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.: Il Blog di Antonella Fachin
Mercoledì, 12 Novembre, 2008 - 10:15

se non ora quando? appello per una commissione antimafia

Rinnovo l'invito ad aderire all'appello qui sotto riportato per memoria ... è un piccolo gesto ma dall'alto valore simbolico: anche a Milano ci sono criminalità organizzata, infiltrazioni mafiose, camorristiche ecc. e bisogna prenderne coscienza anche a livello politico!

Invia la tua adesione all'indirizzo listafoappello@gmail.com scrivendo:

 
aderisco all'appello " Se non ora quando? Appello per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese da inviare all'Amministrazione Comunale di Milano".
Nome e Cognome

Qui di seguito le numerose adesioni sinora pervenute... ma le adesioni non sono mai abbastanza!!!
Chi ha già aderito segnali l'appello ad amici e parenti. GRAZIE!

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliere di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano

Basilio Rizzo, Giovanni Colombo, Vladimiro Merlin, Patrizia Quartieri, Francesca Zajczyk, Emilio Molinari, Vittorio Agnoletto, Alessandro Rizzo,Gianni Barbacetto, Antonello Patta, Gianni Occhi, Irma Dioli, Nando dalla Chiesa, Luciano Muhlbauer, Lorenzo Frigerio, Paolo Cagna Ninchi, Giuseppe Natale, Amalia Navoni, Maurizio Pagani, Antonella Fachin, Franco Brughiera, Raffaele Taddeo, Sergio Segio, Tommaso Zampagni, Thomas Schmid, Marco Bersani, Paolo Azioni, Vanni Mirandola, Nello Vescovi, Liborio Francesco Cozzoli, Luisa Spinoso, Renata Sparacio, Francesco Pedrazzi, Giulio Cengia, Guido Gavazzi, Maria Carla Baroni, Alessandro Cangemi, Anna Alziati, Angelo Valdameri, Vincenzo Viola, Rossana Campisi, Fabrizio Casavola, Francesca Mileto Fausto Marchesi, Aligi Maschera, Christian Elevati, Loredana Fantini, Roberto Brambilla, Rolando Mastrodonato, Valerio Imbatti, Aldo Rossetti, Luigi Candreva, Alessandro Guido, Eleonora De Bernardi, Cristina Agosti, Piero Basso, Enrica Torretta, Roberto Cagnoli, Ida Alessandroni, Giampaolo Ferrandini, Ersilia Monti, Stefano Panigada, Giacomo Sicurello, Mirella De Gregorio, Luigi Campolo, Empirio Vito, Emanuele Gabardi, Vincenzo Vasciaveo, Edda Boletti, Saverio Benedetti, Silvano Pasquini, Fabio Ricardi, Camillo Gama Malcher, Cristina Benato, Edgardo Bernasconi, Claudio Armellini, Silvia Biassoni, Pietro Zanisi, Emanuele Concadoro, Mariateresa Lardera, Grazia Casagrande, Simona Platè, Gabriella Benedetti, Enzo Bensi, Massimo Gentili, Stefania Cappelletti, Mercedes Mas, Davide Frigerio, Giovanni Amico, Giogo Nobili, Rosanna Gatti, Andrea Sanclemente, Gabriella Grasso, Paolo Meyer, Giuliana Nichelini, Silvio Agnello, Luca Ariano, Marco Alberti, Claudia Giella, Ibrahîm 'Abd an-Nûr Gabriele Iungo, Gregorio Mantella, Sergio Marinoni, Anna Pedrazzi, Simone Panozzo, Michele Sacerdoti, Luigi Ranzani, Tommaso Botta, Mona Mohamed, Tommaso Dilauro, Maurilio Pogliani, Franco La Spina, Paolo Baruffa, Eliana Scarafaggi, Maurilio Grassi, Pennu, Roberto Prina, Donatela Cabrini, Giulio Cavazioni, Claudia Guastaldi Musso, Biagio Strocchia, Aldo Sachero, Donfrengo, Miriam Garavaglia, Marco Fassino, Luciano Luca Pasetti, Ferdinando Lenoci, Fabio di Falco, Lidia Meriggi, Ennio Riva, Carmen Cavazzoli, Renato Mele, Nadia Barbetti, Teresa Isenburg, Paolo Migliavacca, Monica Rossi, Giancarlo Roncato, Marina Lagori, Mario Bonica, Camilla Notarbartolo, Luisa A. Meldolesi, Bianca Dacomo Annoni, Renato Vallini, Tiziana Marsico, Daniele Gaggianesi, Ester Prestini, Salvatore Fraticelli, Alessandra Durante, Anna Maria Osnaghi, Rino Messina, Mattea Avello, Daniele Leoni, Angela Persici, Ruggero Bogani, Laura Bogani, Armando Costantino, Bruno Giulio, Antonio Lupo, Amanda e Silvio, Vincenzo Modarelli, Cristina Simonini, Alessandra Manzoni, Giuliana De Carli, Renato Merlini, Maria Luisa Sciarra, Federico Marchini, Luciana P. Pellegreffi, Alda Capoferri, Stefania Fuso Nerini, Riccardo Poggi, Maria Rosa Strocchi, Luisa Motta, Giovanna Groppi, Renato Lana, Massimo De Giuli, Guido Bolzani, Tony Rusconi, Romano Miglioli, Guia Faglia, Liborio Francesco Cozzoli, Silvia Olivotti, Ermanno de Gregorio, Annamaria Trebo, Lino de Gregorio, Tina Fusar Poli, Marina Querciagrossa, Giuliana Zoppis, Melissa Corbidge, Emanuela Nava, Davide Radaelli, Paolo Zani, Siliana Silvia Inguaggiato, Ernesto Pedrini, Marisa Gaggini, Giorgio Boccalari, Carla Gnecchi Ruscone, Luca Trada, Francesco Paolella, Edvige Cambiaghi, Carlo Rossi, Adele Rossi, Daniela Rossi, Roberto Zuccolin, Paola Iubatti, Marina Gorla, Pasquale Palena, Paolo Limonta, Elena Tagliaferri, Stefano Levi Della Torre, Marco Tatò, Edoardo Bottini, Davide Pelanda, Simona Bessone, Antonio Frascone, Renata Rambaldi, Tatiana Cazzaniga, Cristina Franceschi, Nicoletta Lucatelli, Francesca Carmi, Federico Mininni, Jacopo Casadei, Sandro Artioli, Carla Dentella, Alessandro Zanardi, Giovanna Ronco, Giovanni Acquati, Franco Calamida, Giuseppina Renzetti, Alfredo Minichini, Patrizia Tovazzi, Roberto Capucciati, Piercarlo Collini, Stefano Costa, Davide Sini, Paola Trotta, Antonio de Cristofaro, Andrea Fedeli, Alberto Risi, Annamaria Palo, Luigia Pasi, Brunella Panici, Vincenzo di Giacomo, Bianca Avigo, Marco Gimmelli, Flora Tannini, Stefania Veronese, Milena Mazzoni, Ernesto Rossi, Ezio Fornasier, Alessandro Guido, Serena Scionti, Parisina Dettoni, Cesarina Martin, Mariolina De Luca Cardillo, Teresa Ricco, Erica Rodari, Domenico Bertelli, ASSOCIAZIONE PROGETTO GAIA (Milano), Marco Poma, Silvio  Saffaro, Massimo Incontri, Mauro Leoni, Valeria Cornelio, Adriano Sgrò, Donatella Lunardon, Alberto Mazzenzana, Giovanna Procacci, Alessandro Angelotti, Daniela Bastianoni, Grazia Lurati, Giuseppe Caldera, Antonio Iosa, Silva Dondi, Guido Consonni, Giulio Meraviglia, Bruno Banone, Sara Montrasio, Luisa Ferrario, Giovanni  Abbiati, Norberto Trabucchi, Lucia Bertolini, Graziella Osellame, Raffaella Noseda, Chiara Noseda, Francesco Pirelli, Patrizia Miozzi, Maurizio Bertasi, Donatella Costelli, Céline Dissard, Gianni Cabinato, Maria Rosaria Canzano, Angela Di Terlizzi, Luciano Vailati, Augusta Bottazzi, Daniela Galuzzi, Viki Corsieri, Luca Prini
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SE NON ORA QUANDO?
 
