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.: Il Blog di Alessandro Rizzo
Venerdì, 10 Settembre, 2010 - 01:10

Italia ancora zimbello d'Europa

 08/09/2010 - Ufficio stampa Arcigay

 

Il 7 settembre 2010, durante il dibattito al parlamento europeo sulla libertà di circolazione all'interno della Comunità Europea e i diritti delle coppie dello stesso sesso, l'Italia si è di nuovo dimostrata lo zimbello d'Europa in tema di diritti civili.
Gli europarlamentari di PDL e Lega sono riusciti a distinguersi in negativo sul tema della libertà di circolazione e del rispetto dei diritti delle coppie dello stesso sesso sposate o che hanno contratto diverse forme di unione riconosciute all'estero, sul quale la stessa Commissione Europea si era già espressa nel 2004 con una specifica risoluzione che invitava gli stati membri a garantire tale diritto.

L'Italia era stata chiamata a garantire diritti a quelle coppie di persone dello stesso sesso che, sposate o unite legalmente all'estero, si trasferisco stabilmente nel paese o vi si trovano a transitare per brevi periodi e che si trovano in condizione di oggettiva discriminazione per l'assenza di una legge di tutela dei diritti dovere delle coppie di persone dello stesso sesso.

La maggioranza assoluta degli europarlamentari intervenuti nel dibattito, tra cui la Commissaria Vivian Reading, hanno chiesto e ribadito che la Commissione vigilasse sulla applicazione della risoluzione. Solo quattro interventi si sono chiamati fuori: quello del polacco dell'ECR (Conservatori Europei) e tre di europarlamentari italiani di PDL e Lega.

In particolare, l'europarlamentare Oreste Rossi della Lega, ha lasciato sbigottito il Parlamento europeo con un sermone teologico sulla famiglia naturale, povero di argomenti, e così carico di accanimento verso le coppie dello stesso sesso tanto da mostrarsi più degno del più omofobio dei leader religiosi.

A fine dibattito, la Commissaria Reading ha confermato che la Commissione Europea si impegnerà a verificare che la risoluzione sulla libertà di circolazione sia correttamente applicata in tutti gli stati dell'Unione e che tale applicazione non tralasci i diritti delle coppie gay e lesbiche.

Arcigay accoglie con entusiasmo la verifica della Commissione e presenterà al Parlamento europeo un folto dossier sugli evidenti inadempimenti del governo Italiano in tema di libera circolazione delle coppie dello stesso sesso.

Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay
Stefano Bucaioni, responsabile esteri Arcigay

Gli interventi degli europarlamentari sono visibili qui: http://www.europarl.europa.eu/wps-europarl-internet/frd/vod/player?date=20100907&language=it
Per raggiungere rapidamente gli interventi citati nel comunicato andare a "Argomenti trattati" e scegliere "Discriminazione nei confronti delle coppie dello stesso sesso coniugate o in unione civile (discussione) 07-09-2010" e poi dal menu "Oratori per questo argomento" cliccare sul nome dell'europarlamentare che si desidera ascoltare.

Sabato, 28 Agosto, 2010 - 22:39

Il ministro Carfagna gioca con il diritto all'uguaglianza

27/08/2010 - Ufficio stampa Arcigay

 

E’ curioso che il Governo Italiano, per voce del Ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna ospite del meeting di CL, definisca non prioritaria la regolamentazione giuridica dei diritti e doveri delle coppie omosessuali, mentre nel resto del mondo civile crescono vertiginosamente i Paesi che si sono dotati di svariate forme di riconoscimento e di tutela di tali famiglie.

A settembre anche Cuba e Lussemburgo ci supereranno sul piano dei diritti civili. Sono infatti all'ordine del giorno diverse forme giuridiche di riconoscimento di persone dello stesso sesso. Il Messico ed il Brasile hanno appena approvato l’adozione da parte delle coppie omosessuali, la Germania ha esteso la pensione di reversibilità ai partner dello stesso sesso mentre negli Stati Uniti, dove già 18 mila coppie sono sposate, la definitiva approvazione del matrimonio gay dovrebbe essere discussa a breve dalla Corte Suprema.

Siamo consapevoli che, in questo momento, ci sono nodi difficili ed importanti da affrontare: la disoccupazione, la crisi economica, l’assenza di tutele per i licenziati, la precarietà. Noi stessi li viviamo in prima persona, essendo a pieno diritto parte integrante della società italiana. Ma il progresso complessivo di una nazione lo si ottiene con scelte coraggiose sul piano dei diritti sociali e dei diritti civili, due aspetti strettamente connessi in grado di realizzare il benessere e la felicità di tutti i cittadini. Coraggio che questo governo sembra proprio non avere. Le difficoltà economiche e sociali vanno infatti ad aggiungersi alla totale assenza di diritti per gay, lesbiche e transgender e complicano ulteriormente le nostre vite, costringendoci ad una difficile e incivile precarietà esistenziale.

