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.: Ultimi 5 commenti

.: Il Blog di Antonella Fachin
Venerdì, 23 Ottobre, 2009 - 18:18

24 ottobre: PRESIDIO a Milano: all'Aquila è emergenza umanitaria

Abbiamo scaricato l’appello allegato dal sito del Comitato 3e32, che è una rete cittadina no-profit, apartitica ed autogestita, nata a seguito del sisma che ha devastato L’Aquila e la sua provincia alle 3e32  del 6 aprile 2009. La frammentazione in centinaia di campi e la mancanza di spazi sociali condivisi ha infatti reso ancora più fragile la popolazione, costretta ad abbandonare le proprie case e i propri riferimenti sociali e strutturali.

Abbiamo accolto la richiesta organizzare dei
presidi nelle piazze delle città italiane
per SABATO 24 OTTOBRE

Per questo a MILANO IN CORSO VENEZIA, ANGOLO VIA PALESTRO,
SABATO 24 OTTOBRE DALLE 13,30 ALLE 16,30
SAREMO PRESENTI CON LE NOSTRE TENDE DA CAMPEGGIO
per volantinare l’appello degli aquilani,
per esprimere concretamente solidarietà alle oltre 6000 persone
che vivono ancora nelle tende ad oltre sei mesi dal sisma,
per raccogliere firme di solidarietà e adesione all’appello.

Siete tutti/tutte invitati a partecipare numerosi e, se volete, a portare anche le vostre tende (se non troppo ingombranti)!
Vi aspettiamo!

Antonella Fachin, Massimo De Giuli e altri/e
PS: se potete divulgate la notizia!!!

Allegato Descrizione
ottobre 2009-L\'Aquila.doc
23.5 KB
Mercoledì, 21 Ottobre, 2009 - 10:58

Caso Ligresti: non più rinviabile discussione in cons.provinciale

Caso Ligresti, Massimo Gatti (Altra Provincia-PRC-PdCI): “Urbanistica e trasparenza non più rinviabile una discussione pubblica in consiglio provinciale”
  
Milano, 20 ottobre 2009. In merito alle richieste di commissariamento del Comune di Milano per questioni urbanistiche depositate in Provincia di Milano da parte di tre società direttamente o indirettamente riconducibili al gruppo Ligresti, il capogruppo in Provincia di Milano per Lista civica un’Altra Provincia-PRC-PdCI, Massimo Gatti, dichiara:
“Dopo che l’Assessore Altitonante, nella Commissione Controllo e Garanzia del 15 ottobre, alla quale il centrodestra ha fatto clamorosamente mancare il numero legale, ci ha raccontato, in modo strabiliante, che non c’è alcuna discussione in corso tra Podestà e Moratti sulle richieste di Ligresti, abbiamo poi letto sui giornali le cronache dettagliate degli incontri in corso. È davvero incredibile il così scarso rispetto verso le istituzioni rappresentative che sta dimostrando il centrodestra in Provincia. È un dovere morale, prima che istituzionale, avere il coraggio di riferire in aula i contenuti dell’azione amministrativa della Provincia, non limitandosi ad obbedire ad altri o ai poteri forti della città. Quanto sta avvenendo in queste ore, dagli arresti per la bonifica dell’area Santa Giulia alle rocambolesche richieste di rifinanziamento del pozzo senza fondo di Expo 2015, obbliga le amministrazioni pubbliche al primario dovere della trasparenza, della chiarezza e della sobrietà. Mi auguro che tutte le forze di opposizione in Provincia, senza accontentarsi di qualche pacca sulla spalla, sottoscrivano insieme a noi la richiesta di convocazione straordinaria del consiglio provinciale per conoscere direttamente le decisioni della Giunta senza doverle leggere solo dopo sui giornali”.
Federico Gamberini
Domenica, 18 Ottobre, 2009 - 16:10

Vietato spiare i dipendenti sul Web

 Le aziende costrette al dietrofront dal Garante della Privacy

Il Garante della privacy ha vietato alla società Italian Gasket, che per mesi ha spiato un dipendente sul Web, di usare i dati emersi dalle indagini per avviare azioni disciplinari contro di lui. L’azienda ha monitorato le attività del soggetto, registrando ogni accesso alla Rete e i siti che visitava, grazie a Squid, un software Open Source segretamente installato sul pc aziendale.

Nonostante le indagini abbiano dimostrato il comportamento scorretto del lavoratore, reo di aver passato molte ore su Internet per scopi personali, il Garante ha dichiarato illegittima la condotta dell’azienda e inutilizzabili i dati ottenuti con l’inganno. L'istallazione di un software con funzionalità appositamente configurate per il tracciamento sistematico e continuativo degli accessi a Internet, con la conseguente memorizzazione di tutte le pagine web visualizzate, viola infatti l'art.4 comma 1 dello Statuto dei Lavoratori.

Inoltre il comportamento della Italian Gasket va contro le "Linee guida per posta elettronica e internet", una serie di disposizioni rese note dal Garante nel marzo del 2007. Secondo queste indicazioni i controlli delle aziende sui dipendenti devono essere graduali, mai prolungati né costanti. E soprattutto non possono interessare un singolo lavoratore. Insomma, nulla giustifica l'accanimento particolare che Italian Gasket ha riservato al proprio dipendente.

La decisione del Garante mette un po’ d’ordine su un argomento al centro di numerose polemiche. Negli ultimi anni infatti sono stati messi a punto diversi strumenti per effettuare un monitoraggio nei limiti del consentito, ma spesso le aziende preferiscono intervenire più decisamente e mettere sotto osservazione solo i soggetti sospettati di essere fannulloni.