Appello della Lista Uniti con Dario Fo per Milano
per una Commissione d'inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia nel territorio milanese
A Milano la mafia esiste. I fatti dimostrano che nella "capitale finanziaria" la corruzione persiste in modo invasivo. Vincenzo Macrì, componente della Direzione Nazionale Antimafia, assicura che "Milano è la vera capitale della "ndrangheta". Si parla anche di mafia, camorra, sacra corona unita. A testimoniarlo sono fatti giuridicamente sottoposti a procedimenti penali ancora in corso. Politica ed economia intessono relazioni pericolose con esponenti delle cosche.
Diversi sono stati gli omicidi di stampo mafioso commessi negli ultimi mesi, ricordiamo per ultimo Cataldo Aloisio, 34 anni, freddato nel Nord Ovest di Milano da un colpo di pistola alla nuca.
Come spiega Gianni Barbacetto, un potere non più occulto si è insediato nella città e come una idra multitentacolare tende a pervaderne il tessuto sociale, economico e politico.
L'emergenza in città viene indirizzata verso i Rom, oppure verso i furti e le rapine che sono in netto calo negli ultimi anni: il resto non sussiste. Non si comprende che spesso la microcriminalità esiste perché esiste la macrocriminalità delle organizzazioni mafiose.
La mafia a Milano, come scrive nel suo libro Giampiero Rossi, permane ormai da tempo in diversi settori: dai piccoli spacciatori sulla strada ai consulenti finanziari, ai commercialisti, ai direttori di banca negli uffici "ovattati" del centro cittadino, capitale del "business".
La macrocriminalità ricicla il denaro che gli viene fornito da una certa finanza bancaria e di borsa che, pur non essendo organica alla "cosca", rimane complice di un sistema di corruzione e di inquinamento della libera concorrenza.
La mafia è un problema culturale, asserisce Giovanni Impastato, fratello di Peppino. E anche nel Nord la cultura dominante è quella dell'illegalità.
Occorre creare una Commissione di controllo sugli appalti dell'EXPO, una commissione speciale d'inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio cittadino: la proposta giace in Consiglio Comunale, nonostante l'apprezzamento trasversale che ha ottenuto.
La società civile, l'associazionismo per la legalità, Don Gino Rigoldi, Libera, intellettuali e uomini di cultura hanno più volte avanzato la proposta, anche precedentemente all'assegnazione dell'EXPO a Milano. Ma l'amministrazione è sempre apparsa sorda di fronte a una richiesta corale di fare fronte all'emergenza dell' illegalità mafiosa, corrosiva della convivenza civile e sociale della nostra città.
Occorre subito attivare ogni forma utile a riportare a Milano la cultura della legalità, che è cultura di democrazia, giustizia sociale ed eguaglianza.
Ti chiediamo di aderire a questo appello che alcune cittadine e cittadini indirizzano all'Amministrazione Comunale affinché si chieda subito e si approvi una Commissione d'Inchiesta sul fenomeno della corruzione e della mafia a Milano, coerentemente con quanto sostenuto da più relatori nell'incontro in memoria di Peppino Impastato, tenutosi proprio a Palazzo Marino il 16 settembre 08.

Martedì, 11 Novembre, 2008 - 13:14

Educatori in strada: il Comune chiude un altro servizio educativo

Niente piu' educatori in strada: il Comune di Milano chiude un altro servizio educativo 
Non è uno slogan per contrastare il precariato delle professioni educative, ahinoi. È invece la constatazione che un altro servizio educativo del Comune di Milano ha chiuso i battenti.
L'Educativa di Strada, gestita nelle nove zone di decentramento cittadino da altrettante cooperative sociali, su appalto del Settore Servizi per la Famiglia (Ufficio Sostegno Educativo), si rivolgeva ai giovani tra gli 11 e i 20 anni, non legati a strutture educative stabili.
Ovunque ci sia uno spazio in cui sostare, potenzialmente può incontrarsi una compagnia che magari ha bisogno, desiderio o curiosità di incrociare il proprio sguardo con adulti in grado di dare informazioni, raccogliere richieste, progettare attività che rendano il tempo libero tempo che può (se vogliono) essere reinventato creativamente.
Ma per essere meno generici, e per calarci un po' in zona 2.
La cooperativa che ha gestito il servizio dal 2001 al 2008 si chiama COMIN, e lavora da queste parti dal 1975, occupandosi di minori in carico ai Servizi Sociali (accoglienza in comunità, accompagnamento individuale e di gruppo, promozione dell'affido familiare e molto altro), di famiglie, di promozione socioculturale a diversi livelli. Denominatore comune di tutti i servizi della cooperativa, e principio cardine dell'Educativa di Strada, era ed è la costruzione di legami all'interno della comunità sociale. Legami tra le diverse generazioni, tra italiani e stranieri, tra ragazzi e ragazze, legami con i servizi del territorio.
Legami che creano la sensazione di trovarsi in strade sicure, o meglio in strade che si possono prendere cura di ciascuno, facendolo sentire a casa propria.
Ma facciamo qualche esempio, e diciamo qualche numero.
Nei sette anni di lavoro, l'équipe dell'Educativa di Strada in zona 2 stima di aver contattato complessivamente (conoscendone nomi e spesso storie) almeno cinquecento ragazzi. E sa che agli “eventi” organizzati in zona ne sono passati per lo meno 4000. Le stime, crediamo, sono al ribasso.
Cosa si è fatto, di preciso? Si sono trascorse molte ore (in media tre o quattro ogni pomeriggio della settimana e per tutto l'anno solare) sulle panchine a chiacchierare con i giovani; si sono accompagnati tanti ragazzi a cercare lavoro presso agenzie private e servizi pubblici; si sono organizzati gruppi di studio e si sono svolti incontri individuali per parlare di problemi specifici.
Si sono organizzati concerti, visione di film, eventi dedicati alle controculture, momenti dentro le scuole per parlare di orientamento e servizi territoriali; si è collaborato con gli altri servizi presenti in zona; si è promosso il protagonismo dei giovani artisti; si sono prodotti insieme ai ragazzi materiali informativi che traducessero con loro e per loro le “regole” del mondo dei grandi (la legge sugli stupefacenti, solo per fare un esempio); si sono realizzati video e mostre fotografiche.
Soprattutto, quattro educatori hanno girato in lungo e in largo la zona, fino a conoscerla come le proprie tasche.
E la stessa cosa è avvenuta nel resto della città. Da quattro a sei operatori per ogni zona di decentramento. Storie diverse, metodi diversi, ma finalità molto simili. E adesso?

 
L'Assessore Moioli ha convocato le cooperative all'inizio di giugno, e ha detto che il servizio non poteva essere valutato nella sua efficacia, per cui veniva sospeso. Non condividiamo questo parere, e l'abbiamo fatto presente: i materiali per disporre una valutazione sono stati prodotti, non solo negli ultimi tempi, ma sempre, nel corso degli anni, così come richiesto, e forse oltre quanto richiesto: rendicontazioni quali-quantitative, relazioni sui gruppi, sulla rete e sui luoghi visitati.
Dati raccolti ogni trimestre e puntualmente inviati all'Ufficio Sostegno Educativo.
Attendiamo spiegazioni, e intanto siamo preoccupati, perché un servizio educativo che vive negli spazi dell'informalità, impiega pochissimo tempo a perdere il contatto con il territorio.
È una cosa che sta già avvenendo: gli educatori lavorano altrove, le relazioni con i gruppi si sfilacciano, la rete di cui l'Educativa di Strada si prendeva cura vede i suoi nodi allentarsi.
Siamo preoccupati, ma allo stesso tempo sappiamo che molti cittadini della zona condividono questa preoccupazione con noi, e speriamo che la voce di tutti possa diventare un coro ascoltato da chi ha deciso che gli educatori non dovevano stare più per strada.
Beh, se volete qualche informazione, scriveteci, e vi risponderemo volentieri:
eds@coopcomin.it
Luisa Dell'Acqua, Renzo Foti,
Eloisa Spino, Rocco Del
Nero, Alessia Cattaneo
(educatori di strada della cooperativa COMIN, non più in servizio dal giugno 2008).