Ci risulta quindi incomprensibile come provvedimenti semplici e di buon senso, che donano diritti e doveri a molti senza toglierli a nessuno, come l'accesso al matrimonio per le persone dello stesso sesso e, perché no, una seria legge per la lotta all’omofobia come l'estensione della legge Mancino ai reati commessi in odio all'identità di genere e all'orientamento sessuale, siano considerato di serie B rispetto ad urgenze più complessive, quasi noi non fossimo cittadini in senso pieno, quasi noi non avessimo diritto a quell'uguaglianza che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini della repubblica.

Tutto il mondo, investito dalla crisi economica, sembra averlo compreso. L'Italia no.

D'altra parte urgenze minoritarie come l’impunità del presidente del consiglio o il lodo Mondadori o la legge sulle intercettazioni sembrano di assoluto interesse per il Governo, in barba ai problemi ben più complessivi del paese.

Al solito, i cittadini, i diritti e il miglioramento delle condizioni di tutti vengono in secondo piano rispetto ad interessi ben più "particolari".


Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay

Giovedì, 26 Agosto, 2010 - 15:04

Appello per Ebrahim Hamidi imputato minorenne condannato a morte in Iran

Iran: Ebrahim Hamidi, imputato minorenne, è senza avvocato e rischia l'imminente esecuzione della condanna a morte

Ebrahim Hamidi adesso ha 18 anni, ma è stato condannato a morte per presunta aggressione sessuale ai danni di un uomo avvenuta due anni prima, quando ne aveva solo 16. Ha ritrattato la sua "confessione", affermando di essere stato costretto a rilasciarla. Oggi, rischia nuovamente l'esecuzione della sua condanna a morte e è senza un avvocato.

Ebrahim Hamidi è stato coinvolto in una rissa nella periferia di Tabriz, nella provincia dell'Azerbaijan orientale. In seguito lui e tre suoi amici sono stati arrestati, con l'accusa di aver commesso violenza sessuale su uno degli uomini con cui avevano lottato. Hamidi ha confessato il delitto dopo tre giorni di detenzione, durante il quale ha raccontato di essere stato torturato. Agli altri tre imputati è stato promesso che sarebbero stati liberati se avessero testimoniato contro Ebrahim Hamidi. Tutti e quattro sono stati inizialmente condannati a morte, ma nel corso di un terzo processo, gli altri tre imputati sono stati assolti mentre Ebrahim Hamidi è stato nuovamente condannato a morte per lavat, ovvero "sodomia". Il 7 luglio 2010, la presunta vittima ha ammesso, in una dichiarazione registrata dalla polizia, che i suoi genitori gli avevano fatto pressione per muovere accuse false.

La Corte suprema ha respinto la sentenza della Corte provinciale dell'Azerbaijan orientale e ha ordinato un riesame del caso, ma sembra che la corte provinciale voglia comunque procedere con l'esecuzione della condanna a morte.

Ebrahim Hamidi attualmente non ha un legale. Era rappresentato da un importante avvocato per i diritti umani Mohammad Mostafaei, che è stato costretto a lasciare il paese a seguito delle numerose minacce subite da lui e dalla sua famiglia all'inizio dell'agosto 2010, probabilmente a causa del suo lavoro in favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani condannata alla lapidazione con l'accusa di adulterio. Mohammad Mostafaei ha scritto una lettera aperta sul caso di Ebrahim Hamidi nel luglio 2010 con l'intento di far crescere l'attenzione sull'esecuzione delle condanne a morte di imputati minorenni in Iran. Per imputato minorenne si intende colui che è stato condannato per un reato commesso quando aveva meno di 18 anni.

Leader della Repubblica Islamica
Ayatollah Sayed 'Ali Khamenei
The Office of the Supreme Leader
Islamic Republic Street - End of Shahid Keshvar Doust Street
Tehran, Islamic Republic of Iran
Email: info_leader@leader.ir;
via website: - http://www.leader.ir/langs/en/index.php?p=letter (English)
http://www.leader.ir/langs/fa/index.php?p=letter ( Persian) 

Eccellenza,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l'Organizzazione internazionale che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.
 
Le chiedo di non eseguire la condanna a morte di Ebrahim Hamidi e di commutare tale pena.
 
Le ricordo che l'Iran è stato parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr) e della Convenzione sui diritti del fanciullo (Crc), che vietano l'uso della pena di morte nei confronti di persone condannate per aver commesso crimini quando avevano meno di 18 anni.
 
Le chiedo con forza di indagare sulle presunte torture subite da Ebrahim Hamidi, per assicurare i responsabili alla giustizia e ad ignorare come prove nei tribunali dichiarazioni ottenute sotto tortura.
 
