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.: Il Blog di Alessandro Rizzo
Mercoledì, 12 Novembre, 2008 - 12:35

SE NON ORA QUANDO? Aggiornamento adesioni appello

SE NON ORA QUANDO?

Appello della Lista Uniti con Dario Fo per Milano

per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese

A Milano la mafia esiste. I fatti dimostrano che nella "capitale finanziaria" la corruzione persiste in modo invasivo. Vincenzo Macrì, componente della Direzione Nazionale Antimafia, assicura che "Milano è la vera capitale della "ndrangheta". Si parla anche di mafia, camorra, sacra corona unita. A testimoniarlo sono fatti giuridicamente sottoposti a procedimenti penali ancora in corso. Politica ed economia intessono relazioni pericolose con esponenti delle cosche.

Diversi sono stati gli omicidi di stampo mafioso commessi negli ultimi mesi, ricordiamo per ultimo Cataldo Aloisio, 34 anni, freddato nel Nord Ovest di Milano da un colpo di pistola alla nuca.

Come spiega Gianni Barbacetto, un potere non più occulto si è insediato nella città e come una idra multitentacolare tende a pervaderne il tessuto sociale, economico e politico.

L'emergenza in città viene indirizzata verso i Rom, oppure verso i furti e le rapine che sono in netto calo negli ultimi anni: il resto non sussiste. Non si comprende che spesso la microcriminalità esiste perché esiste la macrocriminalità delle organizzazioni mafiose.

La mafia a Milano, come scrive nel suo libro Giampiero Rossi, permane ormai da tempo in diversi settori: dai piccoli spacciatori sulla strada ai consulenti finanziari, ai commercialisti, ai direttori di banca negli uffici "ovattati" del centro cittadino, capitale del "business".

La macrocriminalità ricicla il denaro che gli viene fornito da una certa finanza bancaria e di borsa che, pur non essendo organica alla "cosca", rimane complice di un sistema di corruzione e di inquinamento della libera concorrenza.

La mafia è un problema culturale, asserisce Giovanni Impastato, fratello di Peppino. E anche nel Nord la cultura dominante è quella dell'illegalità.

Occorre creare una Commissione di controllo sugli appalti dell'EXPO, una commissione speciale d'inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino: la proposta giace in Consiglio Comunale, nonostante l'apprezzamento trasversale che ha ottenuto.

La società civile, l'associazionismo per la legalità, Don Gino Rigoldi, Libera, intellettuali e uomini di cultura hanno più volte avanzato la proposta, anche precedentemente all'assegnazione dell'EXPO a Milano. Ma l'amministrazione è sempre apparsa sorda di fronte a una richiesta corale di fare fronte all'emergenza dell' illegalità mafiosa, corrosiva della convivenza civile e sociale della nostra città.

Occorre subito attivare ogni forma utile a riportare a Milano la cultura della legalità, che è cultura di democrazia, giustizia sociale ed eguaglianza.

Ti chiediamo di aderire a questo appello che alcune cittadine e cittadini indirizzano all'Amministrazione Comunale affinché si chieda subito e si approvi una Commissione d'Inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia a Milano, coerentemente con quanto sostenuto da più relatori nell'incontro in memoria di Peppino Impastato, tenutosi proprio a Palazzo Marino il 16 settembre 08.

Invia la tua adesione all'indirizzo listafoappello@gmail.com scrivendo:

aderisco all'appello " Se non ora quando? Appello per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese da inviare all'Amministrazione Comunale di Milano".

Adesioni finora pervenute

Basilio Rizzo, Giovanni Colombo, Vladimiro Merlin, Patrizia Quartieri, Francesca Zajczyk, Emilio Molinari, Vittorio Agnoletto, Alessandro Rizzo,Gianni Barbacetto, Antonello Patta, Gianni Occhi, Irma Dioli, Nando dalla Chiesa, Luciano Muhlbauer, Lorenzo Frigerio, Paolo Cagna Ninchi, Giuseppe Natale, Amalia Navoni, Maurizio Pagani, Antonella Fachin, Franco Brughiera, Raffaele Taddeo, Sergio Segio, Tommaso Zampagni, Thomas Schmid, Marco Bersani, Paolo Azioni, Vanni Mirandola, Nello Vescovi, Liborio Francesco Cozzoli, Luisa Spinoso, Renata Sparacio, Francesco Pedrazzi, Giulio Cengia, Guido Gavazzi, Maria Carla Baroni, Alessandro Cangemi, Anna Alziati, Angelo Valdameri, Vincenzo Viola, Rossana Campisi, Fabrizio Casavola, Francesca Mileto Fausto Marchesi, Aligi Maschera, Christian Elevati, Loredana Fantini, Roberto Brambilla, Rolando Mastrodonato, Valerio Imbatti, Aldo Rossetti, Luigi Candreva, Alessandro Guido, Eleonora De Bernardi, Cristina Agosti, Piero Basso, Enrica Torretta, Roberto Cagnoli, Ida Alessandroni, Giampaolo Ferrandini, Ersilia Monti, Stefano Panigada, Giacomo Sicurello, Mirella De Gregorio, Luigi Campolo, Empirio Vito, Emanuele Gabardi, Vincenzo Vasciaveo, Edda Boletti, Saverio Benedetti, Silvano Pasquini, Fabio Ricardi, Camillo Gama Malcher, Cristina Benato, Edgardo Bernasconi, Claudio Armellini, Silvia Biassoni, Pietro Zanisi, Emanuele Concadoro, Mariateresa Lardera, Grazia Casagrande, Simona Platè, Gabriella Benedetti, Enzo Bensi, Massimo Gentili, Stefania Cappelletti, Mercedes Mas, Davide Frigerio, Giovanni Amico, Giogo Nobili, Rosanna Gatti, Andrea Sanclemente, Gabriella Grasso, Paolo Meyer, Giuliana Nichelini, Silvio Agnello, Luca Ariano, Marco Alberti, Claudia Giella, Ibrahîm 'Abd an-Nûr Gabriele Iungo, Gregorio Mantella, Sergio Marinoni, Anna Pedrazzi, Simone Panozzo, Michele Sacerdoti, Luigi Ranzani, Tommaso Botta, Mona Mohamed, Tommaso Dilauro, Maurilio Pogliani, Franco La Spina, Paolo Baruffa, Eliana Scarafaggi, Maurilio Grassi, Pennu, Roberto Prina, Donatela Cabrini, Giulio Cavazioni, Claudia Guastaldi Musso, Biagio Strocchia, Aldo Sachero, Donfrengo, Miriam Garavaglia, Marco Fassino, Luciano Luca Pasetti, Ferdinando Lenoci, Fabio di Falco, Lidia Meriggi, Ennio Riva, Carmen Cavazzoli, Renato Mele, Nadia Barbetti, Teresa Isenburg, Paolo Migliavacca, Monica Rossi, Giancarlo Roncato, Marina Lagori, Mario Bonica, Camilla Notarbartolo, Luisa A. Meldolesi, Bianca Dacomo Annoni, Renato Vallini, Tiziana Marsico, Daniele Gaggianesi, Ester Prestini, Salvatore Fraticelli, Alessandra Durante, Anna Maria Osnaghi, Rino Messina, Mattea Avello, Daniele Leoni, Angela Persici, Ruggero Bogani, Laura Bogani, Armando Costantino, Bruno Giulio, Antonio Lupo, Amanda e Silvio, Vincenzo Modarelli, Cristina Simonini, Alessandra Manzoni, Giuliana De Carli, Renato Merlini, Maria Luisa Sciarra, Federico Marchini, Luciana P. Pellegreffi, Alda Capoferri, Stefania Fuso Nerini, Riccardo Poggi, Maria Rosa Strocchi, Luisa Motta, Giovanna Groppi, Renato Lana, Massimo De Giuli, Guido Bolzani, Tony Rusconi, Romano Miglioli, Guia Faglia, Liborio Francesco Cozzoli, Silvia Olivotti, Ermanno de Gregorio, Annamaria Trebo, Lino de Gregorio, Tina Fusar Poli, Marina Querciagrossa, Giuliana Zoppis, Melissa Corbidge, Emanuela Nava, Davide Radaelli, Paolo Zani, Siliana Silvia Inguaggiato, Ernesto Pedrini, Marisa Gaggini, Giorgio Boccalari, Carla Gnecchi Ruscone, Luca Trada, Francesco Paolella, Edvige Cambiaghi, Carlo Rossi, Adele Rossi, Daniela Rossi, Roberto Zuccolin, Paola Iubatti, Marina Gorla, Pasquale Palena, Paolo Limonta, Elena Tagliaferri, Stefano Levi Della Torre, Marco Tatò, Edoardo Bottini, Davide Pelanda, Simona Bessone, Antonio Frascone, Renata Rambaldi, Tatiana Cazzaniga, Cristina Franceschi, Nicoletta Lucatelli, Francesca Carmi, Federico Mininni, Jacopo Casadei, Sandro Artioli, Carla Dentella, Alessandro Zanardi, Giovanna Ronco, Giovanni Acquati, Franco Calamida, Giuseppina Renzetti, Alfredo Minichini, Patrizia Tovazzi, Roberto Capucciati, Piercarlo Collini, Stefano Costa, Davide Sini, Paola Trotta, Antonio de Cristofaro, Andrea Fedeli, Alberto Risi, Annamaria Palo, Luigia Pasi, Brunella Panici, Vincenzo di Giacomo, Bianca Avigo, Marco Gimmelli, Flora Tannini, Stefania Veronese, Milena Mazzoni, Ernesto Rossi, Ezio Fornasier, Alessandro Guido, Serena Scionti, Parisina Dettoni, Cesarina Martin, Mariolina De Luca Cardillo, Teresa Ricco, Erica Rodari, Domenico Bertelli, ASSOCIAZIONE PROGETTO GAIA (Milano), Marco Poma, Silvio Saffaro, Massimo Incontri, Mauro Leoni, Valeria Cornelio, Adriano Sgrò, Donatella Lunardon, Alberto Mazzenzana, Giovanna Procacci, Alessandro Angelotti, Daniela Bastianoni, Grazia Lurati, Giuseppe Caldera, Antonio Iosa, Silva Dondi, Guido Consonni, Giulio Meraviglia, Bruno Banone, Sara Montrasio, Luisa Ferrario, Giovanni Abbiati, Norberto Trabucchi, Lucia Bertolini, Graziella Osellame, Raffaella Noseda, Chiara Noseda, Francesco Pirelli, Patrizia Miozzi, Maurizio Bertasi, Donatella Costelli, Céline Dissard, Gianni Cabinato, Maria Rosaria Canzano, Angela Di Terlizzi, Luciano Vailati, Augusta Bottazzi, Daniela Galuzzi, Viki Corsieri, Luca Prini, Raimondo Acampora, Benedetta Boschetti, Marco Mambrini, Paola Giussani, Clara Mantica, Amelia Gaetti, Carlo Alberto Lascaro, Augusto Bianchi, Massimo De Giuli, Laura Quagliuolo, Gabriella Valassina, Raffaella Invernizzi, Renato Donato, Massimo Chiodaroli, Ester Piva, Antonio Piazzi, Anna Francioso, Anna Favalli, Dario Proto, Raffaella Manzo, Graziella Diana

