendere l'inadeguatezza di questi agenti che si trovano veramente a essere utilizzati come "carne da cannone" per interventi che sono inadeguati e per i quali sono giustamente impreparati, in quanto formati per altre tipologie di attività e di funzioni, utili e importanti. Il carico di lavoro e l'onere, l'alto livello di responsabilità che si trovano ad avere ulteriormente, determinano queste situazioni e avvenimenti che sono alquanto sconcertanti e che registrano l'inefficacia e la sporvvedutezza di alcune delibere di riforma dei regolamenti che l'amministrazione ha provveduto a licenziare senza la minima cognizione delle conseguenze che sarebbero necessariamente e naturalmente derivate. Bene ha fatto Rifondazione Comunista al Comune di Milano, tramite i suoi consiglieri, di inviare un'interrogiazione al Ministro degli Interni Amato per conoscere «quali misure intenda prendere per evitare l´uso improprio della polizia locale». Ma io formulerei la domanda alla Giunta, alla maggioranza di centrodestra, nonchè al diretto responsabile, l'assessore Decorato, e chiederei la motivazione del fatto che abbiano provveduto a destinare le risorse umane della vigilanza urbana per interventi di questo genere che competono alla pubblica sicurezza, unico organo destinato a risolvere questioni di ordine pubblico. Signor Decorato, quale è la ratio che ha determinato questa modifica insensata del Regolamento? Non comprende le conseguenze che potrebbero derivare da questo provvedimento, come è stato palesato negli ultimi fatti registratisi? E quali sono le misure che intende apportare per risolvere questo disagio diffuso, che riguarda la cittadinanza residente e le stesse comunità di stranieri, versanti spesso in sistuazione di estrema emarginazione, di esclusione, fonti sociologiche, queste, che comportano fenomeni malavitosi e di crimine di piccola e media portata? Vogliamo prevenire i fenomeni, cercare di incanalare l'azione amministrativa verso giuste direzioni che possano riportare a uno stato di normalità del governo degli spazi pubblici, soprattutto la preservazione dei parchi e il rispetto del regolamento stesso, tramite anche attività di condivisione e di coinvolgimento di soggetti diversi nella valorizzazione di questi spazi comuni fino a oggi abbandonati? Non può essere pensabile che ancora oggi abbiamo difronte situazioni di guerriglia urbana che potrebbe apportare gravi problemi alla convivenza civile e sociale: domenica lo sparo poteva avere come destinatario non il cielo, come è stato, ma un soggetto presente e vivo, un essere umano, magari un bambino, magari una donna. E come si sarebbe potuto proseguire se fosse avvenuto questo grave avvenimento? Io penso che sia doveroso anticipare gli eventi, cercare di non rendere la cultura dell'emergenza continua come prassi metodologica che apporta chiari interventi irresponsabilmente pensati, avventati, alquanto inadeguati, poco ponderati. Siamo sempre sottoposti a un'urgenza degli interventi per situazioni ormai sedimentate e difficili da risolvere: non possiamo chiudere le stalle quando i buoi sono scappati e usciti. Dobbiamo cercare di intervenire prima con un progetto amministrativo adeguato: questo elemento indica come sia assente una visione di lungo periodo nel governo delle problematiche che concernono la città. Sono molte ed è chiaro che il disagio siociale ormai diffuso aumenti uno stato di conflittualità e avversione mai avuta prima, con una rottura del patto di convivenza civile e sociale. L'integrazione, e domenica ne è un esempio, chiarisce che è la strada primaria da battere e percorrere, con un dialogo continuo e coerente con le comunità, coinvolgendole nell'aministrazione della cosa pubblica, del patrimonio pubblico, facendo sentire quel patrimonio come un valore cittadino, come un dono municipale, che deve essere tutelato e difeso, perchè di tutte e di tutti. I giardini e i parchi a Milano sono in uno stato di abbandono assoluto: versano in queste condizioni da anni ormai. E lei, signor Decorato, è al governo della città da ben 10 anni. La sicurezza è anche sicurezza sociale, che tramite la prevenzione può cercare di bloccare un aggravarsi di fenomeni che si reiterano da tempo. Milano come nel 1899, coi fatti di Bava Beccaris: la situazione è diversa, chiaramente, il caso è di genesi differenti, ma le cannonate sparate non sono poi così lontane dal caso odierno. Non è colpa dell'agente Parenti, anzi: ma è causa di una situazione per cui queste persone vengono preposte per servizi inadeguati alla loro professionalità. Sono in stato di disagio, di imbarazzo, di assenza di direttive, di mancanza di esperienza: e gli interventi possono essere estemporanei, assolutamente immediati, quindi non meditati, dovuti all'irrazionalità dettata dalla paura, dalla subordinazione a uno stato di alta emotività. Le pare adeguata questa situazione? Le pare necessario porre persone con una certa dignità, quali gli agenti della vigilanza urbana, in questo stato e in questa condizione? Penso che sia assolutamente inconcepibile questo stato di cose. Occorre cambiare rotta. Non si può accorgersi dell'esistenza del disagio sociale di alcune comunità, per motivi diversi, solo quanto la pentola a pressione da anni in ebollizione scoppia, causando devastazioni di diversa natura e nell'ambito prossimo. E' successo per Via Sarpi, dove ci si è accorti come amministrazione municipale solamente a guerriglia avanzata; è successo per i fatti di Via Triboniano; succede nuovamente adesso. Vogliamo proseguire su questa strada improduttiva e assolutamente logorante anche l'aspetto di una città europea che deve essere metropolitana e della convienza solidale?

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Mercoledì, 20 Giugno, 2007 - 12:44

Le Colonne e l'assenza terribile del Comune

Ho avviato in Milano Solidale e nel mio personal blog presente in PartecipaMI una discussione su questa problematica, che oserei definire complessa, sia per gli interessi presenti, sia per la dimensione e la portata della medesima.
Penso che occorra rilevare due questioni centrali, su cui calibrare le tipologie di intervento:
- gli interessi e soprattutto i diritti delle residenti e dei residenti della zona, angariati da molto chiasso e da una forte concentrazione di persone, traffico e inquinamento acustico nelle ore piccole della notte milanese dello sfrenato godimento edonistico;
- l'interesse della comunità cittadina ad avere la piena disponibilità di un patrimonio pubblico e artistico di elevata portata, come le Colonne, arricchendo le strade di momenti di convivialità e di confronto culturale che non degeneri nel frustrante e oserei dire squallido bivacco.

Come ogni soluzione politica che riguarda la collettività occorre agire con alto senso e responsabilità, con forte dose di intelligenza e di ponderazione, nella visione sociale e nell'opportunità di ogni iniziativa che possa essere apportata, verificandone le parti positive e negative, gli effetti e le conseguenze. 
Le transenne presso le Colonne di San Lorenzo, che vietano a tutte e a tutti il passaggio e il godimento di uno spazio che sembra una tipica agorà della città del buon governo disegnata da Vitruvio, stupenda, gioiello e patrimonio, come ha scritto giustamente Paolo Ramella, a mio parere, soprattutto se si considera la temporaneità del provvedimento, non risolvono molto la questione. Occorre pensare in un'ottica di lungimiranza, non di breve periodo: si parla di amministrare una città, non il proprio salotto.
Io penso, come ho scritto nel mio intervento introducente la discussione, che occorra rendere Milano città della convivenza e della promozione della cultura. Ricordo che un tempo si promuoveva il teatro di strada, la settimana dedicata a Peter Brooke, dove in ogni angolo della città si allocavano palcoscenici e scenografie per mettere in scena compagnie teatrali giovanili e non, che si esibivano in testi e in opere veramente avvincenti. Esiste una sete incommensurabile di confronto, di dialogare con gli altri, di cultura, di arte: lo testimoniano i successi di incontri tematici, anche filosofici, tenutisi in diverse città, mi sovviene l'ultimo festival della filosofia di Torino, da poco terminato, dove le sale erano gremite di partecipanti di giovane età. Ci sarà un motivo.
Io credo che solo la proposta culturale può arginare fenomeni di grave violazione del codice della strada e di emarginante e sfrenato divertimento fine a sè stesso, edonistico, vuoto e vacuo. Pensiamo a prevenire fenomeni di devianza e di oltraggio a un patrimonio che definirei degno di tutela e di attenzione ampia da parte dell'amministrazione.
Si parla sempre di cosa fare dopo, a situazione già avviata: mai che si intervenga prima.
Ho condiviso l'intervento di Majorino nell'ultimo consiglio comunale di lunedì: si ipotizzano interventi sempre posteriori, si attende che il caso scoppi, si provvede, pertanto, a intervenire aumentando, chiaramente, la presenza della vigilanza urbana, senza, però avere predisposto prima una linea di condotta, un progetto di intervento, risolutore e anticipatore certo degrado intollerabile.
Ma prima la vigilanza dov'era in Corso di Porta Ticinese, alla Colonne di San Lorenzo?
E poi solo oggi vediamo una concontrazione di polizia locale, che chiaramente diminuisce, come sottolineato da Majorino, la presenza necessaria nelle zone più periferiche, spesso prive di una tutela e di una protezione che assicuri il monitoraggio della sicurezza e dell'ordine pubblico.
Non vorrei che sia un palliativo, quello delle transenne, privo di un progetto che chiaramente RIQUALIFICHI per tutti la zona artistica di alto interesse storico e civico.
Portiamo le letture di Leopardi, diceva sempre Majorino, nelle piazze: a Torino ogni settimana è dedicata a un tema culturale, artistico, di forte impatto e interesse. PROSSIMAMENTE avremo il festival della musica classica, in collaborazione con Milano, ma nella città europea lombarda, che da sempre è stata esempio virtuoso di sperimentalismi culturali e di diffusione dell'arte come momento collettivo di aggregazione, soffre la mancanza e l'assenza di una politica per la cultura, che renda l'accesso alla medesima non fenomeno di salotti ristretti, o di ambiti relativi, come la moda, oppure di campi dove il commercio dell'offerta culturale diventa elemento di lucro e guadagno, ma, bensì, fenomeno popolare, libero e gratuito, soprattutto, oppure a prezzo politico.

Forse con la cultura come opportunità di condivisione qualcosa si potrà prevenire, oltre alla necessaria, fino a qualche giorno fa inesistente, presenza di vigilanza urbana che sanzioni gravi violazioni del codice della strada.

I negozianti, poi, sono corresponsabili di questo degrado, chiaramente: fino a oggi cosa hanno determinato, se non incentivare uno smodato e scomposto divertimento da parte della collettività. Il bivacco è stata la conseguenza chiara che ha tempestato un angolo gioiello della città di bottiglie rotte, di rifiuti di vario genere ed entità.