Venerdì, 7 Novembre, 2008 - 10:41

Benvenuto Barack: mandiamo un messaggio globale di speranza

La vittoria di Obama potrebbe essere un nuovo inizio per le relazioni fra gli Usa ed il mondo.
Ecco la lista di 10 promesse fatte in campagna elettorale da Obama che riguardano il mondo intero:
 
1.          Ridurre le emissioni di anidride carbonica degli Usa dell’80% entro il 2050 e svolgere un ruolo forte e positivo nel negoziare un trattato vincolante per rimpiazzare il Protocollo di Kyoto in scadenza
2.          Ritirare le truppe dall’Iraq entro 16 mesi, senza mantenere basi permanenti nel paese
3.          Stabilire l’obiettivo chiaro di eliminare le armi nucleari dal pianeta
4.          Chiudere il centro detentivo di Guantanamo Bay
5.          Raddoppiare gli aiuti Usa per dimezzare la povertà estrema entro il 2015 ed accelerare la lotta a Aids/Hiv, tubercolosi e malaria
6.          Aprire relazioni diplomatiche con paesi come Iran e Siria, per perseguire la pacifica risoluzione delle tensioni
7.          De-politicizzare i servizi segreti in modo che non si ripetano mai più manipolazioni come quelle che hanno spinto gli Usa in Iraq
8.          Lanciare uno sforzo diplomatico all’altezza di fermare le stragi in Darfur
9.          Accettare di negoziare solo nuovi accordi commerciali che contengano protezioni ambientali e del lavoro
10.     Investire 150 miliardi di dollari in 10 anni per supportare le energie rinnovabili e raggiungere un milione di auto elettriche in strada entro il 2015


Mandiamo un messaggio globale di speranza, e un invito a lavorare insieme, al nuovo Presidente – sarà messo su un muro gigantesco a Washington:
Raggiungiamo 1 milione di firme e messaggi per Obama da tutti i paesi del Mondo!
Firma il link qui sotto e gira questa mail ad altri:

http://www.avaaz.org/it/million_messages_to_obama/?cl=143263938&v=2378

 
Dopo 8 lunghi anni di Bush – un nuovo inizio!
 
Gli interessi costituiti sono ancora lì, ma la vittoria di Obama porta per gli Usa la opportunità di unirsi finalmente alla comunità mondiale per occuparsi delle sfide urgenti sui cambiamenti climatici, i diritti umani e la pace.
 
Dopo anni, anche decenni, di sfiducia, cogliamo questo momento di unità, riconciliazione  e speranza per inviare un messaggio di calorose congratulazioni ed un invito a lavorare insieme al nuovo Presidente degli Americani.
 
Abbiamo costruito un gigantesco muro vicino alla Casa Bianca a Washington, dove il numero di firme sotto al nostro messaggio ed i messaggi personali da tutto il mondo cresceranno nelle prossime ore. Abbiamo anche chiesto ad Obama di ricevere personalmente la nostra petizione da un gruppo di membri di Avaaz.
 
Questo è un momento di festa per la democrazia, ma gli squali stanno già girando in tondo – compagnie petrolifere, costruttori di armi, lobbisti conservatori, e la potente cricca neo-con che ci ha regalato la guerra in Iraq stanno già press ando furiosamente per affievolire le possibilità di cambiamento. Obama ha promesso unità nazionale, e questi interessi chiederanno un alto prezzo per quella unità.
 
Agiamo rapidamente per fare in modo che le genti del mondo siano ascoltate, ora che Obama si troverà di fronte a scelte cruciali nei prossimi giorni su come mantener fede alle sue promesse elettorali per assicurare un trattato globale robusto sul clima, abolire la tortura e chiudere la prigione di Guantanamo, ritirarsi con prudenza dall’Iraq e raddoppiare gli aiuti per far passare alla storia la povertà nel mondo. Di rado abbiamo avuto maggiori chance di essere ascoltati da un Presidente Usa.
 
Faremo notare che sulle tematiche più urgenti che si trovano ad affrontare Obama ed il popolo Americano – dalla crisi finanziaria ai cambiamenti climatici -- abbiamo bisogno di lavorare assieme come un mondo unito, per ottenere il cambiamento.
 
Con speranza,
 
Ricken, Brett, Alice, Iain, Paula, Paul, Graziela, Pascal, Milena e tutto il tema Avaaz.
 
PS – Qui trovi un link alle campagne precedenti di Avaaz – [ http://www.avaaz.org/it/report_back_2/ ]http://www.avaaz.org/it/repor t_back_2/
 
Mandaci tue foto da mettere sul nostro muro, per email a obamawall@avaaz.org
 
 --------------------------------------
[ http://www.avaaz.org/act/open/143263938.gif ]
 
 
CHI SIAMO
Avaaz.org è un'organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa "voce" in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229
 
Clicca[ http://www.avaaz.org/it/report_back_2/ ] qui per avere maggiori informazioni sulle nostre campagne.

Venerdì, 7 Novembre, 2008 - 10:10

sondaggio per la salute della nostra città

Buona partecipazione al sondaggio promosso da Legambiente, GAS, Ambiente Milano e VAS !
Antonella Fachin

Comunicato di  Genitori Antismog (GAS)

Nell’ambito delle iniziative volte a premere sulle nostre amministrazioni per l’adozione di nuove e più efficaci misure di contenimento dell’inquinamento nella nostra città (e non solo ) è stato realizzato un sondaggio al quale vi invitiamo a partecipare on-line sul sito:

http://sondaggi.legambiente.org/index.php?sid=55127&lang=it


I risultati, che saranno a breve visibili sul sito, ci aiuteranno a dare voce alle nostre richieste.

Grazie a tutti!
Genitori Antismog

Mercoledì, 5 Novembre, 2008 - 11:57

nuovo piano provinciale dei rifiuti: un'occasione persa!

Riprendo e sviluppo alcune considerazioni già espresse dal collega Angelo Valdameri di Zona 6 e invito tutti a partecipare al convegno "DALLA TERRA ALLA TERRA" che si terrà il 15 novembre prossimo sul tema della raccolta differenziata.

Dunque: Approvato il Piano Rifiuti da parte del Consiglio provinciale.
Già! Approvato il NUOVO (!!) Piano Rifiuti della Provincia.
Il documento approvato accoglie le prescrizioni della Regione –espressione di una visione vecchia della gestione dei rifiuti- e quindi amplia la quantità di rifiuti da smaltire (nonostante le norme prevedano l’impegno primario di riduzione della quantità di rifiuti), e invita a localizzare un nuovo inceneritore.
E qui c’è l’inghippo, come dice Angelo: nel nuovo Piano approvato, là dove si dice che non potrà essere realizzato nei parchi regionali, si esclude espressamente il Parco Agricolo Sud. Come se quest’ultimo non fosse un parco a tutti gli effetti: della serie, ci sono parchi di serie A e parchi di serie B; natura di serie A e natura di serie B.

E quale è quella di serie B?!?! Quella che ha una vocazione agricola!!! Quella che produce foraggio per le vacche da latte e per il bestiame di cui ci nutriamo; quella che produce ortaggi e frutta che poi mangiamo!!!
Qualcuno anni fa scrisse: chi inquina l'acqua prima o poi la beve!!
Idem con ciò che mangiamo: prima o poi ce lo inquiniamo da soli!!!

Nel contempo è passato un emendamento del PD che dice no a nuovi impianti a Milano .... vicino al Parco Sud! Angelo ci riferisce che Penati si è comunque già dichiarato possibilista (della serie: “no, ma anche..”?!) dicendo che “il Piano non esclude nulla – ed è vero – con la Regione lavoreremo per definire la nuova localizzazione”!
Siamo alle solite:

  1. il Parco Sud viene inteso come terra di conquista e come territorio in cui allocare tutto quello che la città respinge, dall’inceneritore, agli sfasciacarrozze, alle discariche, alle cave riadattate, come spazio vuoto da riempire con ospedali, centri di ricerca e centri congressi ecc. Beh, la presenza dell'Istituto Europeo Oncologico, IEO, e del CERBA è quanto mai provvidenziale: studieranno e cureranno le persone ammalate di tumori, anche quelli provocati dall'inquinamento da diossina, nanoparticelle, polveri sottili ecc. che le amministarzioni pubbliche invece di diminuire aiutano ad accrescere con gli inceneritori!!
    Non basta l'inquinamento veicolare e da riscaldamento?!?
  2. La gestione dei rifiuti non è intesa in maniera proattiva, come indirizzo e prescrizione verso un modello sociale virtuoso e ambientalmente sostenibile, ma come mero compito di “eliminazione” degli scarti della società, che devono “sparire” dalla faccia della terra: poveri rifiuti! Reietti e rifiutati!
 