Martedì, 11 Novembre, 2008 - 11:11

Obama ecologista, il governo italiano miope e irresponsabile

Il Direttore Generale del Ministero dell'Ambiente minimizza sulla portata del cambiamento che con Obama può essere avviato nell'ambito ambientale e del sistema bioclimatico. Le prime dichiarazioni del neo eletto Presidente degli USA hanno sottolineato l'importanza di un programma che porti sviluppo e crescita occupazionale nel settore dell'investimento sulle nuove fonti di energia alternativa, sostenibile, naturale, disponibile, non esauribile. E', questa, una dichiarazione programmatica rivoluzionaria possiamo dire in un Paese che è stato il principe dello sfruttamento del petrolio e delle fonti carbon-fossili di approvigionamento energetico, con conseguenze drammatiche per il clima, la salute del pianeta e, soprattutto, i rapporti di pacifica convivenza nella risoluzione di controversie internazionali. Tanto è dimostrabile l'alto livello di coscienza e volontà di cambiare modelli di sviluppo energetico nelle parole di Obama, quanto è palese l'assenza di un programma di sostenibilità ambientale e di promozione della tutela dell'ecosistema. Ricordiamo in Europa qualche giorno fa la grave decisione del governo italiano di sospendere l'adesione al protocollo comunitario, ampiamente sostenuto dall'attuale commissione e dal presidente di turno Sarkozy, che chiaramente non possiamo definire un "ecologista" antelitteram, per questioni di puri costi, senza avere la cognizione della portata contenutistica e sostanziale nel merito della proposta convenzionale.La miopia nell'ambito ambientale dell'attuale governo aumenta di portata se si analizza la volontà dell'attuale esecutivo ad attivare le sciagurate centrali a carbone, come si evidenzia nel prossimo piano dei lavori pubblici a Civitavecchia, oppure come testimonia l'intenzione di rilanciare le centrali nucleari, sinonimo di dispendio di risorse economiche, di dilazionamento dei tempi per la loro esecuzione e piena funzionalità, di conseguenze deleterie in termini ecologici, sociali e culturali dei territori interessati.

Alessandro Rizzo

 

 

Roma, Italia — “A proposito della dichiarazione del Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini, riportata oggi sul sito de “La Repubblica”, c’è la tendenza a sminuire l’importanza storica che l’elezione di Barack Obama avrà per una svolta a 180° della politica americana sui cambiamenti climatici.” - commenta Giuseppe Onufrio, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia -“Sono ancora una volta le osservazioni di chi ha fatto il possibile, fino ad oggi, per boicottare le negoziazioni sul clima e che confermano che il nostro è un Ministero contro l’Ambiente.”

Martedì, 11 Novembre, 2008 - 10:33

Con Obama un futuro energetico pulito

Washington, United states — "In tempi difficili per l'economia, gli elettori hanno puntato sui candidati alla Presidenza e al Congresso che sostengono una grande azione per il clima e l'energia." Così John Passacantando, Direttore esecutivo di Greenpeace Usa, commenta l'elezione di Barack Obama come Presidente degli Stati Uniti. Con Obama ha vinto la volontà di affrontare la sfida per combattere il riscaldamento globale.

 

dal sito di Greenpeace Italia

www.greenpeace.org

La dichiarazione completa di Passacantando:

"Ci congratuliamo con Barack Obama per la sua storica elezione come Presidente degli Stati Uniti. Ha dimostrato l'abilità di unire l'America dietro una visione comune. È una visione di cui gli Stati Uniti hanno urgentemente bisogno per affrontare la triplice sfida della crisi dell'energia, dell'economica e del riscaldamento globale.

Il riscaldamento globale è una delle più grandi sfide che il nostro paese deve affrontare, e gli americani hanno votato candidati che hanno dimostrato chiarate nte di mettere in grassetto le azioni - basate sulla scienza - necessarie per risolvere questa crisi.

Gli americani non si sono fatti prendere in giro dai milioni di dollari che le compagnie petrolifere e del carbone hanno speso durante le elezioni per far deragliare la vera soluzione, o dagli allarmismi dell'ultimo minuto sui costi finanziari per ripulire la nostra economia.

Il nuovo eletto Presidente Obama ha dichiarato che il cambiamento di cui abbiamo bisogno include persone che lavorino per affrontare i cambiamenti climatici e investimenti in un futuro energetico pulito, e gli americani - con numeri storici - hanno risposto a questa visione."

Martedì, 11 Novembre, 2008 - 10:32

«No alle centrali» Via la campagna anti-nucleare

«No alle centrali» Via la campagna anti-nucleare
Giacomo Russo Spena
 
da Il Manifesto di sabato 8 novembre
«Una scelta sbagliata», «una bufala colossale», «un regalo alle lobby industriali». Esponenti dell'ambientalismo, sindacalisti, singoli intellettuali e politici della sinistra sono pronti a contrastare il governo Berlusconi. E la sua scelta, bandita 21 anni fa con un referendum popolare, di reinvestire sull'atomo. Nasce così l'idea di costituire il «comitato per un'alternativa energetica».
Intanto una ricerca Demos evidenzia come il 46,8% sia favorevole alla costruzione di centrali atomiche in Italia a vantaggio di un 44,1 contrario (un buon 9% sono quelli indecisi). Numeri che cambiano se il sito da costruire è vicino alla propria abitazione: la percentuale di contrari sale al 50,2% e solo il 41 si dice, invece, favorevole. Insomma l'atomo sì, ma non nel giardino di casa mia. Proprio dalle popolazioni locali partirà la campagna del comitato.
«Il movimento antinuclearista deve radicarsi sui territori - dichiara Massimo Serafini di Legambiente e tra i promotori dell'iniziativa - Deve partire dalle vertenze già esistenti». Ad esempio quelle contro il carbone, l'alta velocità e gli inceneritori. La partecipazione e la democrazia diventano così pilastri centrali. «Sosterremo - è scritto nell'appello di convocazione del comitato - il diritto delle popolazioni a fare valere la loro opinione anche, se necessario, con referendum locali». Non c'è quindi l'intenzione di lasciar sole le località che «rischiano di subire una decisione antidemocratica, calata dall'alto». Né tantomeno quella di aspettare l'individuazione dei siti per essere operativi.
Dal canto suo Berlusconi, dopo aver mandato i militati a Chiaiano e averli annunciati in Val di Susa, sembra intenzionato ad andare dritto per la stessa strada anche col nucleare. Lo lascia pensare anche l'approvazione in parlamento, alla fine di ottobre, della nascita di un'Agenzia apposita. Una scelta, per il governo, indispensabile perché meno inquinante e poco costosa. Argomentazioni rigettate dagli ambientalisti che insistono sui caratteri antieconomici e sull'alto rischio di pericolosità dell'atomo: «Il ritorno al nucleare - dicono - è solo una scelta di business». Per i costruttori dei nuovi siti che si andranno a intascare finanziamenti pubblici. Con le centrali che saranno in funzione tra una decina di anni. Quindi non molto utili per sopperire all'emergenza energetica attuale. Si marcia, inoltre, in direzione opposta alle altre potenze mondiali che stanno cercando un'alternativa all'atomo. Come gli Usa. «Obama ha vinto con un programma che annunciava stanziamenti per la ricerca di energie pulite e rinnovabili», ricorda Carlo Podda, segretario generale della Funzione Pubblica Cgil e promotore del comitato. Un giudizio il suo, specifica, a titolo personale perché «da tempo non si discute all'interno del sindacato sul nucleare, speravamo fosse una decisione ormai tramontata definitivamente». Giorgio Cremaschi della Fiom, anche lui sostenitore del neonato movimento, è però fiducioso: «La posizione - spiega - nella Cgil non è chiarissima, ma alla fine prevarrà il no al rilancio dell'atomo».
Il comitato, comunque, punta a organizzare una conferenza di esperti (tra questi Mattioli e Cini) per articolare una proposta di rilancio «di un'alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio». Nel frattempo il no al nucleare è una discriminante fondamentale da cui partire.