La direttiva del Garante di sicuro non consente di passare tutto il tempo che si vuole su Internet durante l’orario di lavoro, ma chiarisce in modo inequivocabile che spiare i dipendenti, anche con mezzi tecnologici, è una chiara violazione dei diritti dei lavoratori. Le aziende sono avvisate.

Luana Andreoni     Copyright © CULTUR-E

Mercoledì, 7 Ottobre, 2009 - 10:17

Obbligo di cura paziente in stato vegetativo. La sentenza del Tar

Osservatorio legale di Claudia Moretti, legale Aduc
30 settembre 2009 9:27
Obbligo di cura paziente in stato vegetativo. La sentenza del Tar
 Con sentenza n. 8650 del 12 settembre 2009, il Tar Lazio ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione sul decreto all'impugnazione promossa dal Movimento Difesa del Cittadino contro il decreto del Ministero del Lavoro salute e Politiche comunitarie del 16 dicembre 2008.
All'indomani della sentenza con cui si autorizzava il padre e tutore di Eluana Englaro, sig. Beppino Englaro, ad interrompere l'alimentazione e idratazione artificiale forzata alla figlia, il Ministro Maurizio Sacconi, con un colpo di coda del potere, ha tentato l'atto di imperio: impedire che il dettato della Corte di Cassazione si realizzasse. In sintesi, il Ministro, richiamando i principi di non discriminazione del soggetto disabile, chiede che le regioni considerino tutte, in modo omogeneo fra loro, l'obbligo di cura e di alimentazione/idratazione, alla stregua di espressione del suddetto principio. In altre parole, interrompere l'alimentazione forzata ai pazienti in stato vegetativo significhera' discriminare il paziente disabile.
Si sarebbe trattato del solito becero e gretto tentativo di mediatizzare il proprio punto di vista, nulla di piu', se non fosse contenuto in un atto governativo di indirizzo generale, destinato ad esplicare i propri effetti a pieno titolo nelle amministrazioni dello Stato e oltre le stesse.
Con la prepotenza dell'autorita' il Ministro ricordava cosi' a tutti chi comanda, e mostrava alle gerarchie vaticane la piena aderenza ai dettami della Chiesa.
Il documento pero' non e' piaciuto affatto al Movimento Difesa del Cittadino che lo ha correttamente ritenuto contrario alle previsioni costituzionali di cui all'art. 2 e 32 comma 2, ossia i precetti di liberta', libera scelta terapeutica e di divieto di trattamenti sanitari obbligatori.
ll Tar Lazio, nella sentenza in questione, ha valutato solo le questioni preliminari, ed ha chiuso il processo per cosi' dire "in rito", ossia dichiarando il difetto di giurisdizione e la competenza del giudice ordinario a decidere sul merito della controversia.
Ci pare, purtroppo, una sentenza con la quale, ancora una volta, i giudici decidono di non decidere e adottano il miglior escamotage per lavarsene le mani, l'odioso riparto fra giurisdizione ordinaria e amministrativa. Decidono, quello si', di lasciare in vita un atto amministrativo ministeriale contrario alla Costituzione e a quanto stabilito gia', in altra sede, ad esempio, dalla Corte di Cassazione.
Ad avviso dei giudici, infatti, il diritto che si presume leso attinente alla sfera dei diritti soggettivi e non anche degli interessi legittimi (regola aurea per distinguere la giurisdizione), non si puo' procedere al giudizio di annullamento richiesto.
Al cittadino, che si trovi di fronte ad una violazione della liberta' di scelta terapeutica (cosi' come al presunto diritto oppure anche all'obbligo di alimentazione e idratazione) ad opera di chi invoca detta interpretazione normativa ministeriale, avra' come rimedio la disapplicazione al proprio caso specifico, davanti al giudice ordinario.
Proprio cosi'. Disapplicato, semmai, caso per caso. Ma in vigore.

Che differenza fa
?
Molta: l'atto ministeriale in questione, seppur viziato rimane in vita e dispiega i propri effetti in via generale, salvo disapplicazioni specifiche operate su casi singoli dai giudici ordinari.
Diverso sarebbe stato se il Tar Lazio avesse riconosciuto la illegittimita' e contrarieta' alle norme costituzionali, annullando per tutti il provvedimento in questione.
Certo, ne sarebbe significato stigmatizzare, scegliere una strada piuttosto che un'altra, insomma decidere come hanno loro malgrado fatto altre corti, da che parte stare.
Ma allora, un Ministro in materia di diritti soggettivi, puo' dire qualunque cosa, in dispregio della legalita', senza che l'atto possa essere espunto dall'ordinamento giuridico?
E se nemmeno gli atti di indirizzo generale di un Ministro della Repubblica sono impugnabili al Tar (ergo, non annullabili in toto), che senso ha parlare di giustizia amministrativa?
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Articolo pubblicato su:
Quindicinale telematico sulle politiche dei consumatori. Per conoscere ed aver coscienza dei propri diritti, per combattere le arroganze di ogni tipo
Edito da Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori
Redazione: Via Cavour 68, 50129 Firenze
Tel: 055.290606 - Fax: 055.2302452
Mercoledì, 7 Ottobre, 2009 - 10:08

Condominio. Il conflitto d’interessi ...