Grazie per la sua attenzione.

per firmare l'appello, io l'ho già firmato ... accedi al seguente url

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/217

Giovedì, 26 Agosto, 2010 - 12:45

Movida: paradossalmente prosegue la discussione sul forum

Gentile Paolo,
non ho mai pronunciato per scritto parole dettate da buonismo cieco. Non ho mai espresso concetti a difesa di persone che emettono schiamazzi, così come anche la lettera Patto per la movida dell'articolista del Corriere sembra non vaerlo fatto. Anzi, anzi sottolineo in sintonia con la proposta del collaboratore del Corriere della Sera un patto, un accordo, una sorta di convenzione che permetta di autogestire un fenomeno che, la prego me lo faccia dire, solo a Milano paradossalmente viene elevato a problematica, dando sfoggio di quanto questa città sia ancora provinciale. Io sottolineo che il Comune non ha saputo dare risposte adeguate al governo delle notti cittadine: non ha saputo garantire un'espansione equa sul territorio degli epicentri di incontro e di svago, divertimento; ma non ha saputo neppure dare risposte ai residenti nell'assicurare una maggiore presenza di agenti della Polizia Locale. Di questo ultimo fallimento ne è semplice testimonianza di come le ordinanze stile "law and order", molto confacenti alla figura del vicesindaco, che adotta ormai da più di un decennio il pugno forte coi più deboli e la carezza con i più forti, del Comune di Milano siano andate inattuate, lettere morte semplicemente per procedure burocratiche mai eluse. Ma mi permetto di dire anche che il fallimento si intravede semplicemente assaporando il taglio delle serate milanesi e delle offerte aggregative che tale amministrazione propone: solo locali dove consumare cocktail, naturale prassi non esecrabile, senza, però, proposte culturali che possano dare un risvolto di alto contenuto ai momenti di incontro. Non capisco, poi, scusi, la battaglia che lei indice: una battaglia contro cosa, mi scusi se continuo a non capire? Una battaglia contro coloro, e tanti sono i figli di chi indice "crociate contro il popolo della movida", ma non solo, essendo generazioni diverse che esprimono l'esigenza di passare le proprie serate in compagnia all'aperto, magari godendo di buona musica, che hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri? Non mi sembra che sia la soluzione più giusta e, soprattutto, la soluzione che apporti un incontro e una convergenza tra interessi, esigenze e diritti di diversi strati della popolazione milanese. L'esigenza sacrosanta di fare sogni tranquilli è pari all'esigenza di uscire alla sera e di incontrarsi fuori con proprie amiche e propri amici: nessuna delle due esigenze può essere soffocata, essendo entrambe le esigenze naturali e conseguenziali. Occorre trovare soluzioni che permettano una convivenza civile, e per questo penso che un aumento dei controlli della Polizia Locale sia necessario, e pacifica tra settori della città. Io penso, mi scusi, ma insisto, che c'è più da temere circa gli effetti che saranno devastanti delle ordinanze inefficaci quanto inopportune e avventate espresse dal sindaco di chiudere gli esercizi locali nelle zone da lei considerate "invivibili", alla faccia del liberalismo tanto osannato dall'attuale maggioranza di centrodestra, sembra di ritornare ai tempi del proibizionismo americano anni 20, piuttosto di avere capannelli di persone che vivono la città nelle ore serali. Nel deserto totale una zona diventa teatro immancabile di fenomeni micro criminali, essendo venuti meno gli elementi che inibiscono forme di attuazione di reati di diverso tipo. Poi veramente mi scusi ma non vedo orde barbariche serali affacciarsi nelle zone, poche zone, della vita notturna solamente estiva: mi spiace dirglielo ma anche io vivo questa città e non mi limito a farneticare sull'internazionalità, per altro inesistente, della città.

Cordiali saluti
Alessandro Rizzo

Martedì, 24 Agosto, 2010 - 10:24

Report omofobia Italia 2010

Arcigay REPORT
dei principali episodi
di violenza omofoba e transofoba
accaduti in Italia nel 2010

20/08/2010 - Ufficio stampa Arcigay

 

Come noto, in Italia non esiste alcuna legge che riconosca un’aggravante specifica per i reati commessi in odio a persone omosessuali, bisessuali e transgender.

È di conseguenza impossibile avere una rilevazione statistica attendibile, o reperire informazioni ufficiali da parte delle Forze dell’ordine in merito a reati di carattere omofobico, semplicemente perché non esiste una specifica fattispecie di reato.

Di conseguenza è estremamente difficile che all’atto della denuncia la vittima di violenza dichiari la matrice omofobica del gesto patito, sia perché ciò non costituirebbe una aggravante, sia in virtù di una forte omofobia interiorizzata, largamente diffusa nel nostro paese, che porta ad una vera e propria autocensura.

La medesima autocensura fa sì che moltissimi casi di violenza omofobica rilevati dalle reti territoriali delle Associazioni di tutela rimangano, o per decisione delle vittime o per una giusta delicatezza nei confronti delle stesse, in un ambito di estrema riservatezza che non le rende pubbliche e rilevabili.

La mancanza di una reale percezione di tutela e l’omofobia interiorizzata determinano che la stragrande maggioranza dei casi di violenza omofobica non vengano nemmeno denunciati.

I dati contenuti nel report non hanno pertanto alcun reale valore statistico, sono solo una fotografia della realtà, rilevata esclusivamente dalle notizie apparse sui media.