Giovedì, 6 Novembre, 2008 - 17:03

Se non ora quando? Adesioni aggiornamento

 
Se non ora quando?
Appello della Lista Uniti con Dario Fo per Milano
per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese
 
A Milano la mafia esiste. I fatti dimostrano che nella "capitale finanziaria" la corruzione persiste in modo invasivo. Vincenzo Macrì, componente della Direzione Nazionale Antimafia, assicura che "Milano è la vera capitale della "ndrangheta". Si parla anche di mafia, camorra, sacra corona unita. A testimoniarlo sono fatti giuridicamente sottoposti a procedimenti penali ancora in corso. Politica ed economia intessono relazioni pericolose con esponenti delle cosche.
Diversi sono stati gli omicidi di stampo mafioso commessi negli ultimi mesi, ricordiamo per ultimo Cataldo Aloisio, 34 anni, freddato nel Nord Ovest di Milano da un colpo di pistola alla nuca.
Come spiega Gianni Barbacetto, un potere non più occulto si è insediato nella città e come una idra multitentacolare tende a pervaderne il tessuto sociale, economico e politico.
L'emergenza in città viene indirizzata verso i Rom, oppure verso i furti e le rapine che sono in netto calo negli ultimi anni: il resto non sussiste. Non si comprende che spesso la microcriminalità esiste perché esiste la macrocriminalità delle organizzazioni mafiose.
La mafia a Milano, come scrive nel suo libro Giampiero Rossi, permane ormai da tempo in diversi settori: dai piccoli spacciatori sulla strada ai consulenti finanziari, ai commercialisti, ai direttori di banca negli uffici "ovattati" del centro cittadino, capitale del "business".
La macrocriminalità ricicla il denaro che gli viene fornito da una certa finanza bancaria e di borsa che, pur non essendo organica alla "cosca", rimane complice di un sistema di corruzione e di inquinamento della libera concorrenza.
La mafia è un problema culturale, asserisce Giovanni Impastato, fratello di Peppino. E anche nel Nord la cultura dominante è quella dell'illegalità.
 
Occorre creare una Commissione di controllo sugli appalti dell'EXPO, una commissione speciale d'inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino: la proposta giace in Consiglio Comunale, nonostante l'apprezzamento trasversale che ha ottenuto.
La società civile, l'associazionismo per la legalità, Don Gino Rigoldi, Libera, intellettuali e uomini di cultura hanno più volte avanzato la proposta, anche precedentemente all'assegnazione dell'EXPO a Milano. Ma l'amministrazione è sempre apparsa sorda di fronte a una richiesta corale di fare fronte all'emergenza dell' illegalità mafiosa, corrosiva della convivenza civile e sociale della nostra città.
Occorre subito attivare ogni forma utile a riportare a Milano la cultura della legalità, che è cultura di democrazia, giustizia sociale ed eguaglianza.
 
Ti chiediamo di aderire a questo appello che alcune cittadine e cittadini indirizzano all'Amministrazione Comunale affinché si chieda subito e si approvi una Commissione d'Inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia a Milano, coerentemente con quanto sostenuto da più relatori nell'incontro in memoria di Peppino Impastato, tenutosi proprio a Palazzo Marino il 16 settembre 08.
 
 
Invia la tua adesione all'indirizzo listafoappello@gmail.com scrivendo:
aderisco all'appello " Se non ora quando? Appello per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese da inviare all'Amministrazione Comunale di Milano".
 
 
 
Adesioni finora pervenute
 
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Giovedì, 6 Novembre, 2008 - 15:40

Se non ora quando? aggiornamento adesioni

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Appello della Lista Uniti con Dario Fo per Milano
per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese

 
A Milano la mafia esiste. I fatti dimostrano che nella "capitale finanziaria" la corruzione persiste in modo invasivo. Vincenzo Macrì, componente della Direzione Nazionale Antimafia, assicura che "Milano è la vera capitale della "ndrangheta". Si parla anche di mafia, camorra, sacra corona unita. A testimoniarlo sono fatti giuridicamente sottoposti a procedimenti penali ancora in corso. Politica ed economia intessono relazioni pericolose con esponenti delle cosche.
Diversi sono stati gli omicidi di stampo mafioso commessi negli ultimi mesi, ricordiamo per ultimo Cataldo Aloisio, 34 anni, freddato nel Nord Ovest di Milano da un colpo di pistola alla nuca.
Come spiega Gianni Barbacetto, un potere non più occulto si è insediato nella città e come una idra multitentacolare tende a pervaderne il tessuto sociale, economico e politico.
L'emergenza in città viene indirizzata verso i Rom, oppure verso i furti e le rapine che sono in netto calo negli ultimi anni: il resto non sussiste. Non si comprende che spesso la microcriminalità esiste perché esiste la macrocriminalità delle organizzazioni mafiose.
La mafia a Milano, come scrive nel suo libro Giampiero Rossi, permane ormai da tempo in diversi settori: dai piccoli spacciatori sulla strada ai consulenti finanziari, ai commercialisti, ai direttori di banca negli uffici "ovattati" del centro cittadino, capitale del "business".
La macrocriminalità ricicla il denaro che gli viene fornito da una certa finanza bancaria e di borsa che, pur non essendo organica alla "cosca", rimane complice di un sistema di corruzione e di inquinamento della libera concorrenza.
La mafia è un problema culturale, asserisce Giovanni Impastato, fratello di Peppino. E anche nel Nord la cultura dominante è quella dell'illegalità.
 
Occorre creare una Commissione di controllo sugli appalti dell'EXPO, una commissione speciale d'inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino: la proposta giace in Consiglio Comunale, nonostante l'apprezzamento trasversale che ha ottenuto.
La società civile, l'associazionismo per la legalità, Don Gino Rigoldi, Libera, intellettuali e uomini di cultura hanno più volte avanzato la proposta, anche precedentemente all'assegnazione dell'EXPO a Milano. Ma l'amministrazione è sempre apparsa sorda di fronte a una richiesta corale di fare fronte all'emergenza dell' illegalità mafiosa, corrosiva della convivenza civile e sociale della nostra città.
Occorre subito attivare ogni forma utile a riportare a Milano la cultura della legalità, che è cultura di democrazia, giustizia sociale ed eguaglianza.
 
Ti chiediamo di aderire a questo appello che alcune cittadine e cittadini indirizzano all'Amministrazione Comunale affinché si chieda subito e si approvi una Commissione d'Inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia a Milano, coerentemente con quanto sostenuto da più relatori nell'incontro in memoria di Peppino Impastato, tenutosi proprio a Palazzo Marino il 16 settembre 08.
 
 
Invia la tua adesione all'indirizzo listafoappello@gmail.com scrivendo:
aderisco all'appello " Se non ora quando? Appello per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese da inviare all'Amministrazione Comunale di Milano".
 