Concordo con Angelo: manca, sia a destra che a sinistra, una vera cultura ambientalista che preservi il territorio e l’ambiente, che prenda consapevolezza che i rifiuti sono ancora delle risorse, ricche di materie che non debbono essere distrutte e incenerite, ma recuperate nel vero senso della parola e non con giochi di parole (v. i “Termovalorizzatori”).
Le future generazioni hanno il sacrosanto diritto di ricevere in eredità qualcosa, non un pianeta consumato e incenerito!
Un altro “inghippo” è l’illusione che questo piano rifiuti sia coerente con il principio di autonomia e prossimità nella gestione dei rifiuti.
Con la costruzione di inceneritori non sarà così!!!
Infatti i residui degli inceneritori (molto più tossici dei rifiuti in ingresso!) devono essere smaltiti FUORI provincia: gli scarti devono essere smaltiti in discariche per rifiuti tossici che in provincia di Milano non esistono e le polveri sottili vengono esportate in Germania!!!
La Provincia di Milano ha perso l’occasione di incentivare e prescrivere:
1.    riduzione della quantità di rifiuti prodotti, in primis i rifiuti da imballaggio (se l’amministrazione favorisse la filiera dell’“imballaggio a rendere”, come una volta c’era il vuoto a rendere, sono certa che le imprese per prime e “volontariamente” troverebbero soluzioni più economiche e più facilmente gestibili, tramite la riduzione della quantità di imballaggi utilizzati);
2.    sviluppo della raccolta differenziata e dell’umido (che rappresenta il 30-40% dei rifiuti):
-         basterebbero centri per la produzione di compost (=dalla terra alla terra),
-         piattaforme di recupero e riciclo dei rifiuti destinati a rientrare nelle rispettive filiere e
-         discariche per il rimanente residuo secco, che potrebbe rappresentare il 5-10% dei rifiuti prodotti e non sarebbe tossico quanto il residuo degli inceneritori (potendo così essere smaltito in discariche per rifiuti urbani non tossici).
Invece siamo ancora fermi al vecchio approccio basato su: smaltire in discarica e bruciare.
Tra inceneritori e discariche … arriveremo a dover dire: meglio le discariche perché le future generazioni potranno almeno recuperare le risorse sotterrate dai loro avi nel 20° e 21° secolo! Con gli inceneritori si troveranno tra le mani solo polvere!!!
Altro che NUOVO PIANO RIFIUTI!
Questo piano nasce già vecchio, ossia come espressione di una impostazione, di una mentalità vecchia e drammaticamente superata, insomma MIOPE, perché non guarda al di là del proprio naso, non guarda al futuro, non considera la necessità di preservare le risorse del pianeta!!!

Vi invito tutti/e a partecipare al
CONVEGNO CON PATROCINIO UNESCO SUL TEMA DELLA RD UMIDO: DALLA TERRA ALLA TERRA
Quando: 15 novembre 2008 20.30
Dove: Auditorium San Carlo, Corso Matteotti 14, Milano (MM1 San Babila)
Gli Amici di Beppe Grillo di Milano e l’Associazione Grilli Altoparlanti di Milano, in collaborazione con UNESCO, in occasione della Settimana dell’Educazione allo Sviluppo Sostenibile, organizzano per sabato 15 Novembre 2008, presso Auditorium San carlo, Corso Matteotti 14, Milano (MM1 San Babila) un convegno dal titolo "Dalla Terra alla Terra".
La serata tratterà il tema dei rifiuti organici, la loro gestione ed il tema del compostaggio, nel contesto attuale della partenza, da Gennaio 2009 e per i sei mesi successivi, della sperimentazione in alcune zone di Milano (Bovisa, Villette San Siro, P.zza Firenze/Accursio) della raccolta differenziata dell’umido da parte di AMSA, in cui si vorrà verificare l’impegno in tal senso dei cittadini.

Gli Amici di Beppe Grillo di Milano si propongono si sostenere tale iniziativa, di modo da risvegliare il senso civico dei milanesi, convinti che i più elevati livelli di recupero (in alcune città italiane, come Novara, siamo oltre il 70%, mentre a Milano il dato è del 43%) siano conseguiti in presenza di servizi dedicati alla raccolta differenziata di organico/umido particolarmente efficaci.
Riteniamo che il potenziamento della Raccolta Differenziata sia da perseguirsi per ridurre l’utilizzo degli impianti di incenerimento, in quanto nocivi per la salute e costosi per i cittadini; la Raccolta Differenziata anche della frazione umida favorirebbe inoltre la creazione di lavoro, nonché il rispetto dell’ambiente, tramite il recupero dell’organico come concime sotto forma di Compost, con la conseguente riduzione dell’utilizzo dei fertilizzanti chimici.
Due gli esperti che parteciperanno alla serata: Enzo Favoino e Massimo Centemero.
Di seguito un breve estratto dei loro curriculum:
Enzo Favoino
della Scuola Agraria del Parco di Monza, vice-presidente dello European Compost Network. Esperto di sistemi di raccolta differenziata e di strategie sostenibili di gestione dei rifiuti, advisor dell'Unione Europea, di diversi Governi Esteri e di Amministrazioni Locali su rifiuti, cambiamento climatico e strategie di sostenibilità. La Scuola Agraria ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo dei sistemi intensivi di raccolta differenziata in Italia ed altri Paesi Europei.
Enzo Favoino è membro di Zero Waste.
Massimo Centemero
Coordinatore del CT, agronomo, ha operato dal 1991 al 2005 presso il Gruppo di Studio sul Compostaggio della Scuola Agraria del Parco di Monza. Dal 2001 è coordinatore del Comitato Tecnico del Consorzio Italiano Compostatori. Ha partecipato a diversi Gruppi di Lavoro sia con l'Unione Europea (Ecolabel for Soil Improvers and Growing media), le amministrazioni locali (Province, Regioni) e i Ministeri (Ministero dell'Ambiente, Ministero Risorse Agricole, sottocommissioni ex legge 748/84, GDL sull'Agricoltura Biologica) in sede di definizione degli standard di qualità del compost e dei prodotti derivati dal trattamento biologico.
IL TEMA E' IMPORTANTE E QUANTO MAI ATTUALE!
Martedì, 4 Novembre, 2008 - 15:33

per un 4 novembre diverso: L’obbedienza non è più una virtù

Per un 4 novembre diverso, conviene leggersi -o rileggersi- lo scritto di Don Milani
"L’obbedienza non è più una virtù".

Il testo che riporto in allegato costò a don Lorenzo Milani, priore del minuscolo e poverissimo borgo montanaro di Barbiana, nel Mugello, un processo per apologia di reato.
Scritto nel febbraio del 1965, è indirizzato ai cappellani militari toscani che in un comunicato avevano definito l'obiezione di coscienza (fino al 1972 assimilata alla renitenza alla leva e alla diserzione) «estranea al comandamento cristiano dell'amore» e «espressione di viltà».
Milani stesso raccontò più tardi che un ritaglio di giornale col comunicato dei cappellani gli era stato portato da un amico mentre come sempre stava con i suoi ragazzi: l'attività quasi esclusiva del priore a Barbiana era infatti quella scuola popolare (attiva «dodici ore al giorno, 365 giorni l'anno») che avrebbe di lì a poco prodotto Lettera a una professoressa, il più radicale pamphlet contro la scuola di classe mai scritto in Italia.
Lo sdegno dei ragazzi per il fatto che nessuna autorità, né civile né religiosa, avesse reagito al pronunciamento dei cappellani rafforza nel priore la scelta di prendere posizione.
Dalle ricerche e gli studi fatti con i suoi scolari nasce la Lettera ai cappellani militari, dapprima stampata e diffusa in mille copie e poi ripresa dal settimanale del Partito comunista italiano Rinascita.
Scoppia un caso: una campagna stampa denigratoria e ostile, una pioggia di lettere anonime, la minaccia della sospensione a divinis per Milani, la denuncia, per Milani e il direttore di Rinascita Luca Pavolini.
Milani si autodifende rincarando la dose in una famosa Lettera ai giudici.
Entrambi gli imputati vengono assolti in primo grado «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo d'appello Pavolini sarà condannato a cinque mesi e dieci giorni,
nel caso del priore «il reato è estinto per morte del reo»: Lorenzo Milani era morto di cancro ai polmoni, a 44 anni, il 26 giugno 1967.

Allegato Descrizione
Per un 4 novembre diverso.pdf
28.21 KB
Lunedì, 3 Novembre, 2008 - 18:08

4 novembre:Non glorificare la guerra - ignoranza e falsi idoli

Ecco alcuni articoli che meritano di essere letti, perchè aiutano a riflettere.