Il condominio di Alessandro Gallucci
5 ottobre 2009 9:16
 Spesso ci si chiede se il concetto di conflitto d’interessi trovi applicazione anche in campo condominiale. Le disposizioni di legge, dettate in materia di condominio negli edifici, non disciplinano tale questione. Una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 18192 del 10 agosto 2009, torna ad affrontare l’argomento ribadendo quello che è l’orientamento giurisprudenziale predominante.
Vale la pena, quindi, capire:
a) che cosa si debba intendere per conflitto d’interessi;
b) quale disciplina sia applicabile in relazione al condominio;
c) quando tale disciplina trova applicazione;
d) quali sono le conseguenze di una deliberazione adottata con il voto di un condomino in conflitto d’interessi.
Innanzitutto, con la locuzione conflitto d’interessi, con riferimento al condominio negli edifici, si indica quella situazione in cui l’interesse individuale di un soggetto è contrasto con l’interesse collettivo della compagine condominiale.
Un esempio chiarirà questo concetto. Si pensi all’assemblea condominiale convocata per decidere sulle eventuali azioni giudiziarie da intraprendere contro Tizio, proprietario di un’unità immobiliare sita nel condominio. In questi casi, è del tutto evidente che il condomino avrà un interesse diametralmente opposto (ossia quello di non iniziare la causa) rispetto a quello della compagine condominiale che potrebbe, invece, propendere per dare inizio ad una lite. L’espressione di voto di Tizio, quindi, potrebbe influenzare l’esito della votazione. Lo stesso può dirsi con riferimento alla votazione relativa alla conferma o revoca dell’amministratore in quei casi in cui l’incarico è assunto da un condomino (c.d. amministratore interno).
Il codice civile, però, non dà una risposta diretta a tali questioni, sicché si è posto il problema d’individuare le norme applicabili. La Corte di Cassazione, in diverse circostanze, ha evidenziato che anche in materia condominiale si applica l’art. 2373 c.c. che disciplina il conflitto d’interessi con riferimento al diritto societario. Come ha sottolineato questa Corte: “sulla base di un'interpretazione estensiva dell'art. 2373 CC -giustificata dall'identità di ratio e dai notevoli punti d'identità delle due situazioni giuridiche, caratterizzate entrambe dalla posizione conflittuale in cui l'interesse del singolo (socio o condomino) si pone rispetto a quello generale (della società o del condominio) e dell'esigenza d'attribuire carattere di priorità alla tutela di quest'ultimo- questa Corte ha, dunque, già con la sentenza 28.1.1976 n. 270, affermato l'applicabilità, in tema di computo delle maggioranze assembleari condominiali, del disposto della richiamata norma, riguardante il conflitto d'interessi in materia d'esercizio del diritto di voto del socio nelle deliberazioni assembleari delle società per azioni, enunciando conseguentemente il principio per cui, ai fini del detto computo, non si debba tener conto del voto del condomino (o dei condomini) titolari (in relazione, sempre, all'oggetto della deliberazione) d'un interesse particolare contrastante, anche solo virtualmente, con quello degli altri condomini” (Cass. n. 10683/02). Ciò significa che quando un condomino si trova in una situazione di conflitto d’interessi non potrà partecipare alla votazione in relazione alla quale tale conflitto si manifesta. La sua quota millesimale dovrà, però, essere tenuta in considerazione ai fini della costituzione dell’assemblea.
Che cosa accade se un condomino, che non è in una posizione di conflitto, concede la propria delega ad un proprio vicino di casa che, invece, lo è? La sentenza n. 18192 del 2009 si occupa proprio di questa fattispecie. Più di ogni commento vale la pena riportare la parte della sentenza che interessa. Secondo la Cassazione, infatti, in caso di conflitto di interessi fra un condomino ed il condominio “qualora il condomino in conflitto di interessi sia stato delegato da altro condomino ad esprimere il voto in assemblea, la situazione di conflitto che lo riguarda non è estensibile aprioristicamente al rappresentato, ma soltanto allorché si accerti, in concreto, che il delegante non era a conoscenza di tale situazione, dovendosi, in caso contrario, presumere che il delegante, nel conferire il mandato, abbia valutato anche il proprio interesse -non personale ma quale componente della collettività- e lo abbia ritenuto conforme a quello portato dal delegato” (Cass. 18192/09). In poche parole, il voto espresso dal delegato in ragione della delega conferitagli si presume valido, salvo prova contraria.

Quali sono le conseguenze nel caso di una deliberazione assunta con il voto di un condomino in conflitto d’interessi?
Prima di ogni cosa è necessario valutare il peso specifico del singolo voto in relazione alle delibera. A norma dell’art. 2373 c.c., infatti, la deliberazione è impugnabile qualora “non si sarebbe raggiunta la necessaria maggioranza” senza il voto di chi avrebbe dovuto astenersi. Bisognerà, quindi, verificare che il voto espresso dal condomino che avrebbe dovuto astenersi non sia stato determinante in relazione a quella delibera. Qualora il voto dovesse risultare decisivo, la deliberazione sarebbe impugnabile.
In assenza di precise indicazioni normative, facendo riferimento alla sentenza di Cassazione n. 4806/05 (su annullabilità e nullità delle deliberazioni), è possibile affermare che si è di fronte ad un vizio che comporta l’annullabilità della deliberazione; infatti, se senza il voto del condomino in conflitto la deliberazione non sarebbe stata adottata, si avrà una deliberazione adottata “con maggioranza inferiore a quella prescritta dalla legge o dal regolamento condominiale”, come tale impugnabile nel termine di 30 giorni.