Adesioni finora pervenute
Basilio Rizzo, Patrizia Quartieri, Vittorio Agnoletto, Nando dalla Chiesa, Luciano Muhlbauer, Francesca Zajczyk, Alessandro Rizzo, Paolo Cagna Ninchi, Giuseppe Natale, Amalia Navoni, Antonella Fachin, Franco Brughiera, Raffaele Taddeo, Sergio Segio, Tommaso Zampagni, Thomas Schmid, Marco Bersani, Paolo Azioni, Vanni Mirandola, Nello Vescovi, Liborio Francesco Cozzoli, Luisa Spinoso, Renata Sparacio, Francesco Pedrazzi, Giulio Cengia, Guido Gavazzi, Maria Carla Baroni, Alessandro Cangemi, Anna Alziati, Angelo Valdameri, Vincenzo Viola, Rossana Campisi, Fabrizio Casavola, Francesca Mileto Fausto Marchesi, Aligi Maschera, Christian Elevati, Loredana Fantini, Roberto Brambilla, Rolando Mastrodonato, Valerio Imbatti, Aldo Rossetti, Luigi Candreva, Alessandro Guido, Eleonora De Bernardi, Cristina Agosti, Piero Basso, Enrica Torretta, Roberto Cagnoli, Ida Alessandroni, Giampaolo Ferrandini, Ersilia Monti, Stefano Panigada, Giacomo Sicurello, Mirella De Gregorio, Luigi Campolo, Empirio Vito, Emanuele Gabardi, Vincenzo Vasciaveo, Edda Boletti, Saverio Benedetti, Silvano Pasquini, Fabio Ricardi, Camillo Gama Malcher, Cristina Benato, Edgardo Bernasconi, Claudio Armellini, Silvia Biassoni, Pietro Zanisi, Emanuele Concadoro, Mariateresa Lardera, Grazia Casagrande, Simona Platè, Gabriella Benedetti, Enzo Bensi, Massimo Gentili, Stefania Cappelletti, Mercedes Mas, Davide Frigerio, Giovanni Amico, Giogo Nobili, Rosanna Gatti, Andrea Sanclemente, Gabriella Grasso, Paolo Meyer, Giuliana Nichelini, Silvio Agnello, Luca Ariano, Marco Alberti, Claudia Giella, Ibrahîm 'Abd an-Nûr Gabriele Iungo, Gregorio Mantella, Sergio Marinoni, Anna Pedrazzi, Simone Panozzo, Michele Sacerdoti, Luigi Ranzani, Tommaso Botta, Mona Mohamed, Tommaso Dilauro, Maurilio Pogliani, Franco La Spina, Paolo Baruffa, Eliana Scarafaggi, Maurilio Grassi, Pennu, Roberto Prina, Donatela Cabrini, Giulio Cavazioni, Claudia Guastaldi Musso, Biagio Strocchia, Aldo Sachero, Donfrengo, Miriam Garavaglia, Marco Fassino, Luciano Luca Pasetti, Ferdinando Lenoci, Fabio di Falco, Lidia Meriggi, Ennio Riva, Carmen Cavazzoli, Renato Mele, Nadia Barbetti, Teresa Isenburg, Paolo Migliavacca, Monica Rossi, Giancarlo Roncato, Marina Lagori, Mario Bonica, Camilla Notarbartolo, Luisa A. Meldolesi, Bianca Dacomo Annoni, Renato Vallini, Tiziana Marsico, Daniele Gaggianesi, Ester Prestini, Salvatore Fraticelli, Alessandra Durante, Anna Maria Osnaghi, Rino Messina, Mattea Avello, Daniele Leoni, Angela Persici, Ruggero Bogani, Laura Bogani, Armando Costantino, Bruno Giulio, Antonio Lupo, Amanda e Silvio, Vincenzo Modarelli, Cristina Simonini, Alessandra Manzoni, Giuliana De Carli, Renato Merlini, Maria Luisa Sciarra, Federico Marchini, Luciana P. Pellegreffi, Alda Capoferri, Stefania Fuso Nerini, Riccardo Poggi, Maria Rosa Strocchi, Luisa Motta, Giovanna Groppi, Renato Lana, Massimo De Giuli, Guido Bolzani, Tony Rusconi, Romano Miglioli, Guia Faglia, Liborio Francesco Cozzoli, Silvia Olivotti, Ermanno de Gregorio, Annamaria Trebo, Lino de Gregorio, Tina Fusar Poli, Marina Querciagrossa, Giuliana Zoppis, Melissa Corbidge, Emanuela Nava, Davide Radaelli, Paolo Zani, Siliana Silvia Inguaggiato, Ernesto Pedrini, Marisa Gaggini, Giorgio Boccalari, Carla Gnecchi Ruscone, Luca Trada, Francesco Paolella, Edvige Cambiaghi, Carlo Rossi, Adele Rossi, Daniela Rossi, Roberto Zuccolin, Paola Iubatti, Marina Gorla, Pasquale Palena, Paolo Limonta, Elena Tagliaferri, Stefano Levi Della Torre, Marco Tatò, Edoardo Bottini, Davide Pelanda, Simona Bessone, Antonio Frascone, Renata Rambaldi, Tatiana Cazzaniga, Cristina Franceschi, Nicoletta Lucatelli, Francesca Carmi, Federico Mininni, Jacopo Casadei, Sandro Artioli, Carla Dentella, Alessandro Zanardi, Giovanna Ronco, Giovanni Acquati, Franco Calamida, Giuseppina Renzetti, Alfredo Minichini, Patrizia Tovazzi, Roberto Capucciati, Piercarlo Collini, Stefano Costa, Davide Sini, Paola Trotta, Antonio de Cristofaro, Andrea Fedeli, Alberto Risi, Annamaria Palo, Luigia Pasi, Brunella Panici, Vincenzo di Giacomo, Bianca Avigo, Marco Gimmelli, Flora Tannini, Stefania Veronese, Milena Mazzoni, Ernesto Rossi, Ezio Fornasier, Alessandro Guido, Serena Scionti, Parisina Dettoni, Cesarina Martin, Mariolina De Luca Cardillo, Teresa Ricco, Erica Rodari, Domenico Bertelli, ASSOCIAZIONE PROGETTO GAIA (Milano), Marco Poma, Silvio  Saffaro, Massimo Incontri, Mauro Leoni, Valeria Cornelio, Donatella Lunardon, Alberto Mazzenzana, Giovanna Procacci, Alessandro Angelotti, Daniela Bastianoni, Grazia Lurati, Giuseppe Caldera, Antonio Iosa, Silva Dondi, Guido Consonni, Giulio Meraviglia, Bruno Banone, Sara Montrasio, Luisa Ferrario, Giovanni  Abbiati, Norberto Trabucchi, Lucia Bertolini, Graziella Osellame, Raffaella Noseda, Chiara Noseda, Francesco Pirelli

Mercoledì, 5 Novembre, 2008 - 13:03

Barack Obama: "We Have a Lot of Work to Do"

Un video che segna l'inizio di una nuova epoca: l'epoca di un cambiamento possibile e necessario.
Inizia la stagione di Obama, si cambia una pagina nera e oscura degli USA per aprire un nuovo capitolo per il mondo.

C'è molto lavoro da fare, ma penso che con te, Barack, ci siano molte speranze riposte.

http://www.youtube.com/watch?v=cfjQujYrfEk&feature=channel

Mercoledì, 5 Novembre, 2008 - 12:55

Barack Obama:"La fine di un viaggio storico l'inizio di un altro"

Questa sera, dopo cinquantaquattro combattutissime sfide, la nostra stagione delle primarie si è finalmente conclusa. Sono passati sedici mesi da quando ci siamo riuniti per la prima volta, sui gradini del vecchio palazzo del Parlamento statale dell'Illinois, a Springfield. Abbiamo percorso migliaia di miglia. Abbiamo ascoltato milioni di voci. E grazie a quello che voi avete detto, grazie al fatto che voi avete deciso che a Washington deve arrivare il cambiamento, grazie al fatto che voi avete creduto che quest'anno dovrà essere diverso da tutti gli altri anni, grazie al fatto che voi avete scelto di dare ascolto non ai vostri dubbi o alle vostre paure ma alle vostre speranze e aspirazioni più grandi, questa notte noi scriviamo la parola fine di uno storico viaggio con l'inizio di un altro viaggio, un viaggio che porterà un'alba nuova e migliore per l'America. Questa notte, io posso venire da voi e dire che sarò il candidato del Partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

Voglio ringraziare tutti gli americani che sono stati al nostro fianco nel corso di questa campagna, nei giorni belli e nei giorni brutti; dalle nevi dello Iowa, al sole del South Dakota. E questa sera voglio ringraziare anche gli uomini e le donne che hanno intrapreso questo viaggio con me, candidandosi anche loro per la presidenza.

In questo momento decisivo per la nostra nazione, noi dobbiamo essere orgogliosi che il nostro partito sia stato capace di schierare un gruppo di persone fra le più brillanti e competenti che abbiano mai concorso a questo incarico. Non mi sono limitato a competere con loro come avversari, ho imparato da loro, come amici, come servitori dello Stato e come patrioti che amano l'America e sono disposti a lavorare senza risparmio per rendere migliore questo Paese. Loro sono dei leader di questo partito e sono leader su cui l'America farà conto negli anni a venire.

Tutto questo vale in particolare per la candidata che questo viaggio lo ha prolungato più di chiunque altro. La senatrice Hillary Clinton ha scritto la storia, in questa campagna elettorale, non soltanto perché è una donna che ha saputo fare quello che nessuna donna aveva fatto prima, ma perché è una leader capace di dare l'esempio a milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio e il suo impegno in favore di quelle cause che ci hanno condotto qui questa sera.