Manifesto – 2.11.08

La Russa: il 4 novembre sarà vacanza
ROMA - Se il 2 novembre «ogni famiglia ricorda i propri morti, così la grande famiglia della Difesa ricorda i propri caduti». Questa volta il ministro Ignazio La Russa si riferisce a «quelli di ieri e quelli di oggi, quei militari che in tutte le epoche sono stati chiamati a servire la patria difendendola o operando per essa fino al sacrificio della propria vita», senza scendere in particolari. Il ministro, in competizione con il titolare del Viminale, il leghista Roberto Maroni, sulla sicurezza, aggiunge che «oggi dobbiamo ricordare anche chi, ispirato dalle stesse motivazioni, ha perduto la vita nell'adempimento del proprio dovere in patria, nella lotta alla criminalità e per cause di servizio». Poiché per il 4 novembre, festa delle forze armate, ha deciso di lanciare una campagna in grande stile, con tanto di spot in televisione, al cinema e negli stadi, il ministro della difesa e «reggente» di Alleanza nazionale annuncia poi a Gr parlamento che la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale «sta per ridiventare non solo festa nazionale, perché lo è già, ma giorno di vacanza, esattamente come lo è il 2 Giugno e come lo è il 25 Aprile». Il novantesimo anniversario del 4 novembre prevede, oltre alla cerimonia a Roma, all'Altare della patria, un week end, il prossimo, con esibizioni delle forze armate in tutti i capoluoghi di regione e il concerto di Andrea Bocelli a Roma, a piazza del Popolo. E il ministero della difesa manderà persino militari nelle scuole, non a sostegno della legge Gelmini, ma per spiegare la prima guerra mondiale.
Non si torni a glorificare la guerra - Domenico Gallo
Come tutti sanno il 4 novembre, anniversario della fine della I guerra mondiale, ricorre la festa delle forze armate e dell'unità nazionale. Quest'anno la celebrazione della festa del 4 novembre sta diventando qualcosa di straordinario per l'attivismo del ministro della Difesa, La Russa, che ha organizzato una lunga serie di manifestazioni di vario genere e ha previsto, persino, l'invio nelle scuole di ufficiali della Forze Armate per celebrare la ricorrenza con gli studenti. In linea di principio non c'è niente di strano che un paese celebri una festa delle proprie forze armate per ricordare i caduti di tutte le guerre e non c'è niente di strano che in Italia questa data venga fissata proprio il 4 novembre, anniversario della resa dell'esercito austriaco e quindi della fine della I guerra mondiale. Tuttavia è innegabile che, in Italia, questa festa sconta un peccato originale. Essa è stata istituita, all'indomani della guerra, per celebrare la «vittoria» di Vittorio Veneto, sotto la spinta dell'esigenza di elaborare il lutto, secondo il vecchio schema della retorica patriottica, trasformando la morte in «sacrificio», in offerta generosa della vita per la salute della collettività. Per questo è stato inventato il rito del «milite ignoto», tumulato nel sacello dell'Altare della Patria il 4 novembre 1921. Nella prima metà del secolo scorso le nostre piazze e le nostre chiese, i nostri municipi si sono ammantati di lapidi che «celebravano» il sacrificio dei nostri combattenti, caduti per la Patria. Nello stesso tempo quelle lapidi chiudevano la bocca a ogni dissenso che potesse mettere in discussione i meccanismi della politica e del potere che quelle morti avevano prodotto. Morire per la Patria era un evento sacro e generoso: solo con questa trasfigurazione ideologica della morte si poteva rendere accettabile alla coscienza collettiva il peso insostenibile del dolore che aveva devastato la vita di quasi tutte le famiglie italiane (la grande guerra aveva prodotto circa 750.000 morti, il doppio dei caduti che si sarebbero avuti con la II guerra mondiale). Se nella seconda metà del secolo scorso quelle lapidi non sono state più erette, e il culto della morte non è stato più celebrato, ciò è avvenuto perché la politica (e la Costituzione) lo ha impedito. Proprio questo vuol dire il ripudio della guerra: che la morte è stata tolta dagli utensili della politica, che deve perseguire i propri legittimi obiettivi con mezzi diversi dalla violenza bellica. Sotto l'egida della Costituzione repubblicana, il mutato clima culturale, politico e istituzionale ha trasformato il senso delle celebrazioni del 4 novembre rispetto all'impostazione originaria. Senonché la situazione è cambiata con l'avvento al governo di un ceto dirigente portatore di una cultura politica estranea, se non configgente, con i valori costituzionali. Con un ministro della difesa che, con riferimento all'Afghanistan, ci ha fatto sapere di non nutrire più alcun «pregiudizio» in ordine al ricorso alla guerra come strumento della politica e che ha trasformato le celebrazioni di momenti della resistenza, come l'8 settembre a Roma, in
occasioni per l'apologia delle bande repubblichine, è evidente che tutto quest'ardore celebrativo nasconde un'operazione ideologica. Il rischio è quello di tornare alle origini e di trasformare nuovamente il 4 novembre in un momento di celebrazione della morte e di glorificazione della guerra: insomma una festa anti-ripudio della guerra. Il 4 novembre bisogna reagire alla fanfara suonata dal pifferaio La Russa, confrontandosi con la memoria storica e mettendo a nudo la falsità dei miti con i quali si è corrotta in passato e, oggi, si sta tentando di nuovo di corrompere la coscienza collettiva. Bisogna ricordare che quella guerra è uscita fuori da ogni schema razionale e che il progresso scientifico applicato all'arte della guerra ha trasformato il conflitto bellico in sterminio di massa e aperto la strada ai fascismi del XX secolo, a ulteriori barbarie e ad altri olocausti. Non si deve dimenticare, ma bisogna di nuovo fare lezione dalle tragedie del passato per evitare che si ripetano nel nostro futuro. La ricorrenza del 4 novembre deve essere utilizzata non per glorificare la guerra, come si accinge a fare il ministro La Russa, ma per celebrare la fine dell'orrendo massacro che ha insanguinato l'Europa e per riproporre l'impegno a salvare le generazioni future dal flagello della guerra che, nel secolo scorso, come recita il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, per ben due volte, nel corso della stessa generazione ha causato sofferenze indicibili all'umanità.
Liberazione – 2.11.08
L'indifferenza arrogante del generale – Emilio Lussu*
Un brano dal libro/diario più bello e famoso
Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell'abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione, il tenente generale Leone. L'ordine del giorno del comandante di corpo d'armata, ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d'esperimentato ardimento».
Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d'ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Sull'attenti, io gli davo le novità del battaglione. - Stia comodo,- mi disse il generale in tono corretto e autoritario. - Dove ha fatto la guerra, finora? - Sempre con la brigata, sul Carso. - E' stato mai ferito? - No, signor generale. - Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai? - Mai, signor generale. A meno che non si vogliano considerare tali alcune ferite leggere che mi hanno permesso di curarmi al battaglione, senza entrare all'ospedale. - No, no, io parlo di ferite serie, di ferite gravi. - Mai, signor generale. - E' molto strano. Come lei mi spiega codesto fatto? - La regione precisa mi sfugge, signor generale, ma certo che io non sono stato mai ferito gravemente. - Ha preso lei parte a tutti i combattimenti della sua brigata? - A tutti. [...] - Molto strano. Per caso, sarebbe lei un timido? [...] - Credo di no, - risposi. - Lo crede o ne è sicuro? - In guerra, non si è sicuri di niente, - risposi io dolcemente. E soggiunsi, con una bozza di sorriso che voleva essere propiziatorio: - neppure di essere sicuri. Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere.[...] - Ama lei la guerra? - Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v'erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere. - Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia università rappresentavo il gruppo degli interventisti. - Questo, - disse il generale con tono terribilmente calmo, - riguarda il passato. Io le chiedo del presente. - La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se … è difficile … Comunque, io faccio il mio dovere -. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: - tutto il mio dovere. - Io non le ho chiesto, - mi disse il generale, - se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati.
Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra. - Amare la guerra!- esclamai io, un po' scoraggiato. Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l'impressione che gli girassero nell'orbita. - Non può rispondere?- incalzava il generale. - Ebbene, io ritengo …certo… mi pare di poter dire… di dover ritenere… Io cercavo una risposta possibile. - Che cosa ritiene lei, insomma? - Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra. - Si metta sull'attenti! Io ero già sull'attenti. - Ah, lei è per la pace? Ora, nella voce del generale v'erano sorpresa e sdegno. - Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all'alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! E' così, signor tenente? - No, signor generale. -E quale pace desidera mai, lei? - Una pace… E l'ispirazione mi venne in aiuto. - Una pace vittoriosa. Il generale parve rassicurarsi. Mi rivolse ancora qualche domanda di servizio e mi pregò di accompagnarlo in linea. Quando fummo in trincea, nel punto più elevato e più vicino alle linee nemiche, in faccia a Monte Fior, mi chiese: - Quale distanza corre qui, fra le nostre trincee e quelle austriache? - Duecentocinquanta metri circa, - risposi. Il generale guardò a lungo e disse: - Qui, ci sono duecentotrenta metri.- E' probabile. - Non è probabile. E' certo. Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto e vi montò sopra, il binocolo agli occhi. Così dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa. - Signor generale, - dissi io, - gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così. Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binocolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un'indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un'automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da noi, continuava a guardare la feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12° compagnia che era in linea, attratti dall'eccezionale spettacolo, s'erano fermati in crocchio nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati.[...] - Se non hai paura, - disse rivolto al caporale, - fa' quello che ha fatto il tuo generale. - Signor sì, - rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente io presi il caporale per il braccio e l'obbligai a ridiscendere. - Gli austriaci, ora, sono avvertiti, - dissi io, - e non sbaglieranno certo il tiro. Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. [...] Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: - Non è niente, signor tenente. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. - E' un eroe, - commentò il generale. - Un vero eroe.
*da "Un anno sull'altipiano"
La riscossa di Vittorio Veneto? E' una pura invenzione - Lorenzo Del Boca*