Articolo pubblicato su:

Quindicinale telematico sulle politiche dei consumatori. Per conoscere ed aver coscienza dei propri diritti, per combattere le arroganze di ogni tipo
Edito da Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori
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Martedì, 6 Ottobre, 2009 - 21:21

Da femminismo a veline "rivoltato il significato delle parole"

Dal femminismo alle veline «Così abbiamo rivoltato il significato delle parole»

di Marisa Ombra da unita.it
Ragioni anagrafiche mi portano a guardare al fenomeno delle veline partendo da molto lontano, niente meno che dalla guerra e dalla Resistenza. D’altra parte quello è l’inizio, ed è da quell’inizio che occorre partire per misurare la portata di ciò che sta accadendo di questi tempi. In quegli anni infatti comincia – o meglio riprende, dopo il fascismo – la lunga marcia delle donne per ottenere la cittadinanza in questo Paese (a questo riguardo consiglierei la lettura del bel libro di Bianca Guidetti Serra «Bianca la rossa»). Sarebbero occorsi decenni. Avremmo ottenuto diritti ed eguaglianza, libertà e posto nel mondo. Non avremmo aspettato che le leggi cadessero dall’alto, avremmo costruito la cittadinanza conquistando postazioni in ogni piega della società, assumendoci responsabilità e diventando parte essenziale del tessuto che fa funzionare la cosa pubblica. Un Paese arcaico e un po’ bigotto sarebbe diventato, per nostro principale merito, aperto e civile. Per chi è nata politicamente in quei lontani anni ed è stata parte di questo faticoso ma felice cammino, l’oggi si presenta di una tristezza infinita. Grande anche la delusione per quello che già viene descritto come «il silenzio delle donne». Di questo vorrei parlare.

Credo che tutte siamo rimaste attonite davanti all’operazione culturale che si è svolta sotto i nostri occhi: una operazione che, se non ha cancellato, ha sicuramente stravolto buona parte dell’impianto teorico che ha accompagnato il movimento politico delle donne. Le parole chiave sono state rivoltate. Scoperta del corpo, liberazione sessuale, affermazione di sé, autonomia, identità, desiderio, eguaglianza, differenza, eccetera, hanno preso significati opposti. L’affermazione orgogliosa «il corpo è mio e lo gestisco io» per esempio. Intendeva dire la vergogna e chiudere con l’antica figura della donna oggetto, riposo del guerriero, «regalo fatto da Dio agli uomini ». Era sembrata una svolta irreversibile, l’affermazione di un nuovo senso comune. Nonsipuòdire che le donne non si siano impossessate del proprio corpo. Per farne cosa? Donne immagine e prostitute di lusso hanno fatto di sé una nuova moderna (?) figura del mercato, che procede attraverso l’oculato bilanciamento dei costi e dei profitti, il dosaggio fra servilismo e pretesa di compensi dissociati da ogni personale competenza. Il corpo è diventato impresa da mettere a frutto. Direi che il ritorno indietro è ancora più mortificante del già vissuto. Perché in questa contrattazione uno dei due contraenti ha il potere (anche quando è piccolo potere), l’altra mette sulla bilancia una proprietà massimamente effimera. È questo che volevamo? Com’è potuto accadere? La tendenza non sarebbe inquietante se l’ambizione di avere visibilità e successo attraversoun perverso mercanteggiamento, non fosse diventata l’orizzonte di buona parte di una generazione, il senso stesso della vita, dell’essere donna («mi sento velina dentro» risponde una ragazza all’intervistatrice). E se le ragazze in corsa non fossero spesso accompagnate dalle madri: madri giovani, che hanno visto passare sotto i loro occhi, forse addirittura attraversato, il femminismo. 

Da una signora che probabilmente non ha attraversato il femminismo, è venuta una parola che aveva contato molto per le donne di un’epoca segnata dalla soggezione e dall’esclusione: dignità. Avendo nella mente e nel cuore quella parola, una generazione è arrivata a raddrizzare la schiena ed hacominciato a risalire verso la libertà. Ciò che oggi comunica smarrimento e sensazione di impotenza è la perdita di questo sentimento. Perché l’uso programmato del corpo implica una tensione di tutto l’essere, cervello compreso; occupa l’anima. Si realizza così un paradosso: l’autonomia, la capacità di decidere del proprio destino, viene cercata attraverso l’asservimento volontario e la perdita della dignità. Molte di noi, credo, in questi mesi si sono fatte domande e hanno provato vergogna. Sono convinta che quel che manca è la presa di parola collettiva, se non altro per non far mancare una rappresentazione diversa di ciò che una donna vuole e può fare.

06 ottobre 2009
Sabato, 3 Ottobre, 2009 - 10:37

Italia inadempiente al risanamento della qualità dell'aria

Italia inadempiente agli obblighi di risanamento della qualità dell'aria

Comunicato stampa

 
BOCCIATO L'IMPEGNO DI RISANAMENTO DELL'ARIA DELLE REGIONI E DELLO STATO ITALIANO: LA COMMISSIONE EUROPEA RIAPRE LA PROCEDURA DI INFRAZIONE. SE L'INQUINAMENTO NON CALA NEI LIMITI ENTRO IL 2011 L'ITALIA COSTRETTA A PAGARE UNA MULTA SALATA

Milano, 2 ottobre 2009 – La decisione della Commissione Europea del 28 settembre sui superamenti delle norme sulla qualità dell'aria che si registra in quasi tutte le zone omogenee in cui è stato diviso il territorio nazionale è una sonora bocciatura di quasi tutti i Piani Regionali di risanamento dell'aria e la constatazione dell'inesistenza di un Piano Nazionale. A fronte di tale constatazione la Commissione avvia la procedura di infrazione nei confronti del Governo italiano. In pratica, a meno di un inatteso colpo di reni nella lotta all'inquinamento, dal 2011 l'Italia sarà condannata a pagare una salatissima multa per inquinamento.
 