Certamente ci sono state delle divergenze tra di noi negli ultimi sedici mesi. Ma avendo condiviso il palcoscenico con lei in molte occasioni, posso dirvi che quello che spinge Hillary Clinton ad alzarsi ogni mattina – anche quando ci sono poche speranze – è esattamente quello che spinse lei e Bill Clinton a partecipare alla loro prima campagna elettorale, tantissimi anni fa; è quello che la spinse a lavorare per il Children's Defense Fund e a condurre la sua battaglia per la riforma sanitaria quando era first lady; è quello che l'ha portata al Senato degli Stati Uniti e ha dato forza alla sua campagna presidenziale, capace di rompere gli schemi: un desiderio incrollabile di migliorare la vita dei comuni cittadini di questo Paese, per quanto difficile possa essere quest'impresa. Ed è indubbio che quando finalmente avremo vinto la battaglia per un'assistenza sanitaria per tutti in questo Paese, il suo ruolo in quella vittoria sarà stato fondamentale. Quando trasformeremo la nostra politica energetica e sottrarremo i nostri figli alla morsa della povertà, ci riusciremo perché lei ha lavorato perché questo accadesse. Il nostro partito e il nostro Paese sono migliori grazie a lei, e io sono un candidato migliore per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton.

C'è chi dice che queste primarie ci hanno lasciati un po' più deboli e un po' più divisi. Ebbene, io dico che grazie a queste primarie ci sono milioni di americani che per la prima volta in assoluto hanno espresso un voto. Ci sono elettori indipendenti ed elettori repubblicani che comprendono che in queste elezioni non si decide solamente quale partito governerà a Washington, ma si decide sulla necessità di cambiare a Washington. Ci sono giovani, afroamericani, ispanici e donne di tutte le età che sono andati a votare in massa, con numeri che hanno battuto tutti i record e hanno dato l'esempio a una nazione intera.

Tutti voi avete scelto di sostenere un candidato in cui credete profondamente. Ma in fin dei conti, non siamo noi la ragione per la quale siete usciti di casa e avete aspettato, con file che si stendevano per isolati interi, per votare e far sentire la vostra voce. Non lo avete fatto per me, o per la senatrice Clinton o per chiunque altro. Lo avete fatto perché sapete nel profondo del vostro cuore che in questo momento – un momento che sarà decisivo per una generazione intera – non possiamo permetterci di continuare a fare quello che abbiamo fatto. Abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore. Abbiamo il dovere di dare al nostro Paese un futuro migliore. E per tutti coloro che questa notte sognano questo futuro, io dico: cominciamo a lavorare insieme. Uniamoci in uno sforzo comune per tracciare una nuova rotta per l'America.

Tra pochissimi mesi, il Partito repubblicano arriverà qui a St. Paul, per la sua convention, con un programma diversissimo. Verranno qui per nominare come candidato alla presidenza John McCain, un uomo che ha servito questo Paese eroicamente. Io rendo onore a quello che ha fatto sotto le armi, e rispetto i tanti risultati che ha ottenuto, anche se lui sceglie di negare i miei. Non è sul piano personale che sono in disaccordo con lui: sono in disaccordo con le misure che ha proposto in questa campagna.

Perché se da un lato John McCain può legittimamente rivendicare momenti di indipendenza dal suo partito in passato, non è questa indipendenza il tratto distintivo della sua campagna presidenziale.

Non è cambiamento se John McCain ha deciso di schierarsi dalla parte di George Bush nel novantanove per cento dei casi, come ha fatto in Senato lo scorso anno. Non è cambiamento quando ci offre altri quattro anni delle politiche economiche di Bush, che non sono riuscite a creare posti di lavoro ben pagati, o ad assicurare i nostri lavoratori, o ad aiutare gli americani a sostenere i costi sempre più alti dell'università; politiche che hanno fatto calare il reddito reale delle famiglie medie americane, che hanno allargato il divario tra il grande capitale e le piccole e medie imprese e hanno lasciato ai nostri figli un debito colossale.

E non è cambiamento quando promette di proseguire, in Iraq, sulla strada di una politica che chiede tutto ai valorosi soldati, uomini e donne, che servono nelle nostre forze armate, e non chiede nulla ai politici iracheni, una politica in cui tutto quello che cerchiamo di ottenere sono ragioni per rimanere in Iraq, mentre spendiamo miliardi di dollari al mese in una guerra che non serve nel modo più assoluto a rendere il popolo americano più sicuro. Vi dirò una cosa: ci sono molte parole per definire il tentativo di John McCain di spacciare la sua acquiescenza alle politiche di Bush come una scelta di novità e imparzialità. «Cambiamento», però, non è tra queste.

Cambiamento è una politica estera che non comincia e finisce con una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e non avrebbe mai dovuto essere scatenata. Non verrò qui a far finta che in Iraq siano rimaste molte opzioni valide a disposizione, ma un'opzione improponibile è quella di lasciare i nostri soldati in quel Paese per i prossimi cent'anni, specialmente in un momento in cui le nostre forze armate sono al limite delle loro possibilità, la nostra nazione è isolata e quasi tutte le altre minacce che gravano sull'America vengono ignorate.

Dovremo essere tanto accorti nell'uscire dall'Iraq quanto poco accorti siamo stati nell'entrarvi, ma dobbiamo cominciare ad andarcene. È tempo che gli iracheni si assumano la responsabilità del loro futuro. È tempo di ricostruire le nostre forze armate e dare ai nostri veterani l'assistenza di cui hanno bisogno e le indennità che meritano, quando fanno ritorno a casa. È tempo di tornare a concentrare i nostri sforzi sulla leadership di al-Qaida e sull'Afghanistan, e di unire il mondo per combattere le minacce comuni del XXI secolo: il terrorismo e le armi nucleari, i cambiamenti climatici e la povertà, i genocidi e le malattie. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è capire che per affrontare le minacce dei nostri giorni non basta la nostra potenza di fuoco, ma serve anche la forza della nostra diplomazia, una diplomazia decisa e diretta, in cui il presidente degli Stati Uniti non abbia paura di far sapere a qualsiasi dittatorucolo qual è la posizione dell'America e per che cosa si batte l'America. Dobbiamo tornare ad avere il coraggio e la convinzione per guidare il mondo libero. Questa è l'eredità di Roosevelt, e di Truman, e di Kennedy. Questo è quello che vuole il popolo americano. Questo è il cambiamento.

Cambiamento è costruire un'economia che non ricompensi soltanto i ricchi, ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata. È comprendere che le difficoltà che devono affrontare le famiglie dei lavoratori non possono essere risolte spendendo miliardi di dollari in altri sgravi fiscali per le grandi aziende e per i ricchi supermanager, ma offrendo uno sgravio fiscale alla classe media, e investendo nelle nostre infrastrutture fatiscenti, e cambiando il modo di usare l'energia, e migliorando le nostre scuole, e rinnovando il nostro impegno in favore della scienza e dell'innovazione. È comprendere che rigore di bilancio e prosperità diffusa possono andare a braccetto, come accadde quando era presidente Bill Clinton.

John McCain ha speso un mucchio di tempo a parlare di viaggi in Iraq, in queste ultime settimane, ma forse se avesse speso un po' di tempo a viaggiare nelle città grandi e piccole che sono state colpite più duramente di tutte da questa economia – nel Michigan, nell'Ohio e proprio qui in Minnesota – comprenderebbe che tipo di cambiamento sta cercando la gente.

Forse se andasse nell'Iowa e incontrasse la studentessa che dopo un giorno intero a seguire le lezioni lavora la notte e nonostante questo non riesce comunque a pagare le cure mediche per una sorella ammalata, capirebbe che lei non può permettersi altri quattro anni di un sistema sanitario che va a vantaggio solo di chi è ricco e sano. Lei ha bisogno che noi approviamo una riforma sanitaria che garantisca un'assicurazione a tutti gli americani che la desiderano, e che faccia scendere il costo dei premi assicurativi per tutte le famiglie che ne abbiano bisogno. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

Forse se andasse in Pennsylvania e incontrasse l'uomo che ha perso il suo lavoro ma non ha neanche i soldi per pagarsi la benzina per girare alla ricerca di un altro lavoro, capirebbe che non possiamo permetterci altri quattro anni di dipendenza dal petrolio dei dittatori. Quell'uomo ha bisogno che noi approviamo una politica energetica che insieme alle case automobilistiche migliori i parametri di efficienza energetica dei carburanti, e che faccia in modo che le grandi aziende paghino per l'inquinamento che producono, e che faccia in modo che le compagnie petrolifere investano i loro profitti da record in un futuro di energia pulita; una politica energetica che creerà milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati e che non potrà essere delegata ad altri Paesi. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

E forse se avesse passato un po' di tempo nelle scuole della Carolina del Sud o di St. Paul, o dove ha parlato questa sera, a New Orleans, capirebbe che non possiamo permetterci di lesinare soldi per il programma per l'infanzia No Child Left Behind; che è un dovere verso i nostri figli investire nell'istruzione per la prima infanzia, reclutare un esercito di nuovi insegnanti e offrire loro una paga migliore e maggiore sostegno, decidere finalmente che in questa economia globale l'occasione di avere un'istruzione universitaria non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi ricchi, ma un diritto inalienabile di ogni americano. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno in America. È per questo che io corro per la presidenza.