Nemmeno la storia della prima guerra mondiale ce l'hanno raccontata giusta. I libri di scuola stentano a mettere in evidenza che l'Italia di quel periodo si barcamenava fra coalizioni avversarie tentando di raccattare qualche utile, con il risultato di apparire un paese di piccoli imbrogli. Alla vigilia della dichiarazione di guerra, per un mese, si trovò alleata contemporaneamente con gli austro-ungarici e con i francesi e gli inglesi che già si massacravano sulle loro frontiere. Il nostro esercito le aveva prese anche da Menelik ed era del tutto evidente che non si trovava nelle condizioni di affrontare una guerra. Vittorio Emanuele III restava un re piccolo-piccolo cui avevano dovuto accorciare la sciabola perché non risultasse più lunga delle sue gambe corte. Chi percorre la selva di memoriali dell'epoca s'imbatte, a ogni passo, nella questione dei cappotti che non c'erano.
Mancavano i fucili; mancavano gli automezzi; mancavano i rifornimenti alimentari e non c'erano medicine. Ma, soprattutto, mancavano le idee. Di presunzione, gli ufficiali degli alti comandi ne disponevano in abbondanza e se fossero stati in grado di ottenere risultati proporzionali all'arroganza che esibivano avrebbero conquistato il pianeta. In realtà, riuscirono soltanto a trasformare le prime linee in un lager dove gli uomini ai loro ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche. I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire. Al fronte ci mandarono vagonate di operai e contadini che non erano guerrieri e che la guerra non volevano. Per qualche settimana di addestramento, si trovarono con un bastone in mano. Poi gli misero in spalla un fucile vero che non avevano mai usato e li allinearono in faccia al nemico. Nemmeno i gironi infernali potevano essere più spaventosamente crudeli. Le prime linee erano delle catacombe a cielo aperto che si rincorrevano per centinaia di chilometri. In quelle tane, sparpagliate in un territorio sterminato, i soldati vissero quattro anni come gli uomini delle caverne. Tutti dentro, uno addosso all'altro - come nelle Malebolgie della Divina Commedia - diventando fisicamente insopportabili gli uni agli altri. Ammassati, in quei cunicoli artificiali, dove mangiavano e andavano al gabinetto, resistevano alla puzza che prendeva il cervello e si lasciavano vincere dalla nostalgia, tentavano di dormire quando era necessario risposare e si sforzavano di stare svegli quando montavano di guardia. C'era la guerra lì davanti ma occorreva combattere anche la fame e la sete, la pioggia e la melma, i topi e gli scarafaggi, le cimici e la dissenteria, la febbre e la cancrena che afferrava i piedi e saliva fino alle ginocchia. Il terrore, alla vigilia degli assalti, prendeva la gola. Tuttavia, la battaglia più faticosa si rivelò quella contro gli alti ufficiali che, più salivano di grado, più si comportavano come se avessero a che fare con dei servi della gleba. Per gli alti comandi tormentare quegli uomini in uniforme, con imposizioni vanamente disumane e colpevolmente inutili, sembrava diventato un dovere cui dedicare impegno ed energia.
Verrebbe da sostenere che il conflitto vero e proprio - contro gli austro-ungarici - sarebbe stato una passeggiata, se non ci fossero stati i generali italiani. I guai maggiori di chi combatteva per l'Italia vennero dagli stessi italiani. I comandanti si armarono di ordini assurdi. Pretesero di mandare le truppe all'assalto anche quando ogni logica l'avrebbe sconsigliato. Insistettero nello sfidare le leggi della fisica per fortificare posizioni insostenibili. Per ottenere un'obbedienza supina, fucilarono quelli che apparvero più riottosi o anche solo meno pronti a sacrificarsi. Instaurarono un regime di oppressione che sarebbe risultato odioso per una qualunque dittatura. E provocarono la morte di un numero imprecisato di loro uomini, piazzando le mitragliatrici dei carabinieri dietro le file destinate all'assalto, con la disposizione di aprire il fuoco alla schiena dei soldati, se avessero appena ritardato a lanciarsi fuori dalle trincee. Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati, seduti sulle stufe arroventate dal fuoco per paura di prendersi un raffreddore, spedirono davanti al plotone di esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato. La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente il generalissimo Luigi Cadorna (comandante in capo all'inizio del conflitto) e di impiccare Pietro Badoglio: unica opportunità che l'Italia poteva giocarsi per evitare l'otto settembre 1943. La sconfitta di Caporetto fu un disastro che grida vendetta. Poteva essere evitato e si realizzò solo per il concorso determinante della dabbenaggine dei generali dello Stato Maggiore. Ignoranti con i gradi sulla giubba sacrificarono decine di migliaia di uomini e poi li marchiarono con l'accusa di essere stati dei vigliacchi. In questa occasione, come sempre nella storia tricolore, le polemiche si sprecarono ma restarono rigorosamente sigillate nei palazzi del potere. E alla fine - questa volta ma come sempre - non si riuscì a individuare un colpevole o qualcuno più responsabile degli altri. Anzi, si trovò il modo di premiare l'errore e di ricompensare lo sbaglio. Tornarono tutti a casa con le spalle incurvate dal peso delle medaglie. Invece di licenziarli e chiedere loro il risarcimento per i disastri commessi, preferirono promuoverli, aumentare loro lo stipendio e accettare che continuassero a far danni, in nome dei traguardi raggiunti. Anche la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esiste soltanto sulla carta perché, in quella settimana del 1918, non ci fu nessun assalto e nessuno sfondamento. Gli italiani avanzarono perché gli austriaci si stavano ritirando: e gli austriaci si ritiravano perché era diventato inutile continuare una guerra che era irrimediabilmente perduta. Non a caso il comandante in capo di allora, Armando Diaz - informato di una travolgente avanzata italiana che, evidentemente, non aveva ordinato né che era a conoscenza si stesse sviluppando - tuffò la testa nella cartina geografica, alla ricerca del teatro della sua rivincita. E poiché faticava a individuare il luogo della battaglia, chiese soccorso agli uomini dello Stato Maggiore che gli stavano intorno: «Ma Vittorio Veneto ‘ndo cazzo stà…?»
*presidente dell'Ordine dei giornalisti
Ignoranza e falsi idoli sono consolidate armi di distrazione di massa
Francesco Gesualdi
Se il problema di La Russa fosse l'ignoranza, basterebbe mandargli una copia della lettera che il mio Priore e maestro, don Lorenzo Milani, scrisse ai cappellani militari nel lontano 1965, dalla piccola scuola di Barbiana.
Apprenderebbe, documenti alla mano, che la guerra del ‘15-18 fu un'aggressione all'Austria, una guerra che si poteva evitare:"Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti."
Una guerra di cui vergognarsi, da mantenere nei libri di storia solo per ricordare ai giovani fino a che punto può arrivare il disprezzo di classe: a morire negli assalti alla baionetta non erano gli ufficiali, figli della borghesia, ma i contadini, i montanari, gli analfabeti. Il guaio è che a La Russa non interessa né la storia, né la verità. L'unica cosa che gli interessa è il potere violento, la violenza, la forza, la repressione, come elemento che caratterizza il fascismo e che lo contraddistingue dalle altre forme di potere. Perchè i fascisti propendano per la violenza rimane un mistero, la materia è più da psicologici e psicanalisti, che da ricercatori politici. Ma così è, e se vogliamo capire perchè La Russa vuole tornare a commemorare il 4 novembre nelle scuole d'Italia è da qui che dobbiamo partire. Una richiesta che non va letta come fatto isolato, ma associata a molti altri provvedimenti di questo governo. Un filo rosso, anzi nero, collega la proposta di La Russa al decreto Gelmini e addirittura alle attività che Silvio Berlusconi porta avanti da una vita. Il filo nero si chiama demolizione della democrazia, un progetto che avanza su tre fronti: mantenimento della gente nell'ignoranza, controllo dell'informazione, distrazione e sostituzione del senso di classe. Da oltre trent'anni Berlusconi si dedica al secondo fronte, aveva capito che chi controlla l'informazione controlla non solo le menti, ma la stessa realtà: non è successo ciò che è avvenuto, è successo ciò che la televisione racconta. Così la televisione crea fatti, li distorce, li interpreta, di conseguenza produce opinione, confeziona giudizi, incanala i sentimenti, orienta le scelte, fabbrica eroi e nemici. Tutti sanno che Berlusconi ha vinto grazie alle sue televisioni ed è grave che nei periodi in cui il centrosinistra era al governo non abbia mai introdotto una riforma sul controllo televisivo, non abbia rivisto la legge elettorale, non abbia varato una legge sul conflitto d'interessi. Ed è stata punita. Il pensiero unico ha tanta più possibilità di attecchire quanto più la gente è senza strumenti culturali: nell'ignoranza la complessità spaventa, si rinuncia a capire, si ripiega verso l'informazione sbrigativa, ci si butta nelle braccia di chi ci dà spiegazioni semplici fino ad incoronarlo re. Il progetto autoritario perseguito da Berlusconi ha bisogno di ignoranza, un obiettivo che si ottiene impoverendo la scuola. A questo serve il decreto Gelmini, a declassare così tanto la scuola pubblica da farla diventare parcheggio dei poveri mentre i ricchi fuggono verso le scuole private. Il solito apartheid, che ai figli dei ricchi riserva tempo pieno, classi poco numerose e insegnanti multipli fin dalla materna; ai figli dei poveri orario ridotto, aule sovraffollate, insegnanti insufficienti che al colmo della disperazione rinunciano al ruolo educativo e si trasformano in sorveglianti che annotano sul registro i buoni e cattivi. Ma anche i poveri ignoranti, quando pagano di persona, possono avere un moto di ribellione e possono farsi pericolosi, per questo servono i depistatori, gli addetti alla distrazione di massa che si possono suddividere in due categorie: i fabbricanti di streghe e i fabbricanti di feticci. Ai giorni nostri, il capostipite del primo genere è la Lega Nord che getta la responsabilità di tutti i malanni d'Italia sugli immigrati, la vecchia tattica di incanalare la rabbia verso i più deboli, additandoli come brutti, sporchi, delinquenti e accattoni, mentre i veri ladri se la spassano con la complicità della classe politica: imprenditori, banchieri, assicuratori, palazzinari, mafiosi, che si arricchiscono all'inverosimile grazie alla precarietà del lavoro, alle truffe alle spalle dei risparmiatori, all'evasione fiscale, alla speculazione finanziaria, alla corruzione di stato. Del resto l'operazione non è difficile, fa leva su due paure ataviche. La prima verso la povertà, la miseria: ne abbiamo così tanta paura che cerchiamo di esorcizzarla escludendo ed odiando chi la impersonifica. La seconda verso lo straniero, la cultura fascista ci ha abituati a concepirlo come il nemico e non c'è da stupirsene: non c'è capro espiatorio più comodo di un popolo lontano che la propaganda può dipingere al pari di un diavolo. Così arriviamo all'altra grande operazione di distrazione di massa, la costruzione di idoli, feticci, che hanno lo scopo di camuffare la realtà, distogliere l'attenzione dalle ingiustizie che viviamo. Ed ecco la messa in campo del concetto di patria, il tentativo maldestro di nascondere le divisioni di classe sotto una malcelata unità territoriale minacciata dall'inimicizia dello straniero. Con la sua mossa sulla prima guerra mondiale, La Russa punta a rinfocolare feticci fascisti caduti in disuso. Forse avrebbe preferito farlo evocando una vittoria più moderna, ma la guerra in Afghanistan si prospetta ancora lunga e dagli esiti incerti. In mancanza di meglio va bene anche un'anticaglia di un secolo fa, quantunque debba vedersela con la Lega Nord, suo alleato, che sui confini di patria ha altre idee.
Per parte mi rifaccio ad un altro passaggio della lettera scritta da don Lorenzo Milani ai cappellani militari: "Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