Io credo che occorra definire un progetto per rendere possibile la convivenza CIVILE, che non si infonde nella cittadinanza solo proibendo, punzione quasi esemplare, l'accesso a un luogo, soprattutto se questo è un luogo PUBBLICO, ma, bensì, promuovendo l'istituzione e la presenza della medesima come fonte di aggregazione civica, non solo, come giusto deve essere, sanzionante atti illegittimi, che pongono grave nocumento alla medesima convivenza civile e pacifica.

E dopo, signor Decorato, cosa intenderà fare? Il periodo di prova finirà il 31 luglio: ma la verifica sarà fatta su quali basi? Su quali elementi? Su quali basi? E quali saranno i provvedimenti ulteriori che si vorranno prendere, nelle diverse ipotesi, sia di una buona riuscita dell'intervento ad interim, sia nel caso contrario? Si governa alla giornata, senza un disegno complessivo di riqualificazione e rilancio della città come centro di aggregazione RESPONSABILE, INTELLIGENTE, CULTURALE, quindi CIVILE.
Le transenne spostano un problema e dilanzionano nel tempo la consapevolezza e la presa di coscienza da parte dell'amministrazione dell'analisi del disagio, DIFFUSO, NON SOLO GIOVANILE, esistente in questa città, che è diventata e sempre più sta diventando città dell'ESCLUSIONE, della SOLITUDINE, dell'EMARGINAZIONE, dell'ASFISSIA CULTURALE, della mancanza di un PENSIERO POSITIVO E PROPOSITIVO, dell'assenza totale di PROPOSTE QUALIFICANTI AGGREGATIVE.

Come si suole dire: chi vivrà vedrà! Ma niente di nuovo vede sul fronte occidentale, quello di Palazzo Marino.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4

Lunedì, 18 Giugno, 2007 - 14:13

La Piazza deve essere luogo di partecipazione

Agorà oserei dire. Parlo del caso che si è aperto sulle Colonne di San Lorenzo, in Corso di Porta Ticinese. Proprio ieri leggevo un'intervista ad Alda Merini, che abita nelle adiacenze di Porta Ticinese, che lamentava del fatto che ogni sera si crei nella zona un coprifuoco per i residenti, ossia l'impossibilità per i medesimi di naturalmente muoversi, usufruendo delle strutture viabilistiche della zona: la presenza di folle di consumatrici e di consumatori chiaramente ostacolano i residenti nell'utilizzo del proprio quartiere, vivendolo, conoscendolo, frequentandolo. E' vero: esiste questo problema che, per una donna di 86 anni, si traduce nell'impossibilità di accedere alla strada, quasi fosse contornata da una falange di persone che si riversano sotto le proprie case, in una frenesia del consumo fine a se stesso, diciamo del piacere edonistico, un po' come lo rappresentava il mitico Charlie Chaplin nei suoi film, "Luci della città". D auna parte l'assedio, soprattutto nei pressi delle alzaie, dall'altra il pugno forte, quello del vicesindaco che tronfio annuncia come grande vittoria l'aver trnsennato le Colonne di San Lorenzo, impedendo, così, il passaggio a tutta la cittadinanza, ai pedoni, che di quello spazio devono essere considerati i proprietari, essendo pubblico, accessibile, pertanto, e usufruibile per l'universalità delle persone. Non riesco a comprendere la filosofia, alquanto contraddittoria che dietro esiste in questo atteggiamento, in questa filosofia di governo incomprensibile, perpetrata dal centrodestra a Milano: tolleranza dove esistono locali, concentrazione di botteghe e di esercizi pubblici, spesso dai prezzi proibitivi, fermo ostacolo contro chi sosta in uno spazio pubblico, urbano. E' vero, chiaro, quanto mai vergognoso vedere persone nello stato quasi catalettico riversarsi sui marciapiedi: è oltremodo intollerabile l'inciviltà e l'incuria dei bevitori che gettavano bottiglie di vetro per strada, con una noncuranza chiaraente inaccettabile per il rispetto della cittadinanza, anche di sè stessi, che sono utenti di quegli spazi pubblici. La mattina dopo le Colonne si trasformavano in un deposito di vetri e di cartacce, con alcuni "ospiti" dormienti alla luce dei primi raggi solari presenti all'alba, dopo una notte di frenetico svago, sempre fine a se stesso, non proficuo, non costruttivo. Le doglianze dei residenti sono chiaramente rispettabili, ma la soluzione non è condivisibile, a parere del sottoscritto. Ancora transenne, ancora luoghi da chiudere, come i Giardini di Piazza della Vetra, ancora la città dell'esclusione, la città dell'asserragliamento, la città autoreferenziale, la città dell'individualismo, la città delle solitudini. Un'altra strategia occorre promuovere: la strategia della condivisione, della piazza come agorà, appunto, koinè, spazio aperto, dove reperire momenti costruttivi di svago, di offerta culturale e artistica, di condivisione di espressioni folcloristiche e civili, di dialogo, di confronto attivio e partecipato. Penso a questo punto come Torino, Roma, ma anche Londra, Parigi, Lione, Barcellona, abbiano fatto dei loro più storici e belli spazi urbani occasioni di confronto e di promozione del confronto, del dialogo, della contaminazione, dell'accesso ai liberi saperi, alle libere arti. Dobbiamo prendere esempio dalla nostra storia? Dai momenti in cui i menestrelli cantavano e narravano intrattenenedo le persone nei borghi epicentri di cultura e di dialogo della nostra Penisola? Ebbene perchè non ARRICCHIRE DI CONTENUTI le serate del bivacco triste e squallido in cui spesso gran parte dei nostri giovani si imbattono in questa metropoli aliena del profitto e dei lucri, della spettacolarizzazione e della moda come canale di guadagni? Io penso che il tempo libero sia una ricchezza nella storia contemporanea. Qualche giorno fa è stata promossa una manifestazione delle associazioni "Vivere slowly", vivere con tranquillità, riappropriandosi della propria persona, dei rapporti umani, delle relazioni sociali, del confronto e della critica, della capacità di esprimersi, di parlare, di confrontarsi. L'arte dell'ozio come diritto all'ozio, scriveva Shopenauer. ma l'ozio contrapposto al negotium, di tradizione latina e romana, ossia lo svago non fine a se stesso, ma come ricerca del sè e dell'altro, conoscenza, opportunità di conoscenza e di commisurazione, di crescita collettiva. Esistono tanti gruppi musicali, teatrali, tipici quelli del "living theatre", del teatro vivente, che possono offrire momenti di confronto costruttivo e di diversivi con contenuto: esisteva un tempo, mi pare negli anni 70, mi racconta un mio amico critico cinematografico, il mese del teatro vivnte, quello di Peter Brocke, ossia momenti scenografici installati nelle strade e nelle vie di Milano, dove si esibivano le migliori compagnie più affermate e quelle "emergenti", indipendenti, in opere che attraevano l'interesse e la partecipazione del pubblico, aperte al pubblico, non elitarie, non da salotto, magari inaccessibili perchè troppo costose. Ebbene portiamo l'arte, quella giovanile, offrendo agli stessi opportunità di esprimere il proprio messaggio estroso e creativo artistico, nelle piazze: rendiamola POPOLARE, nel senso letterale del termine, educando il giovane, e non solo, al piacere della stessa e alla ricerca tramite la stessa dell'analisi della realtà contestuale. Vi assicuro che di cultura c'è bisogno come l'aria: lo testimoniano gli ultimi convegni che trattano anche temi specifici, filosofici, letterari, artistici, e che hanno un'ampia partecipazione, soprattutto di giovani. L'asfissia del presente, connaturata con una mancanza di offerta qualitativa culturale, soprattutto nella città di Milano, dove per andare al teatro, o al cinema, si devono fare dei sacrifici perchè i prezzi non sono competitivi, se si vuole vedere qualcosa di qualitativamente coinvolgente e non massificante, determina diverse tipologie di reazioni: una di queste è quello di vivere il proprio tempo libero, l'otium, come svago fine a se stesso, deprimente quanto mai svilente. Ma la Giunta cosa fa? Mette le transenne, spostando, come sempre accade e accadrà, il problema di und isagio sociale diffuso: non si comprende che il diritto ad accedere alla cultura come strumento di piacere e di crescita collettiva è un'esigenza fondamentale del vivere bene, inerente anche allo steso tema del welfare cittadino. Ma perchè non fare delle rappresentazioni cinematografiche itineranti? Si effettuerebbe un effetto deterrente per chi voglia violare il regolamento della strada, si preverrebbero alcuni fenomeni di degrado, che sono presenti ovunque perchè è assente la civiltà, la cultura, la collettività e la consapevolezza di essere parte di un corpo sociale. Si transenna solo per dire NO, proibire, considerando ormai irrecuperabili i giovani che presentano fenomenologie comportamentali alquanto discutibili e poco tollerabili, trattando questi ultimi come soggetti non pensanti, quindi suscettibili di "punizioni" esemplari, come si fa con il bambino che ruba la marmellata, che si amonsce e a cui si vieta l'accesso alla madia, da chiudere con lucchetto. Metodi educativi decisamente sono questi da periodo pre montessoriano, oggi inauditi. Ma dopo cosa succederà, signor Decorato? Si leveranno le transenne? Lei parla di periodo di prova, per vedere se il "popolo bue" si comporta bene o no: ma dopo? E la prova come viene verificata, secondo quali parametri? Sul fatto che le bottiglie, che vengono portate comunque da casa, spesso, dagli stessi ragazzi sono riversate nei marciapiedi limitrofi? Buona trovata se fosse questa la soluzione del caso. Ritorneremo ad avere quel bellissimo spazio disponibile alla città, oppure ancora proprietà privata da preservare, come se vicino, magari nelle vie adiacenti, spesso anche in contesti urbani più remoti, come le periferie, il fenomeno di degrado non proseguisse. Ma sapete lì si tratta delle Colonne di San Lorenzo, qualche metro, chilometro più in là si tratta di zone di serie B. La punizione esemplare deve attuarsi in contesti visibili, pubblicizzabili, come lei, signor Decorato, sta facendo mettendo la sua immagine a ogni istante per "vendersi" come promotore dell'ordine pubblico che deve essere mantenuto con metodi alquanto discutibili a livello sociologico. L'ordine pubblico deve essere mantenuto, sono convinto, signor Decorato: ma non con le transenne, con la promozione di programmi che diano nuovamente alla città lo splendore culturale di comune europeo della convivenza culturale e civile. Non proibendo, ma offrendo qualcosa: e quel qualcosa rimane scritto nelle parole precedenti di questa mia lettera. Si dica dei SI costruttivi, non dei NO proibitivi. Si faccia qualcosa di altro per una città che vuole emergere, ritornare a essere la Milano europea crogiuolo di esperienze e di culture contaminanti, della solidarietà, della convivenza. Si accorgerà, signor Decorato, che rendendo questo come elemento di prevenzione di fenomeni intollerabili di degrado, disponendo un'offerta culturale e di aggregazione per i giovani, in questi luoghi che sono magnifici per la città, forse la pubblica sicurezza, la vigilanza urbana, che finora non se ne vedeva nella zona delle Colonne, disporrebbe solamente della propria presenza per sanzionare gravi violazioni del codice della strada, che ESISTE, PERDURA, PERMANE, SUSSISTE, e che finora non è stato adeguatamente, si vede, fatto rispettare dagli uffici preposti.
Milano ha bisogno di rotnrare a essere città dell'inclusione, non della proibizione fine a se stessa, che crea e genera solo comportamenti di "disobbedienza", come accade nella natura umana del gusto perverso del proibito. Basta leggere alcuni saggi di sociologia per capire quanto il paternalismo, soprattutto amministrativo, sia contropproducente: lo dice la storia dell'umanità. Lo cerchi di capire, è giunto il momento di farlo, non crede signor Decorato?