L'altra parte verrà qui a settembre e offrirà una serie di politiche e di posizioni molto diverse, e questo è un dibattito che io aspetto con impazienza. È un dibattito che il popolo americano si merita. Ma quello che non si merita è un'altra elezione governata dalla paura, dalla diffamazione e dalla divisione. Quello che non sentirete da questa campagna o da questo partito è quel genere di politica che usa la religione come un elemento di divisione e il patriottismo come una clava, quella politica che vede i nostri avversari non come concorrenti da sfidare ma come nemici da demonizzare. Perché noi possiamo definirci Democratici e Repubblicani, ma siamo prima di tutto americani. Siamo sempre prima di tutto americani.

Nonostante quello che ha detto stasera l'ottimo senatore dell'Arizona, io ho visto molte volte, nei miei vent'anni di vita pubblica, persone di idee e opinioni differenti trovare un terreno d'incontro, e io stesso in molte occasioni ho creato questo terreno d'incontro. Ho camminato sottobraccio con leader di quartiere nel South Side di Chicago, e ho visto stemperarsi le tensioni tra neri, bianchi, e ispanici mentre lottavano insieme per avere un buon lavoro e una buona istruzione. Sono stato seduto a uno stesso tavolo con rappresentanti della magistratura e delle forze dell'ordine e sostenitori dei diritti umani per riformare un sistema della giustizia penale che ha mandato tredici innocenti nel braccio della morte. E ho lavorato insieme ad amici dell'altro partito per garantire un'assicurazione sanitaria a un maggior numero di bambini e uno sgravio fiscale a un maggior numero di famiglie di lavoratori; per frenare la proliferazione delle armi nucleari e per fare in modo che il popolo americano sappia dove vengono spesi i soldi delle sue tasse; e per ridurre l'influenza dei lobbisti che troppo spesso stabiliscono le priorità a Washington.

Nel nostro Paese, io ho scoperto che questa collaborazione non avviene perché siamo d'accordo su ogni cosa, ma perché dietro a tutte le etichette e false divisioni e categorie che ci definiscono, al di là di tutti i battibecchi e le schermaglie politiche a Washington, gli americani sono un popolo onesto, generoso, compassionevole, unito da sfide e speranze comuni. E in certi momenti, è a questa bontà di fondo che si fa appello per tornare a far grande questo Paese.
Così è stato per quel gruppo di patrioti riuniti in una sala a Filadelfia, che dichiararono la formazione di una più perfetta unione; e per tutti coloro che sui campi di battaglia di Gettysburg e di Antietam [luoghi di importanti battaglie della Guerra di secessione, ndt] si impegnarono fino allo spasimo per salvare quella stessa unione.

Così è stato per la più grande delle generazioni, che sconfisse la paura stessa e liberò un continente dalla tirannia facendo di questo Paese una terra di opportunità e prosperità senza limiti.
Così è stato per i lavoratori che hanno tenuto duro nei picchetti; per le donne che hanno infranto il soffitto di cristallo; per i bambini che sfidarono il ponte di Selma [allusione a un famoso episodio delle lotte per i diritti civili degli anni '60, ndt] per la causa della libertà.
Così è stato per ogni generazione che ha affrontato le sfide più grandi, contro ogni speranza, per lasciare ai loro figli un mondo che è migliore, più buono e più giusto.

E così dev'essere per noi.

America, questo è il nostro momento. Questa è il nostro tempo. Il tempo di voltare pagina rispetto alle politica del passato. Il tempo di apportare una nuova energia e nuove idee alle sfide che abbiamo di fronte. Il tempo di offrire una direzione nuova al Paese che amiamo.

Il viaggio sarà difficile. La strada sarà lunga. Io affronto questa sfida con profonda umiltà e consapevolezza dei miei limiti. Ma l'affronto con una fede illimitata nella capacità del popolo americano. Perché se siamo pronti a lavorare per questo obbiettivo, e a lottare per questo obbiettivo, e a credere in questo obbiettivo, allora sono assolutamente certo che le generazioni future potranno guardarsi indietro e dire ai nostri figli che questo fu il momento in cui cominciammo a offrire assistenza sanitaria per gli ammalati e un buon lavoro ai disoccupati; questo fu il momento in cui l'innalzamento dei mari cominciò a rallentare e il nostro pianeta cominciò a guarire; questo fu il momento in cui mettemmo fine a una guerra e garantimmo la sicurezza della nostra nazione e ripristinammo l'immagine dell'America come ultima e migliore speranza per il pianeta. Questo fu il momento – questo fu il tempo – in cui ci unimmo per ricostruire questa grande nazione in modo tale da rispecchiare la nostra vera identità e i nostri più alti ideali. Grazie, che Dio vi benedica e che Dio benedica l'America.