Venerdì, 31 Ottobre, 2008 - 15:57

Cultura a Milano: RESPIRO INTERNAZIONALE O FIATO CORTO?

Riporto un articolo apparso su ChiamaMilano di oggi, 31 ottobre 2008
Cordiali saluti a tutti/e
Antonella Fachin

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RESPIRO INTERNAZIONALE O FIATO CORTO?
Il Sindaco nomina un nuovo, collaborativo, Assessore alla cultura ed evita la mina del rimpasto

“Finazzer chi?” il Consigliere comunale azzurro mostra un certo stupore nell’accogliere la notizia della nomina del nuovo Assessore alla cultura. Dalle voci che abbiamo raccolto non è il solo. Il fascinoso Finazzer Flory non sembra essere ai vertici della hit parade della notorietà tra i banchi di Palazzo Marino, e non si capisce se ciò vada a maggior danno di quei consiglieri comunali “ignoranti” o del successore di Sgarbi.
È comunque fuor di dubbio che con la nomina del nuovo Assessore alla cultura il Sindaco abbia messo a segno un doppio colpo: da una parte ha individuato un personaggio meno ingombrante e più collaborativo del vulcanico neo Sindaco di Salemi, il quale appena appresa la notizia ha definito la nomina di Finazzer illegittima e ha minacciato di adire alle vie legali; dall’altro ha stoppato nuovamente le velleità di rimpasto –nutrite soprattutto dal gruppo consiliare di Forza Italia– fattesi ancor più insistenti dopo la firma del decreto Expo da parte del Governo.
I malumori non serpeggiano solo tra gli azzurri, anche dalla Lega, nonostante commenti ufficiali favorevoli alla nomina del successore di Sgarbi, c’è più d’una perplessità, al di là della facile ironia di chi ha individuato nel cognome un po’ esotico del nuovo Assessore il mantenimento della promessa fatta dal Sindaco dopo la cacciata di Sgarbi: il nuovo responsabile della cultura sarà un nome di respiro internazionale.
Anche nel comitato di saggi che il Sindaco aveva costituito per affiancarla nella gestione del dopo-Sgarbi la nomina di Finazzer Flory non è stata presa bene.
Appena noto il nuovo Assessore è arrivata la lettera di dimissioni firmata da cinque nomi di tutto rilievo del milieu culturale meneghino: Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti, Gianni Canova critico cinematografico, Massimo Vitta Zelman, editore, Davide Rampello, Presidente della Triennale, Enrico Micheli, finanziere ma anche ex Presidente del Conservatorio. Forse aspiravano a quella poltrona? Probabilmente, a detta di molti, ognuno di loro l’avrebbe occupata meglio.
Finazzer Flory garantisce una gestione tranquilla di quel poco cui le politiche culturali sono state ridotte ormai da un ventennio e soprattutto va a coprire la quindicesima poltrona in Giunta sulle sedici consentite dalla legge. A questo punto l’unico vacante posto da assessore rimane quello delle attività produttive, per il momento gestito ad interim, dopo la cacciata di Tiziana Maiolo, dall’Assessore Terzi. I consiglieri di Forza Italia dovranno accontentarsi. Speravano in due poltrone: quella alle attività produttive e quella nuova di Assessore al bilancio se il sindaco avesse rinunciato a quest’ultima delega e tenuto quella alla cultura.
Invece, gli scontenti che si lamentano sin dalla formazione delle liste per le ultime elezioni politiche che hanno escluso alcuni consiglieri che speravano di approdare a Roma, saranno costretti a rimuginare ancora.
Intanto il governo cittadino sembra ricalcare sempre più quello nazionale: un uomo –o donna– solo al comando, i pochi ruoli chiave occupati da fidatissimi e figure poco ingombranti sulle poltrone di minor peso.

B.P.

Venerdì, 31 Ottobre, 2008 - 10:57

scuola pubblica: Gli scontri a Roma

Gli scontri di ieri a Roma

 
Caschi, passamontagna e bastoni. E quando passa Cossiga un anziano docente urla: "Contento ora?"
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos.
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti.
 
di CURZIO MALTESE

 

Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
 
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
 
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
 
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".
 
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".
 
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".
 