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 17 Maggio, 2007 - 10:36

ViviMi: Città di città in mostra alla Triennale

La mostra ViviMI Città di Città racconta il cambiamento dell’area metropolitana milanese e dei suoi abitanti, presentando immagini e gli scenari del futuro prossimo visti da Milano e dai 188 comuni dell’area milanese e della Brianza.
L’evento è promosso dalla Provincia di Milano in collaborazione con il Comune, la Camera di Commercio e la Triennale di Milano. La mostra prende spunto dal piano strategico promosso dall’Assessorato provinciale dell’area metropolitana insieme al DiAP - Politecnico di Milano e Milano Metropoli Agenzia di Sviluppo e si avvale della collaborazione scientifica di A.A.ster.
Attraverso un percorso suddiviso in quattro sezioni, che conduce verso uno spazio teatrale animato da filmati, suoni e musica, si propone una riflessione attorno al futuro della Città di Città, si intendono fornire alcune possibili risposte e guidare il visitatore alla piena conoscenza del territorio.

Le quattro sezioni:
1. Come è fatta la città? Quante città contiene la grande Milano, dove finisce la nostra città, quali flussi di veicoli, persone, merci la percorrono e la animano tutti i giorni?
2. Come cambia la città? Vengono descritti i cambiamenti più evidenti utilizzando insiemi di informazioni che riguardano la crescita problematica della città, le differenze sempre maggiori nella popolazione, gli spostamenti interni alla città.
3. Chi vive la città? Quindici cortometraggi raccontano la vita di cittadini che rappresentano l’emergere di nuove tipologie sociali nella città, la loro capacità di interpretare e vivere i cambiamenti, di costruire la città e di relazionarsi con il resto della società.
4. Come sarà il futuro della metropoli milanese? Il visitatore, che nelle prime tre sezioni si è collocato e forse riconosciuto, trova nella quarta parte ben sette scenari del futuro possibile, concreti e visionari nello stesso tempo. Il ritorno delle condizioni di natura in città, le case e le infrastrutture del futuro, le nuove possibilità del welfare innovativo, il futuro delle istituzioni sono raccontati attraverso dei filmati che costruiscono visioni e che presentano ciò che già oggi esiste e che si muove nella direzione indicata.
Conclude il percorso un Teatro che nel periodo di attività della mostra accoglierà un fitto calendario di eventi ed iniziative legate ai temi e agli scenari del cambiamento.
All’esterno della mostra, di fronte all’ingresso della Triennale, un’installazione mobile anticipa la nascita della nuova provincia di Monza e Brianza: immagini, progetti e cantieri raccontano il cammino verso il 2009 dei 50 comuni brianzoli e il progetto 2009 MOLTA + BRIANZA dedicato ai temi di natura, cultura e paesaggio. A chiusura della mostra l’installazione partirà per un tour estivo nelle piazze dei comuni briantei.
L’iniziativa è parte del progetto strategico Città di Città avviato, nel 2005, dalla Provincia di Milano per promuovere la progettualità e la collaborazione tra le istituzioni, gli enti, le imprese, le associazioni e i singoli cittadini del territorio.
Per la prima volta si è sperimentato un nuovo modello di collaborazione interistituzionale.
L’idea di fondo del progetto Città di Città è che la metropoli milanese, insieme al territorio della nuova Provincia di Monza e Brianza, debba e possa conquistare una migliore abitabilità, rendendo meno difficile la vita dei cittadini e attirando maggiormente economie e intelletto. Maggiore qualità della vita significa potersi muovere, anche grazie a nuove infrastrutture, respirare aria migliore, avere una casa dove abitare e spazi da condividere, vivere in sicurezza, disporre delle migliori condizioni per fare impresa, fare e fruire cultura, avere istituzioni e servizi più prossimi ai cittadini.
Perché questo insieme di condizioni si realizzino occorre che le istituzioni e i diversi attori che influiscono sulle scelte per la città, siano disponibili a cooperare a favore di scelte concrete, ascoltando e comprendendo i grandi cambiamenti che sono in corso.
A completamento di questo percorso ideale e progettuale merita di essere ricordato il bando lanciato dalla Provincia su idee progettuali e buone pratiche, volte alla ricerca di una maggiore abitabilità, che ha visto la straordinaria risposta di oltre duecento tra Enti, Associazioni e privati cittadini.
Questi progetti, oltre ad alimentare molti dei contenuti della mostra, sono presentati attraverso un database di consultazione all’interno della mostra stessa.
ViviMI
Città di città, immagini e scenari in mostra
Il futuro visto da Milano e dai 188 comuni dell’area milanese e della Brianza
Triennale di Milano
16 maggio – 1 luglio 2007
Promossa da: Provincia di Milano in collaborazione con Comune di Milano, Camera di Commercio di Milano e Triennale di Milano
A cura di: DiAP - Politecnico di Milano, Milano Metropoli Agenzia di Sviluppo, A.A.ster
Allestimento e grafica: Carmi e Ubertis Milano
Installazione sonora Voce delle parole: Silvio Wolf, con Tiziano Crotti e Andrea Malavasi

http://www.triennale.it/index.php?id=1&tbl=0&idq=533

Mercoledì, 16 Maggio, 2007 - 14:05

riflessioni da "Eletti: di nome e di fatto?"

Il decentramento, una chimera dolce e lontana per Milano? Io credo che sia difficile oggi operare con le mani legate, lo dico chiaramente. Si è fatto un azzonamento, nuova planimetria della città, nuove divisioni amministrative: si diceva, ricordo Lucchini, l'autore del primo regolamento sul decentramento, che in questo modo si poteva garantire la nascita di municipalità, a cui decentrare risorse, dico risorse, utili ad attivare una seria atribuzione di competenze e di poteri decisionali. La boutade fu accolta con una certa speranza nel futuro: ma tutto è fermo da allora, parlo del 1998-1999. Tutto è bloccato. Anzi mi si permetta di dire che molti passi sono stati fati certamente ma nella direzione opposta a quelli che dovevano essere fatti: ossia una riduzione continua, uno svuotamento progressivo delle attribuzioni ai consigli di zona e, di converso, una diminuzione delle risorse, delle capacità di incidere politicamente nelle scelte valutative che riguardano il territorio circoscrizionale, ossia gli interventi di riqualificazione, ossia gli interventi in materia di viabilità, ossia gli inerventi in materia sociale, una rete efficente dei servizi per la cittadinanza, sportelli informativi e di reclamo utili a dare accesso alla conoscenza di quanto il consiglio promuova, decida, predisponga per la propria vita quotidiana. Ma vi ricordate che esisteva un ufficio tecnico in ogni consiglio di zona, composto da architetti, ingegneri, geometri, che erano disponibili anche per interventi urgenti strutturali, di piccola dimensione e portata, nelle varie scuole, per esempio, oppure centri di aggregazione multifunzionale, al tempo CTS, nelle varie strade. Una troupe veniva interpellata se una finestra della scuola si rompeva e subito, dopo poche ore, la stessa si arrecava sul luogo e procedeva ad aggiustare. Ora quanto ci vuole per fare aggiustare una finestra rotta in una scuola? Bisogna passare dall'ufficio tecnico di zona, il quale a sua volta passa e solleva la questione a quello centrale, il uale a sua volta parla con il settore preposto, il quale a sua volta definisce i criteri dell'intervento e, dopo questa trafila burocratica, si riprocede in senso inverso, attendendo che la troupe si mobiliti, magari nelle regole predisposte, dal centro e venga in zona. Il tutto comporta diciamo 3 mesi, quando va bene. Un caso analogo è avvenuto in zona 4 per cercare di tappare una crepa nel soffitto della scuola materna di Via Sulmona, da cui cadeva l'acqua piovana quando pioveva, con rischi di allagamento: non so dirvi quanto tempo si è atteso prima di ovviare questo inconveniente abbastanza intollerabile vita anche l'utenza, molto piccola, della struttura, degna di tutele e attenzioni.
Qualcuno ha detto nella giusta iscussioen aperta da Ramella che la critica gratuita non servono all'elettore: ma io mi domando quale è la differenza tra critica gratuita e critica non gratuita. Quali sono i parametri che distinguono queste aree: e chi è l'arbitro per decidere se una critica è gratuita e una non lo è. Certamente non mi ergo a giudice per valutare quale sia la critica accettabile e quale sia la critica non accettabile, in quanto come eletto consigliere devo sapere registrare tutte le critiche, dalle più minimali, se ci sono, alle più complesse, cercando alle medesime di dare soluzioni, risposte CONDIVISE. Si procede a dire che l'unico strumento democratico in possesso all'elettore, ma anche a me stesso, che sono un elettore come qualsiasi altro, è il voto: non credo proprio in una democrazia avanzata. Credo che lo strumento democratico più avanzato sia la promozione di canali di PARTECIPAZIONE, ossia pratiche di diverse ordine e grado, tipologia e utilizzando strumenti di varia natura, dalla rete agli uffici di relazione con il pubblico, dalle assemblee cittadine di verifica dell'operato (nelle altre democrazia esistono le consultazione di "mid-term", con una certa valenza incisiva a livello decisionale, e parlo anche degli Stati Uniti) fino ad arrivare alle consulte tematiche e territoriali, in cui i partecipanti hanno una capacità di poter incidere nelle scelte e nei percorsi di scelta effettuati. A Roma, Torino, Firenze, ma anche a Londra, dove il decentramento è cosa seria, dove esiste la municipalità diffusa dell'area metropolitana, a Parigi, a Barcellona, non sto parlando di città che sono presenti in un romanzo avveniristico di Aldous Huxley, dove esistono addirittura le giunte dei municipi, qusti canali sono già attivi nella loro grande maggioranza: a Milano neppure il consiglio di zona a volte delibera i progetti di intervento edilizio pubblico e privato, essendo il progetto già cosa preconfezionata.
Credo che una democrazia avanzata si debba strutturare sulla responsabilizzazione, la coscientizzazione civica e l'orizzontalità assembleare nei processi decisionali, essendo ormai superata la cosidetta mera democrazia elettiva, essendo evidenti alcuni fallimenti che essa presenta oggi come oggi, in diversi contesti, anche e soprattutto il nostro. La verifica dell'operato dei consiglieri deve essere quotidiana, riportando una vitalizzazione collettiva ai processi democratici decisionali collettivi e collegiali: più si include, più si rende convintamente consapevoli le cittadine e i cittadini che il loro parere è necessario e importante per decisioni che riguardano il proprio futuro prossimo, la propria vita quotidiana, più si genera coesione sociale, convivenza pacifica e forte senso di civiltà, prevenendo forme di cinismo e di ostilità rispetto al concetto ellenistico di politica, governo della città, tramite l'agorà, la famosa piazza aperta e collettiva, partecipata.
Certamente partecipami non può ovviare in assoluto la mancanza soffocante di canali di partecipazione oggi pesente a Milano, ma è un modo aggiuntivo, una risorsa civica indefferibile, che comunque ha agarntito e garantisce un permanente dibattito politico, confronto attivo, verifica degli strumenti e delle decisioni, in un maggiore rapporto tra rappresentanti e rappresentati, che sono coloro su cui deve ruotare ogni forma di processo decisionale. Se finora partecipami esiste, continua a persistere, sussiste, si amplia, rilancia e amplia forme di condivisione e di partecipazione zonale, anche chiusa la buriana tipica e necessaria della campagna elettorale, forse qualche valenza positiva detiene e forse un punto di riferimento civico ha assunto e assume, e forse la necessità di avere una sua permanenza esiste ed è consistente. La persona al centro dello sviluppo della città: non parlo di un progetto di Vitruvio, insigne architetto autore della piazza del municipio ideale, ma parlo di un progetto di società diverso e nuovo. Democratico dal basso.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4