“Una bocciatura, purtroppo, anche per la Regione Lombardia e per il Comune di Milano – sostengono Legambiente, Genitori Antismog, Fiab-Ciclobby e Italia Nostra -: sono considerate insufficienti le misure regionali di limitazione dei veicoli inquinanti (in poche aree, per fasce orarie, senza controlli efficaci...) così come troppo limitato l'Ecopass (troppe le deroghe, troppo piccola l'area). Così, il partito dei camionisti e dei sostenitori dell'auto, oltre ad attentare alla nostra salute, ci porterà a pagare le multe europee con le nostre tasse! Occorre che Comune, Regione e Stato scarichino gli inquinatori e comincino a fare sul serio nella lotta allo smog!”
 
E' noto che l'aria delle nostre città e di tutta la Pianura Padana è fuori legge per l'Europa. Per questa ragione è stata avviata la procedura nei confronti dell'Italia, sospesa nel 2008 solo a condizione che l'Italia dimostrasse un impegno forte e costante nella lotta all'inquinamento.
 
Ma cosa è successo in questi ultimi mesi? Il settembre scorso l'Italia ha predisposto (come d'obbligo) il fascicolo inviato (in ritardo) alla Commissione Europea per dimostrare che, nonostante gli elevati livelli di inquinamento, erano in atto in diverse regioni Piani di risanamento credibili tali da permettere di rientrare nei limiti fissati dall'Europa. Il Ministero dell'Ambiente avrebbe poi dovuto, oltre a raccogliere i piani inviati dalle Regioni, elaborare un proprio Piano nazionale di risanamento, che non ha ancora visto la luce del sole.
 
Già l'autunno scorso i funzionari europei hanno sollecitato l'Italia a integrare la documentazione insufficiente e adempiere ai propri doveri non solo nei confronti dell'Europa. Ma, soprattutto, della salute dei suoi cittadini. Ma Prestigiacomo e Regioni non sono stati in grado o non hanno proprio fatto nulla per correre ai ripari.
 
La decisione di questi giorni salva esclusivamente la Valle d'Aosta e alcune aree della Regione Marche e del Lazio. L'Italia e il Ministero dell'Ambiente vengono ancora sollecitati ad elaborare e varare un piano nazionale di cui non si sente neppure discutere. In questo quadro, tra l'insufficiente e il non classificabile, la Commissione ha deciso di riattivare la procedura di infrazione contro l'Italia. Il documento integrale della Commissione Europea è scaricabile dal sito: www.legambiente.org .
 
Aderiscono:
Legambiente
Genitori Antismog
Fiab-Ciclobby
Italia Nostra
Venerdì, 2 Ottobre, 2009 - 14:02

“A MILANO COMANDA LA ‘NDRANGHETA”

Il fenomeno è noto, è studiato, è denunciato, è diffuso... solo il nostro Comune "stenta" a riconoscerne la gravità dovuta alla pervasività ormai raggiunta.

Il notiziario ChiamaMilano pubblica oggi questo articolo, nel quale si conclude così:
Una lettura utile poiché squarcia un velo sulla vera emergenza sicurezza che affligge Milano. Utilissima per tutti coloro che si sono opposti alla costituzione di una Commissione comunale sugli interessi mafiosi a Milano, ignorando che gli uomini della ‘ndrangheta –come della mafia e della camorra– mettono tranquillamente in conto di incappare nelle maglie della giustizia e di farsi qualche anno di galera, ma non tollerano che dei loro affari se ne occupi l’opinione pubblica.

Cordiali saluti a tutte/i
Antonella Fachin
Consigliere di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
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“A MILANO COMANDA LA ‘NDRANGHETA”?
Un libro traccia la mappa della penetrazione della ‘ndrine in Lombadia, ormai quasi più importante della Calabria per quella che è considerata l’associazione criminale più potente e pericolosa

La presenza della ‘ndrangheta a Milano non è una novità. L’insediamento della criminalità organizzata, nella fattispecie quella calabrese, nel capoluogo e nell’hinterland è radicato da decenni.
Negli ultimi vent’anni è divenuta la forza criminale egemone in Lombardia, capace di dettare le regole alle altre associazioni criminali –mafia e camorra comprese– e di penetrare nel tessuto sociale ed economico attraverso una strategia, come la definiscono gli investigatori, di “inabissamento e mimetismo”.
Dopo le indagini dei primi anni ’90 e le confessioni di un boss del calibro di Francesco Morabito, la ‘ndrangheta a Milano e in Lombardia piuttosto che arretrare ha reso la propria presenza più capillare diversificando le attività, mescolando le operazioni criminali classiche del traffico di droga, dell’estorsione e dell’usura agli investimenti in settori imprenditoriali quali l’edilizia, il commercio, la finanza.
È questo il quadro tracciato nel libro inchiesta di Davide Carlucci e Giuseppe Caruso “A Milano comanda la 'Ndrangheta” edito da Ponte alle Grazie e uscito da pochi giorni nelle librerie.
Si tratta di un’utilissima mappa storica e geografica della penetrazione di quella che è considerata la più pericolosa, ricca, compartimentata associazione criminale a Milano e in Lombardia.
Dai profitti stratosferici del traffico di droga al riciclaggio in operazioni finanziarie e immobiliari, spesso condotte con la connivenza di insospettabili; dal controllo del territorio attraverso negozi e pubblici esercizi agli interessi nei grandi cantieri dell’Alta velocità e dell’Expo, Carlucci e Caruso ripercorrono gli intrecci criminali e affaristici che hanno reso la Lombardia, quasi più dell’Aspromonte, della Locride o del Reggino, terra d’elezione per le ‘ndrine.