Martedì, 4 Novembre, 2008 - 12:36

IL DISCORSO INTEGRALE DI BARACK OBAMA A BERLINO

IL DISCORSO INTEGRALE DI BARACK OBAMA A BERLINO
(24 luglio 2008)
Ringrazio i cittadini di Berlino e tutto il popolo tedesco. Vorrei ringraziare anche il Cancelliere Signora Merkel e il ministro degli Esteri Steinmeier per l’accoglienza che mi hanno riservato. Grazie al sindaco Wowereit, ringrazio il Senato di Berlino, le forze di polizia. Soprattutto grazie per questo vostro benvenuto.
Io vengo a Berlino seguendo le orme di molti miei concittadini venuti prima di me. Questa sera vi parlo non come candidato alle elezioni presidenziali, ma come cittadino, un cittadino degli Stati Uniti fiero di essere tale e un cittadino del mondo dunque anche vostro concittadino.
So di non somigliare agli altri americani che prima di me hanno tenuto discorsi in questa grande città. La strada che mi ha condotto qui è stata fortuita. Mia madre è nata nell’entroterra d’America, mio padre, invece, è nato in Kenya, dove fin da piccolo pascolava capre. Suo padre, mio nonno, faceva il cuoco e serviva nelle case degli inglesi.
Nel bel mezzo della guerra fredda mio padre decise, e come lui molti che vivevano negli angoli più sperduti della terra, che il suo sogno, la sua grande aspirazione richiedevano, per realizzarsi, la libertà e le opportunità che l’Occidente prometteva. Così scrisse lettere a molte università sparse per tutta l’America finché qualcuno, da qualche parte, raccolse il suo appello per una vita migliore.
Ecco perché sono qui. E voi siete qui perché anche voi conoscete quel tipo di aspettativa. Questa città, più di qualunque altra, conosce l’anelito alla libertà. Voi tutti sapete che la sola ragione per cui siamo qui riuniti stasera è perché donne e uomini di entrambe le nostre nazioni si sono uniti, anche lottando e sacrificandosi, per ottenere questa vita migliore.
Il nostro è un sodalizio cominciato nell’estate di sessant’anni fa, il giorno in cui il primo aereo americano toccò il suolo di Templehof.
All’epoca, gran parte di questo continente era ancora in rovina. Eppure, le macerie di questa città un giorno sarebbero servite a erigere un muro. L’ombra Sovietica si era allungata su tutta l’Europa orientale, mentre in Occidente l’America, la Gran Bretagna e la Francia inventariavano le loro perdite e meditavano su come si sarebbe potuto ricostruire il mondo.
E’ qui che le due parti si sono incontrate. E il 24 giugno 1948 i comunisti decisero di isolare la parte occidentale della città. Tagliarono alimenti e forniture a più di due milioni di tedeschi, cercando così di spegnere l’ultimo guizzo di libertà nella città di Berlino.
Le nostre forze non potevano reggere il confronto con la ben più potente armata sovietica. E tuttavia una nostra ritirata avrebbe permesso al comunismo di marciare sull’Europa. Laddove era finita l’ultima guerra mondiale avrebbe potuto facilmente iniziarne un’altra. Rimaneva un solo ostacolo: Berlino.
E fu allora che cominciò il ponte aereo. Fu allora che la più vasta e più improbabile operazione di soccorso della storia portò cibo e speranza alla gente di questa città.
Tutto sembrava ostacolare il successo dell’operazione. D’inverno il cielo era reso impraticabile da una fitta nebbia e molti aerei furono costretti a tornare indietro senza poter depositare i rifornimenti necessari. Le strade dove siamo oggi in questo momento erano gremite allora di famiglie affamate che nulla proteggeva dal freddo.
Ma anche nelle ore più buie il popolo berlinese manteneva accesa la fiamma della speranza. Era un popolo che si rifiutava di arrendersi. Finché un giorno d’autunno centinaia di migliaia di berlinesi si sono radunati davanti al famoso zoo per ascoltare il sindaco della città che invocava il mondo affinché non rinunciasse al sogno della libertà. “Abbiamo una sola possibilità – disse – che è quella di rimanere uniti finché questa battaglia non sarà vinta… La gente di Berlino ha parlato. Noi tutti abbiamo fatto il nostro dovere e continueremo a farlo. Gente del mondo intero, ora sta a voi fare il vostro dovere… Popoli di tutto il mondo, volgete il vostro sguardo a Berlino!”
Popoli di tutto il mondo rivolgete lo sguardo a Berlino!
Guardate Berlino, dove tedeschi e americani hanno imparato a lavorare insieme e a fidarsi gli uni degli altri ad appena tre anni dalla fine del sanguinoso conflitto che li ha visti nemici.
Guardate Berlino, dove la determinazione di un popolo ha incontrato la generosità del piano Marshall e ha dato vita al miracolo tedesco, dove una vittoria sulla tirannia ha portato al patto atlantico, la più grande alleanza mai stretta per difendere la sicurezza di noi tutti.
Guardate Berlino, dove i buchi delle pallottole negli edifici e nei cupi pilastri poco distanti dalla porta di Brandeburgo ci ricordano che non dobbiamo mai dimenticare la nostra comune appartenenza alla stessa famiglia umana.
Popoli di tutto il mondo guardate Berlino, dove è caduto un muro e un continente si è riunito e la storia ha potuto dimostrare che non esiste sfida troppo ardita per un mondo che non vuole essere diviso.
Sessant’anni dopo il ponte aereo, di nuovo la storia fa appello a tutti noi. Questa storia ci ha condotti a un nuovo bivio, con nuove promesse e nuovi pericoli. Quando voi tedeschi avete abbattuto quel muro – un muro che divideva l'Oriente dall’Occidente, la libertà dalla tirannia, la paura dalla speranza – molti altri muri sono crollati nel resto del mondo. Da Kiev a Cape Town, chiusi i campi di prigionia, aperte le porte alla democrazia. Anche i mercati si sono aperti mentre l’informazione e la tecnologia abbattevano via via ogni ostacolo alla prosperità e alle opportunità di vita. Mentre il ventesimo secolo ci ha insegnato che condividiamo un destino comune, il ventunesimo secolo ci sta svelando un mondo che interagisce intensamente come mai prima nella storia dell’umanità.
La caduta del muro di Berlino ha portato una nuova speranza. Eppure proprio questa riunificazione ha determinato nuovi pericoli che i confini di un solo Paese non riescono a contenere e neanche la distesa di un oceano.
I terroristi dell’11 settembre hanno ordito il loro complotto ad Amburgo e sono stati addestrati a Kandahar e Karachi per poi uccidere sul suolo americano migliaia di persone del mondo intero.
Mentre parliamo, le automobili di Boston e le industrie di Pechino stanno sciogliendo la calotta artica, erodendo le coste dell’Atlantico e portando siccità ai terreni agricoli dal Kansas al Kenya.
Le scorie nucleari malamente custodite nelle centrali della ex Unione Sovietica, o i segreti celati da uno scienziato pachistano potrebbero dar luogo a una bomba da far esplodere, chissà, a Parigi. I papaveri dell’Afghanistan diventano l’eroina che circola qui a Berlino. La povertà e la violenza in Somalia anch’esse alimentano il terrore di domani. Il genocidio nel Darfur ammanta di vergogna la coscienza di noi tutti.
In questo nuovo mondo tali correnti pericolose corrono più veloci dei nostri sforzi per contenerle. Ecco perché non possiamo permetterci di essere divisi. Nessuna nazione per quanto grande e potente può da sola sconfiggere questi nemici. Nessuno di noi può negare queste minacce o scaricare la propria responsabilità nel farvi fronte. Eppure, in assenza dei carri armati sovietici e di quel terribile muro, dimentichiamo con troppa facilità quanto tutto questo sia vero. Se siamo onesti gli uni con gli altri, possiamo riconoscere che a volte, su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo ceduto a una certa divergenza di opinioni dimenticando il nostro destino comune.
In Europa troppo spesso purtroppo si pensa che l’America faccia parte degli aspetti negativi del nostro mondo, invece di essere vista come una forza che può aiutare a renderlo più giusto. In America c’è chi deride e nega l’importanza del ruolo che ha l’Europa nel nostro futuro e nella tutela della nostra sicurezza. In entrambi questi punti di vista manca quell’aspetto di verità che consiste nell’ammettere che gli europei di oggi si fanno carico di nuovi oneri e di nuove responsabilità anche in regioni critiche del mondo, proprio come fecero gli americani costruendo le loro basi nel secolo scorso, basi che tuttora tutelano la sicurezza di questo continente. E allo stesso modo il nostro paese ancora si sacrifica in grande misura per la libertà in tutto il pianeta.
Sì, ci sono state divergenze fra l’America e l’Europa. E senza dubbio altre ce ne saranno in futuro. Tuttavia, gli oneri di questa “cittadinanza globale” continuano a tenerci uniti. Non sarà un cambio della leadership a Washington a sollevarci da queste responsabilità. In questo nuovo secolo, si richiede sia agli americani che agli europei di fare di più , e non certo di meno. La collaborazione e il sodalizio fra nazioni non è una scelta, è una strada obbligata, la sola via da percorrere per proteggere la nostra comune sicurezza e per portare avanti l’umanità di cui tutti siamo parte.
Ecco perché il pericolo più grave fra tutti è quello di permettere che nuovi muri ci dividano. Muri fra gli alleati delle due sponde dell’Atlantico non potranno mai reggere, così come non reggeranno muri che dividano i paesi che hanno tutto da quelli che non hanno niente. Muri fra razze e tribù, fra nativi di uno stato e immigrati, muri che dividano cristiani, mussulmani ed ebrei. Sono questi i muri che oggi ci si chiede di abbattere.
Sappiamo bene che già prima d’oggi muri simili si sono infranti. Dopo secoli di guerre, i popoli europei hanno dato vita a un’Unione fatta di promesse e prosperità. Qui, oggi, ai piedi di questo stele alla vittoria in guerra, noi ci incontriamo nel cuore di un’Europa in pace. Non soltanto è stato abbattuto il muro di Berlino, ma altri ne sono crollati a Belfast, dove protestanti e cattolici hanno trovato un modo per convivere civilmente, nei Balcani, dove grazie alla nostra alleanza atlantica sono finiti i conflitti e i criminali di guerra sono stati consegnati alla giustizia e poi in Sudafrica, dove la lotta di persone coraggiose ha finalmente sconfitto l’Apartheid.
In altre parole, la storia ci ricorda sempre che i muri possono essere abbattuti. Il compito, tuttavia, non è mai facile. Il vero sodalizio e i veri progressi richiedono un lavoro costante e un livello di sacrificio sempre alto. Bisogna condividere il peso dello sviluppo e degli sforzi diplomatici, del progresso e della pace. Bisogna che gli alleati si ascoltino gli uni con gli altri, imparino sempre qualcosa gli uni dagli altri, e soprattutto si fidino gli uni degli altri.