Giovedì, 12 Aprile, 2007 - 14:23

Cuccagna: al via un buon programma di lavoro

 

Cascina Cuccagna    Sabato 14 aprile ore 14.30

 

CI  DIAMO  UNA  MOSSA !

 
 
Incontro di presentazione e organizzazione di un programma di eventi, iniziative, azioni promozionali da ospitare negli spazi agibili della Cascina Cuccagna da maggio ad agosto prossimi.
 
Sono invitati tutti i collaboratori e gli interessati al Progetto Cuccagna.
 
In particolare sollecitiamo caldamente la presenza
·       di chi desideri proporre proprie iniziative da mettere in calendario,
·       di chi voglia dare una mano, per quello che può, alla realizzazione del programma.
 
Girate l’invito ad amici e conoscenti che pensate possano contribuire.
 
 
CONSORZIO  CANTIERE  CUCCAGNA
 
 
p.s. nell’occasione si potrà prendere visione della nuova brochure di presentazione del Progetto Cuccagna ed avere aggiornamenti sul suo stato di avanzamento.
 
   

Lunedì, 26 Marzo, 2007 - 12:28

Genova: cittadini, architetti della sicurezza

Genova - Centro storico: cittadini, architetti della sicurezza

La prevenzione del crimine e la tutela delle vittime e dei gruppi a rischio attraverso la progettazione partecipata e la creazione di reti di solidarietà.
http://www.kallipolis.net/progetti/genova.htm

Luogo:
Genova-Centro Storico

Partner di progetto:

  • Associazione Kallipolis
  • C.G.I.L.-Camera Metropolitana del Lavoro di Genova
  • S.P.I. (Sindacato Pensionati)
  • Associazione “La Coscienza di Zena”
  • Parrocchia di San Giovanni di Pré
  • Parrocchia di San Sisto di Pré
  • Comitato Centro Storico
  • Comitato Abitanti del Quartiere
  • Comitato Donne di San Bernardo.
Descrizione progetto:
Il progetto si propone di ridurre il rischio di vittimizzazione a cui sono soggetti gli abitanti del Comune di Genova nel centro storico, ponendo particolare attenzione alle componenti vulnerabili della popolazione, come donne, anziani, minori e soggetti diversamente abili.
Il progetto prevede un intervento a sostegno della condizione delle vittime, attraverso la costituzione di reti di solidarietà informali e accessibili, diffuse sul territorio.
Per raggiungere tali risultati, si intende per prima cosa intervenire sull’area studio progettando e realizzando una riqualificazione secondo il modello partecipativo.
Si coinvolgeranno esperti e abitanti, appartenenti alle categorie maggiormente esposte al rischio e alle realtà associative che le rappresentano, in modo tale da integrare l'ottica delle vittime, o delle potenziali vittime, nella pianificazione di uno spazio più sicuro. Inoltre, coinvolgendo la popolazione giovanile nel lavoro di progettazione e realizzazione dell'opera, si intende favorire la responsabilizzazione di tali componenti della società, aiutando a prevenire gli episodi di devianza giovanile.

Lunedì, 26 Marzo, 2007 - 12:14

La sicurezza nasce dalla cultura


La sicurezza nasce dalla cultura

fonte: onemoreblog
 «La sicurezza si costruisce con progetti seri, non con i poliziotti a ogni angolo. Progetti che migliorano la qualità della vita, che consentono ai cittadini di vivere per le strade, che rendono la città accogliente e anche gioiosa. Per farlo bisogna puntare tutto sulla cultura, perché la cultura dà un forte orgoglio identitario. Ma qui è dura. Alle eccellenze che Milano ha, in testa la finanza, non corrisponde certo un´eccellenza culturale. Basti pensare che in questa città c´è il più grande teatrante del mondo: ma Dario Fo a Milano non ha mai avuto un teatro tutto suo». Secondo Moni Ovadia la sicurezza nasce dalla cultura, non dalle manifestazioni inutili e demagogiche.

Sabato, 24 Marzo, 2007 - 20:00

Il populismo non serve, sindaco Moratti


 

www.sinistrarossoverde.com
Aderiamo con convinzione alla manifestazione indetta per lunedì 26 marzo alle ore 17,30 dai Comitati, dalla cittadinanza milanese e dalle forze de L’Unione di Milano, per dire al Sindaco Moratti che non è l’utilizzo populistico della piazza il metodo migliore per dare risposte chiare e concrete alla richiesta di sicurezza. Il 20 marzo il Ministro degli Interni, Giuliano Amato, ha riunito l’ANCI e i sindaci delle varie città italiane per approntare un programma di intervento sul tema, dispiegando un maggiore numero di forze dell’ordine e garantendo una condivisione delle scelte, istituendo un tavolo permanente e comune sulla questione della sicurezza civica e della repressione e prevenzione del crimine. Il sindaco Moratti aveva detto che era soddisfatta dell’esito della riunione, anche perchè non esistono precedenti a riguardo: il governo di centrodestra, tagliando i fondi di trasferimento agli enti locali, non aveva mai garantito nessun tipo di sostegno all’incremento delle forze di polizia e di vigilanza. Nonostante questo passo importante e questo atto positivo del ministero degli interni, il sindaco di Milano non ha revocato l’appuntamento del 26 marzo, dove sfilerà in piazza con Silvio Berlusconi e altri esponenti della Casa delle Liberta, strumentalizzando, così, politicamente un’esigenza sociale del territorio. Il tempo per la propaganda è finito da quasi un anno e, anzichè analizzare e disporre proposte che possano dare soluzioni pronte e possibili alla problematica, qualcuno si diverte a riscaldare i motori per la prossima campagna elettorale, magari nazionale, pagando pegno al proprio indiscusso leader.
Rompere istituzionalmente un tessuto cittadino è un atto grave e criticabile: dopo 15 anni di governo di centrodestra della città non è stato ancora approntato nessun tipo di progetto che rimuovesse le cause dei fenomeni di devianza sociale e di crimine. Si prosegue ad acuire paure e angosce senza dare risposte costruttive e istituzionali, come sarebbe opportuno fare visto il ruolo assunto dal sindaco.
Signor sindaco, che cosa è stato deciso in merito allo sviluppo urbanistico e al risanamento delle periferie? Che cosa è stato deliberato per la promozione dei diritti di assistenza sociale per gli anziani e alla sicurezza sui luoghi di lavoro? Che cosa è stato predisposto per combattere fenomeni di abusivismo edilizio, fenomeni di dispersione scolastica, fenomeni di inquinamento atmosferico? Che cosa si è predisposto di fare in merito al tema dell’integrazione degli immigrati e dei rifugiati politici, quando vediamo ancora ieri un giovane di 16 anni suicidarsi per la disperazione a cui è sottoposto nei cosiddetti “Centri di accoglienza” predisposti dal Comune, ma in pieno stato di degrado, come testimonia il caso dell’ex caserma aeronautica di Viale Forlanini, che ospita alcuni rifugiati in condizioni disumane? Che cosa si è disposto di fare in merito alla riorganizzazione di un dispiegamento delle forze dell’ordine sul territorio, invece di occupare gran parte dell’organico negli uffici, come avviene oggi? Quali sono le proposte che riguardano un lavoro congiunto con il Prefetto per tutelare gli spazi sociali nei quartieri e prevenire fenomeni di vandalismo e di speculazione? E sui contratti di quartiere e la riqualificazione delle periferie, in un’ottica non solo di intervento architettonico e di superficie, ma sociale e di promozione di opportunità aggregative, soprattutto indirizzate ai giovani: quali proposte sono state discusse? E sulla mobilità, l’incremento delle reti infrastrutturali di superficie, che possano garantire una mobilità sostenibile e sicura per la cittadinanza: quali sono le decisioni prese in merito? E per i giovani cosa si è fatto in questi ultimi anni in cui governa il centrodestra: si è parlato di rilanciare i centri di aggregazione giovanile, di aprire spazi autogestiti per dare loro l’opportunità di un confronto culturale e sociale, di rilanciare il servizio delle biblioteche, non solo nell’ottica di luoghi di studio, ma anche di condivisione di un patrimonio culturale e civile? In assenza di risposte a queste domande, ma in presenza solamente di boutade dell’ultima ora, rimane alto il livello di insicurezza e di angoscia che la cittadinanza avverte, vivendo in un contesto urbano e cittadino non tranquillo e umanamente insostenibile. L’assenza di risposte e di impegni alimenta frustrazione e senso di impotenza da parte della collettività. E questo sentimento alimenta un’insicurezza generale. E’ giunta l’ora di assumersi i propri impegni, sindaco Moratti, e di abbandonare ogni forma di propaganda che divide la città e che non comporta nessuna soluzione a un insieme di diritti sociali e civili che i milanesi da tempo chiedono e che costantemente vengono evasi.
 