Luca Trentini - Segretario nazionale Arcigay - segretario@arcigay.it

***

Potete scaricare in fondo a questa pagina:

Il Report 2010
in formato doc aggiornato al 18 agosto 2010
a cura di Stefano Bolognini, ufficio stampa Arcigay

Potete leggere a questi link:

Il report omofobia Italia di Arcigay del 2006-2007

Il report omofobia Italia di Arcigay del 2008-2009

I testi sono tratti da articoli comparsi sulla stampa. Arcigay non è responsabile dei contenuti

I NUMERI DELL'OMOFOBIA

Anno 2010

Omicidi: 2

(2 in Emilia-Romagna)

Violenze ed aggressioni: 29
(6 in Lombardia, 4 in Toscana, 4 in Lazio, 3 in Emilia-Romagna, 2 in Campania, 2 in Trentino, 2 in Puglia, 1 in Piemonte, 1 in Friuli Venezia Giulia, 1 in Liguria, 1 in Sicilia, 1 nelle Marche)

Estorsioni: 6
(2 in Lombardia, 2 in Calabria, 1 in Campania, 1 in Veneto)

Atti di Bullismo: 1
(1 in Veneto)

Atti vandalici: 7
(2 in Lombardia, 2 in Friuli Venezia Giulia, 1 in Piemonte, 1 in Toscana, 1 in Lazio)

Divieti: 2
(2 in Lombardia)

Dichiarazioni istituzionali: 5
(2 in Veneto, 1 in Lazio, 1 in Campania, 1 in Liguria)

Affetti negati: 2
(1 in Lombardia, 1 in Toscana)

Totale episodi: 54

Riepilogo casi registrati nei report
gennaio 2006 - agosto 2010

Omicidi: 37
Violenze ed aggressioni: 194
Estorsioni: 21
Atti di bullismo: 14
Atti vandalici: 33
Divieti: 2

Dichiarazioni istituzionali: 5

Affetti negati: 2

Totale episodi: 308

Lunedì, 23 Agosto, 2010 - 13:43

Porta Vittoria, via alle strisce blu

Repubblica — 20 agosto 2010   pagina 5   sezione: MILANO

I PARCHEGGI a pagamento arrivano anche a Calvairate, Porta Vittoria e una piccola parte di Città Studi. In questi giorni gli operai stanno tracciando le strisce blu dove il parcheggio con il "gratta e sosta" sarà attivo da metà ottobre. E i primi disagi sono già arrivati. Decine di auto, lasciate parcheggiate magari da settimane dai residenti in ferie, si sono ritrovate circondate da strisce blu e con una multa di 38 euro sul lunotto posteriore. Motivazione? La macchina era posteggiata davanti ai cartelli provvisori di divieto per i lavori. Un secondo round della sosta regolamentata arriverà in inverno, nell' ultimo tratto di viale Monza e a Molino Dorino, ma ancora non è deciso esattamente quando. Per Porta Vittoria e Calvairate, invece, la rivoluzione del parcheggio è già una certezza: metà ottobre. Le due macro aree dove è in arrivo la sosta a pagamento rientrano nella nuova strategia di regolamentazione dei parcheggi in strada voluta dal Comune fatta di strisce blu a pagamento per chi è di passaggio e gratuite per i residenti. Il piano generale prevede l' installazione di circa 65mila nuovi posti da completare entro il 2013 in tutta la cintura che corre lungo la filovia della 90-91. Il primo step è stato in viale Monza, dove nel 2009 sono stati tracciati i primi 4100 posti di sole strisce blu, tra lamentele e sit-in di protesta da parte dei commercianti. Adesso è il turno della zona est, dove ai residenti sono stati mandati in questi giorni circa 12mila permessi. «Abbiamo cominciato a spedire i pass a fine luglio - spiegano dagli uffici dell' Anagrafe - in modo da garantire un periodo di tempo necessario a risolvere i problemi, laddove si venissero a creare». L' Anagrafe ha incrociato il dato dei residenti maggiorenni con i dati della Motorizzazione su vetture e patenti, estrapolando i nominativi cui distribuire i permessi. «Se qualcuno ha due mezzi, mandiamo un pass solo che viene assegnato automaticamente all' auto più nuova». Per chi rientra dalle ferie, però, ci sono anche brutte sorprese. Il Comune ha infatti posizionato dei divieti di sosta mobili soltanto pochi giorni prima di iniziare a tracciare le strisce e molte delle auto parcheggiate in zona Calvairate sono state colpite dalle multetrappola. Alessandro Rizzo, residente e consigliere di Zona 4, attacca: «I cittadini dovevano essere avvertiti per tempo. Il Comune non ha attuato una campagna di comunicazione dettagliata e puntuale che potesse garantire alle persone di spostare la macchina ed evitarsi il verbale. Questo caso è l' emblema della scarsa comunicazione che arriva da Palazzo Marino». Critico sulla gestione delle nuove strisce blu anche Roberto Miglio, sindacalista del Csa della polizia locale: «Senza i controlli del caso diventano più un danno che un beneficio per i residenti. Noi ce ne accorgiamo dal numero di chiamate che arrivano ai vigili da residenti esasperati perché non viene multato chi sosta senza pagare o senza averne diritto. Mentre aumentano le strisce blu, il numero degli ausiliari resta lo stesso». Le nuove strisce a Porta Vittoria fanno avanzare un piano di regolamentazione della sosta che in realtà procede molto a rilento. Il prossimo inverno il Comune ha deciso di rilanciare lungo la linea metropolitana 1 per scoraggiare il parcheggio selvaggio dei pendolari: in viale Monza c' è il secondo tratto da completare per raggiungere un totale di oltre 10mila posti, altri 9.300 tra Molino Dorino, San Leonardo e Bonola. In zona Bisceglie ne sono previsti altri 6.500. Resta tutto da vedere, invece, se diventerà realtà l' anno prossimo il piano di altri 13mila parcheggi a pagamento sulla linea 2 a Cascina Gobba. - LUCA DE VITO