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
 
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
 
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
 
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit-in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
 
(30 ottobre 2008)

Giovedì, 30 Ottobre, 2008 - 11:00

scuola pubblica: IL GIORNO DOPO

Mi sembra un’analisi realistica e realizzabile del movimento della scuola
Antonella Fachin
www.retescuole.net
Milano , 29/10/2008 
IL GIORNO DOPO. Michele Corsi
Il governo ha convertito in legge il decreto 137. Lo ha fatto a gran velocità, come sta accadendo per tutti i provvedimenti che riguardano la scuola e l'università. Si è giustamente condannata quest'arroganza, ma non ci si è soffermati sul perché: perché coartare tempi, porre la fiducia, impedire dibattiti? Per disprezzo nei confronti delle Camere? Ma se dispongono di una maggioranza larghissima! La risposta mi pare semplice: discussioni parlamentari prolungate avrebbero facilitato la circolazione di informazioni tra genitori e insegnanti, e dunque avrebbe aumentato la loro capacità di reazione. Hanno sbagliato i calcoli? Direi di sì.

Il movimento, questo movimento, non cessa d'allargarsi. Non credo che i nostri governanti, ed anche l'opposizione, si rendano davvero conto di quel che sta accadendo nel Paese. E' un movimento dal basso, molecolare, incontrollato che sta prendendo forma dall'inizio di settembre, anche se della sua esistenza i media si sono accorti solo ora. Le sue molecole sono i comitati misti genitori-insegnanti delle elementari e delle scuole d'infanzia. Solo nel milanese ne sorgono di nuovi quotidianamente. Il governo dice che sono manovrati dalla sinistra. Magari, qualcuno di noi potrebbe dire. E invece è proprio la scomparsa della sinistra e di una credibile e combattiva opposizione che ha fatto comprendere a tutti che per salvare la scuola si doveva far da sé, senza delegare.

Il governo spera che, grazie alla velocità d'azione, questa massa di gente tornerà a casa. Di nuovo, si sta sbagliando. Le tappe forzate imposte da Berlusconi hanno aumentato la rabbia e l'indignazione del movimento. La frustrazione non si sta trasformando in senso d'impotenza e depressione, perché in queste settimane abbiamo sperimentato la nostra forza. Senza l'aiuto di nessuno abbiamo imposto ai media e all'intera opinione pubblica l'urgenza della scuola e dell'università.

E' una forza che deriva dalla determinazione, dalla fantasia, ma anche da un fattore molto semplice, che ha spaventato sempre, nei secoli, qualsiasi governo in carica: la forza dei numeri. Siamo tanti. E più il movimento si ramifica dalle grandi città sino ai piccoli comuni, più questi numeri diventano popolo. Ed è l'unico fattore in grado di fermare chi ci governa. Berlusconi può ignorare il movimento, ma non i sondaggi che per la prima volta lo danno in calo, e proprio grazie alla scuola. E tra un po' ci saranno le amministrative... La Gelmini ha dato per persi gli insegnanti, altrimenti non direbbe tali e tante castronerie, nessuno può permettersi però di dar per persi i genitori. Il popolo della scuola è una valanga di lavoratori del settore, ma anche, e ancor di più: papà, mamme, nonni, studenti...

Qualcuno in qualche stanza sta cercando di mettere in pratica le parole che per l'età Cossiga dice ora a ruota libera, dopo averle nascoste per anni. Non ero molto cresciuto all'epoca, ma ricordo quando l'allora ministro degli interni chiedeva l'unità nazionale perché gli "studenti criminali" devastavano l'Italia. L'abbiamo sempre sospettato, ma ora lo dice lui: era tattica, e un bel po' di vetrine le hanno spaccate i suoi agenti. Davvero pensiamo che non ritenteranno lo stesso gioco? Di imbecilli di parte nostra disposti a giocare il suo gioco francamente ne vedo pochini. Vedo anzi molta ingenuità. Come quegli studenti che a Roma immaginavano che fosse davvero possibile manifestare insieme a quelli di estrema destra. Dobbiamo ancora e soltanto contare sul numero. E allargarlo, perché il movimento non ha raggiunto il massimo delle sue potenzialità: non tutte le università si sono mosse, gli insegnanti delle superiori e delle medie sono fermi, tanti comuni piccoli e medie città devono essere raggiunte, le assemblee informative coi genitori le dobbiamo ancora organizzare in tanti posti... Siamo milioni, perché questi sono i numeri della scuola e dell'università pubblica, e dobbiamo porci nelle condizioni di "essere" quei milioni.

Alcuni immaginano che ora si torni a casa. E qui forse è mancato uno sforzo di comunicazione da parte del movimento. Occorre dunque ribadire alcuni concetti. Quella che è stata approvata è una legge che è solo un pezzetto di tutti gli adeguamenti legislativi che dovranno essere votati per far passare i tagli, tagli che sono stati votati il 6 agosto con l'art.64 della legge n.133. Devono ancora uscire le leggi che riguardano medie, superiori, università e scuole d'infanzia, devono ancora uscire i loro regolamenti attuativi, come del resto anche le misure previste dalla 137 prevedono altri passaggi prima di essere applicate. Del resto i tagli saranno spalmati su tre lunghi anni. Gli otto miliardi di tagli alla scuola troveranno piena sistemazione nella legge finanziaria, che deve essere ancora votata. Abbiamo davanti molti mesi di resistenza nelle scuole e nelle università. Sarà dura? Sì certo, ma vediamola anche dal loro punto di vista: una mobilitazione che non cessa e che arriverà sino al momento delle iscrizioni, e poi della formazione degli organici, contestando punto per punto, anno dopo anno... Non è la prima volta che una legge è approvata e i suoi contenuti non applicati. Ne sa qualcosa Fioroni, che pure lui avrebbe voluto tanto tagliare... (sì, meno della Gelmini, ma la differenza tra loro, dunque, è di quantità?). Occorre, però, attrezzarsi a questa lotta: consolidando le strutture di movimento, mettendole in collegamento tra loro, praticando l'unità dal basso, inventando forme di lotta prolungate e sostenibili...

Sento molto parlare in queste ore di referendum. E' un errore. Significa mettere in piedi una macchina che assorbe una quantità enorme di energie per esiti per di più incerti, e in un momento in cui la lotta è appena cominciata. Se ne potrà parlare, certo, ma non prima di aver percorso sino in fondo ogni possiblità di mobiltazione nelle scuole, nelle università, nelle strade. Nel frattempo le forze dell'opposizione istituzionale potrebbero fare una cosa molto carina: adeguare i loro programmi e le loro proposte. Il PD è ancora dell'idea di tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi, per esempio? La proposta di referendum però ci mostra che almeno un passetto l'hanno fatto: la richiesta del ritiro della 137, perché fino ad una settimana fa non erano su questa linea. Bene, ora ne chiediamo un altro di passetto: la richiesta di abrogare gli articoli della 133 che riguardano scuola e università. Sì, perché anche se si facesse il referendum sulla 137, rimarrebbe la 133, ovvero i tagli. E il dibattito sarebbe: i tagli ci sono, nelle elementari non li attuiamo, e allora chi facciamo fuori?

Lo sciopero del 30 mostra chiaramente la strada da seguire. Certo, di scioperi non ne potremo far tanti, ma sappiamo essere creativi nel trovare nuove forme di lotta. E' uno sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali maggioritarie, ma di cui tutto il movimento si è impossessato. Sarà uno sciopero con manifestazioni dall'ampiezza senza precedenti. Berlusconi sperava, approvando il giorno prima il decreto, di demotivare rispetto alla partecipazione. Il successo di questa giornata speriamo gli mostri senza ombra di dubbio che continua a sbagliare valutazione: siamo solo all'inizio.

La contemporaneità della crisi economica e dei tagli a scuola e università costituisce una sorta di metafora. I governi di tutto il mondo, dopo averci per vent'anni catechizzato sulle virtù del mercato lasciato libero dall'intervento statale, i soldi (statali) per le banche li hanno trovati subito. E, nello stesso identico momento, tolgono soldi all'istruzione, in Italia, ma anche in Francia: i soldi, che poi sono i nostri soldi, scorrono e vanno da qua a là, dalle nostre aule ai loro conti. La manifestazione autorganizzata del milanese il 30 sarà aperta da uno striscione retto simbolicamente da tutti i soggetti sociali coinvolti nella lotta: maestre, universitari, medi. C'è scritto: "scuola e università non pagheranno la vostra crisi".

Tremonti, benefattore delle banche, Gelmini, ladra di scuola: decidiamo noi quando la partita è chiusa.

Michele Corsi, Retescuole

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