Alessandro Rizzo
Presidente del Gruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano - Consiglio di Zona 4
Vicepresidente Sinistra RossoVerde Milano

Venerdì, 23 Marzo, 2007 - 17:36

Biblioteche: proseguiamo nella battaglia

Cara lettrice e caro lettore,
ti informo che sulla questione biblioteche non mi fermo: ossia il consiglio di zona 4 ha approvato due mozioni che vanno nella giusta direzione, ossia l'ampliamento del servizio, della rete di servizio, l'apertura omogenea delle biblioteche anche in orario serale, l'uniformità dei criteri organizzativi, tali da rendere questi centri non solo luoghi di custodia dei libri, ma anche di consultazione, di studio e di lettura, disponibili per la cittadinanza. In Comune, come avrete letto in questo mio blog, ho proposto un emendamento, tramite il consigliere comunale di mio riferimento, Basilio Rizzo, che tende a valorizzare qualitativamente questo servizio, ridefinendo un compito di aggregazione culturale e sociale, non solo di fruizione di un patrimonio bibliografico, e di incentivarne l'innovazione tecnologica e informatica.

Chiamamilano ha pubblicato l'intervista al sottoscritto,
http://fetcher.fw-notify.net/00000022102043292096/rizzo.mp3, dove maggiormente specifico l'urgenza di dare delle risposte alla questione generale, richiedendo che il servizio sia pubblico, sia maggiormente efficente, sia di qualità e di incremento del personale oggi insufficiente a garantire la continuità di orario del servizio anche in fascia tardo serale, riproponendo le graduatorie definite nel 2002 tramite concorso pubblico, dilazionate nei tempi di scadenza da una particolare norma della legge finanziaria. 9 biblioteche su 23 a Milano chiuse in orario serale è un numero troppo insufficiente per dare un nuovo volto al servizio bibliotecario, nel rispetto dei diritti dei lavoratori dipendenti, ma anche dell'utenza che richiede un'offerta varia, diversificata, di maggiore peso ed entità. Ho lanciato un confronto con i dipendenti e con l'utenza per concordare proposte che siano condivise di rilancio del servizio civico.

Alessandro Rizzo
Presidente del Gruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4
 

Venerdì, 23 Marzo, 2007 - 13:03

Milano senza fili: finalmente il sogno si realizza

Bilancio Comune: approvato emendamento Unione per accesso gratuito a banda larga in tutta città

Per iniziativa di tutti i Gruppi dell’Unione a Palazzo Marino, il Consiglio comunale ha approvato un emendamento al Bilancio 2007 che consentirà di accedere gratuitamente in tutta la città a una rete Internet a banda larga e senza fili.
Nel commentare il buon esito dell’iniziativa che ci porterebbe all’avanguardia in Europa, i consiglieri Pierfrancesco Majorino (Ulivo) e Davide Corritore (Lista Ferrante) esprimono soddisfazione per aver raccolto intorno alla proposta anche il consenso di una parte del centro-destra. “Naturalmente vigileremo sull’effettiva realizzazione del progetto, perché non vogliamo che resti una mera petizione di principio”.
Milano, 21 marzo 2007

Domenica, 18 Marzo, 2007 - 19:51

Sicurezza: ma dove sono le proposte?

Apprendo la conferma della manifestazione sulla sicurezza indetta dalla maggioranza di centrodestra a Palazzo Marino per criticare il governo sulla mancanza di fondi per fare fronte all'emergenza milanese. Apprendo le parole del Cardinale Tettamanzi, pronunciate da Gerusalemme, dove è impegnato in un viaggio per incontrare il suo predecessore Martini, in cui considera questo appuntamento come pericoloso per la città, in quanto tende ag aggravare la situazione esasperando gli animi in insensati e irrazionali impulsi e sentimenti. Non credo che l'Arcivescovo possa essere tacciato di parzialità, ma possiamo dire che le sue parole sono testimonianza, come nella tradizione ambrosiana milanese, del tempo, dell'epoca che la città, una grande metropoli internazionale del calibro di Milano, vive. Le varie pronunce fatte da Tettamanzi e dai suo predecessori registrano, come sempre, la situazione complessa di una modernità che coinvolge, a volte trovandola impreparata, il capoluogo lombardo. Milano non è pronta e non è ancora all'altezza di una politica complessiva sulla sicurezza: ma non perchè, come sottolinea anche l'onorevole D'Ambrosio, che questa città conosce profondamente, manca organico di polizia, ma, invece, perchè esiste la mancanza totale di un dialogo istituzionale con i centri di vigilanza, con i comandi di polizia investigativa, e di raccordo con i servizi sociali che dovrebbero offrire risposte chiare e concrete al disagio estremo che aumenta in questa metropoli. Tettamanzi parla di solitudine: ed è reale, quanto mai chiaro, vero. Esiste una solitudine delle persone, degli anziani, dei giovani, degli adolescenti, che sono abbandonati al loro destino e che non trovano riferimenti aggregativi appropriati, luoghi dove trovare rifugio dall'esasperante clima della vita quotidiana, istituzioni con cui parlare, dialogare, e in cui trovare indicazioni risolutive alle prorpie doglianze, innumerevoli doglianze. Esiste una solitudine diffusa, un individualismo assoluto, un atomizzazione insensata, un'assenza totale di senso di collettività: dall'altra parte abbiamo politiche inadeguate, proposte da parte dell'amministrazione comunale, che non riescono a vedere un progetto lungimirante di intervento che rimuova le cause sociologiche di questa piaga assoluta, che ammorba il tessuto civile di questa città, che è sempre stata esempio di dedizione e di solidarismo diffuso, di integrazione, di intercultura, di tolleranza laica. Si parla sempre di "emergenze" ma non si discute come prevenire queste emergenze tramite azioni che diano continuità a un intervento strutturale di integrazione e di promozione dei diritti sociali, e che sappiano garantire un ampio respiro riformatore sociale del sistema di servizi, della messa in rete di questi servizi, di comunicazione e informazione costante, di decentramenti possibili e funzionali a garantire una percezione territoriale del governo e della presenza di un riferimento istituzionale di rappresentanza.
Qualche giorno fa abbiamo avuto un episodio che oserei definire assolutamente tragico, su cui nessuno si è soffermato più di tanto nel studiarne le cause e il motivo: un ragazzo eritreo si è impiccato in Viale Forlanini, il grande corso che unisce la città all'aereoporto di Linate, percorso ogni giorno, a ogni ora, da sfreccianti macchine, da taxi da autobus che portano passeggeri pronti per l'imbarco nei luoghi di destinazione vari: dalla meta turistica a quella lavorativa, magari per incontri di affari, magari per accordi di fusione societaria, magari per delocalizzare parti strutturali delle proprie imprese. Nessuno se n'è accorto più di tanto di questo immenso grido di doloreo pronunciato da questo ragazzo, solo, abbandonato, in una città insensibile e desolante, nella propria immensa tristezza e nella propria miseria quotidiana. E' stato un atto estremo ma singificativo, drammaticamente significativo, pesando come un masso sulle responsabilità che noi tutte e tutti, e che l'amministrazione comunale in primis dovrebbe verificare. Questo ragazzo come tante e tanti suoi compagni di "viaggio" ormai da tempo sono in città e chiedono tutela e rispetto del proprio diritto di permanere in Italia perchè rifugiati politici: il governo stanzia ogni anno fondi che devono essere investiti nell'assicurare accoglienza dignitosa per persone che hanno avuto il riconoscimento di esuli politici con diritto d'asilo obbligatorio secondo la nostra giurisdizione costituzionale, la legge fonte, come diceva Kelsen la "lex fundamentalis". Queste persone hanno trovato solo una risposta dall'amministrazione comunale: l'ubicazione dei medesimi nell'edificio fatiscente di Viale Forlanini è stata una risposta inadeguata e fortemente criticabile, in quanto non adatta a dare dignitosa ospitalità a queste persone che hanno il diritto di ricevere assistenza sociale e degna collocazione domiciliare, come dovrebbe sussistere per ogni persona umana. In questo edificio, una vecchia caserma di aviazione, fortemente diroccato, privo di strutture igieniche, fortemente abbandonato, con infissi divelti, mancante di ogni supporto architettonico tale da farne una reale abitazione. La solitudine e la disperazione hanno prevalso in questo ragazzo e il suo atto estremo è stato un grido di denuncia contro una situazione di degrado civile e sociale. La maggioranza di centrodestra ha deciso di manifestare per criticare il governo sull'assenza di organico della policzia e sulla mancanza di fondi: questa è la risposta meno appropriata che nella circostanza si sarebbe dovuto dare come governo della città. Ed è anche una strumentalizzazione di vana portata: Prodi è stato a Milano per diverse volte nel primo semestre del suo governo e ha definito una strategia di rilancio economico e sociale della città, garantendo fondi per interventi strutturali in diversi ambiti. Ma da parte della Giunta dov'è stato presentato un progetto di intervento sociale adeguato a fronteggiare le diverse problematiche della città? Quali sono le risposte che vengono date all'emergenza casa, al caro affitti, alla mancanza di un coordinamento tra consigli di zona e comandi di vigilanza urbana, utile e funzionale a dare una forma di raccordo politico e di mediazione politica tra le istanze del territorio e l'organo che è peroposto a intervenire direttamente per garantire la sciurezza cittadina? Quali sono le proposte che vengono fatte in merito ai contratti di quartiere, ossia a quel complesso di programma sociale dove non solo si deve discutere di "interventi architettonici" per abbellire le case, magari spesso non richiedenti un progetto di riqualificazione, ma, bensì, si deve discutere di progetti sociali e di intervento sociale, strutturando sul territorio presidi che diano servizi alle persone residenti, spesso sul limite della fascia di povertà? Ma quali sono le proposte in merito agli assegni per gli anziani, i contributi sociali, i sussidi, se i consigli di zona, primi organi che dovrebbero erogare questo servizio, hanno visto decurtare la cifra del fondo, gestito da una commissione, dove le forze politiche e civili vengono spesso escluse dai lavori? Ma quale futuro attende i Centri di Aggregazione Multifunzionale, oggi quanto mai presidi di aggregazione e punti di riferimento rappresentativo delle esigenze della cittadinanza con capacità professionale dei propri animatori di determinare politiche di intervento e risposte accurate e conformate al contesto territoriale? Dove esiste la volontà di dare avvio a una programmazione triennale delle politiche sociali, un Piano reale e chiaro, che, come tutti i piani, definiscano le linee guida e le linee di azione che sono necessarie prendere in merito alle emergenze, in merito alle istanze, in merito alle bisogna, con un'analisi sociale strutturale e dettagliata, con un'indagine sociale preparatoria e propedeutica a dare rilievo e fondamento alle linee che si intende perseguire con chiarezza e determinazione.
Manifesta il 26 marzo chi ha responsabilità di governo e di amministrazione di questa città: come fosse un'opposizione, non pensando di risolvere con spirito di responsabilità adeguata e con forte volontà politica la questione della sicurezza, prevenendo forme di devianza e di crimine, micro e organizzato, con misure che estirpino alla radice le cause. Ma in 15 anni di governo il centrodestra cosa ha predisposto in merito alla soluzione del caso, se oggi addirittura si concepisce la sicurezza come un'emergenza, dipingendo la città come assediata da orde barabriche che mettono a repentaglio l'incolumità delle persone? Se il 26 esiste da parte dell'amministrazione comunale la volontà di scendere in piazza significa che esiste una qualche denuncia e critica da parte della medesima riguardo l'operato fallimentare avviato dalle consiliature precedenti, dello stesso colore politico e sostenute da un'uguale coalizione di maggioranza, per fare fronte all'ormai e "sempiterna" emergenza sicurezza. Caro sindaco la stagione elettorale è terminata, non esiste più nessuna concorrenza da battere nei seggi elettorali avviando forme e iniziative di propaganda, ma siamo in piena stagione di governo e di proposta di amministrazione per la città adeguata per le esigenze e per il miglioramento della qualità di vita della cittadinanza. Vogliamo pronunciare qualcosa di positivo e di propositivo, o continuiamo a fare campagna elettorale senza alcuni frutti ed esiti per la città che attende da lei e da tutta la sua giunta qualche risposta.

Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4

Venerdì, 16 Marzo, 2007 - 17:36

NO LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Buongiorno, tra pochi giorni al senato nel silenzio più assoluto verrà approvato il disegno legge lanzilotta sul riordino dei servizi pubblici locali, è veramente preoccupante per l'impatto che avrà soprattutto sui beni comuni come acqua, energia e su servizi importanti come trasporti e rifiuti, ecc, molte realtà sociali, reti e movimenti sono state in audizione in commissione , FP CGIL, Contratto Acqua, Rete Nuovo Municipio, Atac, solo per citarne alcune, tutte concordi per disegnare un nuovo disegno strategico che mette al centro una gestione e proprietà pubblica e partecipata dai cittadini, ma purtroppo il disegno di legge licenziato non tiene conto di queste istanze, andando dritto dritto verso una liberalizzazione molto pesante, ci sono diversi emendamenti sostenuti dai Verdi, Pcdi, RC, Sinistra DS e altri singoli senatori che posso cambiare il senso di questo disegno di legge, MA C'E' BISOGNO DI UNA MOBILITAZIONE DAL BASSO, DI FAR CONOSCERE E INFORMARE SU QUANTO STA' ACCADENDO a tal fine abbiamo preparato un appello che vi allego, se volete sottoscriverlo vi prego di comunicarmelo via mail a salvatore.amura@libero.it grazie mille Salvatore Amura CHIEDIAMO ATTENZIONE E RESPONSABILITA’, NON VOGLIAMO LA LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI. APPELLO AI PARLAMENTARI DI CAMERA E SENATO E AL GOVERNO SUL RIORDINO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI Nel silenzio più assoluto, sta procedendo l'iter del disegno di legge sul riordino dei servizi pubblici locali,per questo richiamiamo tutti i parlamentari a all'ascolto delle proposte e delle indicazioni delle comunità locali che in questi anni hanno lavorato per una presenza pubblica forte nella proprietà e nella gestione dei servizi pubblici locali. Esprimiamo forte contrarietà sul disegno di legge 772 proposto dal governo che impone la messa sul mercato dei servizi pubblici locali essenziali per la vita delle comunità quali il Trasporto Pubblico Locale, il Gas, il trattamento,la raccolta e lo smaltimento dei Rifiuti, l’Elettricità,l'energia. In Senato articolate e ampie sono state le proposte fatte dai vari movimenti sociali in audizione in commissione: la Funzione Pubblica della CGIL, il Contratto per l’Acqua, la Rete del Nuovo Municipio, diverse associazioni come Attac, ARCI, ma ora occorre una maggioranza che sostenga questi punti. Quindici e più anni di politiche di aziendalizzazione, liberalizzazione, privatizzazione dei servizi di pubblica utilità, hanno dimostrato nei fatti di non mantenere le promesse: è peggiorata la qualità dei servizi, è aumentata la precarizzazione del lavoro e sono aumentate le tariffe. Tale fallimento manifesta che la qualità, l’universalità e l’efficienza dei servizi può essere garantita solo da un maggior controllo e partecipazione nella gestione dei servizi stessi da parte dei cittadini: questo deve essere fortemente riportato al centro della discussione e forte deve essere l’impegno del governo e del parlamento in questa direzione. Una materia così essenziale per il benessere delle comunità locali richiederebbe una discussione pubblica sul tema dei beni comuni e dei servizi pubblici che coinvolga gli amministratori e le comunità locali, le organizzazioni dei lavoratori e la cittadinanza tutta;ora,in fase di decisione,occorre far sentire forte questa voce! I proponenti di questo appello chiedono pertanto ai Parlamentari di modificare il testo della proposta di legge accogliendo le proposte fatte da amministratori locali, associazioni e reti sociali in favore del mantenimento pubblico dei servizi e della possibilita'di scelta da parte delle amministrazioni locali. Per rafforzare la richiesta di modifica del disegno di legge, si realizzera' una giornata di confronto ed approfondimento di tutti gli aspetti del dibattito in corso ed iniziative di pressione a partire dal Senato . inviare le adesioni via mail a salvatore.amura@libero.it Primi firmatari Fulvio Aurora - Vice Presidente Presidente di Medicina Democratica Eors Cruccolini - Presidente Consiglio Comunale di Firenze Marco Boschini - Coordinatore Nazionale Associazione dei Comuni Virtuosi. Lia Bandera - Presidente CRIC Giorgio Ferraresi - Direttore LPE Politecnico Milano Tommaso Fattori - Rappresentante del forum italiano dei movimenti per l'acqua Anna Rozza - Assessore alle Politiche Sociali, Nuove Povertà – Integrazione, Pace e Cooperazione Internazionale - Provincia di Cremona Salvatore Amura - Coordinatore Nazionale Rete del Nuovo Municipio -- Forum di discussione della Rete del Nuovo Municipio http://www.nuovomunicipio.org - forum@liste.nuovomunicipio.org Iscrizione: forum-subscribe@liste.nuovomunicipio.org Cancellazione: forum-unsubscribe@liste.nuovomunicipio.org

Venerdì, 16 Marzo, 2007 - 15:21

Piano di illuminazione: che cosa si propone?

Ieri si è tenuto un consiglio di zona straordinario sul tema del programma sull'illuminazione cittadina, alla presenza dell'Assessore ai Lavori Pubblici Simini: il consiglio straordinario, nonostante la portata dell'ordine del giorno, non ha avuto un seguito nella cittadinanza, insufficiente di numero di partecipanti. Questo è niente altro che conseguenza di una mancanza sul territorio che dia una strutturazione complessiva dell'informazione e della comunicazione tra il Consiglio di Zona e la popolazione residente nella circoscrizione, interessata su temi vari a pronunciare le proprie istanze, o i propri pareri, consigli, inviti, sollecitazioni. Ma questo è un capitolo a parte e riguarda un tema più complesso inerente al decentramento.
Prima della riunione mi sono documentato nel testo della Relazione previsionale di bilancio 2007/2009 e ho evinto che sulla questione esistono sì alcuni punti di novità, che Simini ha ribadito e riportato in seduta, ma non sussiste un punto che ritengo fondamentale in merito: l'inquinamento luminoso, quello visivo, che rende la nostra città in alcuni spazi e luoghi accecante nel vero senso della parola, impedendo di vedere il cielo. L'inquinamento di questa portata arreca danno sia alla vista per la cittadinanza, soprattutto quella residente presso o vicino a insegne pubblicitarie che inquinano in termini di luminosità, ma se continuativo può influire anche sulla stabilità "metabolica" e sui bioritmi di vita delle persone, degli animali, ma anche delle piante, della vegetazione, con il grave sconquasso derivante da questa situazione. Ebbene nella Relazione è previsto un progetto di intervento per rimuovere e limitare fenomeni di inquinamento acustico e aereo: buoni propositi, ma non si evince nessun riferimento a quali siano le modalità di intervento e quali intenzioni di predisposzione di misure ci siano per rimuovere questo fenomeno, dovuto all'assenza esclusiva di controllo sui livelli di intensità luminosa di insegne pubblicitarie, riportandoli a giusto regime. Simini considera che esiste in merito una "inossservanza diffusa" dei parametri massimi consentiti ex lege in tema di intensità luminosa prodotta da insegne pubblicitarie, oppure insegne commerciali, poste presso le entrate dei negozi. Ma non ho avuto nessun tipo di "conforto" e di enunciazione di propositi virtuosi ed efficaci per rimuovere questa insopportabile situazione. 

In secondo luogo nel mio intervento, oltre a sottolineare l'esigenza urgente di risolvere l'inquinamento luminoso, oggi diffuso, a detta anche di Simini, ho chiesto quali siano le misure predisponibili e che l'assessorato ha intenzione di adottare per diffondere fonti di energia rinnovabile e sostenibile atte ad alimentare la rete elettrica municipale. Simini parla di nuove tecnologie, ma non supporta queste tesi, di grande valore, ma pur sempre teoriche, con dati previsionali economici che quantifichino l'entità dell'intervento che, per la sua complessità e per la sua portata, dovrà essere cospicuo, almeno spero che lo sia. Si sta discutendo di bilancio a Palazzo Marino: si sta per votare le linee economiche che guideranno l'amministrazione nel prossimo anno di governo. Esistono delle misure predisposte dalla legge finanziaria 2007 che incentivano notevolmente i comuni e i muinicipi che adottano modelli di sostenibilità ecocompatibile e forme di risparmio energetico e di rinnovabilità per il proprio tessuto cittadino e in ambito municipale. Mi chiedo quale previsione in termini monetari ci sia da parte dell'assessorato in merito e quali norme intende perseguire e attivare, nonchè a quali articolati della legge stessa intende riferirsi, dato che esistono non solo sulla carta, ma anche attraverso cospicue disponibilità di finanziamento e di sostengo presenti presso i ministeri competenti, affinchè questa buona dichiarazione di intenti, che apprezzo, anche perchè programmatica e generale, senza precedenti, quindi in discontinuità rispetto a una pratica amministrativa passata, supportata dalla medesima maggioranza attuale, e sottoposta a severe critiche per la fallacità che essa ha determinato della medesima da parte dello stesso Simini, possa tradursi in un impegno reale, fattibile, concreto, pratico e chiaro, visibile nelle sue parti integranti. A Milano, e in questo caso il sistema impiantistico di illuminazione è puramente coinvolto - parlo delle palature, dei tralicci, dei fari presenti in molti contesti demaniali -, in passato non vi è mai stata un'adeguata attenzione all'arredo urbano e all'armonia del decoro urbano, in quanto esistono ancora oggi lampioni nascosti dalle frasche degli alberi, oppure pali non omogenei in termini architettonici, oppure fari potenti che sprigionano illuminazione altamente intensa vicino a isole ambientali dove sussiste la vegetazione, sottoposta a una presenza costante di luce artificiale assai nociva.