Venerdì, 13 Agosto, 2010 - 15:14

E' tempo di Ramadam ma manca una Moschea

Non c'è ancora una Moschea a Milano. Il Comune di Milano non ha ancora dato avvio all'identificazione di un luogo di culto dove le migliaia di mussulmani possano radunarsi e pregare, semplicemente pregare. Pregiudizi degni di un clima da persecuzione di stampo legaiolo, ricordo qualche mese fa la rieditata proposta regressiva e irricevibile in stile apartheid firmata dal capogruppo leghista Salvini di dedicare vagoni per puri milanesi, mi domando quanti avrebbero frequentato quei vagoni, hanno tenuto in ostaggio un'intera maggioranza di governo della città incapace e inibita nel formulare un percorso che attui quello che viene definito "diritto universale", ossia il diritto a esprimere liberamente il proprio culto religioso. A patto che tale culto non sia chiaramente contrario ai principi fondamentali del nostro ordinamento legislativo. Ma chi osa dire che praticare l'Islam sia contrario al nostro ordinamento legislativo, dal momento che il nesso tra attività eversive di natura terroristica e professione di una fede religiosa è stato da più parti giustamente rilevato come infondato, insensato, irrazionale. L'Islam è una religione riconosciuta in molti paesi europei che concedono spazi adeguati a chi vuole professare il proprio culto. Qualcuno si ammanta la bocca con la parola di reciprocità: nei loro paesi, dicono i rinnovati menestrelli della difesa delle tradizioni, le Chiese sono proibite. Vorrei informare questi menestrelli urlatori che non è così, dal momento che esistono paesi nell'area islamica che prevedono l'eguaglianza nella professione delle fedi religiose. Vorrei anche rispondere che tale "giustificazionismo" irriverente non ha nessun senso di sussistere dato che dovremmo allora dire che la pena capitale è fondata dato che esistono paesi che la eseguono, oppure che rubare nel nostro comportamento privato è giustificabile dato che ci sono tanti che lo fanno. Rimango terribilmente preoccupato del futuro di una città che si chiude in modo ermetico con una serie di pregiudizi di stampo razzista che altro non apportano se non emarginazione, destabilizzazione di una convivenza sociale pacifica, alterazione dei rapporti tra comunità. La nostra società, scriveva ieri Merlo su Repubblica, è chiaramente e irreversibilmente cosmopolita: è composta da diverse culture, da persone con diverse esperienze, diverse necessità, esigenze civiche e sociali, religiose, umane. Il punto di unificazione di tali composite faccettature di una società inevitabilmente multietnica, mi domando comunque quando una società nella storia dell'umanità possa essere considerabile come "mono"etnica, deve essere il rispetto della dignità della persona umana, dei suoi diritti, della sua libertà. Libertà che chiaramente non deve confliggere, ricordate il Contratto sociale di Rousseau, con quella degli altri. Ma persone che pregano in spazi consoni all'ufficializzazione del culto sono nocive per gli altri? Arrecano pregiudizio alla nostra dignità? Arrecano danni odiosi e insormontabili alla collettività? Mi sapete rispondere, voi della Lega, quali siano i danni arrecati? Il loro culto limita l'espressione libera del culto religioso diverso da quello islamico, oppure del non culto, qualora ci si identifichi in una cultura atea o agnostica, o gnostica, come il sottoscritto? La risposta sarà la stessa in salsa "padana" più volte cucinata, tanto da diventare indigeribile: loro attentano la nostra libertà perchè impongono la loro cultura. Mi domando se chi esprime tale concetto abbia mai frequentato, parlato, si sia mai confrontato con un islamico, dato che la loro religione, se non accolta in accezioni dogmatiche e assolutiste, ma allora anche il cattolicesimo può e spesso ha mostrato tali derive applicative, presenta un grado di tolleranza, eguaglianza e di concetto di fratellanza simile al Vangelo strumentalizzato dai novizi e poco scaltri "difensori della fede". Siamo alla prevaricazione dell'ideologia sull'analisi della realtà sociologica e antropologica oserei dire. La loro cultura confrontata con le nostre culture rende la nostra storia ricca di percorsi futuri di progresso e di miglioramento delle nostre condizioni civiche e sociali. Il detto "la diversità crea ricchezza" non è una frase stantia di circostanza, ma rappresenta il fatto che una cultura quando si rinchiude nella difesa ossessiva del proprio particolarismo rappresenta la sua fallacità e la sua subitanea e conseguente estinzione. Inutile portare esempi tratti nella storia per avvallare tale tesi. E' assurdo, come detto più volte da una voce di umanità, forse spesso una delle poche, spesso solitaria, quale quella del Cardinale Dionigi Tettamanzi, che in una città dove si dovrebbe avere amministratori e politici attenti ad applicare le basi fondanti della nostra cultura costituzionale e legislativa si rinchiudino come tanti timorosi del "turco di turno" nelle proprie rocche della difesa delle tradizioni. Mi domando quali tradizioni, dal momento che Milano nasce da una visione composita e contaminante di culture diverse, di valori che si sono sedimentati nel concetto di accoglienza e di solidarietà, di rispetto della persona umana. E', quindi, dignitoso che persone professino il loro culto, con le annesse esigenze di officializzazione, all'interno di garage, oppure nelle plateee di enormi e spaziosi palazzetti dello sport, oppure nelle sale cinematografiche? E' giusto ed è rispetto della dignità umana permettere che queste persone vedano vilipesi i simboli del proprio culto dato che vengono relegati in ambienti alienanti e inospitali? Che cosa attende il Comune di Milano ad aprire un confronto e un dialogo con le comunità islamiche, che si sono autonomamente arrangiate nell'individuare propri spazi di culto, al fine di dare una soluzione a un problema che non è un problema, ma solo conseguenza di un cambiamento irreversibile della società sempre più composita? Dopo essersi effigiata come "governo della tolleranza e del dialogo" attribuendo la Civica Benemerenza al rappresentante della Casa della Cultura islamica, che cosa il Comuene  la Giunta Comunale vuole promuovere per dare sostanziale conseguenza a tale gesto simbolico quanto mai superficiale, se non seguito da provvedimenti che attuino il rispetto e la promozione della libertà di espressione di culto, come prescritto dalla nostra Costituzione?