A Milano comanda la ‘ndrangheta, come suggeriscono i due cronisti?
A scorrere le oltre duecentocinquanta pagine del libro sembrerebbe di sì. E se non comanda indubbiamente, come è stato evidenziato da numerose indagini della magistratura e dai rapporti del Ros dei Carabinieri e del GICO della Guardia di Finanza, essa costituisce una presenza concreta, diffusa, capace di condizionare anche le scelte della politica e di intossicare il tessuto economico.

Eppure si tratta di una presenza scarsamente visibile. Come spiegano bene i due autori gli uomini delle ‘ndrine hanno scelto il basso profilo, l’invisibilità; ricorrendo alla violenza solo come extrema ratio e consentendo anche alle altre associazioni criminali di sedersi al ricco banchetto lombardo, purché riconoscano la sua egemonia.  
Una lettura utile poiché squarcia un velo sulla vera emergenza sicurezza che affligge Milano. Utilissima per tutti coloro che si sono opposti alla costituzione di una Commissione comunale sugli interessi mafiosi a Milano, ignorando che gli uomini della ‘ndrangheta –come della mafia e della camorra– mettono tranquillamente in conto di incappare nelle maglie della giustizia e di farsi qualche anno di galera, ma non tollerano che dei loro affari se ne occupi l’opinione pubblica.
Essi amano l’ombra, non la luce del dibattito pubblico e l’interesse delle comunità, poiché nella comunità si vogliono muovere intrecciando con parti di essa relazioni utili ai propri affari.

Beniamino Piantieri

Mercoledì, 30 Settembre, 2009 - 14:53

Vittoria degli utenti di Aprilia:l'acqua resta pubblica!

Una grande vittoria degli utenti del Comune di Aprilia per la salvaguardia della gestione pubblica dell’acqua potabile: per il Consiglio di Stato (massimo giudice amministrativo) i comuni NON sono tenuti a sottoscrivere le convenzioni con i gestori privati!
I Comuni hanno il POTERE di approvare oppure NO la convenzione con il gestore del servizio idrico integrato.
La sentenza ha ribadito la AUTONOMA legittimazione ad agire e a ricorrere dei SINGOLI UTENTI di un “servizio  pubblico di assoluta necessità quale è quello inerente la gestione e la distribuzione delle risorse idriche”. Ciò anche in base all’art. 2 del Decreto legislativo 6.9.2005 n. 206 (Codice del consumo) secondo cui:
“Art. 2 – Diritti dei consumatori
1. Sono riconosciuti e garantiti i diritti e gli interessi individuali e collettivi dei consumatori e degli utenti, ne è promossa la tutela in sede nazionale e locale, anche in forma collettiva e associativa, sono favorite le iniziative rivolte a perseguire tali finalità, anche attraverso la disciplina dei rapporti tra le associazioni dei consumatori e degli utenti e le pubbliche amministrazioni.
2. Ai consumatori ed agli utenti sono riconosciuti come fondamentali i diritti:
a) alla tutela della salute;
b) alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi;
c) ad una adeguata informazione e ad una corretta pubblicità;
d) all’educazione al consumo;
e) alla correttezza, alla trasparenza ed all’equità nei rapporti contrattuali;
f) alla promozione e allo sviluppo dell’associazionismo libero, volontario e democratico tra i consumatori e gli utenti;
g) all’erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza.”
E’ un precedente importante per tutti i Comuni e utenti italiani.
Cari saluti a tutti/e
Antonella Fachin