Il Piano programmatico dell'illuminazione deve essere promosso con la partecipazione dei consigli di zona che, dovranno, sintetizzare con capacità programmatica e con spirito più universale i punti dolenti e le linee di intervento in merito al sistema di illuminazione. Queste le parole di Simini, che accolgo con interesse e direi anche con stupore, in quanto sembrano contestare le pratiche e le metodologie promosse dalla precedente consiliatura, guidata da una coalizione di uguale colore politico, dove non esisteva il concetto di armonizzazione del sistema di diffusione dell'illuminazione con il contesto urbano, sociale, civico, cittadino, demaniale (vedi, appunto, la sovrapresenza di strutture di illuminazione non sempre consone al luogo dove esse vengono inserite, con grave pregiudizio estetico urbano). E la volontà, che considero chiaramente espressa da Simini, è quella di coinvolgere i consigli di zona, per dare una carattere di partecipazione della cittadinanza locale di indirizzare con maggiore cognizione di causa gli interventi necessari per risolvere questioni che ineriscono il sistema e la rete d'illuminazione. Sono contento, ma i criteri che possano rendere questo presupposto come concreto non sono stati esplicati. Non esiste autonomia decisionale dei Consigli, che non hanno neppure la possibilità, tramite il geometra presente nella struttura, di programmare interventi riparatori urgenti e di prima necessità a livello edilizio e demaniale: con il precedente regolamento sul decentramento, il geometra poteva, su istanza del consiglio di zona, provvedere a intervenire per rimuovere un infisso rotto presso una struttura scolastica di propria competenza, arrecando giovamento immediato a un problema che può essere risolto senza gravami amministrativi e ulteriori passaggi burocratici. Ora questa possibilità non esiste, non sussiste. Mi chiedo se l'intenzione rimane sempre quella di ascoltare il consiglio di zona, leggere l'elenco di punti di intervento segnalati, e attestare i criteri politici di intervento progettuale sul sistema di illuminazione di zona, ma dare conseguenza in uns econdo tempo, magari terzo tempo, predisponendo tutte le procedure decisionali che ineriscono altre tipologie di intervento pubblico di caratura cittadina. Se rimane questo l'obiettivo, penso che siamo difronte a un ennesimo buon proponimento che rimane, come sempre "a la carte". Dov'è il decentramento necessario e la reale municipalità? Ritorniamo sullo stesso problema che deve essere risolto in breve tempo: l'assessora, senatrice, consigliera provinciale, Colli parlava di 100 giorni per riformare in senso più espansivo i poteri attribuiti ai consigli di zona, ma ne sono passati più di 300, senza nessun tipo di proposta su cui discutere o su cui inziaire a discutere, COINVOLGENDO I CONSIGLI DI ZONA, la cittadinanza, l'associazionismo, i comitati. Attendere Godot non è sempre stimolante e piacevole. Ma la speranza non ha mai fine. 

 
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Cinsiglio di Zona 4

Giovedì, 22 Febbraio, 2007 - 12:33

Quale futuro per i CAM

Alla Presidentessa della Commissione PMZ CAM del Consiglio di Zona 4
Adonella Milici
Alla cortese attenzione della direzione centrale del settore decentramento
Alla cortese attenzione del Consiglio di Zona 4 e alle sue componenti

 
 
Interrogazione: sul futuro gestionale del servizio dei Centri di Aggregazione Multifunzionale, e sui rapporti di lavoro in esso presenti
 
Preso conoscenza
 
da ultime riunioni avutesi tra le rappresentanze sindacali e l’amministrazione comunale, e precisamente il settore decentramento, di un’incertezza sul futuro gestionale e del rapporto lavorativo inerenti l’amministrazione del servizio dei Centri di Aggregazione Multifunzionale, delineandosi affidamenti della stessa gestione a soggetti esterni;
 
Considerando
 
i servizi offerti dai Centri di Aggregazione Multifunzionale come rilevanti per la cittadinanza per il loro carattere di inclusione e di promozione sociale, culturale e civica rivolte alle diverse fasce di età e generazioni,
 
Essendo venuto a conoscenza
 
della possibilità di una modifica strutturale della modalità di erogazione e di organizzazione del servizio medesimo, alla luce anche della possibilità di una esternalizzazione della gestione a soggetti terzi rispetto all’amministrazione comunale, tale per cui si possa presupporre il problema di una mancanza di professionalità del personale futuro così adibito alla gestione del servizio medesimo,
 
Sottopongo
 
alla presidenza della commissione CAM del Consiglio di Zona 4 e al Consiglio di Zona, la questione sollevata, indicendo una commissione preposta all’analisi delle informazioni che sono state rilevate sopra, al fine di avere risposte chiare da parte dell’amministrazione comunale centrale e del settore del decentramento in merito ai seguenti quesiti:
 
-         se è sussistente il possibile appalto del servizio di gestione dei CAM a soggetti terzi, cooperative in primis;
-         se è possibile, in caso di verifica di questa possibilità, visionare e analizzare i punti fondanti il bando di appalto, prendendo conoscenza, così, delle sue parti strutturali e dei soggetti interessati;
-         verificare, sempre in caso di conferma della questione avanzata nel primo punto, della continuità del rapporto di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori oggi presenti e della loro eventuale destinazione in caso di appalto, considerando anche l’opportunità, prevista dalla legge finanziaria, di optare per l’assunzione, per una determinata quota, di lavoratrici e di lavoratori, impiegati presso il servizio, tramite contratti di collaborazione coordinata e continuativa;
-         la verifica dei possibili cambiamenti delle politiche gestionali derivanti dal possibile appalto della gestione;
 
Alessandro Rizzo
Capogruppo Lista Uniti con Dario Fo per Milano
Consiglio di Zona 4

Lunedì, 19 Febbraio, 2007 - 16:03

vivere slowly!

Oggi l'arte del vivere con lentezza. Non è il titolo di un saggio di Shopenauer, che si aggiunge al mitico "L'arte di avere sempre ragione". E' un'iniziativa che viene promossa dall'associazione "Vivere con lentezza", che vedrà ben 55 centri italiani, tra cui Milano, impegnate a valorizzare il gusto di godersi il tempo, la vita, ma non nell'ozio puro, nella nedia, nell'abbandono dei sensi, nell'apatia, ma nel senso positivo di valorizzare la propria esistenza, ponderare il proprio tempo, approfondire le notizie, le informazioni, i legami reali, quelli sentimentali, quelli umani, quelli sociali, dare spazio alle proprie inclinazioni, alle proprie passioni, coltivare i propri interessi, culturali, civici, artistici, inellettuali. L'Ozio è padre dei vizi? Se diventa fine a sè stesso, ma se diventa sinonimo di conoscenza del proprio essere, della propria personalità in relazione alla propria comunità, ai rapporti sociali, collettivi: prendersi del tempo, rivendicarne la sua natura e la sua funzione, ossia quello di essere strumento nostro per conoscere, informarsi, pensare, parlare, dialogare, leggere, vedere, guardare, contemplare. L'alienazione è derivata da una routine ossessiva e troppo velocizzata, dove tutto scorre, come la teoria del pantharei, dove tutto passa davanti ai nostri occhi totalmente distratti a perseguire un obiettivo sempre più lontano, sempre più irraggiungibile, sempre più incomprensibile: la meta fugge, bisogna rincorrerla, bisogna raggiungerla, perchè, altrimenti, si rischia di perdere qualcosa. Ma che cosa si perda non si capisce bene: forse il denaro, il profitto. Diversi economisti considerano che l'economia di oggi si regge sull'acquisizione di informazioni, notizie, sempre più aggiornate, sulla ricerca ossessiva e ossessionante delle nuove, per cercare di anticipare i tempi, di anticipare gli altri, di prefigurare i tempi, l'evoluzione dei tempi. Non è , questa, forse, una pratica fuori dalla natura, innaturale per l'appunto? Anticipare i tempi per predisporre, per preoccuparsi anzichè occuparsi, per anticipare anzichè attendere e prepararsi ad affrontare il tutto con maggiore ponderazione e responsabilità, ma anche capacità di divenire flessibili ai cosidetti "imprevisti". Arte di vivere slowly. Take it easy: prendere il tutto con più filosofia, la filosofia del sapere vivere, del sapersi gustare la vita, la propria esistenza, la propria personalità: incominciare ad ascoltare e ad ascoltarsi, a conoscere e a conoscersi. Forse così si può anche comprendere la realtà che ci circonda, valorizzare i momenti come opportunità di interpretare l'ambiente, di percepire i segnali che l'arte e la cultura che vive il nostro territorio ci danno e ci forniscono. Carpe diem: cogliere l'attimo fuggente, che scivola come acqua su una superficie impermeabile della nostra qutodianeità frenetica e velocizzata, perchè viviamo tutto in funzione di qualcosa, di scadenze, perdendoci e perdendo le occasioni che la natura, l'ambiente, la collettività, la comunità, il tempo, la vita ci offrono ogni minuto. Si vive per lavorare, si vive per corere a casa, si vive per mangiare, poi si vive per andare in vacanza, per ritornare al lavoro, per pagare le bollette, per correre dietro al cliente, per telefonare al proprio utente, per relazionare al proprio datore di lavoro. E poi, ancora, il ciclo stancamente si ripercuote, si ripropone, come una corrente continua e alternata intramontabile, stressante, imperscrutabile. Occorre fermare questo flusso frenetico e alienante per comonicare a conoscere la vita, a riappropriarsi degli spazi, a riprendere le relazioni reali, quelle sincere, i veri sentimenti, le reali passioni, i forti interessi, ascoltare le nostre virtù e le nostre risorse psicologiche, culturali e intellettive interne. Il 19 febbraio, oggi, è la giornata mondiale dell'arte di vivere con lentezza. E' un'arte, certamente, bisogna saperla adattare, saperla interpretare, saperla esprimere nel miglior modo possibile. A Milano alcuni volontari dell'associazione Vivere con lentezza saranno postati in Corso Vittorio Emanuele e daranno le multe, di pura testimonianza, a chi eccede il limite di frenesia e di velocità, chiedendo poi se questa velocità era funzionale realemnte a qualcosa, consapevole. A Torino gli Amici di Beppe Grillo, invece, organizzeranno delle lunghe passeggiate immerse nella natura della città, nel territorio, nell'ambiente, leggendo passi di libri e romanzi, poesie, fermandosi a parlare e a riflettere, a scrutare le forme artistiche, a svilupparle, a esprimerle. Poi anche a Roma, Napoli, Bologna, ma anche all'estero: è una giornata internazionale, per l'appunto. Vivere con lentezza contro ogni fattore che ci induce a vivere con stress perchè velocizzati da tempi inesistenti, da scadenze non condivisibili e non consapevoli, non conosciute, aleatorie, ma imperative, imponenti degli stili di esistenza frustrati e alienati. La Rete internazionale delle città del buon vivere è una rete che unisce diverse città dove ancora è possibile praticare meotodologie e comportamenti sostenibili e umanamente compatibili.
Questa pratica non deve diventare saltuaria, singola, solitaria, unica. Deve estendersi, riappropriandoci di noi stessi, del nostro tempo, vivendo il territorio e la propria dimensione, collettiva e soggettiva. Dall'arte del vivere con lentezza al diritto di vivere con consapevolezza, senza essere strumentalizzati e strumentali al raggiungimento di fini a noi estranei e sconosciuti, interni a un ingranaggio, come la ruota infernale che imbriglia il povero operaio Charlie Chaplin nel mitico film "Tempi moderni". La modernizzazione, appunto contro la tradizione naturale del vivere ascoltando e ascoltandoci.