Alessandro Rizzo

Capogruppo La Sinistra - Uniti con Dario Fo
Consiglio di Zona 4 Milano

Giovedì, 12 Agosto, 2010 - 16:25

Arcigay si appella alla comunità internazionale contro l'omofobia e la transfobia in Italia

 Arcigay:di fronte all'ennesima ondata di neomoralismo ed  omofobia ci appelliamo alla comunità internazionale.
Arcigay ha deciso di inviare alla comunità internazionale ,(società civile,media,istituzioni,associazioni,blog,ambasciate) una lettera appello per denunciare il clima di insostenibile disagio,pressione e discriminazione in cui la comunità lgbt vive in Italia. Di fronte al continuo reiterarsi di episodi di omofobia e trans fobia ,e persino alla negazione dei gesti della più semplice e limpida affettività,come il bacio tra due persone che si amano o che si piacciono, non possiamo non evidenziare il silenzio assoluto delle Istituzioni nazionali e del Legislatore. Prendiamo atto piuttosto di un clima generale di pericoloso neo moralismo e di maggiore pesantezza ed aggressività ,caratterizzato da dichiarazioni e gesti da parte di alcuni amministratori o rappresentanti di partito che vanno dall'indifferenza fino alle aperte manifestazioni di ostilità ed omofobia.
"La guerra ai baci gay a cui stiamo assistendo",evidenzia Paolo Patanè,Presidente nazionale di Arcigay"è un attacco alla visibilità delle persone,e dunque alla loro stessa basilare dignità. Per questa ragione ci siamo rivolti ,e sempre più lo faremo, alla comunità internazionale perché ci aiuti in questa battaglia di democrazia e libertà. Oggi quel riverbero di insicurezza e diffidenza che le persone lgbt derivano dai tanti episodi di discriminazione o violenza ,mina seriamente la percezione della nostra stessa cittadinanza ,e pone duri interrogativi sul come possano sentirsi le persone lgbt provenienti da altri Paesi dell'Unione in contesti per nulla accoglienti ed inclusivi" .
Sul piano dei diritti civili l'anomalia italiana è un evidente problema all'interno dell'Unione europea ," e chi ,gay o lesbica o trans, passa  il nostro confine",continua Patanè, "sa di entrare in un contesto in cui la sua dignità di persona vale meno che in qualsiasi Paese civile".
Arcigay sente profondamente il peso delle tante ,troppe situazioni di ingiustizia di cui le persone lgbt soffrono in Italia,e chiede per questo che la comunità internazionale sia parte di un percorso di allineamento del nostro Paese ai valori dell'Europa.
"Nel nostro Paese ,conclude Patanè,alcune istituzioni hanno dato e stanno dando segnali importanti di attenzione , sostegno e serietà ,e penso ad UNAR ed alla Polizia di Stato con la recente costituzione di un Osservatorio (OSCAD),ma ciò che è grave e sconcertante è l'assenza dei partiti ed il silenzio gravissimo del Legislatore che ammutolisce e cancella la vita delle famiglie dello stesso sesso e l'emarginazione , la solitudine e la paura di decine di migliaia di persone".
Paolo Patanè
Presidente nazionale di Arcigay
Giovedì, 12 Agosto, 2010 - 16:20