Consigliere di Zona 3
Capogruppo Uniti con Dario Fo per Milano
---------- Messaggio inoltrato ----------
Da: alberto de monaco <albertodemo1@inwind.it>
Date: 23 settembre 2009 22.56
Oggetto: [noturbogas-aprilia] Comunicato stampa comitato acqua pubblica aprilia- NO CONVENZIONE? NO PARTY !!!
A:  
Comitato Cittadino Acqua Pubblica Aprilia
www.acquabenecomune.org/aprilia
Comunicato stampa del  23 Settembre 2009
NO CONVENZIONE? NO PARTY!!!
Con sentenza n.5501/2009 del 15 Settembre 2009 il Consiglio di Stato, cancellando l’originale ricorso della Provincia di Latina e di Acqualatina spa, ha definitivamente resa operativa la scelta del Comune di Aprilia che, con le delibere n° 13 del 2005 e n°2 del 2006, decise di non approvare il contratto di gestione con Acqualatina spa. 
L’Alto Consiglio con una lunga e motivata sentenza ha ribaltato la sentenza del TAR di Latina, che aveva cancellato la delibera di Aprilia contro la gestione Acqualatina e negato il potere d’intervento dei singoli cittadini, che per anni hanno difeso con i denti la scelta del Comune. 
In sintesi è stato riconosciuto che:
·        la libertà del singolo Comune di non impegnarsi ulteriormente nell’ambito territoriale di gestione del servizio idrico, deve ritenersi piena e non soggetta a restrizioni di sorta, e per Aprilia è pienamente operativa la scelta di non approvare la convenzione;
·        i singoli cittadini utenti sono pienamente legittimati ad agire e ricorrere nei tribunali poiché l’erogazione del servizio pubblico rientra tra i diritti individuali fondamentali, oltre che collettivi;
·        è legittimo l’intervento in giudizio dei cittadini-utenti che hanno esercitato i loro diritti fondamentali, disconoscendo alla convenzione di gestione le caratteristiche utili per assicurare un servizio pubblico efficiente e di qualità;
·        l’ATO4 e la Provincia di Latina sono due soggetti distinti e separati e non spetta alcun potere autonomo di veto e di ricorso alla Provincia (leggasi CUSANI) contro le deliberazioni degli enti locali dell’ambito idrico. 
Inoltre il Consiglio di Stato, dando ragione ai cittadini intervenuti nel ricorso, ha rilevato l’inefficacia della “manovra” tentata in extremis da CUSANI, che a Dicembre 2008 e Febbraio 2009 fece votare ben 2 delibere dalla Conferenza dei Sindaci per farsi riconoscere il potere di agire per conto dei Comuni. 
Scorrendo la sentenza appare gravissima la posizione della giunta SANTANGELO che, invece di presentare subito appello contro la sentenza del TAR (che annullava la delibera), aveva lasciato correre e prestato il fianco ad Acqualatina (presidenza FAZZONE) ed alla Provincia di Latina (presidenza CUSANI) che invece presentarono appello al Consiglio di Stato, per far cancellare la remota possibilità, adombrata nella sentenza del TAR, che i consigli comunali potessero non approvare il contratto di gestione. 
La posizione dell’ex sindaco SANTANGELO è ancora più grave se si pensa che affidò la difesa del Comune in appello all’
avv.to PASCONE, che depositò una memoria difensiva di 1 sola pagina!!! Nonostante contro Aprilia si fossero costituti in giudizio il comune di MINTURNO e FONDI …. 2 comuni a caso!!!  
Ringraziamo pubblicamente gli avv.ti Carlo BASSOLI e Lucio FALCONE che ci hanno assistito con tenacia, passione e determinazione, dimostrando un impegno civico che trascendendo l’ambito professionale, ha sposato le ragioni dei cittadini nell’interesse generale della comunità e non solo. 
Chiunque oggi non faccia tesoro della piena vittoria dei cittadini riportando la gestione del servizio idrico all’ente locale, si dichiarerà deliberatamente contro i legittimi interessi della comunità. 
La smettano partiti e loro autorevoli rappresentanti di denigrare con l’appellativo di “capi popolo” quanti, non concordando con i loro interessi di gruppo e personali, percorrono strade autonome per affermare l’interesse collettivo, specialmente su una questione tanto vitale come la gestione dell’acqua!
In ogni caso siamo sicuri che sia meglio essere riconosciuti come “capi popolo” e non sospettati di essere capi clan!
Ripercorrendo oggi le tante vicende della questione Acqualatina, ritornano alla mente le parole dell’ex amministratore delegato Morandi, che nell’agosto 2007 dichiarava ad una tv locale:   i cittadini di Aprilia ne usciranno con le ossa rotte
Né possiamo dimenticare l’ormai celebre frase scritta dal MORANDI [1] nella lettera inviata ai soci privati nel gennaio 2003, per informare su come intendevano procedere per auto-assegnarsi gli appalti:
 “… Pisante [2] mi ha chiesto di fare un sacrificio, di non voler fare indigestione di antipasti prima di fare la cena, etc, etc.”. 
Oggi è proprio il caso di dire che la cena non arriverà:
NO CONVENZIONE? NO PARTY!!!
 Comitato cittadino acqua pubblica Aprilia
per scaricare la decisone del Consiglio di Stato
http://www.acquabenecomune.org/aprilia/article.php3?id_article=2239

Lunedì, 28 Settembre, 2009 - 15:45

IL TAM-TAM DELLE IDEE: Il potere-come usarlo con intelligenza

Carissimi/e

 
sperando di fare cosa utile, vi suggerisco un libro che sto leggendo e che trovo molto interessante, al punto di consigliarvene la lettura.
 
Si tratta de “IL POTERE. Come usarlo con intelligenza
di JAMES HILLMAN.     
E’ un filosofo contemporaneo (anzi, lui si definisce uno psicoterapeuta delle idee!) che ci aiuta a comprendere i meccanismi che governano la nostra società e talvolta anche la nostra mente … il libro fa riflettere sui nostri meccanismi più o meno inconsci e quindi ci fornisce utili elementi di conoscenza e consapevolezza… per questo credo che debba essere letto da sempre più persone, affinché tutti quanti siano attori del proprio agire e non “marionette” di modelli inconsci.
 
Qualora lo abbiate già letto, o nel caso lo leggiate, mi farebbe piacere conoscere le vostre impressioni.
 