Per questa ragione né all’America né all’Europa è consentito di ripiegarsi su se stesse. L’America non potrebbe avere alleato migliore dell’Europa. E’ arrivato il momento di costruire nuovi ponti su tutto il pianeta, ponti solidi come quello che collega noi americani a voi alleati europei attraverso l’Atlantico. E’ venuto il momento di unirsi attraverso una collaborazione costante, istituzioni forti, sacrifici condivisi e un impegno globale per il progresso, volto ad affrontare le sfide del 21 esimo secolo. Fu questo lo spirito che condusse sopra Berlino gli apparecchi del ponte aereo nel 1948. Fu questo lo spirito che radunò allora il popolo berlinese proprio qui, dove siamo noi stasera. E’ arrivato il momento per il nostro paese, per il vostro, e per tutte le nazioni, di risvegliare quello spirito a nuova vita.
E’ arrivato il momento di sgominare il terrorismo e di prosciugare il pozzo degli estremismi che lo sostengono. Qui si parla di una minaccia reale e nessuno di noi può tirarsi indietro e rifiutare la responsabilità di combatterla. Come siamo stati capaci di fondare la NATO per far fronte all’Unione Sovietica, così saremo in grado di unirci in un nuovo sodalizio globale capace di smantellare la rete (terroristica) che ha colpito il mondo da Madrid ad Amman, da Londra a Bali, da Washington a New York. Se siamo riusciti a vincere la battaglia ideologica contro il comunismo, riusciremo anche a fare fronte comune con la maggioranza dei mussulmani, quelli cioè che rifiutano l’estremismo in quanto fonte di odio anziché di speranza.
E’ arrivato il momento di rinnovare il nostro fermo impegno a snidare i terroristi che minacciano la nostra sicurezza in Afghanistan e i trafficanti che spacciano droga nelle vostre strade. Nessuno auspica la guerra. Prendo atto delle enormi difficoltà in Afghanistan. E tuttavia, il mio e il vostro paese devono puntare al successo di questa prima missione della NATO oltre i confini dell’Europa. Per il popolo Afgano e per la sicurezza di noi tutti, la missione dovrà essere compiuta. L’America non può farcela da sola. Il popolo afgano ha bisogno delle nostre come delle vostre truppe, del nostro come del vostro appoggio per battere Al Qaeda e i Talebani, per far avanzare la sua economia, per riuscire a ricostruire il paese. Troppo alta è la posta in gioco per ritirarsi.
E’ arrivato il momento di ribadire il nostro obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari. Le due superpotenze che si sono affrontate in questa città da una parte all’altra del muro, troppo spesso sono arrivate molto vicine a distruggere ciò che tutti noi abbiamo costruito e che amiamo. Caduto quel muro, non dobbiamo tuttavia abbassare la guardia e assistere senza battere ciglio all’ulteriore espandersi di quell’atomo letale. E’ urgente ormai rendere inoffensivi tutti i detriti nucleari sparsi sul pianeta, fermare la corsa agli armamenti nucleari e ridurre gli arsenali che ormai appartengono a un’altra era. Questo è il momento di perseguire la pace in un mondo definitivamente libero dalle armi nucleari. Per ogni nazione europea, è giunto infine il momento di determinare il proprio futuro, un futuro libero dalle ombre del passato. In questo secolo, abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte, che consolidi al massimo la sicurezza e la prosperità di questo continente, pur non negando un aiuto ad altri. In questo secolo - e proprio in questa “città delle città” - dobbiamo ripudiare la mentalità da guerra fredda che ha funestato il nostro passato e deciderci a collaborare, quando è possibile, con la Russia, a difendere i nostri valori quando è necessario a perseguire un sodalizio che coinvolga la totalità di questo continente.
E’ arrivato il momento di costruire sulla ricchezza che i liberi mercati hanno creato e di suddividere in modo più equo i suoi benefici. Il (libero) commercio ha rappresentato una pietra miliare sul cammino della nostra crescita e dello sviluppo globale. Tuttavia, si tratta di una crescita che non saremo in grado di sostenere se essa rimarrà appannaggio di pochi e non patrimonio di molti. Insieme, dovremo creare un mercato volto a compensare concretamente quel lavoro che ha permesso la ricchezza, e proteggere con forza le nostre popolazioni e il nostro pianeta. E’ giunto il momento di aderire a un mercato che sia davvero libero ed equo per tutti.
Questo è il momento in cui noi tutti dobbiamo contribuire a dare una risposta all’attesa di “un’alba nuova” in Medio Oriente. Il mio paese deve unirsi al vostro e all’Europa tutta nell’indirizzare all’Iran un messaggio chiaro e cioè che dovrà abbandonare le sue ambizioni nucleari. Dobbiamo appoggiare i libanesi che hanno lottato e dato il loro sangue per la democrazia, dobbiamo appoggiare gli israeliani e i palestinesi che sono alla ricerca di una pace lunga e duratura. Malgrado i dissapori del passato, in questo momento il mondo intero dovrebbe aiutare i milioni di iracheni che stanno tentando di ricostruire le loro vite. Questo avverrà anche grazie al passaggio delle consegne al governo iracheno mentre cercheremo di porre fine a questa guerra.
E’ il momento di unirci tutti per salvare questo nostro pianeta. Dobbiamo decidere tutti, unanimemente, che non lasceremo ai nostri figli un pianeta dove le acque degli oceani salgono mentre la siccità e la fame dilagano e tempeste violentissime devastano i nostri paesi. Stabiliamo che ciascuno dei nostri paesi, incluso il mio, dovrà agire per ridurre le emissioni di anidride carbonica nella nostra atmosfera dimostrando la stessa serietà e determinazione di cui la Germania ha sempre dato prova. E’ arrivato il momento di restituire ai nostri figli il loro futuro. E’ arrivato il momento di fare fronte comune.
Ed è anche il momento di incoraggiare coloro che sono rimasti indietro, travolti dalla globalizzazione. Dobbiamo sempre tenere a mente che la guerra fredda, nata proprio in questa città, non fu una guerra per la conquista di terre o di tesori. Sessant’anni fa, gli aerei che sorvolavano Berlino non lanciavano bombe, ma cibo, carbone e caramelle per i bambini. E in quella gara di solidarietà, i piloti vinsero ben più di una battaglia convenzionale. Conquistarono cuori e menti, amore, lealtà e fiducia e non soltanto dagli abitanti di questa città, ma da tutti quelli che seppero della loro impresa nei cieli di Berlino.
Oggi il mondo sta a guardare e ricorderà in futuro quello che stiamo facendo noi qui, e cosa ci proponiamo di fare. Il mondo si chiede se tenderemo la mano ai diseredati negli angoli più oscuri e negletti del pianeta, gente che sogna una vita all’insegna della dignità e delle opportunità, della sicurezza e della giustizia. Se salveremo i bambini del Banghladesh dall’estrema indigenza, se daremo un tetto ai profughi del Chad e se sconfiggeremo il flagello della nostra epoca, l’AIDS.
Si chiede se sosterremo i diritti umani difesi dai dissidenti birmani, i blogger in Iran e gli elettori dello Z.imbabwe. Se daremo un senso alle parole “Mai Più” (“Nie Wieder”) anche nel Darfur.
Tutte le nazioni si chiedono se ci rendiamo conto che l’esempio dato al mondo da ognuno dei nostri paesi è il più forte che possa esistere. Si chiedono se metteremo al bando la tortura e se sosterremo lo stato di diritto. Se accoglieremo gli immigranti provenienti da paesi diversi mettendo fine alle discriminazioni verso chi non ha il nostro stesso colore o la nostra stessa fede. Si chiedono se manterremo la nostra promessa riguardo all’uguaglianza e alle stesse opportunità per tutti. Popolo di Berlino, nazioni di tutto il mondo, questo è il nostro momento, il nostro tempo è arrivato.
So che il mio paese non può dirsi perfetto. Ci sono stati momenti in cui è stato duro mantenere le promesse di libertà e uguaglianza fatte a tutto il nostro popolo. Abbiamo commesso la nostra parte di errori. In alcuni casi, le nostre azioni nel mondo intero non sono state all’altezza delle nostre sia pur migliori intenzioni.
Ma so altrettanto bene quanto io ami l’America. So che per oltre due secoli ci siamo battuti - con costi e sacrifici immensi - per costruire un’unione più solida e per cercare, con l’aiuto di altre nazioni, di dare nuove speranze al mondo. Nessun regno e nessuna tribù ha mai potuto vantare la nostra fedeltà esclusiva, giacché il nostro è un paese dove si parlano tutte le lingue, dove molte diverse culture hanno lasciato nella nostra la loro impronta e dove ogni opinione viene liberamente espressa sulle pubbliche piazze. Quello che ci ha sempre uniti, quello che sostiene tutto il nostro popolo e gli dà forza, quello che attirò mio padre sulle rive dell’America è un concerto di ideali che risponde alle aspirazioni di tutti : poter vivere liberi dalla paura e dalle privazioni, potersi esprimere apertamente, unirsi, associarsi con chi si desideri e infine professare liberamente la propria fede.
Queste sono le stesse aspirazioni che hanno accomunato i destini di nazioni diverse in questa città. Queste aspirazioni sono più forti di qualsiasi cosa voglia dividerci ed è in nome di queste aspirazioni che iniziò il ponte aereo e che le persone libere del mondo intero sono diventate cittadini di Berlino. E’ dunque perseguendo queste aspirazioni che la nuova generazione - la nostra generazione - deve imprimere la sua impronta al mondo.
Popolo di Berlino, popoli del mondo, questa è una sfida di enormi proporzioni. Ci aspetta un lungo cammino. Ma io sono qui fra voi per annunciarvi che siamo gli eredi di una battaglia per la libertà. Siamo un popolo di audaci speranze. Abbiamo gli occhi rivolti al futuro, il cuore traboccante di risolutezza. Teniamo a mente la storia, rispondiamo alla chiamata del nostro destino e, ancora una volta, cambiamo il mondo.
Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 17:16

Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto

Giovedì 6.11 alla Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto
alla Trattoria Musicale del Circolo ArciCorvetto
Introduce la serata
IL TRIO
Davide Logiri (piano)- Stefano Scopece (Contrabbasso)- Paolo Traino (batteria)
seguirà una
JAM SESSION
Aperta a tutti i musicisti
Per cena: ARROSTO ALLA ROMANA CON PATATE AL FORNO
L’ingresso mangiando è al solito 10 euro (se potete, mandateci una mail per prenotare, possibilmente in anticipo, martedì/mercoledì).
il solo ingresso 3 euro (ovviamente, in entrambi i casi, con tessera arci).
VI ASPETTIAMO!
Circolo Arci Corvetto, Via Oglio 21, MM Brenta - Milano
Circolo Arci Corvetto, Via Oglio 21, MM Brenta - Milano

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49 50 51 52 53 54 55 56 57
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