Oltre all'assurda questione della movida l'incapacità della giunta

Ad aggiungersi alla insensatezza della querelle sulla Movida ci sarebbe il dato rilevato oggi in un articolo su Repubblica di Ilaria Carra concernente la non attivazione dei controlli fonometrici da parte del Comune riguardo i locali notturni. Si prevedevano sanzioni cospicue per i locali trasgressori, con possibile sequestro della licenza. La procedura burocratica è stata talmente appesantita da passaggi di competenze e incapacità di attuazione della fase di sponsorizzazione del provvedimento da parte dell'ente dei commercianti milanesi che tutto è rimasto nel cassetto. Addirittura Vicesindaco e Sindaco con una pletora di assessori avevano annunciato a inizio estate la grandiosità dell'iniziativa tenuta lettera morta. Ora sembrerebbe che il Comune voglia assumere su di sè l'intervento, senza deleghe ad altri organi. Mi domando se a fine mandato l'attuale maggioranza sia ancora in campagna elettorale con promesse e prospettive velleitarie inattuate. Dov'è la responsabilità del governo della città, oltre a ritenere inutili tali provvedimenti, nonchè inefficaci, a maggior ragione se non applicati, in quanto mantengono inalterate le falle esistenti, ossia una distribuzione iniqua delle zone del divertimento, l'assenza di idee  e di contenuti da proporre per arricchire di sostanza le serate milanesi, anche turisticamente e, infine, il mantenimento prolungato degli orari di servizio dei trasporti pubblici, dei musei, delle gallerie d'arte, come giustamente diceva Alfonso. Le azioni muscolari ed esemplari sono alla mercè di un'amministrazione comunale priva di prospettive e di capacità di governare una città sotto un'ottica europea, di rispondere alle esigenze poliedriche e molteplici della cittadinanza. La filosofia è sempre la stessa: dichiarazioni pubblicitarie promozionali stile slogan, incapacità di attuazione dei provvedimenti, assenza di strategia e di rilancio culturale e aggregativo degli spazi comuni, iniziative solo muscolari ed esemplari senza alcun risultato. A quanto tale pratica?

Alessandro Rizzo
Capogruppo La Sinistra - Uniti con Dario Fo
Consiglio di Zona 4 Milano

Martedì, 10 Agosto, 2010 - 10:03

Sì ai matrimoni gay in 10 Paesi del Mondo

Sì ai matrimoni gay in 10 paesi nel mondo
L'Italia, con la Grecia, un'eccezione in Europa

06/08/2010 - Marco Pasqua


Dopo la sentenza che in California ha definito incostituzionale vietare le nozze fra omosessuali, un viaggio fra i paesi (10) in cui sono riconosciute e in quelli (17) che riconoscono pari diritti a tutte le coppie o ne concedono alcuni alle unioni civili, anche gay e lesbiche. I primi sono stati i Paesi Bassi, nel 2001. Il nostro paese non ha alcuna legge di tutela

di MARCO PASQUA
Repubblica.it - 6 agosto 2010

 

http://www.repubblica.it/static/speciale/2010/mondo-gay/?ref=HREC1-3

 

L'ULTIMA è stata l'Argentina. Con la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso 1, con il pieno sostegno della presidente, Cristina Kirchner, è diventata il primo Paese dell'America Latina a riconoscere questo diritto. Il decimo al mondo.

Ed è di questi giorni la notizia che la Corte Suprema del Messico ha detto sì alle nozze fra persone dello stesso sesso, votando a favore della legge che da sei mesi le consente solo a Città del Messico e respingendo il ricorso della Procura secondo cui la norma viola il principio che costituzionalmente protegge la famiglia. Città del Messico era stata la prima città dell'America Latina ad aver approvato il matrimonio gay, nel dicembre del 2009. Lo stesso parlamento aveva già ammesso le unioni civili nel 2006.

A questi 10 Paesi, rileva Arcigay, se ne devono aggiungere altri 17 che riconoscono pari diritti a tutte le coppie o, in alternativa, concedono alcuni diritti alle unioni civili, anche gay e lesbiche. A livello globale, Asia e Africa sono i continenti in assoluto più indietro dal punto di vista dei diritti delle persone Glbt. Basti pensare che solo in Africa, in 38 Stati su 53 l'omosessualità è punita dalla legge e, spesso, si può finire in galera anche solo per essere sospettati di aver avuto una relazione di questo tipo.

Sono stati i Paesi Bassi, nell'aprile del 2001, i primi a permettere il matrimonio tra omosessuali, riconoscendo loro gli stessi diritti e doveri delle coppie eterosessuali. Con 107 voti a favore e 33 contrari, il Parlamento eliminò ogni forma di discriminazione esistente in materia. La legge richiede oggi che, per sposarsi, almeno una delle due persone sia un cittadino olandese o risieda nei Paesi Bassi.

Il 30 gennaio del 2003 è toccato al Belgio, che ha licenziato una legge con una larga maggioranza parlamentare.