Cari saluti
Antonella
PS: riporto una recensione scaricata da internet e tratta da l’Unità.it
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Il potere del potere
Se vogliamo capire la società attuale non possiamo ignorare il nuovo «monoteismo» che ci governa: il business e i suoi condizionamenti.
 Parla James Hillman
Uno psicoanalista potrebbe pretendere di analizzare «i contadini, gli artigiani, le dame e i nobili del mondo medievale ignorando la teologia cristiana, come se fosse un atto irrilevante»? La risposta, naturalmente, è no. Dunque, sostiene James Hillman, «ogni psicologia che voglia tentare di capire i membri della società attuale» non potrà ignorare il nuovo «monoteismo» che ci governa: il Business. O, per meglio dire, l'«economia capitalista» specífica l'anziano guru con un divertito sorriso di complicità all'indirizzo della cronista dell'Unítà.  Un «monoteismo» che, in quanto tale, ci impone «una fede fondamentalista» nei propri principi.  E che esercita il Potere, quello al quale ci si riferisce comunemente, ma anche il Potere più influente, cioè quello dentro di noi, che ci conforma a vivere e ad avere la percezione di noi stessi secondo idee come «beni, scambio, costo, mercato, domanda, profitto, proprietà».  Pensiamo di stare male per una nostra insufficienza affettiva e per questa ci curiamo, ma curarci significa chiederci su quale scala di valori stiamo misurandoci. «Ci piacerebbe credere che sia l'amore a conformare il nostro destino.  In realtà, nella vita concreta, sono le idee del business le sole da cui non ci distogliamo mai», scrive Hillman.  Insomma, viene da tradurlo in termini shakespeariani, crediamo che dietro l'ordito della nostra vita ci sia Romeo e Giulietta, invece ci sono piuttosto il Mercante di Venezia o il Macbeth.
Settantasei anni, cravatta verde squillante, Hillman non rivela sintomi da jet lag mentre mangia, parco, un toast e beve un bicchiere di acqua minerale, anche se è appena arrivato dagli Stati Uniti qui a Mantova.  Occasione, la riedizione italiana, per Rizzoli, del saggio intitolato appunto Il potere, sottotitolo «Come usarlo con intelligenza», che Garzantì aveva pubblicato nel '96 con il titolo Forme del potere. E' un saggio nel quale il maitre-à-penser di Atlanta, ex-allievo di Jung, poi direttore della casamadre dello junghismo doc, l'Istituto di Zurigo, prosegue nella eretica missione che da un certo momento si è dato: ribaltare il rapporto tra individuo e mondo così come esso, nel Novecento, è stato codificato proprio dalla psicoanalisi classica.  E nel quale circolano diversi concetti che in sette anni sono tutt'altro che entrati nel cono d'ombra: mercato, potere, controllo, sicurezza. A ben vedere, concetti che hanno aumentato su scala gobale la propria potenza pervasiva.
Eppure, benché sembrino parole d'ordine dall'aura sempiterna e universale, hanno un'origine storica: «Nella Firenze delle banche e nella Riforma protestante, insomma sono in stretto contatto con il Cristianesimo e si evolvono con la Chiesa», dice Hillman.
E nel mondo d'oggi guerreggiano con modelli che cercano di farne traballare il fondamentalismo: «L'idea di economia che recupera le modalità del baratto e punta sul dono, e soprattutto la cosiddetta economica sostenibile, quella teorizzata da studiosi come Vandana Shiva, che vuole coniugare il profitto con la cura del pianeta, la giustizia e il limite», spiega.
Ciò che Hillman ci propone è un'operazione dialogica e maieutica: trovare col suo ausilio, dentro noi stessi, il significato vero delle idee che connettiamo al potere.
Per esempio «efficienza»: «I lager erano il capolavoro dell'efficienza: uccidevano cinquemila persone al giorno.  Quindi, all'idea di effìcienza, di per sé, se è sola, diventa demoniaca».  Riflettere su figure che incarnano attualmente il Potere: «C'è chi ha autorità, prima ancora di avere potere: Vaclav Havel prima di diventare presidente già "esisteva", e c'è chi invece ha solo il Potere: chi era Bush prima di entrare alla Casa Bianca, o cosa sarebbe Berlusconi senza le sue televisioni?».
Di ragionare, ed ecco che ci porta con tutti i piedi nell'attualità, su miti come quello dell'Eroe trionfante e dei suo corrispettivo, la Vittima. «Purtroppo, esso perdura.  Ed è per questo che una vicenda che avrebbe potuto segnare uno spartiacque, come la tragedia dell'11 settembre, per ora non produce nuova autoconsapevolezza».  La reazione dell'amministrazione americana è stata, osserva, una paradossale crescita del desiderio di Controllo.  Un potenziamento a dismisura di ciò che lui ha definito la «civiltà dell'airbag»: il feticismo delle assicurazioni e delle istruzioni di sicurezza. «Eppure, oggi ormai sappiamo che una ragazza di diciott'anni, con una bomba sotto la camicia, può far esplodere qualunque cosa.  L'idea di controllo militare entra per forza in crisi.  E allora, grazie a Dio, prima o poi dovremo cominciare a pensare in modo diverso», dice.
Ottimista?  La sua speranza è che «le idee del Potere cedano il posto al potere delle idee».
Ora, professor Hillman, soddisfi una curiosità che ci ha lasciato la lettura dì tanti suoi saggi, Il mito dell'analisi come Il codice dell'anima, Puer aeternus come La forza del carattere.  La sua fama planetaria si è formata, per una buona parte , sul suo j'accuse all'efficacia dell'analisi.  La considera del tutto ininfluente, dannosa? «Ma no.  Quando si ha fame ogni nutrimento può servire».  Lei esercita ancora come psicoterapeuta? «Ho smesso dieci anni fa, dopo trentacinque anni».  Perché? «Oggi faccio psicoterapia delle idee.  Se mi si presenta un uomo in crisi col suo matrimonio, la prima cosa da chiedersi è: cosa intende lui per matrimonio, e cosa intende sua moglie?».

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