Alessandro Rizzo

Mercoledì, 24 Gennaio, 2007 - 23:49

UNA RIFORMA PER LA PERIFERIA

International Workshop Ferrara, 6 Marzo 2007 http://www.edilbase.com/argomento_news.php?id=1541
Ad un anno dal lancio della Campagna Europea dedicata alla Rinascita della Periferia nata sull'onda delle rivolte nelle periferie francesi di Evry, Aulny -sous-Bois, Ivry, la Corneuve nell'inverno del 2005, politici, amministratori pubblici e privati, imprenditori, tecnici e cittadini si incontrano nuovamente nel secondo Workshop dedicato alle più recenti tecniche di recupero urbano delle periferie europee e statunitensi.
La crescita accelerata di Ipermercati e Mega-centri commerciali al di fuori delle aree urbane, fenomeno che si è diffuso dagli Stati Uniti al resto del mondo, sta causando danni notevoli al sistema economico, ambientale e sociale della maggior parte delle città, impoverendo i centri storici e allargando a macchia d'olio l'estensione delle periferie sub-urbane.
Il livello di crisi del sistema del traffico e i valori d'inquinamento ambientale in aumento con cui le nostre amministrazioni si devono confrontare, sono le manifestazioni più evidenti di una profonda patologia che determina, come ultimo risultato, il crescente senso d'insicurezza nelle strade sempre più desertificate a causa della sparizione del commercio diffuso.
L'esperienza americana e il fallimento dei "Petrol-Slums" - i sobborghi periferici che dipendono per la loro sopravvivenza dal petrolio - ci dimostrano come siamo entrati in una nuova fase di sviluppo, in cui molti grandi centri commerciali periferici, complessi di stecconi, grattacieli e villettopoli vengono demoliti e trasformati in quartieri urbani integrati.
Galina Tahchieva, direttore dello studio Duany & Plater-Zyberk (DPZ), esporrà numerosi esempi di interventi strategici di Sub-urban Retrofit (trtasformazione di aree periferiche orientate all'uso dell'automobile in comunità basate sul principio del quartiere tradizionale). DPZ è autore di più di 250 progetti di nuove città e villaggi negli Stati Uniti, Canada, Germania, Spagna, Belgio, Turchia, Messico, Brasile, Argentina, Filippine, Cina. Co-fondatore del Congress for the New Urbanism (CNU), lo studio è consulente urbanistico della senatrice Hillary Rodham Clinton, vincitore di
numerosissimi concorsi e premi internazionali tra cui 2 National AIA Awards e 2 Governor's Urban Design Awards for Excellence, nonché attualmente coordinatore di oltre 100 architetti e urbanisti nel progetto di ricostruzione delle coste del Golfo del Messico dopo l'uragano Katrina su incarico del Governatore.
Charles Bohl, direttore del Knight Program in Community Building presso l' University of Miami e membro della Task Forces del CNU, mostrerà il percorso progettuale che porta alla realizzazione delle operazioni di Mall-Retrofit (Ri-urbanizzazione della aree periferiche dei Centri Commerciali) attraverso un approccio interdisciplinare, indispensabile per la risoluzione dei molteplici problemi di natura tecnica, economica, ambientale, sociale e burocratica che le amministrazioni si trovano a dover affrontare per il recupero di queste aree sub-urbane. Mizner Park in Florida, Mashpee Commons nel Maryland, The Crossing, Eastgate nel Tennessee, Redmonton in California, sono
solo alcuni degli esempi che verranno esaminati.
Sviluppatosi negli ultimi 15 anni, il New Urbanism presenta una piattaforma operativa per una riforma radicale delle periferie sub-urbane. Riconoscendo il fallimento del sistema sub-urbano caratterizzato dalla triade villettopoli-centro commerciale-autostrade, la principale fonte d'inquinamento e di spreco di risorse, il New Urbanism propone il recupero delle aree degradate periferiche e lo sviluppo di un sistema metropolitano basato su una federazione organica di città, quartieri, distretti, borghi e villaggi in equilibrio con l'ambiente naturale.
Oltre ad avere al suo attivo il recupero di centinaia di quartieri sub-urbani e la fondazione di nuovi insediamenti, il New Urbanism è oggi diventato il riferimento normativo per la progettazione e il finanziamento d'interventi di edilizia economico-popolare negli Stati Uniti attraverso il programma Hope.
I principi del New Urbanism sono già condivisi e applicati nella realizzazione di numerosi interventi di ri-vitalizzazione delle periferie europee, attraverso la costruzione di nuovi centri urbani, nuovi quartieri, nuove città: a Plessis-Robinson in Francia, come spiegherà Maurice Culot, Presidente della Fondation pour l'Architecture di Bruxelles e Direttore del Dipartimento Archives Histoire all'Institut Français d'Architecture, nonché attuale consulente del ministro per le Aree Urbane Jean Louis Borloo, sono stati costruiti un nuovo centro urbano con piazze e servizi di qualità accanto ad edifici economico
popolari; Brandevoort nei Paesi Bassi è una nuova città sorta nel rispetto della tradizione fiamminga fedele ai principi della Carta del New Urbanism; in Germania sono state recentemente demolite alcune brutali torri e sostituite da edifici tradizionali;
in Spagna come nel Regno Unito o in Belgio come nella Penisola Balcanica nuovi villaggi vengono realizzati in linea con quanto indicato dal New Urbanism. L'architettura del New Urbanism rispetta le tradizioni e le tipologie locali, offrendo alla comunità un'alternativa sostenibile per la vita quotidiana. I numerosi esempi realizzati che verranno esposti e i milioni di metri cubi costruiti, sono la dimostrazione che questa scelta è una realtà concreta anche nel mondo della Governance e dello
Sviluppo Territoriale europeo.
Il Workshop Internazionale ha lo scopo di fornire a politici, amministratori pubblici e privati, imprenditori, tecnici e cittadini una serie di casi di studio relativi a interventi di successo in città europee e statunitensi basati sul nuovo modello di sviluppo di comunità compatte ed efficienti: il quartiere urbano integrato.
Si affronteranno numerosi casi di studio a differenti scale:
- il completamento urbano di aree periferiche e la loro trasformazione in quartieri integrati
- l'ampliamento di una città media
- la realizzazione di nuovi centri urbani in comuni periferici all'interno di un'area metropolitana
- la fondazione di una nuova città

Ing. ALESSANDRO BUCCI, PhD
University of Ferrara
ENDIF - Engineering Department in Ferrara
CIVICARCH - Laboratory of Architectural Design and Building Technology
Office 28, ground floor
Via Saragat 1 - 44100 Ferrara

Phone 0532-1912089
Mobile 349-1278580
Fax 0532-974870

e-mail CIVICARCH: civicarch@unife.it
personal e-mail: alessandro.bucci@unife.it
http://www.avoe.org/civicarch.html
www.avoe.org/civicarch.html

Mercoledì, 24 Gennaio, 2007 - 23:45

Analisi e proposte per la periferia milanese

http://www.aim.milano.it/aim/index.html

Il caso di Affori e della Martesana

a cura di Carlo Cagli, Roberto Camagni, Giorgio Panella, Mario Giorcelli, Alberto Mioni, Alberto Roccella, Felice Perussia, Elisa Bianchi, Società Laris, Pier Giuseppe Torrani

La sfida lanciata dall'AIM con questo studio è stata quella di valutare, con un metodo interdisciplinare messo a punto dal gruppo di lavoro, le potenzialità di funzioni, di risorse e di valori che si nascondono nelle aree marginali come aiuto importante non solo per il riscatto delle periferie, ma anche per lo sviluppo armonico della città nel suo complesso. Un altro aspetto che viene messo in luce dall'indagine è che la congestione del centro, l'inquinamento, la crisi dell'abitazione non possono essere risolti senza considerare la continuità fisica ed economica della città nel suo complesso. Centro e periferie sono un bene unitario: risolvere i problemi delle zone periferiche significa anche migliorare il centro.
Lo studio AIM ha concentrato l'analisi sulla zona di Affori e sull'asta della Martesana da Gorla a Crescenzago esplorandone in dettaglio le caratteristiche demografiche e socio-economiche, mettendo in risalto - a seguito di un'indagine diretta nelle due zone - i bisogni espressi dalla gente e alcune idee-guida attorno a cui organizzare scelte operative.
Non mancano i dati sui servizi pubblici, sui trasporti, sulle attività produttive e terziarie, sulla rete stradale e sulle aree a verde. La parte fortemente innovativa della ricerca è inoltre quella propositiva, contraddistinta da circa venti idee di intervento adatte ad entrambe le zone o specifiche per l'una o per l'altra. Fra queste ricordiamo la proposta dell'Hotel Industriale per Affori e quella del Centro d'Incontro per la Martesana.

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