In Spagna il matrimonio tra omosessuali è divenuto realtà dal 2005
e c'è anche la possibilità di adottare bambini (accanto al matrimonio, continuano ad esistere le leggi e i registri delle coppie di fatto).

In Svezia, così come avviene in Norvegia, i gay si possono anche sposare in chiesa, dopo il sì alla legge del Parlamento all'inizio del 2009. Dal novembre dello stesso anno, la chiesa luterana svedese si è infatti detta pronta a celebrare le unioni davanti all'altare, nonostante al suo interno si fossero levate voci contrarie alla decisione.

Il Canada ha legalizzato questi matrimoni nel luglio 2005
, aprendo le porte anche a cittadini residenti all'estero (il 10 agosto, toccherà a due cittadini italiani di Milano e Torino convolare a nozze).

In Portogallo, l'ok ai matrimoni arriva lo scorso mese di maggio, con la firma del presidente portoghese Anibal Cavaco Silva, cattolico praticante. A differenza di quanto avviene in Spagna, in questo Paese non sono ancora consentite le adozioni.

In Islanda, la legge che consente di celebrare matrimoni omosessuali è stata inaugurata, lo scorso mese di giugno, dalla premier Johanna Sigurdardottir, che ha voluto sposare la sua compagna storica, Jonina Leosdottir, con la quale si era già unita civilmente nel 2002.

Il Sudafrica è l'unico stato africano ad aver legalizzato dal novembre 2006 le unioni civili tra omosessuali. La cerimonia religiosa è opzionale, anche se le diverse Chiese possono rifiutarsi di celebrare queste unioni, mentre il rito civile è aperto a tutti. Qui le coppie gay possono adottare già dal 2002.

Oltre a questi dieci Paesi, ricorda Arcigay, ve ne sono altri 17 che riconoscono pari (o alcuni) diritti alle coppie, indipendentemente dal loro sesso.

Si tratta di Austria (unioni civili dal gennaio 2010), Francia (i Pacs sono stati adottati nel 1999, per omosessuali ed eterosessuali), Danimarca (primo Paese al mondo ad autorizzare, nel 1989, il matrimonio civile o partenariato registrato tra omosessuali), Regno Unito (dal 2005, il "partenariato civile" tutela anche le coppie gay), Lussemburgo (in vigore dal 2004 la partnership registrata), Germania (qui è in vigore un "contratto di vita comune"), Svizzera ("partenariato registrato" dal 2005, esclusa l'adozione), Slovenia (una legge garantisce alle unioni civili diritti limitati nel campo delle relazioni di proprietà e dell'eredità), Ungheria (dal febbraio 2010 è possibile per le coppie omosessuali stipulare unioni civili, parificate a quelle eterosessuali), Repubblica Ceca, Finlandia, Andorra, Croazia (una legge adottata nel 2003 garantisce "reciproco sostegno" e diritto all'eredità), Irlanda (a luglio, il presidente irlandese Mary McAleese ha ratificato una legge, già approvata dal Parlamento, che istituisce le unioni civili), Colombia, Nuova Zelanda (la legge garantisce dal 2004 alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle etero), Uruguay (il 17 aprile 2008 è stata celebrata la prima unione gay nell'aula di un tribunale di Montevideo).

Negli Stati Uniti la situazione, come dimostra anche la sentenza del giudice distrettuale in California, è soggetta a continui cambiamenti, su una materia oggetto di scontri molto accesi tra conservatori e chi, invece, è a favore delle unioni gay. In tutto, sono cinque gli Stati a riconoscere i matrimoni gay, oltre ad un distretto federale: Massachusetts (dal 2003, con un provvedimento della Corte Suprema che ha dichiarato discriminatorio, perciò incostituzionale ed illegale, escludere le coppie dello stesso sesso dal matrimonio), Connecticut (stessa decisione della Corte Suprema, nel 2008), Iowa (la Corte Suprema afferma all'unanimità l'esigenza costituzionale di riconoscere questo tipo di unione), Vermont (dal settembre 2009), New Hampshire (dal gennaio 2010), Washington D. C. (legge firmata nel dicembre del 2009, primi matrimoni celebrati nel marzo del 2010). Il matrimonio viene anche riconosciuto da una tribù di indiani dell'Oregon.

Infine, da citare anche il Brasile, dove le unioni tra persone dello stesso sesso sono riconosciute dal 2004.

L'Italia, come è noto, non ha alcuna legge di tutela per le unioni gay. "Siamo, insieme alla Grecia, l'unica nazione a non riconoscere diritti alle coppie dello stesso sesso e rappresentiamo un'eccezione in Europa e tra i paesi avanzati", osserva il presidente di Arcigay, Paolo Patanè. "La discriminazione che impedisce alle coppie omosessuali di accedere all'istituto del matrimonio - conclude - è tanto inaccettabile quanto assurda per uno stato di diritto che ha tra i suoi valori fondati l'uguaglianza e la libertà dei suoi cittadini. La Corte Costituzionale italiana ha recentemente affermato lo stesso concetto, impegnando il parlamento ad affrontare e risolvere le discriminazioni che affliggono le omosessuali".

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